Il debito della Spagna finira’ in default come quello della Grecia

Crescita economica, controllo e riduzione della spesa pubblica, modernizzazione dell’amministrazione, fine della «piaga della crescente disoccupazione», maggior peso internazionale, riforma del lavoro, della sanità e dell’educazione. In Spagna arriva il governo popolare e il futuro premier, Mariano Rajoy, annuncia al Congresso dei deputati il suo programma e la linea economica della X legislatura che sta per iniziare.

Al primo posto vengono le pensioni: no al blocco dell’indicizzazione, ha detto Rajoy, tornando sull’annuncio fatto già in campagna elettorale, da lui stesso definito «l’unico strappo che il nuovo governo si permetterà rispetto alla linea di riduzione delle spese». Per il resto la X legislatura spagnola si apre, almeno nel discorso programmatico, con l’austerità a dettare l’agenda, accompagnata, però da almeno 12 riforme. Una su tutte, la più importante, quella del lavoro.

Se le pensioni saranno indicizzate secondo l’inflazione del 2,9% prevista per l’anno prossimo, infatti, il governo Rajoy promette di sopprimere i prepensionamenti e ritardare il ritiro dal lavoro ai 65 anni d’età che salirà progressivamente fino ai 67 anni nel 2027. A questo si affianca la perdita del sussidio di disoccupazione durante gli ultimi anni di lavoro, un «mezzo troppo spesso usato come pensionamento anticipato», ha sottolineato il futuro premier. E al contrario di quanto avviene oggi, il calcolo pensionistico in Spagna si farà sull’ultimo lavoro svolto e non sull’intera traiettoria lavorativa.

Tra le riforme che l’esecutivo di Rajoy metterà nero su bianco nel primo decreto pronto già per il 30 dicembre, per mettere fine a quello che lui stesso ha definito un lungo periodo di transizione e quasi di vuoto normativo, la riforma del lavoro, prevista per il primo semestre 2012, la seconda negli ultimi due anni, dopo quella già approvata dal governo Zapatero. Al primo posto di quella popolare i cambiamenti del contratto collettivo: la priorità saranno gli accordi differenziati a seconda dell’impresa, del settore e non quelli territoriali.

Niente feste e più controlli per congedi di salute. Tutti i giorni festivi in Spagna a partire dal 2012 passeranno al lunedì, con l’obiettivo di rafforzare, ha spiegato Rajoy, la competitività tra le imprese. Per quanto riguarda l’assenteismo sul lavoro, invece, si metteranno in essere misure più dure di controllo, come d’altro canto si darà vita a nuove misure per la conciliazione della vita lavorativa con quella familiare.

Ma la vera piaga della Spagna è la disoccupazione, cui Rajoy ha accennato senza perdere tempo nell’incipit del suo discorso, sottolineando come negli ultimi quattro anni il Paese abbia visto diminuire 3,4 milioni di posti di lavoro. A questo proposito la riforma dei popolari è chiara: incentivi all’ingresso nel mondo del lavoro per gli under 30, abbonando alle imprese che li assumano il 100% dei contributi per l’intero primo anno di contratto, ma solo se si tratta del primo posto di lavoro.

Ma una delle misure più urgenti, suggerisce Rajoy è il decreto legge per limitare il deficit pubblico, che dovrà scendere al 4,4% (16,5 miliardi di euro) del Pil nel 2012 e a cui il nuovo governo promette di apporre la firma non appena si renderanno disponibili i dati definitivi relativi al deficit 2011. Da quel momento scatteranno per legge limiti di spesa e di indebitamento delle amministrazioni pubbliche e non solo di quella centrale. Si proibirà un deficit superiore allo 0,4% del Pil a partire dal 2020 per tutte le Amministrazioni e i popolari sono pronti a introdurre sanzioni contro le regioni autonome che non rispettino questi paletti. A questo si aggiungerà, se non bastasse, un patto volto a sottoscrivere e appoggiare il clima di “austerità e efficienza” della macchina pubblica.

Non soltanto economia, anche finanza. Tra le 12 riforme previste dal leader dei popolari, che mercoledì riceverà l’investitura come capo del governo, c’è anche quella finanziaria. Si mettono in sicurezza le banche con un piano di risanamento da condurre nei primi sei mesi dell’anno prossimo, per recuperare l’accesso al finanziamento e la ripresa delle erogazioni del credito alle imprese. Ma chi conosce un po’ la situazione spagnola sa che la crisi qui fa rima con casa: case acquistate e mai terminate di pagare, che nella gran maggioranza dei casi sono andate agli istituti finanziari. I quali, nonostante i “saldi” degli ultimi tempi, non riescono più a vendere e quindi a rifinanziarsi. Dall’anno prossimo Rajoy prevede la vendita degli immobili terminati con un’attualizzazione “prudente” del prezzo.

