Investire in Cina per il 2013

La Cina è oggi uno dei motori principali per la crescita globale e gli investitori sono interessati alle opportunità presenti sul mercato azionario. Caroline Maurer, co manager del fondo Henderson Horizon China crede in particolare che “nel breve termine i settori ciclici con basse valutazioni, come materie prime, titoli energetici e industriali, registreranno probabilmente delle performance migliori rispetto ai settori più difensivi come beni di consumo, telecomunicazioni e utility, attualmente in fase di ripresa”.

Il Governo Cinese ha annunciato misure volte a supportare la crescita economica del Paese, come il taglio dei tassi di interesse e un piano per le infrastrutture. Quali sono le attuali e future conseguenze sulle valutazioni?

Queste misure porteranno a una leggera crescita del Pil nei prossimi trimestri, ma è improbabile che nell’immediato producano una svolta significativa. Inoltre, riteniamo che la Cina non abbia bisogno di un ampio pacchetto di stimolo perché il settore dei servizi ha vissuto un periodo piuttosto positivo e l’occupazione rimane comunque stabile. Per la salute dell’economia e per gli investitori è preferibile una crescita più lenta ma sostenibile, soprattutto nel lungo termine.

Ciò su cui invece occorre concentrarsi è la ricostruzione degli equilibri economici a livello strutturale e l’impegno da parte della nuova classe dirigente a promuovere riforme reali. E’ dalla metà del 2009 che i risultati raggiunti dal mercato cinese si rivelano modesti, a causa della preoccupazione degli investitori sull’eventuale stretta monetaria e sul rischio residuo di un improvviso scivolone del mercato cinese. In generale il posizionamento degli investitori è molto difensivo, a distanza di sicurezza dai settori più ciclici e dalle banche. Con la progressiva diminuzione del rischio sistemico dovuta alle misure di supporto promosse dal Governo, le materie prime più comuni, il settore meccanico e quello bancario hanno registrato una ripresa di una certa consistenza a partire dai minimi di settembre. La valutazione del mercato cinese rimane interessante a un moltiplicatore di 9,3 sul P/E secondo l’Indice Msci China. Nel caso in cui si stabilizzi lo scenario extra economico, ci aspettiamo un ulteriore miglioramento delle valutazioni di mercato.

L’andamento dei prezzi nel mercato azionario cinese e nei mercati emergenti è generalmente influenzato dai flussi di denaro provenienti dai mercati più maturi. Può darci un suo commento sui trend attuali?

Da un anno a questa parte i fondi che investono nei mercati emergenti hanno registrato un afflusso di capitali netti dopo le uscite registrate nel 2011 (fonte: Epfr Global, fund flow database, ricerche Morgan Stanley). Tuttavia, analizzando i dati su base mensile, i flussi in entrata sono ritornati positivi solo in luglio, a seguito delle performance negative del secondo trimestre. Dall’inizio dell’anno, l’indice Msci dei mercati più maturi ha registrato performance inferiori rispetto all’indice Msci dei mercati emergenti, a causa della crisi del debito in Europa e del rallentamento del mercato cinese che, insieme, sono stati fonte di grande preoccupazione per gli investitori.

Se la crescita negli Stati Uniti continuerà e la situazione in Europa si stabilizzerà, allora prevediamo che gli investitori diventeranno più propensi al rischio e che rivolgeranno maggiore attenzione ai mercati emergenti in considerazione del loro ritardo rispetto al mercato globale. Nel medio e lungo termine, riteniamo che il flusso di capitale verso i mercati emergenti e verso la Cina continuerà, dal momento che i mercati emergenti stanno diventando driver fondamentali della crescita economica globale.

Parlando di settori e singoli titoli, dove si possono trovare a suo avviso le occasioni di investimento più interessanti, sia long che short?

In Cina guardiamo con molto interesse ai beni di lusso, al settore tecnologico e a quello energetico. Per esempio sono degni di nota Lenoco, Brilliance e Digital China. Lenovo è il maggiore produttore di personal computer del Paese, e non solo. Si sta proponendo con decisione in altri mercati emergenti, facendo crescere il mercato di quei Paesi e sottraendo quote a leader globali dell’hardware come Dell e HP. Brilliance è partner in joint venture con BMW. La Cina è stata il maggiore mercato della BMW Serie 1 nel 2012, superiore a Stati Uniti e Germania. Digital China è un distributore di prodotti IT, attivo anche nelle città minori del Paese, che offre i propri servizi informatici anche alle grandi aziende e al Governo.

 

Articolo ripreso dal sito MondoAlternative.com

Rallentamento della crescita cinese nell’anno 2012

Il Partito Comunista Cinese sta scommettendo che i colpi al freno dati nel corso di questo anno siano stati sufficienti solo per limitare la bolla immobiliare e per evitare che l’inflazione arrivasse a livelli di pericolo, ma non abbastanza per allontanare l’economia da un duro atterraggio.

