Categoria: derivati

Guadagnare con il trading sui derivati l’ultima frontiera dell’online

Se per molti è solo un hobby, per altri invece è una professione. Nell’ultimo anno il trading on line ha dimostrato non solo di aver attecchito con successo, ma anche di offrire sempre maggiori strumenti per svolgere dalla propria scrivania un’attività così adrenalinica come quella degli investimenti in Borsa.

Secondo il rapporto di Borsa Italiana – Gfk Eurisko, riportato lo scorso mese da “Il Sole 24 Ore”, nella Vicina Penisola i trader online sarebbero cresciuti notevolmente negli ultimi dodici mesi. Si parla di 560 mila conti attivi, quelli da cui è stata fatta almeno un’operazione mensile: di questi, 155 mila effettuerebbero almeno un’operazione nell’arco di un mese, mentre 18-20 mila sarebbero da considerarsi “day trader”, ovvero dei professionisti che si guadagnano da vivere con questa attività.

Il dato che spicca dalla relazione sono gli strumenti d’investimento preferiti dagli investitori e le nuove tendenze. Prime della lista dei preferiti rimangono le azioni, trattate dall’84% degli intervistati, con 20,5 milioni di scambi nel 2011 leggermente in calo rispetto al 2009, seguite dai titoli di Stato; il 45% degli interpellati nell’indagine dice di aver negoziato futures e opzioni, in crescita del 19% rispetto al 2005. Del 20% aumentano anche Etf scelti dal 38% dei trader intervistati.

A farsi sempre più strada in questo settore sono i prodotti derivati. Dal 2009, quando i lotto scambiati erano circa 10,5 milioni, il numero nel 2011 è lievitato a 14,1 milioni. Questo trend sarebbe giustificato dal guadagno elevato, partendo da un investimento limitato. I rischi sono molti, soprattutto per i trader meno esperti che non considerano l’effetto leva, causa principale legata alle peggiori perdite. Sempre in Italia, mentre il 31% degli intervistati considera i derivati ottimi strumenti per cogliere i “movimenti veloci del mercato”, solo il 19% li utilizzerebbe con il loro scopo originario di copertura.

Qual è invece la tendenza in merito all’impiego dei derivati in Svizzera e nel resto del mondo?

Eros Lombardo, direttore della società Oftrader Sa con sede a Savosa, conferma la tendenza generalizzata degli investitori all’utilizzo di strumenti derivati, soprattutto grazie al continuo ampliamento dell’offerta da parte di brokers internazionali specializzati. “Fino a qualche anno fa i derivati erano visti come strumenti ad uso puramente speculativo, nei quali riporre una scommessa a leva per moltiplicare il potenziale profitto. Negli ultimi tempi stiamo assistendo invece a un utilizzo più consapevole e corretto dei derivati come strumento anche di copertura e investimento.

Grazie alla leva finanziaria è possibile, infatti, investire in misura maggiormente diversificata il portafoglio e coprire parzialmente o integralmente lo stesso senza dover disporre sul conto trading delle somme pari al sottostante. In pratica, è possibile fare un asset allocation bilanciata avendo sul conto trading solo una piccola parte – ragionevolmente pari almeno al 10% – del capitale disponibile e investendo la maggior parte della liquidità residua in strumenti finanziari a basso rischio”.

Anche Bruno Chastonay, noto analista finanziario della piazza finanziaria ticinese, è sulla stessa linea d’onda e conferma il trend anche per la Svizzera: “C’è un uso sempre più importante di questi strumenti – anche legato alla tipologia della struttura della piattaforma di trading on-line. Per attivare un conto e fare una gestione non servono grandi capitali anzi, con poche migliaia è già possibile operare, ma con questi importi, si può logicamente solo utilizzare una leva (fino a 40 volte) tramite prodotti strutturati, opzioni, CFD’s.

