Aggiornamenti da agosto, 2013 Attiva/disattiva nidificazione dei commenti | Scorciatoie da tastiera

  • admin 03:51 il 21 August 2013 Permalink  

    Autunno caldo e grande crisi economica vietato investire per finire il 2013 

    Stando ai dati a consuntivo sul secondo trimestre del PIL in Europa ed ai principali commenti istituzionali dei dati usciti, il peggio è passato, finalmente possiamo tirare un sospiro di sollievo: la recessione è finita.
    Personalmente ritengo che l’eccesso di caldo ed afa di questa estate abbia dato alla testa a qualcuno. Andiamo per piccoli passi: dal punto di vista semantico si può parlare di fine recessione in quanto dopo sei letture trimestrali consecutive negative il PIL in Eurozona accenna un modesto abbrivio positivo. Nello specifico a fine giugno 2013 il PIL europeo è cresciuto dello 0.3% rispetto alla precedente lettura di fine marzo: quindi per definizione si deve parlare di fine della recessione.
    Se confrontato su base annua il dato comunque è tutt’altro che confortante in quanto si attesta ad una contrazione dello 0.7%. Il dato tutto sommato è simile anche per gli USA (aumento dello 0.4% sul secondo trimestre) che tuttavia su base annua si dimostrano molto più forti e dinamici avendo un PIL cresciuto di 1.4% sulla rilevazione di giugno 2012. Il dato europeo ha galvanizzato gli animi di commentatori televisivi e giornalisti di cronaca economica ed anche alcuni esponenti politici che adesso parlano di ripresa economica a breve termine con grande disinvoltura e confidenza.
    Parlare di ripresa o fine della recessione (non dal punto di vista tecnico) direi essere un atto di irresponsabilità e forse anche cecità macroeconomica. Tanto per cominciare il dato in questione è rappresentato da una lettura parziale, mancano infatti a consuntivo anche i dati di Grecia, Irlanda, Danimarca, Lussemburgo, Malta e Slovenia, i quali anche se riferiti a piccole e medie economie potrebbero impattare sul dato complessivo sul quale oggi ci si gongola.
    Sul piano quantitativo il risultato non è eclatante, voglio dire, dopo 18 mesi di contrazione un misero tentativo di recupero ci può stare: mi ricorda vagamente un titolo azionario quotato in borsa che sta scendendo lentamente caratterizzato da un trend ribassista ben definito, difficile pensare che una chiusura giornaliera o settimanale moderatamente rialzista possa effettivamente fa presumere ad una inversione di tendenza (immaginate le candele giapponesi con un bullish engulfing pattern). Quindi il dato, tutto sommato, è ridicolo a fronte di quello che sta subendo l’Eurozona in questi ultimi due anni, soprattutto se mettiamo anche in conto sia le politiche di austerity che gli interventi di sostegno ed aiuto delle autorità monetarie europee, assolutamente accomodanti e non convenzionali.
    Analizzando inoltre lo scenario sul piano macroeconomico si possono trovare delle anomalie e dati addirittura contrastanti, cominciando con i livelli di occupazione e di inflazione o di erogazione di nuovo credito, che non solo non trasmettono segnali di ripresa ma addirittura fanno presumere un protrarsi indefinito della crisi in Eurozona.  Non possiamo avere ripresa strutturale e credibile se le principali variabili economiche che  descrivono l’andamento di un’area economica sono ferme al palo o peggio ancora sono in costante contrazione e stagnazione.
    Proprio il dato occupazionale è in controtendenza, soprattutto nei paesi maggiormente in difficoltà a cominciare dal nostro che preventiva il livello di occupazione più basso degli ultimi quindici anni con 22.5 milioni di occupati ed invece una nuova e preoccupante stima di 3.5 milioni di senza lavoro per la fine dell’anno. Nonostante questo il Governo Letta gongola. Gongola perchè lo spread è ai minimi (235 punti base) degli ultimi due anni. Sembra incredibile questo dato con un paese arenato sulle solite beghe di due decenni di farsa politica, una inarrestabile emorragia di capitali e imprese oltre confine, lotte intestine e trasversali tra lobby, sindacati e costituzionalisti che impediscono ogni sorta di cambiamento e risanamento alla nazione.
    Se ci pensate durante i cento giorni di questo governo le priorità nazionali che sono emerse a fronte dello scontro dialettico sul panorama politico possono essere riconducibili alle proposte di legge per contrastare e punire l’omofobia e il femminicidio oltre all’istituzionalizzazione dello ius soli, oltre alle vicende giudiziarie di Berlusconi sempre sullo sfondo del Paese. In vero lo spread scende perchè sta salendo il rendimento dei governativi tedeschi i quali vedono il mercato iniziare a richiedere un premio maggiore per la sottoscrizione dei titoli di stato germanesi.
    Lo capite anche monitorando le quotazioni, quindi i prezzi dei BTP italiani: lo spread pertanto scende come diretta conseguenza di una maggiore percezione del rischio in Germania. Ne ho fatto menzione anche in altre occasioni, abbiamo davanti a noi ancora sei settimane di limbo finanziario in attesa delle elezioni tedesche, il cui esito potrebbe destabilizzare completamente l’attuale governance politica ed economica di tutta l’Eurozona a fronte del sempre più crescente successo e consenso di Alternativa per la Germania, una nuova forza politica che propone ai germanesi di abbandonare definitivamente l’euro e ripristinare il vecchio marco tedesco. Ne abbiamo pertanto di tempo davanti a noi aspettando la ripresa, questa volta, quella vera, che sembra sempre più lontana.
    Articolo di Eugenio Benetazzo. Fonte: eugeniobenetazzo.com
     