A seguire arriverà una seconda ondata di fusioni tra banche e casse di risparmio (dopo la prima voluta da Zapatero), cui seguirà, ha spiegato Rajoy, una necessaria seconda ondata di prestiti statali per la ristrutturazione dei nuovi istituti che nasceranno. Ma perché il settore bancario spagnolo possa uscire dalla “palude” nelle quale stagna dall’inizio della crisi, i popolari pensano ad una modifica del sistema di supervisione e regolamentazione della Banca centrale spagnola.

Promessa mantenuta, almeno per ora, quella riguardante le imposte. Niente aumento delle tasse, almeno fin quando non si normalizzerà l’economia, promette il leader dei popolari, che anticipa però misure in tal senso a partire già dai prossimi tre mesi. E a proposito di tasse propone: niente Iva se non a compimento della fattura si tratti di piccole e medie imprese o liberi professionisti. Per la casa, poi, i popolari mettono in cantiere nuovi aiuti, con la diminuzione dell’Iva sull’acquisto degli immobili, rinnovando così le agevolazioni volute da Zapatero in scadenza a fine anno.

La sanità e dell’educazione sono tra i punti più scottanti del programma Rajoy, dopo le recenti manifestazioni degli insegnanti e dei medici. La prima verrà sottoposta, per ogni regione autonoma, ad un tetto di spesa per i servizi di base, la seconda, invece, sarà oggetto di una vera e propria riforma che metterà in campo il bilinguismo inglese-spagnolo, una strategia nazionale di qualità dell’educazione, un processo meritocratico di accesso alla professione per gli insegnanti, e infine una riforma universitaria che accrediterà l’innovazione, l’eccellenza e l’internazionalizzazione del sistema.

Ma Rajoy non si lascia sfuggire il resto dell’apparato statale. Oltre ai tagli nella pubblica amministrazione, i prossimi anni di governo avranno l’obiettivo di riformare la trasparenza, il buon governo e l’accesso all’informazione, soprattutto per quanto riguarda la televisione pubblica e gli organi di controllo, in cui i popolari vogliono potenziare l’intervento del Congresso. Sul quale, oggi, vantano una maggioranza stracciante.

 

Articolo ripreso da linkiesta.it

L’economia europea non crescera’ quest’anno

Eurolandia vivrà un’inevitabile contrazione dell’economia nel breve termine. Mario Draghi, a Berlino, dice chiaramente che la crisi non è finita.
Nel medio periodo, però, potranno mitigare gli effetti della crisi le riforme strutturali decise a Bruxelles. Cardine del discorso è poi il piano di Francoforte per rafforzare le banche europee, strette nella morsa della mancanza di capitale e delle difficoltà di procurarsi risorse.
Le parole del presidente arrivano a poche ore dalla pubblicazione del bollettino della Bce che, come annunciato, taglia le stime di crescita per l’eurozona: il pil di Eurolandia crescerà tra l’1,5 e l’1,7% nel 2011, tra il -0,4 e l’1% nel 2012 e tra lo 0,3 e il 2,3% nel 2013. Rispetto alle proiezioni di settembre, l’intervallo per il 2011 risulta infatti «più ristretto, mentre quello per il 2012 è stato modificato al ribasso in misura significativa» (tre mesi fa la forchetta era fra 0,4% e 2,2%). Il discorso di Draghi però sottolinea i punti decisivi sui cui si dovrà insistere, nei prossimi mesi, per uscire dalla crisi.
La premessa del presidente italiano, al suo primo discorso in qualità di numero uno della Bce nella capitale tedesca, è però l’eredità ricevuta da Ludwig Erhard, che dà il nome alla prolusione tenuta alla Frankfurter Allgemeine Zeitung: l’indipendenza della banca centrale per garantire la stabilità dei prezzi. Rassicurata la platea sul fatto di parlare un linguaggio “comune”, Draghi ha fornito una chiave di lettura delle misure decise a Francoforte la settimana scorsa dal consiglio direttivo della Bce. Le decisioni prese a Bruxelles, ha poi aggiunto commentando l’ultimo vertice dei 27 Paesi membri dell’Ue, vanno nella direzione giusta per rendere più robusta la credibilità dell’eurozona.
«Le banche sono sottoposte a una notevole pressione per mancanza di capitale e per la condizioni del funding», ha detto affrontando il tema cruciale del suo intervento alla Faz, dove era presenta anche il ministro delle Finanze Wolfgang Schaebule.
La spinta alla ricapitalizzazione «non è un processo semplice», ha spiegato, sottolineando che questa passa per tre opzioni, «l’aumento di capitale, la vendita degli asset, e la riduzione del credito».
«La prima opzione è migliore della seconda, e la seconda è molto meglio della terza», ha aggiunto, invitando le banche ad evitare una riduzione del credito all’economia reale».
Spiegando le decisioni prese a Francoforte, con il taglio del tasso di interesse di altri 25 punti base – all’1% – Draghi ha sottolineato che questa misura nelle condizioni attuali ha un impatto più debole del solito. In questa chiave si leggono le altre misure prese l’8 dicembre, come le aste a 36 mesi a tasso fisso e i fondi disponibili senza limiti per le banche.
Draghi si è poi soffermato sugli esiti del vertice europeo di Bruxelles, che ha incassato la sua approvazione: «Prese nel loro insieme penso che queste decisioni sono in grado di rendere la finanze pubbliche dell’area euro credibilmente robuste», ha detto citando le riforme strutturali della crescita, «troppo a lungo procrastinate dagli Stati europei», il patto di bilancio e il meccanismo di sanzione automatica per chi devia dalle regole. «Gli investitori però devono anche esser rassicurati del fatto che i debiti saranno onorati. La Grecia rimarrà un caso unico», ha detto ancora. A questo proposito è necessario il “firewall”, «per combattere le minacce alla stabilità finanziaria e al rischio di contagio» fra diversi mercati del debito sovrano. «Ed è cruciale – ha concluso – che il fondo Efsf sia operativo a pieno regime il prima possibile».
Testo ripreso da gazzettadelsud.it