Inoltre i clienti che danno un mandato di gestione sulla piattaforma, possono tutelarsi sulla perdita massima della gestione, sul 100% del capitale conferito: tramite il trading on line il massimo della possibilità è di “andare a zero” sul conto, con obbligo di stop-loss adeguati, o liquidazioni automatizzate dal gestore piattaforma. I volumi dipendono dal nervosismo sui mercati, le aspettative, le risposte e altri fattori”.

 

Articolo ripreso dal sito ticinofinanza.ch

Il debito pubblico italiano ritorna a livelli pericolosi nei confronti del Bund

181, 237, 4,741%. Questi erano tre valori che, il 3 gennaio del 2011, ci facevano dormire sonni (più o meno) tranquilli. Si tratta di spread Btp/Bund, CDS e rendimento dei Btp decennali, parole che nel corso degli ultimi dodici mesi abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene. Non a caso, dopo oltre un anno, fa stupore leggere i dati di oggi. Numeri che somigliano a quelli che aveva l’Irlanda poco prima di capitolare e chiedere l’aiuto della comunità internazionale.

Se fino a fine aprile non c’erano avvisaglie, da inizio maggio è stato un declino esponenziale. Il contagio della crisi dell’eurodebito ha spazzato l’Italia con una furia impressionante. Prima i Money market fund (Mmf) hanno iniziato a ritirare la liquidità dall’Europa, poi l’Italia è stata oggetto delle coperture delle banche di mezzo mondo, che hanno ridotto velocemente le propria esposizione sui titoli di Stato italiani.

Più saliva la tensione politica, più calava la liquidità, lasciando gli istituti di credito italiani a secco. E via andare. Con questo passo, l’Europa si è trovata presto ad affrontare una criticità imprevista e di difficile gestione. Andato via Silvio Berlusconi e arrivato Mario Monti, il sentiment degli investitori è cambiato, ma non di molto. Di contro, è mutata la consapevolezza della crisi negli italiani.

Quello che è certo è che l’Italia del 2012 dovrà fare i conti con questa nuova realtà. Dopo una serie di manovra economiche più focalizzate sull’austerity che su riforme e crescita, i due punti deboli dell’Italia per antonomasia, il Paese si è risvegliato spaventato. È la paura della recessione, i cui germi si possono già vedere da alcuni mesi, che sta aleggiando. È la paura di un’Europa sempre più debole e disunita. È la paura di un default sovrano, uno scenario che l’Argentina ha conosciuto esattamente dieci anni fa. Ma non è solo questo.

L’Italia sta prendendo coscienza che l’età dell’oro degli anni passati sta terminando. Come in tutti i processi economici, ci sono le fasi di espansione e quelle di contrazione. Amare e cavalcare le prime è molto più facile che digerire e resistere alle seconde. Eppure, questo è ciò che si deve fare.

Qualcosa è cambiato. L’Europa e l’euro ci hanno protetto dagli shock esogeni nel corso dell’ultimo decennio, ma ora non più. Gli investitori hanno perso la fiducia nell’eurozona in generale e nell’Italia in particolare. Farla ritrovare non sarà semplice.

 

Testo articolo ripreso da linkiesta.it

La banca dei regolamenti internazionali di Basilea denuncia la crescita abnorme dei derivati

La Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea nel suo ultimo rapporto trimestrale conferma l’impazzimento della finanza globale. I derivati finanziari Over the counter (Otc), cioè quelli negoziati fuori dai mercati regolamentati e tenuti fuori bilancio, nel primo semestre del 2011 sono aumentati in modo stratosferico.

Alla fine di giugno il valore nozionale totale degli Otc ha raggiunto 708 trilioni di dollari con un aumento del 18% rispetto ai livelli calcolati a fine dicembre 2010!

In sei mesi, quindi, le operazioni in derivati sono aumentate di 107 trilioni, cioè di 107.000 miliardi di dollari! Sono stati superati tutti i record.

Si ricordi che alla vigilia della grande crisi, a giugno 2008, il totale Otc aveva raggiunto la vetta di 673 trilioni di dollari.

