Economia americana in contrazione fino al 2016

Quattro anni fa Barak Obama veniva eletto presidente dopo una campagna elettorale durata due anni e seguita quasi passo passo dalla stampa internazionale. Quella vittoria fu spettacolare, come spettacolare fu la lotta per conquistare la Casa Bianca.

Lo slogan “Yes we can”, sì ce la possiamo fare, divenne il mantra non solo degli americani, ma di chiunque volesse mettere la parola fine ad una visione del mondo da Guerra Fredda. Con Obama il mondo voleva voltare pagina, non dimenticare la tragedia delle Torri Gemelle né la strage di Atocha, ma aveva anche una gran voglia di mettersi alle spalle la manipolazione della minaccia di al Qaeda da parte dell’amministrazione Bush e dei suoi alleati occidentali.Quattro anni fa il mondo traboccava di speranza e guardava al futuro con grande anticipazione. Era il tempo della grande aspettative. Oggi tutto è cambiato.

La campagna elettorale è durata relativamente poco e neppure gli americani se ne sono entusiasmati. Nel primo dibattito, un visibilmente stanco e stressato Obama ha chiesto all’elettorato di dargli una seconda possibilità. Anche lui, dunque, non è contento di quanto si è fatto. I numeri dell’economia lanciano messaggi contradditori: Wall Street,  che questa volta ha appoggiato Romney, durante questi quattro anni ha guadagnato bene.

Il giorno delle elezioni del 2008 l’indice Dow Jones era a quota 9.319,83, lo stesso giorno nel 2012 è salito a 13.122,44. Obama, infatti, ha salvato Wall Street. Con uno stimolo monetario e fiscale ha immesso nel sistema migliaia e migliaia di milioni di dollari, che hanno avuto effetti positivi nel settore immobiliare – dove la domanda ha iniziato a crescere di nuovo – ed anche in quello finanziario, visto che con quei soldi si é salvata Goldman Sachs, che quest’anno ha registrato i profitti massimi nella sua storia.

Il costo del denaro è ai minimi storici e la disoccupazione sta scendendo; al momento è al 7,9 %. Qualcosa di buono, insomma, lo ha fatto, ed infatti è il primo presidente ad essere rieletto con un tasso di disoccupazione superiore al 6 %.

Nonostante queste vittorie, la mattina dopo l’elezione i mercati finanziari sono entrati in crisi. Il Dow Jones è sceso di 313 punti. Il presidente della speranza è ormai percepito come il presidente del compromesso. Ed ecco il motivo delle preoccupazioni riguardo al futuro dell’economia. Davanti a sé Barak Obama ha il “fiscal cliff”, un precipizio fiscale nel quale tutta l’America potrebbe cadere a gennaio dell’anno prossimo.

Il tetto imposto al debito (al momento 16 mila miliardi di dollari, con un tasso di crescita di un trilione per anno) deve essere alzato, altrimenti la nazione non avrà soldi per pagare gli stipendi ed i salari del settore pubblico. E per alzarlo ci vuole la maggioranza del Congresso ed Obama non ce l’ha. Mentre al Senato i repubblicani sono in minoranza, alla Camera sono la maggioranza.

Dal programma presentato durante la campagna elettorale si evince che lo strumento con il quale il presidente vuole riequilibrare l’economia, e quindi ridurre il deficit fiscale, è la tassazione. L’obiettivo è tassare i ricchi per non tagliare le gambe alla modesta ripresa in atto. È questo un momento cruciale. La politica espansionista, che ha creato un deficit mammut, sta funzionando; dall’inizio dell’estate le statistiche degli indicatori economici sono tutte positive. Facendo marcia indietro adesso si rischia di buttare a mare tutti i sacrifici fatti in quattro anni. Ciò che serve è ricostruire la fiducia nell’economia, far rinascere la speranza, e questo richiede il mantenimento degli stimoli economici  e fiscali.

Ma da qualche parte i soldi devono iniziare a rifluire nelle casse dello stato, ed ecco perché si vuole tassare i ricchi. All’interno del partito repubblicano i rappresentati del Tea Party sono fortemente contrari a questa politica e mai voteranno a favore. Obama, però, ha un paio di assi nella manica: la classe imprenditrice e una fetta dell’alta finanza, che hanno tutto l’interesse  a che l’economia riprenda a crescere a ritmi superiori al 3 %. Se li gioca bene forse riesce a strappare queste riforme ed allo stesso tempo ad ottenere l’appoggio per un aumento ulteriore del tetto del deficit. Naturalmente questo richiederà alcuni compromessi. C’è chi pensa che per ottenere la riforma delle imposte Obama dovrà concedere qualcosa sul fronte delle tasse sui guadagna da capitale.