Pericoloso investire nel mercato immobiliare in Cina

I regolatori del sistema finanziario cinese dovrebbero rivedere i dati che utilizzano per capire se le proprie banche sono in grado di sostenere un’improvvisa crisi economica. Inoltre, dovrebbero fornire maggiori spiegazioni sui requisiti di capitale imposti agli istituti. A dichiararlo è José Viñals, direttore del dipartimento dei mercati dei capitali del Fmi.

Le sue parole vengono da un’intervista rilasciata al Wall Street Journal ai margini del Financial System Stability Assessment, una conferenza tenutasi la scorsa settimana a Shanghai e dedicata alla valutazione dei sistemi finanziari asiatici.

Secondo Viñals, «ci sono notevoli lacune nei dati disponibili» per gli stress test delle banche cinesi. Nello specifico, per molte banche i dati relativi ai prestiti “non performanti” sono stati diffusi soltanto a partire dalla metà degli anni 2000.
Inoltre, è un dato di fatto che le riserve obbligatorie di capitale per le banche cinesi siano molto più alte rispetto a quelle stabilite a livello internazionale.

Ma i regolatori non avrebbero dato una spiegazione approfondita delle motivazioni di tale politica, né delle sue possibili conseguenze future. La salute del sistema finanziario del gigante asiatico è un tema caldo ormai da diversi mesi.

Per evitare il contagio da parte della crisi globale del 2008, l’esecutivo di Pechino ha infatti abbassato al minimo i tassi d’interesse, per dare una spinta alla propria economia. Ma, secondo molti esperti, ciò potrebbe scatenare un’ondata di prestiti tossici.

Particolarmente a rischio sono quelli concessi agli enti locali. E nei prossimi mesi vi si potrebbero aggiungere quelli immobiliari, dopo il recente calo dei prezzi del mattone gonfiati per mesi da una bolla speculativa.

 

Articolo ripreso da valori.it

Il blocco degli investimenti provoca il collasso dell’economia italiana ed europea