La più grande speranza è che possa essere mantenuta una crescita moderata per garantire un passaggio di potere ordinato nell’ottobre del 2012, quando, per la prima volta da un decennio, una nuova generazione di dirigenti salirà in carica alla nazione forte di 1,3 miliardi di persone.

Il favorito per la carica di Segretario Generale sembra essere il misterioso Xi Jinping, il “Più Rosso dei Rossi”.

Col debito pubblico a solo il 15,4% del PIL (dati del FMI), la Cina ha il potere fiscale, se ce ne fosse bisogno, di puntellare la crescita se il ribasso dovesse essere più duro di quanto atteso. La banca centrale potrebbe aprire il rubinetto monetario, stagliando i requisiti di riserva per le banche e incrementando le restrizioni al mercato immobiliare. Tutto questo almeno in teoria. La domanda è se sarà così semplice in pratica di calibrare un atterraggio morbido dopo il blitz del credito post-Lehman.

Il FMI ha detto che i debiti non pagati sono incrementati fino a quasi il 100% del PIL negli ultimi cinque anni, circa il doppio dell’intensità della bolla creditizia in Giappone prima dello scoppio della bolla Nikkei o negli Stati Uniti prima dello scoppio della bolla dei subprime. Il boom ha spinto il rapporto tra prezzi della case e redditi a 19 a Pechino e a 15 a Shanghai e in altre città orientali.

Si tratta di una minaccia alla stabilità sociale. I cinesi più poveri non possono più permettersi di comprare o affittare una casa. Il governo si sta affrettando per approvare piani di edificazione per 36 milioni di abitazioni per le famiglie a basso reddito al costo di 850 miliardi di dollari, ma non è ancora chiaro da dove possano venire i soldi.

Il professor Victor Shih della Northwestern University ha detto che il debito implicito del governo è vicino al 100% del PIL se venissero inclusi i prestiti nascosti concessi alle autorità locali. È in dubbio se il sistema bancario sia ancora in grado di spingere in alto l’economia con facilità, anche se gli venisse ordinato so.

Fitch Ratings avverte che c’è già stato un “massiccio aumento del leverage”, che ha eroso la capacità degli istituti di credi di generare una crescita economica genuina espandendo ancora il credito. Il FMI afferma che le banche potrebbero essere “severamente impattate” se l’atterraggio da morbido si facesse duro. Quest’anno l’ondata recessiva potrebbe rivelare se le banche sono ben protette oppure no.

I capitali hanno già lasciato il paese. Le riserve estere cinesi da 3,2 trilioni di dollari hanno iniziato a ridursi. I funzionari a Pechino hanno sono in ambasce per un anno “tetro” che deve venire, borbottando della possibile necessità di uno yuan più debole. Una qualsiasi iniziativa sulla divisa potrebbe scatenare una tempesta a Washington, rischiando una guerra commerciale.

Il Politburo sa che il modello di crescita cinese ha raggiunto il suo limite, con la sua iper-dipendenza dalle esportazioni. Gli investimenti sono collocati al 46% del PIL e il tasso dei risparmi nazionale è del 54%, due segnali di un’economia massicciamente distorta.

Il duro compito è quello di liberare i consumi, e ciò richiede a sua volta una rivoluzione culturale. Non è successo molto su questo fronte nel 2011. Forse il 2012 ci mostrerà un barlume di movimento.

 

Articolo ripreso dal sito comedonchisciotte.org

Il dollaro USA perde valore nelle transazioni fra stati esteri

Cina e Giappone hanno stipulato un accordo per ridurre l’uso del dollaro negli scambi commerciali e per rafforzare i legami tra le due potenze economiche. Secondo le statistiche ufficiali, circa il 60% degli scambi commerciali tra i due Paesi sono regolati con il biglietto verde.

L’intesa prevede anche la possibilità per il Giappone di acquistare bond governativi cinesi. Altre misure prevedono delle facilitazioni nelle conversioni delle rispettive valute. La mossa arriva dopo che la Cina ha espresso il desiderio che la sua valuta acquisti una maggiore rilevanza negli scambi internazionali, tenendo conto anche della recente debolezza della moneta unica.

Il pacchetto di misure, firmato dal premier cinese, Wen Jiabao, e dal primo ministro giapponese, Yoshihiko Noda, dovrebbe aiutare Pechino nel suo intento. Per adesso l’intesa difficilmente produrrà gli effetti desiderati, in quanto non sono state fissate delle scadenze per la sua implementazione. Fino a quando Pechino non si impegnerà a liberalizzare i movimenti di capitale, è molto improbabile che lo yuan riesca ad acquisire il ruolo di valuta internazionale.