La straordinaria crescita di tali titoli è avvenuta nonostante i tanti ottimistici impegni a riformare il sistema finanziario globale assunti dal mondo politico nei vari meeting internazionali dopo il crollo della Lehman Brothers.

Ora, mentre il Fmi paventa una recessione nel mondo cosiddetto avanzato, la Bce la dà per certa in Europa e l’Ocse parla di gravi rischi di una “crescita negativa”, le grandi banche internazionali, in primis quelle americane ed inglesi, ed il sistema bancario ombra da loro controllato, hanno dato una accelerata senza precedenti ai prodotti derivati.

La finanza speculativa si allarga a dismisura e l’economia reale e produttiva si contrae! C’è il rischio di un’altra crisi molto più devastante di quella che stiamo ancora vivendo

La Bri rivela che l’esplosione dei contratti Otc è determinata quasi totalmente dalla crescita dei derivati accesi sul rischio dei tassi di interesse. Da soli essi coprono 554 trilioni. In questo campo le operazioni sono aumentate del 19% in 6 mesi. Sono contratti fatti un po’ in tutte le principali monete.

Un altro aspetto preoccupante è che la maggior parte dei contratti suddetti ha una scadenza sempre più breve. Quelli con scadenza oltre i 5 anni si sono ridotti del 6%, assestandosi intorno a 130 trilioni di dollari, mentre quelli con scadenza a meno di un anno sono aumentati del 30% raggiungendo i 247 trilioni di dollari.

Ciò è sintomo di alta instabilità e di grande volatilità che, nel momento in cui gli Otc entrassero in fibrillazione, potrebbero provocare un devastante “effetto valanga” soprattutto sulle economie più deboli. Potrebbero esserci effetti negativi anche sulle monete in cui i contratti sono stati sottoscritti.

Certamente questa nuova ondata speculativa soddisfa gli operatori e gli speculatori della City e di Wall Street. Secondo l’Office of the Comptroller of the Currency (Occ), l’agenzia che regola e controlla il sistema bancario americano, nel terzo trimestre del 2011 le banche Usa hanno infatti registrato dei profitti enormi: 13, 1 miliardi di dollari con un aumento del 78% rispetto al trimestre precedente.

L’Occ tra l’altro dimostra che i derivati creati dalle banche americane sono poco meno di 250 trilioni di dollari, di cui l’87% in prodotti strutturati sui tassi di interesse.

Si ripropone la grande questione delle banche “too big to fail”, quelle troppo grandi per lasciarle fallire, che di fatto hanno determinato il sistema economico e finanziario e hanno ricattato il mondo politico. Nel frattempo esse hanno accelerato il loro processo di concentrazione e di controllo del potere finanziario.

Infatti, se nel 2009 le cinque maggiori banche americane detenevano l’80% di tutti i derivati emessi negli Usa, oggi 4 banche soltanto, la JP Morgan Chase, la City Group, la Bank of America e la Goldman Sachs, ne detengono il 94% del totale.

Dai preoccupanti dati esposti emerge con forza la necessità per l’Italia e per l’Europa non solo di adottare con celerità le decisioni di propria competenza, ma anche soprattutto di giocare un ruolo più attivo in sede di G20 dove, purtroppo, finora non si è mai deciso nulla di realmente efficace contro lo strapotere del sistema bancario finanziario speculativo.

 

Articolo ripreso da ariannaeditrice.it

La recessione 2012 sara’ non solo italiana ma anche europea

L’interrogarsi sull’impatto più o meno depressivo della manovra di finanza pubblica ha qualcosa di curioso. Sembra sfuggire che la manovra deve essere recessiva. Se non lo fosse o se, grazie a una magia delle aspettative, avesse addirittura effetti espansivi sulla domanda per consumi e investimenti sarebbe un problema.