Nel corso degli ultimi mesi, vi è stata una sorprendente perdita di fiducia nel sistema finanziario europeo. In questo momento, effettivamente nessuno vuole prestare denaro alle nazioni europee in difficoltà finanziaria, e praticamente nessuno vuole prestare denaro alle grandi banche europee.
Ricordate, una delle ragioni principali della crisi finanziaria del 2008 è stata la pesante stretta creditizia che si è verificata qui, negli Stati Uniti. Questa strozzatura creditizia che sta fiorendo ora in Europa è solo un elemento della “tempesta perfetta” che si sta rapidamente avvicinando mentre ci apprestiamo ad entrare nel 2012. I segnali delle difficoltà sono ovunque.
In tutta Europa, i governi stanno applicando misure di austerità e riducendo drasticamente la spesa pubblica. Le banche europee stanno sostanzialmente tagliando l’attività creditizia, mentre cercano di soddisfare nuove ricapitalizzazioni che vengono loro imposte.
Nel frattempo, in tutta Europa, i rendimenti dei titoli di stato stanno andando alle stelle, dato che gli investitori non hanno più fiducia e chiedono rendimenti sempre più elevati per investire nel debito europeo. È ormai chiaro che, se non accade un miracolo, non pochi paesi europei e un numero significativo di banche europee non saranno in grado di ottenere dal mercato i finanziamenti di cui hanno bisogno nel 2012.
L’unica cosa che potrebbe evitare un crollo finanziario completo e totale in Europa è un’azione drammatica, di effetto, ma in questo momento i leader europei sono così impegnati a litigare tra loro che un piano coraggioso sembra fuori questione.
Quelle che seguono sono le 22 ragioni per cui potremmo assistere nel 2012 al collasso economico dell’Europa….
# 1 La Germania potrebbe salvare il resto d’Europa, ma questo richiederebbe un impegno finanziario senza precedenti, e il popolo tedesco non ha alcuna propensione a farlo. È stato stimato che il salvataggio in modo bastevole delle altre nazioni dell’Unione europea in difficoltà finanziaria costerebbe alla Germania il 7 per cento del PIL per diversi anni. Tale importo supererebbe di gran lunga le riparazioni incredibilmente pesanti che la Germania fu costretta a pagare in conseguenza della Prima guerra mondiale
Una serie di recenti indagini hanno dimostrato che il popolo tedesco è fermamente contrario al salvataggio del resto d’Europa. Per esempio, secondo un recente sondaggio, il 57 per cento del popolo tedesco è contro la creazione degli eurobond.
A questo punto, i politici tedeschi si oppongono fermamente a qualsiasi misura che imporrebbe un onere eccessivo sui contribuenti tedeschi, quindi, a meno di cambiamenti, questo significa che l’Europa non troverà salvezza al suo interno.
# 2 Gli Stati Uniti potrebbero salvare l’Europa, ma l’amministrazione Obama sa che questo sarebbe veramente duro da vendere al popolo statunitense nel corso della vicina stagione elettorale.
Ecco ciò che l’addetto stampa della Casa Bianca Jay Carney ha dichiarato oggi circa la possibilità di un piano di salvataggio dell’Europa da parte degli Stati Uniti ….

“È una cosa che devono risolvere e hanno la capacità di risolvere da soli, sia per capacità finanziaria che per volontà politica”

Carney ha anche affermato che l’amministrazione Obama non ha intenzione di impegnare “risorse aggiuntive” per salvare l’Europa ….

“Non crediamo in alcun modo che siano necessarie risorse aggiuntive dagli Stati Uniti e dai contribuenti americani.” 

# 3 In questo momento, le banche di tutta Europa stanno riducendo le speculazioni finanziarie con denaro preso a prestito, nel tentativo di soddisfare le nuove esigenze di ricapitalizzazione entro il prossimo giugno.
Secondo il noto giornalista finanziario Ambrose Evans-Pritchard, le banche europee hanno bisogno di ridurre la quantità di prestiti nei loro bilanci per circa 7.000 miliardi di dollari, al fine di portarsi su livelli di sicurezza ….
Le banche europee devono affrontare una contrazione di 7.000 miliardi di dollari di prestito per portare i loro bilanci in linea con Stati Uniti e Giappone, con l’incubo di intrappolare l’Europa in una strozzatura creditizia e nella depressione cronica per un decennio.
Cosa significa questo?
Questo significa che le banche europee diventeranno molto, molto avare con i prestiti.
Questo significa che in Europa sta per diventare veramente difficile acquistare una casa o espandere un’attività produttiva, in buona sostanza che l’economia europea sta per rallentare sensibilmente.
# 4 Le banche europee sono sovraccariche di “titoli tossici”, dei quali cercano disperatamente di sbarazzarsi. Proprio come abbiamo già visto con le banche degli Stati Uniti nel 2008, le grandi banche europee sono impegnate nel tentativo di scaricare montagne di titoli senza valore, comunque di un valore contabile pari a migliaia di miliardi di euro, che praticamente nessuno vuole comprare.
# 5 In tutta Europa, da parte dei governi stanno ora per essere imposti programmi di austerità. Ma i programmi di austerità governativi possono avere effetti economici molto negativi. Per esempio, abbiamo già visto cosa ha dovuto subire la Grecia per causa dell’austerità imposta dal governo:
100.000 aziende sono state costrette alla chiusura e un terzo della popolazione ora vive in povertà.
Ma ora i governi di tutta Europa hanno deciso che è l’austerità la strada da percorrere. Da un estratto di un recente articolo dell’Economist ….

I piani di bilancio della Francia stanno per essere approvati, sono probabili ulteriori tagli, che però saranno rimandati a dopo le elezioni di primavera. L’Italia deve ancora approvare un pacchetto di tagli più e più volte riesaminato. Il nuovo governo spagnolo ha promesso ulteriori tagli alla spesa, soprattutto alle spese regionali, al fine di raggiungere gli obiettivi di deficit concordati con Bruxelles.

# 6 L’ammontare del debito dovuto da alcune di queste nazioni europee è così grande che risulta difficile da comprendere. Per esempio, Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna, insieme devono al resto del mondo circa 3.000 miliardi di euro.
Quindi cosa potrà fare mai una massiccia austerità governativa  per nazioni travagliate come la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e l’Italia? Ambrose Evans-Pritchard è molto preoccupato di ciò che un ulteriore aumento della disoccupazione significherà per molti di questi paesi ….