Il cambio della guardia di alcuni personaggi strategici, come Tim Geithner, a capo del Tesoro, che aveva già quattro anni fa dichiarato che sarebbe rimasto solo per il primo termine, o la sostituzione di Hillary Clinton, anche lei decisa a servire Obama solo per un termine, e quella di Leon Panetta, ex capo della CIA ed ora ministro della difesa. Queste cariche potrebbero essere usate per aprire un spiraglio con i repubblicani, che al momento si stanno leccando le ferite della sconfitta.

La grande incognita rimane l’Europa. Tutti gli sforzi di Obama, le sua capacità di negoziazione con l’opposizione ed anche tutta la buona volontà degli americani non porteranno i frutti sperati se l’economia europea continua a contrarsi. La Grande recessione europea rischia di avere gli stessi effetti nel mondo della Grande depressione americana. Nessuno né il nuovo leader cinese Xi Jinping che guiderà la Cina per i prossimi dieci anni, né Barak Obama possono influenzare gli europei.

Ce ne siamo accorti ripetutamente negli ultimi mesi. Nonostante Obama abbia cercato di convincere l’Unione Europea ad abbracciare una politica espansionista come quella americana, le risposte sono state tutte negative anche se una ripresa dell’economia europea avrebbe facilitato la rielezione del presidente. E, quindi, il futuro rimane incerto paradossalmente a causa del Vecchio continente.

Se Barak Obama riuscirà a mettere in atto il suo programma e convincere anche gli europei dei suoi vantaggi, allora passerà alla storia come un altro Bill Clinton, un presidente che ha portato prosperità alla nazione. Se fallisce, allora sarà ricordato come l’uomo che ha sprecato una grande occasione.

L’impresa non è poi così difficile, a differenza di quattro anni fa le aspettative sono molto basse e neppure la campagna elettorale le ha sollevate. Staremo a vedere.

Per il momento il primo grande ostacolo è la riforma del bilancio di lungo termine che impone al presidente di tagliare la spesa pubblica di 607 miliardi di dollari se il Congresso non gli concederà di rimuovere il tetto del deficit. Ci vorrà tutta l’abilità dell’Obama politico per riuscirci.

 

Articolo ripreso dal sito caffe.ch

Cosa aspettarsi per gli investimenti dopo le elezioni USA

Alla fine Obama ce l’ha fatta. È stata, come previsto, una battaglia combattuta in molti stati chiave, ma ce l’ha fatta. A meno di non aver creduto che fosse l’uomo dei miracoli, Obama non è stato una delusione.

Le aspettative basse in questi casi sono d’aiuto. Non sorprendeva ora vederlo reclamare di stare alla Casa Bianca senza neppure un programma. Quello che aveva nelle scorse elezioni, fatto di green economy e Big Government, era illusorio, come hanno mostrato i fallimenti delle società “verdi” su cui aveva scommesso Obama. Meglio quello attuale, che si limita al mantenimento dello status quo.

In pratica il suo secondo mandato sarà una sorta di governo tecnico, senza una idealità che trascenda la mera amministrazione del quotidiano. Ma allo stesso tempo, come sempre nei secondi mandati, ora che non deve essere rieletto potrà tirare fuori il coraggio e la libertà che gli sono mancati nel primo.  Al Senato fra l’altro i democratici hanno conservato la maggioranza.

E il coraggio gli servirà. La spesa federale era di 3,52 trillioni nel 2009 (il 25,2% del Pil) e nel 2012 è rimasta di 3,54 trillioni (il 22,7% del Pil) mentre a gennaio, se non si trova prima un accordo, scatterà il “fiscal cliff” con i suoi 600 miliardi di tagli alla spesa e aumento delle tasse. Col rischio di far ripiombare l’economia Usa in recessione. I repubblicani hanno già fatto capire che non faranno sconti al presidente rieletto. Spetterà a lui ritrovare lo spirito bipartisan di quando si presentò da senatore dell’Illinois alla Convention di Boston nel 2004 dicendo che «non esiste una destra e una sinistra ma esistono gli Stati Uniti d’America».