  • admin 23:55 il 31 July 2013 Permalink  

    Rifondare l’economia italiana e’ un affare lungo e complicato altro che ripresa 

    Molti lettori e giornalisti di altre testate mi chiamano o mi scrivono per chiedermi quando finalmente ci sarà la crescita e la ripresa, non solo quella economica dei consumi e dei fatturati, ma anche quella dei listini di borsa (intendendo quelli europei, tedesco escluso), quella del mercato immobiliare e la risalita dei tassi di interesse. Risposta: nell’anno mai.
    Provate a soffermarvi un momento su quanto accaduto in questi ultimi cinque anni, nel 2008 abbiamo avuto l’accentuarsi della crisi dei mutui subprime ed il fallimento della Lehman Brothers: vi hanno detto che la ripresa sarebbe arrivata a fine 2009 dopo i vari interventi di  bail-out. Nel 2009 abbiamo avuto il crollo del PIL per tutto il mondo delle economie avanzate (in Italia oltre il 4%), sono state ipotizzate le exit strategy e le politiche di risanamento di bilancio: vi hanno detto che la ripresa sarebbe arrivata nel primo semestre dell’anno successivo.
    Nel 2010 abbiamo avuto la Grecia con l’innesco della crisi del debito sovrano: vi hanno detto che la ripresa sarebbe arrivata con l’inizio del nuovo anno. Nel 2011 abbiamo avuto l’intensificarsi della debolezza in Europa con la tempesta che ha colpito i governativi in Europa: vi hanno detto che la ripresa sarebbe arrivata a breve.
    Nel 2012 hanno implementato e sono andate a regime le tanto famigerate politiche di austerity che hanno depresso ancora maggiormente l’economia: vi hanno detto che la ripresa e la crescita sarebbero arrivate nel corso del 2013. Recentemente abbiamo sentito il Ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, affermare che ormai siamo ad un punto di non ritorno e che per la nostra economia ormai è iniziato il conto alla rovescia se a breve non si creerano gli stimoli oggettivi per la competitività delle nostre imprese e per la pressione fiscale.
    Mario Draghi ha da poco lasciato invariato il tasso di sconto, ormai ai minimi storici (0.5% per chi ancora non lo sapesse), nella convinzione e constatazione di un ulteriore allontanamento della ripresa, adesso si parla di secondo semestre del 2014. Anche la Banca Centrale Europea è ormai allineata, seppur con più disciplina e lungimiranza, rispetto alle altre banche centrali a mantenere i tassi a livelli molto bassi nella speranza che questo possa servire come ricostituente alla ripresa. In vero per quante manovre ultra espansive si vogliano proporre i risultati sembrano non arrivare. L’inflazione rimane sotto controllo e i consumi non accennano ad avere abbrivio.
    In compenso continua la moria di piccole e medie imprese a colpi di 50/60 al giorno in Italia, in parallelo alla fuga dei capitali, tanto istituzionali quanto familiari. Senza dimenticare i continui episodi di cronaca a sfondo tragico da cui trapela uno stato di esasperazione da parte dei più deboli della popolazione.
    Draghi lo ha ulteriormente ribadito, quasi fosse un monito all’attuale esecutivo, senza una domanda interna corposa e rinvingorita non è concepibile né una ripresa e né una crescita nel breve periodo. Gli fanno da contorno anche le associazioni di categoria come Confindustria che allertano di come per l’Italia vi sia il rischio concreto di perdere per sempre un patrimonio secolare in cultura e tessuto imprenditoriale. tanto industriale quanto artigianale, che non sarà mai recuperabile.
    Le stime dell’OCSE in tal senso non sembrano affatto immaginare il futuro, ipotizzando l’Italia al quindicesimo posto in classifica mondiale per il 2020, con una perdita di nove posizioni in termini di produttività industriale. Cosa serve daltronde al paese non è una novità: mercato del lavoro flessibile e dinamico, ridimensionamento del costo della pubblica amministrazione (con ovvi benefici in termini di fiscalità diffusa) e riqualificazione della spesa pensionistica e sanitaria.
    Tradotto per l’uomo della strada significa mettere fine alla dittatura dei sindacati e all’ingerenza dei vari enti locali nella vita economica tanto delle imprese quanto dei contribuenti, tagliare alcune tipologie di pensione e meritocrarizzare la fruizione delle coperture sanitarie di base. A dirlo è facilissimo, a farlo un po’ meno. L’Italia è un paese cristallizzato su rendite di posizione e protezionista nei confronti di categorie di lavoratori che per decenni sono state generatori di consenso elettorale.
    Persino il Ministro Cancellieri è stato di recente attaccato dalla casta degli avvocati per aver espresso delle esternazioni (tra l’altro condivisibilissime) sull’essenza della loro categoria professionale, rea di boicottare le riforme che servono al Paese. In Italia è impossibile modificare l’attuale status-quo o ridimensionare il ruolo di un certo establishment: è impossibile farlo attraverso metodi democratici ed ortodossi, guardate che cosa è accaduto con le Province, prima diminuite dal Governo Monti con il famoso Decreto Salva Italia e reintegrate in questi giorni per ordine della Consulta per ragioni di manifesta incostituzionalità. Mentre le istituzioni della Repubblica continuano a giocare all’allegro chirurgo, l’outlook del paese peggiore in continuazione, senza speranza alcuna di ripresa: temo a questo punto che quanto visto in Egitto non sia così distante dal verificarsi anche in Italia.
    Articolo di Eugenio Benetazzo, ripreso dal sito eugeniobenetazzo.com
     