Ad oggi, il tasso di disoccupazione giovanile in Giappone si aggira sul 10%. In Spagna è già al 46%, in Grecia al 43%, in Irlanda al 32%, e al 27%  in Italia. Scopriremo col tempo cosa produrrà su queste società un minor finanziamento derivato dal debito garantito dai loro titoli di stato.

# 7 L’Europa era in grado di salvare la Grecia e l’Irlanda, ma non c’è modo che l’Italia possa essere salvata, se richiederà un salvataggio definitivo.
Purtroppo, mentre leggete questo, l’Italia è nel bel mezzo di una crisi finanziaria enorme. Il rendimento dei titoli di stato italiani a due anni è circa il doppio di quello che si è verificato per la maggior parte dell’estate. Non c’è modo che sia sostenibile.
Sarebbe difficile quantificare in modo più pesante quanto di questa crisi l’Italia rappresenta.
Di seguito viene riportato come l’ex amministratore di fondi di investimento Bruce Krasting ha recentemente descritto la situazione attuale ….
A questo punto vi è zero possibilità che l’Italia possa rifinanziare una qualsiasi parte dei suoi 300 miliardi di dollari di debito in scadenza nel 2012. Se c’è qualcuno al tavolo che pensa ancora che l’Italia possa tirare fuori un miracolo, si sbaglia. Sono certo che i fantocci del sistema finanziario presso la BCE e la Banca centrale italiana lo capiscono. Ripeto, per l’Italia c’è una possibilità pari a zero per una soluzione di mercato.  
Krasting ritiene che, o l’Italia ottiene una gigantesca montagna di denaro da qualche parte, o farà “default” entro sei mesi, e questo significherà l’inizio di una depressione globale ….
Penso che la storia dell’Italia si compendi nel “risolvere o rovinare”. O si sistema questa situazione, o l’Italia farà default in meno di sei mesi. Effettivamente, non è che l’opzione di default sia nelle considerazioni dei responsabili politici. Se l’Italia non ce la fa, allora si sentirà un boato davvero tremendo. Finirebbe col tirarsi dietro la maggior parte dei prestatori globali, un discreto numero di paesi seguirebbe l’Italia nel vortice. A mio parere, un default dell’Italia causerà certamente una depressione globale, una di quelle depressioni che potrà comportare molti anni per venirne fuori.
# 8 Un default italiano può essere più vicino di quanto si possa pensare. Come il Telegraph ha recentemente riferito, solo per rifinanziare il debito esistente, il governo italiano deve vendere più di 30 miliardi di euro di nuovi titoli di stato entro la fine di gennaio ….
Il nuovo governo in Italia dovrà vendere più di 30 miliardi di euro di nuovi titoli di stato entro la fine di gennaio, per rifinanziare i propri debiti. Gli analisti dicono che nessuno garantisce che gli investitori compreranno tutte quelle obbligazioni, e questo potrebbe costringere l’Italia al default.
Ieri, il governo italiano ha comunicato che nei colloqui con la Cancelliera tedesca Angela Merkel e con il Presidente francese Nicolas Sarkozy, il Primo ministro Mario Monti avrebbe accettato il fatto che un crollo italiano “potrebbe significare inevitabilmente la fine dell’euro”.
 
# 9 Paesi europei, non nel novero dei “PIIGS”, stanno per affrontare un numero crescente di difficoltà. Per esempio, Standard & Poor’s ha recentemente declassato la posizione creditizia del Belgio ad AA .
# 10 Attualmente, declassamenti del credito stanno presentandosi incontrollati in tutta Europa. Si sta assistendo ad un nuovo declassamento quasi ad ogni settimana. Alcune nazioni sono state declassate diverse volte. Per esempio, Fitch ha declassato la posizione creditizia del Portogallo ancora una volta. A questo punto, si prevede che nel 2012 il PIL portoghese si ridurrà di circa il 3 per cento.
# 11 Il crollo finanziario dell’Ungheria non ha fatto molta notizia negli Stati Uniti, ma sarebbe stato il caso. Moody’s ha considerato la posizione creditizia del debito ungherese a livello spazzatura, e l’Ungheria si è ora assoggettata ad una richiesta formale all’Unione europea e al Fondo Monetario Internazionale per il suo salvataggio.
# 12 Anche la fiducia nel debito tedesco sembra vacillare. La scorsa settimana, la Germania ha dovuto incassare “una delle sue peggiori aste di bond”.
# 13 Le banche tedesche stanno cominciando a mostrare segni di debolezza. L’altro giorno, Moody’s ha declassato l’indice di affidabilità di 10 grandi banche tedesche.
# 14 Come il Telegraph ha recentemente riportato, il governo britannico sta ora predisponendo piani basati sul presupposto che un crollo dell’euro sia solo “una questione di tempo”….
Mentre il governo italiano combatteva per ottenere prestiti e la Spagna prendeva in considerazione la richiesta di un prestito internazionale, i  ministri britannici avvertivano privatamente che il crollo dell’euro, un tempo quasi impensabile, oggi è sempre più plausibile.
I diplomatici si stanno preparando ad aiutare i Britannici all’estero a sopportare un collasso bancario e persino ad affrontare sommosse derivanti dalla crisi del debito.
Il Tesoro ha confermato all’inizio di questo mese che la pianificazione di emergenza per un collasso è in corso.
Un ministro importante ha ora rivelato il grado di preoccupazione del governo, dicendo che la Gran Bretagna sta facendo programmi sulla base della considerazione che un crollo dell’euro sia ormai solo una questione di tempo. 
# 15 Si presumeva che l’European Financial Stability Facility (EFSF), il Fondo salva Stati, avrebbe dovuto contribuire a portare una certa stabilità alla situazione, ma la verità è che l’EFSF è già un “brutto scherzo”. È stato riferito che l’EFSF è già stato costretto ad acquistare una quantità enorme delle sue stesse obbligazioni.
# 16 Purtroppo, sembra che una corsa agli sportelli delle banche sia già iniziata in Europa. Il seguente estratto viene da un recente articolo su  The Economist ….