Da lì dovrà ora ripartire. Obama ha ereditato da Bush un paese economicamente a pezzi, ed è riuscito a evitare il peggio. Dare una protezione sanitaria a quei 40 milioni di americani che non l’avevano è stata una cosa giusta tanto più dopo che in questi ultimi 20 anni il divario fra ricchi e poveri si è ulteriormente allargato.

Ha poi trovato e ucciso Osama, e questo non è poco. La sua rielezione avviene su questi e altri temi, anche se resta ironico che nei tempi recenti, oltre a lui, siano stati rieletti per un secondo mandato sia Clinton che Bush figlio e non Bush padre considerato il miglior presidente della storia recente, colui che gestì il crollo del comunismo senza spargimenti di sangue e che mise le basi per il boom economico di cui poi beneficiò Clinton.

Barack Obama poi è una figura strana. Newsweek gli mise dietro un reporter per tutta la durata della sua prima campagna elettorale, lo seguì ogni giorno per più di un anno. Il suo lungo resoconto, fatto dal giornale che primo gli dedicò una copertina quando era ancora senatore, aveva del sorprendente.

Il reporter raccontò che quella volta non era stata la stampa liberal a innamorarsi di lui.  L’uomo è molto freddo, a tratti parecchio arrogante. La battuta che circola è che sia bianco dentro, e che sia stato Clinton il vero presidente nero. Il motivo per cui i giornalisti scrivevano così tanto di lui, raccontò il reporter, era un altro: che piaceva agli editori perché faceva vendere molto i giornali. Chi non ricorda che dopo la prima elezione il marchio Obama fu usato per una miriade di prodotti perché dovunque ci fosse la sua faccia la gente era pronta a comprare?

Detto tutto ciò Obama restava la scelta migliore per diverse ragioni. A partire dalla  scelta di un vice come Paul Ryan che è stata sciagurata per Romney. Oltre a essere un estremista il punto è anche un altro. Gli occorreva un Joe Biden, qualcuno con una forte esperienza in politica estera che a Romney manca del tutto.

Non è un caso che Obama abbia vinto anche in Wisconsin nonostante Ryan fosse deputato di questo stato. In più per noi europei la dura retorica di Romney sulla Russia ci avrebbe costretto a un cambio di politica verso Mosca che avrebbe potuto avere un effetto sui costi del nostro approvvigionamento energetico proprio mentre gli Usa si dotano di un vantaggio competitivo grazie allo shale gas. E alla tanta scassata Europa ci mancava solo questo.

L’aver giocato la partita sull’ala destra non è stato premiante, come molti gli dissero sin dall’inizio. Anche se la maggioranza degli americani ha votato pensando all’economia, il ticket Romney-Ryan ha più spaventato che fatto sognare. Poteva giocare alcune carte. Ad esempio Romney paga il 15% di tasse perché la sua ricchezza è fatta di rendita, mentre sul lavoro si paga il 36%.

Avesse proposto di riequilibrare le due voci la sua credibilità ne avrebbe tratto giovamento. Molto probabilmente tuttavia non sarebbe stato un cattivo presidente neppure lui, alla fine il sistema Usa costringe tutti i presidenti a fare dei compromessi. Ma per noi europei la continuità di Obama non può che essere una buona notizia. Bisogna vedere se lo sarà anche per gli americani.

 

Articolo ripreso da linkiesta.it

Accordo sui pignoramenti tra banche e governo degli Stati Uniti

Potrebbe finalmente essere arrivata l’ora del maxi-patteggiamento che risolverebbe le controversie sulle pratiche di pignoramento adottate dalle banche statunitensi. L’ha dichiarato ieri Shaun Donovan, segretario alla Casa e allo sviluppo urbano dell’amministrazione di Barack Obama.

Dopo un anno di negoziati – ha spiegato – i procuratori generali degli Stati americani sarebbero ormai «molto vicini» a un accordo con Ally Financial, Bank of America, Citigroup, JPMorgan Chase e Wells Fargo.

Al centro della questione è soprattutto il “robo-signing”, ovvero la pratica di affidare ai sistemi automatici le procedure di revisione dei singoli dossier, per poi mettere in atto i pignoramenti.

L’accordo dovrebbe comportare una revisione del saldo della somma capitale dei mutuatari: a beneficiarne sarebbe circa un milione di famiglie. Gli effetti positivi si andrebbero a ripercuotere sul settore immobiliare e, di conseguenza, sull’andamento dell’economia.