  • admin 19:01 il 6 June 2013 Permalink  

    L’Europa e i problemi dei prossimi cinquanta anni 

    Secondo Confucio l’onestà è l’anima del commercio e il motore dell’economia: questo assunto non vale di certo più se intercalato nella nostra epoca. Tanto le economie occidentali sviluppate quanto quelle asiatiche emergenti in congiunzione a quelle dell’America Centrale e Meridionale guardano ormai solo ai consumi ed agli investimenti, come unico e vero motore dell’economia.
    Anche a livello individuale si consuma se vi sono proiezioni di benessere e ricchezza in costante crescita e si investe se vi sono accettabili margini di profitto. Pertanto il motore dell’economia oggi è diventato la percezione del sentiment economico previsto nell’immediato futuro: il tutto può essere anche ricondotto al concetto utilitarista di fiducia.
    Sostanzialmente si acquista una nuova automobile, si programma una nuova vacanza esotica, si pianifica di ampliare il proprio fabbricato industriale o l’ammodernamento delle linee produttive, qualora vi siano previsioni di un miglioramento economico o eventualmente anche di una fase di stabilizzazione del tessuto economico a cui si appartiene. Viceversa la percezione di un futuro peggiore, con un orizzonte incerto, congela, frena e riduce globalmente tanto i fenomeni di consumo quanto quelli di investimento.

    Continuare a parlare a tal punto solo di crisi finanziaria rimane riduttivo: quello che era iniziato con uno shock finanziario nel 2008 si è trasformato nel tempo in una crisi di fiducia. Immagino che molti di voi siano a conoscenza delle politiche monetarie ampiamente espansive portate avanti negli ultimi due anni da Stati Uniti e Inghilterra, cui abbiamo visto recentemente affiancarsi il Giappone con la tanto osannata Abenomics (che prende il nome dalla politica economica del primo ministro nipponico, Abe Shinzo).
    Queste tre grandi potenze economie del mondo sviluppato hanno scelto di aumentare massivamente la loro base monetaria con interventi che in passato non si sono mai visti prima. L’intento che si vuole perseguire è spingere i consumi, attraverso un costo del denaro ormai irrisorio che dovrebbe invogliare i consumatori a contrarre altri prestiti o a pagare meno quelli precedentemente contratti, generando un indotto effetto ricchezza. Questo dovrebbe sprigionare un tanto atteso effetto ricostituente per le rispettive economie, infondendo propositi di fiducia sul futuro che verrà. Addirittura nel breve si confida di poter arrivare ad avere tassi negativi sui depositi bancari a causa dell’inflazione che comunque si sta ancora manifestando molto blandamente.