“Stiamo iniziando ad essere testimoni di segni che le società di capitali stanno ritirando i loro depositi dalle banche in Spagna, Italia, Francia e Belgio”, così ha scritto un analista di  Citi Group in un recente documento. “Questo è uno sviluppo preoccupante.”

# 17 La fiducia nelle banche europee è andata totalmente in frantumi e praticamente nessuno vuole prestare loro i soldi, al momento.
Quello che segue è un breve sunto di un recente articolo CNBC ….
I fondi del mercato monetario negli Stati Uniti hanno drammaticamente chiuso le loro finestre per i prestiti alle banche europee. Secondo l’Economist, Fitch stima che i fondi del mercato monetario statunitense in generale hanno ritirato il 42 per cento del loro denaro dalle banche europee.
E per la Francia questa dimensione è ancora maggiore – il 69 per cento. Anche i fondi monetari europei stanno entrando in azione. 
# 18 Ci sono decine di grandi banche europee che sono in pericolo di fallimento. La realtà è che le banche europee più importanti sono indebitate fino al collo e sono massicciamente esposte al debito sovrano. Prima di crollare nel 2008, il rapporto di indebitamento della Lehman Brothers era 31:1. Oggi, le grandi banche tedesche hanno un rapporto di indebitamento 32:1, e queste banche sono attualmente in possesso di una massiccia quantità di debito sovrano europeo.
# 19 Secondo il New York Times , l’economia dell’Unione europea è già destinata progressivamente a ridursi l’anno prossimo, e questo non tiene nemmeno in conto ciò che accadrà in caso di un totale collasso finanziario.
# 20 Sono già presenti segnali che l’economia europea sta seriamente rallentando. Gli ordinativi industriali nell’Eurozona sono diminuiti del 6,4 per cento nel mese di settembre. Questo è stato il più grande abbassamento che si sia verificato dal bel mezzo della crisi finanziaria nel 2008.
# 21 Il panico e la paura sono ovunque in Europa, in questo momento. L’indice di fiducia dei consumatori della Commissione europea è sceso per cinque mesi di fila.
# 22 I leader europei sono decisamente impegnati a darsi battaglia l’uno contro l’altro, e un vero consenso su come risolvere i problemi attuali sembra lontano al momento. Ecco come l’Express recentemente ha descritto le tensioni crescenti tra i leader tedeschi e inglesi ….
La Cancelliera tedesca ha respinto apertamente l’opposizione di David Cameron a una nuova tassa finanziaria da estendersi a tutta l’Europa, che avrebbe un impatto devastante sulla City di Londra, il centro commerciale e finanziario della Gran Bretagna.
E si è rifiutata di farsi convincere dall’appello di Cameron, che la Banca centrale europea sostenga l’euro. I mercati monetari si sono inabissati dopo il loro mancato accordo.
Cominciate a farvi un quadro della situazione?
Il sistema finanziario europeo si sta dibattendo in una massiccia quantità di difficoltà, e quando crollerà il mondo intero ne resterà scosso.
Ma non siamo solo noi a dire questo. Come già detto in un precedente articolo, esiste un gran numero di economisti autorevoli in tutto il mondo che ora stanno sostenendo che l’Europa è sull’orlo del collasso.
Per esempio, basta controllare quello che sta affermando Credit Suisse sulla situazione in Europa ….