Si dovrebbero mettere in campo nuove misure fiscali di restrizione. Non è un paradosso. È il meccanismo di riequilibrio vigente nell’euro che comanda recessione. L’aggiustamento degli squilibri intra-area è esclusivamente a carico dei paesi in deficit di competitività e indebitati. E si deve espletare attraverso la contrazione della loro domanda interna e l’abbassamento delle dinamiche di prezzi e salari sotto quelle dei paesi “virtuosi”. Null’altro viene prescritto, men che meno per le economie in surplus che sono state concausa degli sbilanci intra-area. Perché si fatica a prenderne atto? L’applicazione della regola europea, ribadita al vertice del 9 dicembre col progetto di una Unione fiscale di stabilità, si incardina su politiche deflative.

L’AMPIEZZA DELLA RECESSIONE

Se recessione da austerità ha da essere, la determinazione di quanto sarà profonda è, tuttavia, soggetta a un alto grado di incertezza per la situazione senza precedenti in cui ci si trova. Francesco Daveri propone un interessante confronto con l’altra grande manovra adottata dall’Italia un ventennio fa, quella di Giuliano Amato del settembre 1992 che fu di portata comparabile, nei valori assoluti attualizzati, con quelle cumulatesi dalla scorsa estate.

Ma a parte la consonanza di cifre, sussistono differenze rispetto ad allora. Due sono fondamentali: non abbiamo più a disposizione il cambio, che nel 1992-93 si svalutò fortemente sostenendo le esportazioni; non siamo gli unici a stringere in Europa, anzi ci si trova nella pericolosa condizione, imposta dalle regole europee, di una deflazione praticamente coordinata, senza alcuna compensazione di stimolo altrove nell’area.
Per cercare di avere ordini di grandezza dei possibili effetti, tenendo conto delle differenze rispetto al 1992, si può ricorrere alle stime dell’Fmi che ha studiato oltre 170 episodi di aggiustamento fiscale di 17 paesi avanzati nel periodo 1980-2009.
La domanda a cui risponde il Fondo è: quanto è stato, in media nel panel esaminato, l’effetto sul Pil reale di una correzione di bilancio pari all’1 per cento di prodotto interno lordo? L’Fmi fornisce, quindi, delle elasticità di risposta che possono essere utilmente applicate al caso del consolidamento italiano. Procedendo in questo modo si suppone che il Pil dell’Italia reagirà nei prossimi anni all’azione di contenimento della finanza pubblica in modo simile a quanto si è osservato, in media, nelle 17 economie durante l’ultimo trentennio.