Alcune famiglie danneggiate dagli errori nelle procedure di pignoramento potrebbero essere rimborsate direttamente dalle banche.

Le cifre in gioco ovviamente cambieranno a seconda di quanti Stati aderiranno all’accordo. Ma in ogni caso si parla di numeri stratosferici: almeno 19 miliardi di dollari. Cifra che potrebbe aumentare ancora se fossero incluse anche le banche regionali, che tuttavia al momento si stanno regolando separatamente.

Va detto però che non è la prima volta che la conclusione delle trattative sembra prossima: in passato è sempre stata bloccata da improvvisi ostacoli.

Piu’ difficile investire per le banche americane sottoposte a maggiori vincoli

Dopo il Dodd-Frank act – che impone stress test annuali a tutte le banche che gestiscono asset superiori ai 10 miliardi – ora è la Federal Deposit Insurance Corp a presentare una nuova proposta in merito. Sarebbero dunque coinvolti i 23 istituti di credito sui quali l’agenzia federale ha la supervisione. La notizia è riportata dal Wall Street Journal.

Se la norma verrà approvata, tali istituti dovranno condurre degli stress test sulla base dei dati del 30 settembre. I possibili scenari saranno tre (da “moderato a “severo”) e includeranno diversi fattori: dalla crescita economica, al tasso di disoccupazione, ai prezzi immobiliari.

Bisognerà dunque partire da tali possibili contesti economici e stimare le perdite potenziali e l’impatto sulla propria capitalizzazione, per oltre due anni, su base trimestrale.

Dunque, il 5 gennaio di ogni anno le banche dovranno sottoporre una relazione alla Fdic e rendere pubblico un riassunto dei risultati entro novanta giorni. A quel punto i regolatori avranno la possibilità di utilizzare tali dati per determinare quali banche detengono sufficienti cuscinetti di capitale: ed eventualmente per intervenire sui pagamenti dei dividendi.

Per ora si tratta solo di una bozza che è ancora in discussione. E che si andrebbe ad affiancare alle misure messe in campo dalla Fed, che nel mese di dicembre ha rilasciato una bozza della norma per formalizzare gli stress test annuali.

In aggiunta ai test condotti dagli istituti stessi, le holding bancarie che detengono più di 50 miliardi di dollari dovranno essere sottoposte a ulteriori verifiche portate avanti direttamente dalla banca centrale americana. Anche l’Office of the Comptroller of the Currency – l’agenzia federale che vigila su tutte le banche operanti entro i confini degli Stati Uniti – si sta muovendo per proporre i propri stress test.

 

Testo ripreso da valori.it

La banca centrale europea si fa prestare soldi anche dalla FED

Fed di nuovo sotto accusa negli Stati Uniti.
A puntare il dito contro l’istituto guidato da Ben Bernanke è l’ex vice presidente della Fed di Dallas, Gerald O’Driscoli, che sulle pagine del Wall Street Journal attacca: «la Fed sta salvando le banche europee, con accordi finanziari bizantini» che «alimentano l’azzardo morale e le distorsioni».
Nel mirino di O’Driscoli ci sono gli swap in dollari con la Banca Centrale Europea e altri istituti, operazioni «non trasparenti che creano problemi in una democrazia». L’accusa arriva nel giorno in cui la Bce vede crescere ulteriormente il proprio bilancio a 2.730 miliardi di euro (3.550 miliardi di dollari), ovvero una cifra superiore ai 2.920 miliardi di dollari della Fed (dato relativo alla scorsa settimana).
La Bce e la Fed – afferma O’Driscoli – potrebbero usare altre modalità per elargire prestiti: l’istituto di Francoforte potrebbe prestare direttamente euro alle banche, che potrebbero acquistare dollari sui mercati dei cambi. La Fed potrebbe invece concedere prestiti direttamente alle divisioni americane delle banche europee. «Le due banche centrali sono invece impegnate in queste procedure», gli swap, «perchè ognuna delle due ha bisogno di una foglia di fico.
La Fed è imbarazzata dalle rivelazioni dei fondi concessi alle banche straniere in precedenza, e non vuole il debito di banche non americane nel proprio bilancio. La Bce è intrappolata in una situazione politica e legale ancora maggiore», aggiunge O’Driscoli, secondo il quale «la Fed non ha l’autorità per salvare l’Europa.
Testo articolo ripreso da gazzettadelsud.it