“Sembra che siano iniziati gli ultimi giorni dell’euro, come noi oggi lo conosciamo. Molto probabilmente, questo non vuol dire un crollo totale, ma significa che alcune cose straordinarie quasi certamente dovranno accadere – probabilmente per la metà di gennaio – per impedire la chiusura progressiva di tutti i mercati obbligazionari sovrani dell’Eurozona, potenzialmente accompagnata da crescenti corse agli sportelli bancari anche delle banche più solide.”

Molti leader europei stanno promuovendo un’integrazione molto più profonda, e un “Superstato europeo”, come  risposta a questi problemi, ma ci vorrebbero anni per attuare i necessari drastici cambiamenti, e l’Europa non ha tutto questo tempo.
Se l’Europa sperimenterà un massiccio crollo economico e una prolungata depressione, per tanta gente questo potrà apparire “la fine del mondo”, ma le cose in conclusione si stabilizzeranno.
A questo punto, sembra che tante persone stiano pensando che l’economia globale, dal suo stato attuale stia entrando in uno stato di “Mad Max”, di catastrofe post-atomica,  nel giro di poche settimane. Beh, questo non accadrà. Le turbolenze in arrivo in Europa saranno solo un’altra “ondata” del crollo economico in corso nel mondo occidentale. Seguiranno altre “ondate”!
Naturalmente, questa crisi del debito sovrano potrebbe essere del tutto allontanata se i paesi del mondo occidentale chiudessero le loro banche centrali e iniziassero ad emettere moneta libera dal debito.
La verità è che non esiste alcun motivo per cui una qualsiasi nazione sovrana sulla terra debba mai entrare in debito anche per un solo centesimo con qualcuno. Se una nazione è veramente sovrana, allora il governo ha il diritto di emettere tutto il denaro libero dal debito che vuole. Sì, l’inflazione sarebbe sempre un potenziale pericolo in un tale sistema (lo stesso che sotto la gestione delle banche centrali), ma il denaro libero dal debito avrebbe il significato che i problemi di debito pubblico sarebbero una cosa del passato.
Purtroppo, la maggior parte dei paesi del mondo opera in un sistema in cui si crea più debito pubblico quanta più moneta viene creata. Il risultato inevitabile di un tale sistema è quello al quale stiamo assistendo ora: quasi tutto il mondo occidentale sta annegando nei debiti.
Ci sono alternative al nostro sistema attuale. Ma nessuno nel sistema mediatico di informazioni ne parla mai.
Così, invece di concentrarci sui modi davvero creativi per affrontare i nostri problemi attuali, ci apprestiamo tutti a sperimentare il dolore amaro del collasso economico in arrivo.
Articolo ripreso da Ilupidieinstein su blogspot.com

Haircut del debito obbligazionario italiano

E questo bellissimo articolo di Oscar Giannino su Chicago Blog sintetizza benissimo le nostre idee.

“Il peggio deve ancora  venire”. Così si è espresso lo scorso 22 marzo, parlando dell’eurocrisi, non proprio l’ultimo degli sprovveduti. E’ infati l’opinione di Willem Buiter, chief economist di Citigroup. Ma soprattutto economista, visto che per anni ha servito Bank of England nel suo Monetary Commitee,  e non proprio un banchiere d’assalto, visto che pochi mesi prima di assumere l’incarico in Citi a fine 209 nel suo blog l’aveva descritto come “un conglomerato dedito alle peggiori pratiche lungo l’intero spettro dell’intermediazione finaziaria”.

Perché Buiter ha questa opinione, mentre gli spread sono scesi di centiniaia di punti rispetto al picco della crisi, tre mesi fa? Perché stiamo tirando il fiato illudendoci di esser tornati a guardar le stelle, ma in realtà non stiamo traendo la giusta lezione dalla crisi greca.

Penso che Buiter abbia ragione. E aggiungo: la lezione greca dovrebbe valere proprio per i Paesi non tripla A, ad altissimo debito, bassa crescita, altissima spesa pubblica e tasse. In altre parole: de te Ausonia loquitur. Sono due, le considerazioni essenziali di uno scenario che non va considerato pessimista, ma al contrario prettamente realista. La prima è che risulta evidente proprio in queste settimane post controlled default greco, che le tensioni di finanza pubblica degli euromembri restano forti.

Non è escluso che Atene non ce la faccia comunque e abbia bisogno di nuovi aiuti. Si è aggiunta la nuova crisi spagnola, troppo lontana dagli obiettivi di rientro dichiarati, e a serio rischio di diventare assai presto a propria volta un Trojka country. Poi il Portogallo. L’Irlanda. Persino l’Olanda, alle prese con tagli assai superiori alle sue attese, se vuole stare negli obiettivi del fiscal compact.