SE NON SI PUÒ AGIRE SUL CAMBIO

Ma è questo il caso rilevante per la situazione italiana? Forse per l’Italia del 1992-93, non per quella di oggi. Le simulazioni dell’Fmi includono esperienze di consolidamento fiscale tipicamente accompagnate da stimolo monetario e deprezzamento del cambio. Il primo ha consentito di contenere la flessione della domanda interna, il secondo ha sospinto le esportazioni nette. Entrambi questi canali di compensazione sono, però, assenti nelle attuali condizioni. Sul fronte dei tassi d’interesse, la politica monetaria ha perso efficacia nella trasmissione degli stimoli al sistema bancario e il rischio più che concreto è semmai quello di un credit crunch che si sommerebbe alla restrizione fiscale. Per il cambio, la svalutazione non può avere luogo per la porzione di interscambio dell’Italia (45 per cento) intrattenuta con i paesi euro, che è quella rilevante per il riequilibrio all’interno dell’area.
Sembrano quindi più vicine all’odierna situazione italiana le elasticità stimate dall’Fmi in assenza di deprezzamento del cambio (e senza, quindi, risposta delle esportazioni nette). Adottando queste valutazioni, il costo del consolidamento fiscale dell’Italia in termini di minore output si amplifica sensibilmente, risultando pari a poco meno di 5 punti percentuali nell’arco del triennio 2012-14; la flessione sarebbe più consistente nel prossimo biennio (-2 per cento all’anno nel 2012-13) e tenderebbe a estendersi al 2014. L’assenza della svalutazione ha dunque un’influenza fondamentale nell’inasprire l’impatto del consolidamento: solo per questo motivo ci si può attendere un’incidenza sul Pil all’incirca doppia rispetto a quanto sperimentato venti anni fa.
Ma anche tali quantificazioni non vanno del tutto bene. Non considerano il fatto che l’Italia non è sola nell’implementare severe misure di risanamento. L’austerità fiscale è perseguita praticamente dappertutto in Europa, anche dalla Germania. Gli effetti sul Pil quando molti paesi adottano contemporaneamente provvedimenti di austerità si accrescono. E ciò è particolarmente vero nel caso europeo dove gli intensi legami commerciali non fanno che amplificare la trasmissione tra le economie di interventi simultanei volti a comprimere le domande nazionali. Ma anche la possibilità di dolorose “svalutazioni interne” viene a essere preclusa nell’attuale contesto europeo: è impossibile che tutti i paesi riescano ad abbassare, allo stesso tempo e nella misura necessaria per il riequilibrio, i loro prezzi e costi rispetto a tutti gli altri partner.
Le simulazioni dell’Fmi, ottenute con una metodologia diversa dalle precedenti, consentono di avere un’idea dell’inasprimento dell’impatto restrittivo di azioni simultanee. Delle varianti analizzate dal Fondo si considera quella in cui l’autorità monetaria non ha spazi per stimoli monetari, più vicina all’attuale condizione europea. Applicando le stime di elasticità al consolidamento italiano (caso C) la perdita di prodotto conseguente all’austerità fiscale si commisurerebbe in circa 8 punti percentuali nel prossimo triennio, con una caduta più forte concentrata nel biennio 2012-13 seguita da un parziale rimbalzo. È possibile che questo effetto risulti sovrastimato nella situazione italiana per il fatto che altrove, fuori dall’Europa, la corsa al consolidamento fiscale non è la regola.

Tuttavia è lecito attendersi dalla simultaneità degli aggiustamenti europei un sostanziale rafforzamento dell’impatto depressivo rispetto al caso, più simile all’esperienza del 1992, in cui l’Italia sia la sola a risanare e non benefici di maggiori esportazioni nette.
Qualunque sia lo scenario di base a cui i vari sviluppi presi in considerazione vengono applicati, la prospettiva che ne scaturisce è di una recessione significativa, in particolare se si considera la condizione di “deflazione coordinata” vigente in Europa; in quest’ultimo caso la perdita di prodotto potrebbe essere tale da mettere a rischio la riduzione del rapporto deficit/Pil.

Soprattutto la recessione interviene non al picco di un ciclo espansivo, ma quando sono ancora aperte le ferite della flessione precedente. L’output gap è pressoché ovunque ampiamente negativo, i tassi di disoccupazione si situano ben al di sopra dei valori di equilibrio. Anche in un paese come l’Italia, affetto da bassa crescita di lungo periodo, la condizione attuale è quella di una economia che ha carenza di domanda, non di offerta. Le misure di austerità sottraggono ulteriormente domanda aggregata e conducono a un peggioramento del mercato del lavoro. Le misure di inclusione di giovani e donne e la prospettata riforma del mercato del lavoro perdono gran parte della loro efficacia in condizioni di disoccupazione di tipo keynesiano.

Si è detto all’inizio che questa è la conseguenza dell’applicazione della regola europea. Essa è resa vieppiù cieca in tempi di crisi del debito: il risanamento deve realizzarsi subito indipendentemente dal ciclo, una prescrizione da anni Trenta. Certo si può sostenere che sono i mercati a imporlo. Ma questo è vero solo nell’attuale modus operandi di regole e rapporti di forza europei. È possibile immaginare, sono tanti a farlo, gestioni diverse della crisi meno costellate da errori e in cui un ruolo attivo, massiccio e convincente della Bce, nell’ambito degli attuali Trattati, riduca i timori degli investitori e allontani la prospettiva di avvitamento autodistruttivo delle economie europee.