“La decisione presa da Cina e Giappone potrebbe avere conseguenze di medio periodo rilevanti per il dollaro, che appare destinato a subire un ridimensionamento nei volumi scambiati sui mercati internazionali”, sostiene Marco Rocchi, economista di Intesa Sanpaolo, ricordando che nel 2010 l’interscambio tra i due Paesi ha raggiunto i 300 milioni di dollari, un ammontare ingente che, a regime, sarà regolato quindi interamente al di fuori di quella che oggi è la valuta di riserva internazionale.

Resta poi il fatto che, secondo alcuni membri del board della Banca centrale nipponica (BoJ), la crisi dei debiti sovrani europei si starebbe già riflettendo sui mercati finanziari giapponesi, e il suo impatto è destinato a crescere. Tra i segnali di questa tendenza, sono stati citati la debolezza dei prezzi sull’azionario, i rialzi dello yen e l’aumento del costo del funding in dollari.

Ieri alcuni funzionari nipponici hanno ribadito la disponibilità ad aiutare l’Europa ad affrontare la crisi, segnalando però la necessità di potenziare la portata complessiva dei fondi di salvataggio Efsf e Esm, che a regime dovrebbe essere di 500 miliardi di euro.

 

Articolo ripreso dal sito Ariannaeditrice.it

Pericoloso investire nel mercato immobiliare in Cina

I regolatori del sistema finanziario cinese dovrebbero rivedere i dati che utilizzano per capire se le proprie banche sono in grado di sostenere un’improvvisa crisi economica. Inoltre, dovrebbero fornire maggiori spiegazioni sui requisiti di capitale imposti agli istituti. A dichiararlo è José Viñals, direttore del dipartimento dei mercati dei capitali del Fmi.

Le sue parole vengono da un’intervista rilasciata al Wall Street Journal ai margini del Financial System Stability Assessment, una conferenza tenutasi la scorsa settimana a Shanghai e dedicata alla valutazione dei sistemi finanziari asiatici.

Secondo Viñals, «ci sono notevoli lacune nei dati disponibili» per gli stress test delle banche cinesi. Nello specifico, per molte banche i dati relativi ai prestiti “non performanti” sono stati diffusi soltanto a partire dalla metà degli anni 2000.
Inoltre, è un dato di fatto che le riserve obbligatorie di capitale per le banche cinesi siano molto più alte rispetto a quelle stabilite a livello internazionale.

Ma i regolatori non avrebbero dato una spiegazione approfondita delle motivazioni di tale politica, né delle sue possibili conseguenze future. La salute del sistema finanziario del gigante asiatico è un tema caldo ormai da diversi mesi.

Per evitare il contagio da parte della crisi globale del 2008, l’esecutivo di Pechino ha infatti abbassato al minimo i tassi d’interesse, per dare una spinta alla propria economia. Ma, secondo molti esperti, ciò potrebbe scatenare un’ondata di prestiti tossici.

Particolarmente a rischio sono quelli concessi agli enti locali. E nei prossimi mesi vi si potrebbero aggiungere quelli immobiliari, dopo il recente calo dei prezzi del mattone gonfiati per mesi da una bolla speculativa.

 

Articolo ripreso da valori.it

L’economia cinese inizia a rallentare

La Cina ha riaffermato oggi il suo giudizio positivo sulle misure anti-crisi prese la scorsa settimana dal vertice dell’Ue di Bruxelles.

Ma a preoccupare Pechino è il rallentamento della crescita, causato dalla diminuzione delle esportazioni sui mercati stagnanti di Europa e Stati Uniti, che potrebbe causare la temuta «instabilita» sociale», vale a dire la messa in discussione del monopolio del Partito Comunista Cinese sulla vita politica del paese.

Pechino, ha sottolineato il portavoce del ministero degli esteri Liu Weimin, «accoglie con favore» le decisioni di procedere al rafforzamento delle regole per il rispetto della disciplina fiscale e dei meccanismi di sicurezza finanziaria della zona dell’euro.

«Speriamo che le misure possano aiutare a calmare i mercati, rafforzarne la fiducia, impedire alla crisi di peggiorare, promuovere l’occupazione e la crescita e spingere verso una maggiore integrazione europea», ha detto il portavoce. Liu Weimin ha aggiunto che «essendo la più grande economia del mondo», la crescita «stabile e sana dell’Unione Europea e dell’Eurozona «sara» cruciale per mantenere il ritmo della ripresa dell’economia mondiale».

«Abbiamo fiducia nell’Europa e nell’area dell’euro», ha sottolineato il portavoce, che ha aggiunto che la Cina «continuera» con vari mezzi ad aiutare gli sforzi dell’Ue per superare la crisi del debito sovrano». Il portavoce cinese non ha fatto menzione della rottura che si è verificata tra la maggioranza dei membri dell’Unione e la Gran Bretagna, che si è dissociata da quelle decisioni.

 

Testo ripreso da gazzettadelsud.it