La seconda è quella strettamente collegata al default controllato greco. Non è saltata nessuna banca né alcun hedge fund. Non c’è stato alcun effetto contagio. Anzi, si è diffuso un eccessivo ottimismo malgrado 160 miliardi di haircut ai detentori di titoli pubblici greci, in grazioso cambio di circa 60 miliardi di carta a bassissimo rendimento e a lunghissima scadenza.

Se però questo effetto si è prodotto, tanto varrebbe approfittarne. Degli oltre 500 miliardi di eurotitoli pubblici in scadenza per Paesi non tripla A nei tre trimestri residui del 2012, oltre 300 miliardi è costituita da titoli italiani. Il 50% dei quasi due trilioni di euro di debito pubblico italiano va in scadenza nei prossimi due anni.

Ora è vero che negli ultimi tre mesi il rendimento del  Btp decennale è sceso  di 250 punti base sino a sotto la soglia del 5%, prima di risalire ora verso quota 320. E che al Tesoro, la direzione preposta al debito pubblico guidata da Maria Cannata sta esaminando tutte le possibili strategie per tornare ad allungare la duration del nostro debito pubblico senza chiamare i bondholders ad alcuna perdita di valore.

Tuttavia, per l’Italia sarebbe il caso di fare di più. La penso in questo come Georges Ugeux, CEO di Galileo Global Advisors, che ne ha scritto il 25 marzo sull’Huffington Post. L’Italia  potrebbe – meglio: dovrebbe  – pensare a una vera e propria ristrutturazione straordinaria del proprio debito pubblico. Certo, con un haircut assai inferiore al quasi 70% inflitto ai bondholder greci. Ma comunque di una notevole consistenza.

Si comprende al volo che anche solo ventilare la remota ipotesi di una ristrutturazione straordinaria del debito di un Paese sovrano provochi reazioni di immediato e sdegnato rigetto da parte del suo governo. Ne va del prestigio nazionale, inevitabilmente legato alla piena garanzia di solvibilità. Purtuttavia, seguitemi nel ragionamento.

Primo: il governo Monti è quello più adatto a potersi sobbarcare una simile operazione, stante la sua natura tecnica e d’emergenza. So bene che è nato sulla base di un’idea diversa, che bastasse cioè a garantire la piena e ordinaria solvibilità il fare i compiti a casa raccomandatici dall’Europa e da troppi anni smentiti e denegati da una politica inetta e imbelle. Ma nell’emergenza è un governo d’emergenza meglio che politico, a poter trattare le migliori condizioni con mercati e Trojka.

Secondo: il governo Monti sinora si è mosso sulla stessa linea che l’Italia segue da vent’anni a questa parte quando la sua finanza pubblica finisce alle corde e nei guai. Avanzi primari di 5-6 punti di Pil, realizzati per la più gran parte con nuovi aggravi fiscali. Senza nessuna cessione di asset per abbattere più rapidamente e non recessivamente il debito. E senza toccare la spesa corrente che continua inerzialmente a crescere, anche se a un tasso meno rapido dopo le quattro manovre assunte nel 2011 e dopo l’unica vera riforma salvifica – quanto a finanza pubblica – sin qui assunta: quella delle pensioni.

Terzo: la conseguenza è che famiglie e imprese italiane, alla luce del peggioramento del Pil figlio sia dell’eurocrisi sia della quindicennale e pre esistente tendenza italiana alla bassa crescita, continueranno a trovarsi esposti a nuovi gravi fiscali ulteriori, visto che le ipotesi macro assunte a base del salva-Italia nel dicembre scorso non sono più coerenti con l’azzeramento del deficit, a cui siamo comunque tenuti nel 2013.

Quarto e conclusione: almeno, se ristrutturiamo volontariamente e con la debita assistenza internazionale la montagna di debito pubblico in scadenza, ancoriamo a un beneficio certo e quantificabile il salasso a cui stiamo sottoponendo l’Italia legale e produttiva. Altrimenti, lo Stato si piglierà per sé sempre di più ma il debito continuerà a crescere, l’Europa e i mercati a sospettarci e tenerci nel mirino.

Chi la pensa come me farebbe diversamente. Cederebbe i 500 miliardi di mattoni di Stato per l’abbattimento del debito in conto patrimoniale. E in conto economico ridurrebbe perimetro e piante organiche pubbliche a ogni livello, aprendo a colpi d’ariete punti e punti di Pil a meno tasse e più crescita.

Ma se fare tutto ciò  è davvero così impensabile e impossibile anche a un governo dei tecnici, se è vero come è vero che in consiglio dei ministri  Giarda ha accusato Grilli di tenersi la delega fiscale in tasca e Grilli ha replicato di aspettarsi poco o nulla dalla spending review di Giarda, allora almeno si ristrutturi il debito pubblico. Altrimenti, l’Italia legale sarà sempre più condannata all’anossia.

 

Articolo ripreso da Chicago-Blog.it