 

Articolo ripreso da lavoce.info

La trasformazione del debito pubblico da domestico ad estero portera’ alla sua implosione

Paul Krugman osserva in un recente libro che la globalizzazione finanziaria sviluppatasi dopo il crollo del comunismo è una causa importante della crisi che stiamo vivendo in questi ultimi anni.

Venuta meno la paura che il comunismo potesse conquistare paesi del Terzo Mondo, diventava interessante investire nel loro debito pubblico, la cui remunerazione era spesso molto più alta di quella derivante dai titoli dei debiti pubblici delle economie più avanzate.

Scrive Krugman: “Insieme alla crescita del sistema bancario-ombra, negli ultimi quindici anni c’è stata un’altra trasformazione strutturale nel sistema finanziario, per cui gli investitori di ciascun paese detengono grosse partecipazioni finanziarie in altri paesi” (cit., pag.197).

Il meccanismo delle partecipazioni incrociate fa sì che, ad esempio, gli investitori americani abbiano titoli di paesi esteri, ed investitori esteri titoli americani; questo fatto, unito all’innovazione finanziaria ed alla speculazione, ha prodotto gravi conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, a cominciare dai danni subiti dai 450.000 risparmiatori italiani coinvolti nel default dell’Argentina del 2001 (Stock, cit.), al più recente default dell’Islanda causato dalla crisi dei mutui subprime americani, fino alle odierne tensioni sul debito pubblico nell’Eurozona.

Il recente invito dell’imprenditore Giuliano Melani agli italiani di sottoscrivere in massa i titoli pubblici del nostro Paese, cui hanno fatto seguito iniziative simili da parte di altri manager, politici, banchieri, giornalisti, è quindi tutt’altro che privo di fondamento.

Il debito pubblico italiano, stimato in circa 1.900 miliardi di euro, è in valore assoluto il quarto debito del mondo ed ha una elevata incidenza sul prodotto interno lordo, pari a circa il 120 per cento del Pil nazionale; è completamente fuori dal parametro di Maastricht che prevede un’incidenza massima del 60 per cento sul Pil (Napoleoni, pag.56), ma è soprattutto per metà in mano ad investitori esteri, fra i quali ci sono speculatori, banche, fondi di investimento che risentono del giudizio di rischiosità che sul nostro debito viene dato, per diverse ragioni (instabilità politica, mancanza di crescita, invecchiamento demografico, ecc.), dalle agenzie di rating internazionali.

Si determina così un circolo vizioso del debito pubblico sovrano, che non trova riscontro per esempio nella situazione attuale del Giappone, che ha in valore assoluto il secondo debito pubblico del mondo, superiore ai diecimila miliardi di dollari e secondo per entità solo agli Stati Uniti (indebitati per oltre quattordicimila miliardi di dollari, in Plutino, cit.), e che detiene inoltre il record di un rapporto debito/Pil che si avvicina al 200 per cento: una percentuale che sarebbe insostenibile per qualsiasi altro paese, ma che in questo caso non determina alcun allarme perché il 95% del suo debito pubblico è detenuto dagli stessi risparmiatori giapponesi (Arfaras, cit., pag.19).

Si crea perciò una sorta di “partita di giro”, dove nel bilancio dello Stato sono i cittadini, nel loro ruolo di “soci” dell’azienda pubblica, che finanziano il debito, percependo peraltro interessi che in questo modo rimangono all’interno del paese.

La trasformazione del debito pubblico da estero a domestico, naturalmente, non risolve il problema del debito stesso, che va comunque aggredito per ridurre il rapporto debito/Pil, agendo sia sul numeratore (cioè cercando di ridurre il valore assoluto del debito con opportune politiche pubbliche), sia sul denominatore attraverso politiche che incentivino la crescita economica e quindi l’aumento stesso del Pil.

Ma la trasformazione del debito pubblico in debito prevalentemente domestico consente, per utilizzare una terminologia che va per la maggiore, di “mettere in sicurezza” il debito, cioè di toglierlo dalle mani della speculazione internazionale e di quegli investitori, principalmente banche e fondi, che decidono in base ai rating; il meccanismo dei rating è perverso, perché genera un circolo vizioso che tende a peggiorare la situazione, creando una sorta di profezia che si auto-adempie.

“Mettere in sicurezza” il debito pubblico nazionale vuol dire poter poi prendere tutti gli altri provvedimenti politici di riduzione del debito e di aumento del Pil, che pure sono necessari, senza dover procedere emotivamente con soluzioni d’emergenza le cui conseguenze potrebbero rivelarsi di segno opposto, cioè recessive.

La recessione, come noto, oltre a ridurre il denominatore del rapporto debito/Pil, ha anche una influenza negativa (e di segno opposto) sul numeratore, perché obbliga lo Stato ad interventi di spesa a sostegno dell’economia in crisi e quindi finisce con l’aumentare il debito invece di ridurlo.

La ricchezza degli italiani è ampiamente sufficiente per sostenere integralmente il debito pubblico nazionale: Banca d’Italia (cit.) ha stimato a fine 2009 in 9.448 miliardi di euro la ricchezza lorda totale degli italiani, di cui il 37,7% erano attività finanziarie (pari a 3.565 miliardi di euro); una ricchezza male distribuita, se pensiamo che il 10% più ricco della popolazione possiede il 45% della ricchezza totale, ma che è dieci volte superiore a quanto serve ogni anno allo Stato per rifinanziare il debito pubblico in scadenza (Massaro, cit.). Un dato, questo, confermato di recente anche dal “Global Wealth Report” elaborato da Credit Suisse Research (in Incorvati, cit.).

L’importanza del debito pubblico domestico è stata ampiamente sottolineata dalla letteratura economica, anche quella più recente: nel libro “Questa Volta è Diverso”, Carmen M. Reinhart e Kenneth S. Rogoff hanno individuato circa 70 situazioni di crisi o default del debito pubblico domestico, contro 250 situazioni di default del debito estero; il debito domestico è più sicuro di quello estero, anche se può essere soggetto a maggiore rischio di inflazione; l’eventuale default determinerebbe la rottura del “contratto sociale” e quindi conseguenze politiche, comunque sempre interne.

Ma il debito pubblico si può considerare domestico, osservano ancora Reinhart e Rogoff, solo se si verificano tre condizioni: deve essere “denominato in moneta locale, soggetto alla giurisdizione del paese emittente e detenuto da residenti nazionali” (cit., pag.89).

Le tre condizioni sono tutte necessarie, ed evidentemente la terza è quella che ci permette non solo di impedire la speculazione internazionale sul debito, ma anche di riconoscere la piena sovranità dei cittadini all’interno dello Stato in cui vivono; con una parte consistente del debito in mano ad investitori esteri, stiamo infatti assistendo a limitazioni della stessa sovranità nazionale, in quanto oltre agli elettori anche altri soggetti, gli investitori, finiscono con l’esercitarne una parte: costoro non possono votare, ma col trading finanziario influenzano pesantemente le decisioni politiche degli stati e decretano la sopravvivenza o meno dei governi di paesi di cui non sono neppure cittadini.

Il loro potere politico diventa anche maggiore di quello interno, in quanto i cittadini/elettori possono esercitarlo solo periodicamente recandosi alle urne, mentre gli investitori e gli speculatori possono decidere giorno per giorno le sorti stesse dei governi.

Nel corso della storia ci sono stati casi di perdita della sovranità nazionale a seguito del default del debito pubblico: il più interessante caso fu quello dello Stato di Terranova, che negli anni Trenta perse l’indipendenza proprio a causa del suo debito; scrivono Reinhart e Rogoff in proposito: “Il più antico parlamento dell’Impero britannico, dopo Westminster, fu abolito e fu imposta una dittatura a 280.000 persone di lingua inglese che avevano conosciuto settantotto anni di democrazia diretta. Il governo britannico usò poi i suoi poteri costituzionali per portare il paese a far parte di una federazione con il Canada” (op. cit., pag.107).

L’incremento della quota di debito domestico rispetto al totale del debito pubblico può essere incentivata fiscalmente, detassando o limitando la tassazione sui titoli pubblici, oppure facilitando l’acquisto di tali titoli rispetto ad altre forme di investimento (Puledda, cit.).

Reinhart e Rogoff descrivono anche situazioni di vera e propria “repressione finanziaria”, in cui l’investimento in titoli esteri è limitato o addirittura proibito per legge, situazioni che riguardano paesi dittatoriali (Cina) ma anche un grande paese democratico come l’India: “in India, le banche finiscono per prestare un’ampia quota delle loro risorse direttamente allo stato, che beneficia così di un tasso di interesse molto più basso di quello che dovrebbe probabilmente pagare in un mercato dei capitali liberalizzato” (cit. pag.91).

Una volta che le autorità politiche e monetarie riuscissero a riportare i debiti pubblici degli Stati europei in mano ai cittadini di quegli stessi Stati (operazione relativamente più semplice in Italia, che ha maggiori risparmi privati, ma più difficile in altri paesi), cosa impedirebbe la conversione dei debiti pubblici nazionali in un unico debito europeo, basato sugli Eurobond (Prodi e Curzio, cit.) ?

Se si trovasse un meccanismo condiviso in base al quale i cittadini italiani fossero tenuti a sottoscrivere eurobond in sostituzione dei titoli pubblici nazionali in scadenza, e lo stesso facessero i cittadini degli altri paesi europei pro quota per i loro debiti sovrani, verrebbe meno quella che Nouriel Roubini ha chiamato l’area subprime dell’Europa, e cioè il rischio di insolvenza dei paesi del “Club Med” o “Pigs” dove, sempre per Roubini, la “i” sta chiaramente ed inequivocabilmente per “Italia” (cit., pag.301).

La moneta unica sarebbe accompagnata da un debito che diverrebbe progressivamente unico, percentualmente molto più sostenibile anche se distribuito in modo diverso fra i vari paesi; per salvaguardare l’unione economica in modo definitivo resterebbe però ancora da unificare la politica fiscale (Roubini, cit., pag.331).

Una situazione che ci ricorda per analogia quella della California, il cui Pil, osserva Federico Rampini (cit.), è più grande di quelli italiano e francese, ma con problemi finanziari e di bilancio molto gravi che tuttavia non compromettono la stabilità degli Stati Uniti né quella del dollaro.

Ma una volta risolta la crisi dell’eurozona, emergerà probabilmente quella che è la vera incognita futura del sistema economico e finanziario internazionale, derivante dal meccanismo perverso delle partecipazioni incrociate descritto da Krugman: l’incognita non è l’Italia, non è l’Europa o una parte di essa, bensì è quello che Roubini ha chiamato “un equilibrio di terrore finanziario” (cit., pag.299) e cioè il rapporto di interdipendenza che esiste fra gli Stati Uniti e la Cina, dove i primi dipendono dalla seconda per la stabilità del loro debito sovrano, mentre la Cina dipende dagli americani (e dagli europei) per le proprie esportazioni che le permettono di mantenere un surplus produttivo, la crescita esponenziale e quindi la pace sociale interna; è questa, e non altre, la vera incognita con cui ci si dovrà probabilmente misurare nel futuro prossimo a livello planetario.

Ma se le crisi dell’eurozona non si dovessero risolvere, lo spettro del contagio oltre atlantico potrebbe avere conseguenze imprevedibili quanto nefaste: anche per questo siamo “osservati speciali” da parte della comunità internazionale, e dagli americani in particolare; anche per questo occorre dare ragione a Melani ed impostare rapidamente in quel senso le prossime politiche di rifinanziamento del debito italiano.

 

Articolo ripreso dal sito valori.it