    La speranza pertanto mira a mutare l’attuale stato di fiducia, spingendo i consumatori ed i risparmiatori ad investire in modalità più tangibili e meno finanziarie il denaro parcheggiato nelle loro banche confidando in ritorni maggiori e più gratificanti. In vero niente di tutto questo sta avvenendo o meglio non avviene in misura così rilevante e considerevole rispetto alle attese, Giappone compreso, nonostante i proclami e l’euforia dei primi mesi della Abenomics.
    Il risultato è modesto, molto modesto, quasi insignificante se rapportato ai mezzi eccezionali e straordinari cui hanno fatto affidamento le tre diverse banche centrali dei paesi sopra menzionati con il fine dichiarato di inflazionare il sistema (quindi socializzare i debiti di banche e governi) ed evitare l’avvitamento in una spirale deflattiva, che spaventa molto più di una inflazione galoppante. La storia ci insegna infatti che in diverse epoche assoggettate a crisi economiche (cicliche, ma non strutturali) la risposta è sempre arrivata da una voluta ricerca di sana inflazione. In contrasto, l’Europa per voce della sua banca centrale si sta invece comportando in controtendenza, vale a dire politica monetaria poco espansiva e controllo con supervisione asfissiante sulla stabilità e solidità dei grandi gruppi bancari europei.
    Tutto il mondo sta guardando alla BCE, la quale non vuole dar segnali di consenso ed allineamento sulle scelte intraprese dalle altre tre banche centrali. Che sia possibile che qualcuno si è reso conto che stampare denaro in questo momento non serve a nulla, anzi nel medio termine potrebbe essere addirittura controproducente.
    Non sarà che i tanto denigrati tedeschi con la loro ottusa politica di austerity e risanamento contabile si sono resi conto che, nonostante i differenti rating finanziari, tutte le nazioni europee (Finlandia e Lussemburgo a parte) in realtà sono accomunate dallo stesso outlook economico sintetizzato dalle tre D: deficit, debito e demografia. Pertanto per quanto si cerchi di invogliare a consumare ogni contribuente europeo o ad effettuare investimenti in qualche  impresa europea, il risultato che si otterrà sarà sempre molto deludente a causa della sfiducia e paura che si ripone nel prossimo futuro, paura che produce un inevitabile rallentamento, se non declino economico.
    Per ovvie conseguenze demografiche si dovranno nei vari paesi in questione affrontare pesanti sacrifici attraverso tagli immaginabili allo stato sociale, pensioni e assistenza sanitaria di base, che impatteranno profondamente sul livello dei consumi e sul benessere percepito. In questo contesto stampare denaro non solo non serve in teoria, ma anche in pratica come stanno dimostrando i dati macro di USA, Inghilterra e Giappone.
    Articolo di Eugenio Benetazzo, ripreso dal sito eugeniobenetazzo.com
     
  • admin 12:04 il 1 April 2013 Permalink  

    L’economia finanziaria e il suo predominio sulla societa’ civile nel mondo 

    Incontriamo il prof.Fabio Verna presso la Fondazione Einaudi, economista con dirette esperienze maturate sui mercati finanziari, già docente di finanza aziendale in alcune università italiane, a Roma, dove ha appena presieduto una “tavola rotonda” nel corso della quale si è commentato il libro di Luigi Gentili  “Lo shock politico”, che ha tra i temi conduttori quello del rapporto tra politica ed economia. Un rapporto sempre delicato e controverso, che in questi ultimi tempi sembra aver subito una sorta di rivoluzione.

    Se infatti in passato il primato della politica era fuori discussione, oggi, nella società globalizzata, sembra che l’economia sia passata al primo posto. Ma è davvero così? E’ l’economia che ha preso il sopravvento e condiziona e subordina la politica alle proprie logiche, o non è piuttosto la finanza, che dilagando incontrollata usa l’economia reale come base o pretesto per le proprie speculazioni predatorie, e con esse soverchia e non raramente distrugge l’economia, ed allo stesso tempo subordina a sé la politica?

    Vi sono teorici delle discipline economiche che sostengono da tempo che l’economia abbia invaso gli spazi di pertinenza della sfera politica. Io – concorda Verna- non sono completamente allineato su tali posizioni, poiché ritengo che questa invasione di campo, che effettivamente è in corso, sia stata messa in atto maggiormente dalla grande speculazione finanziaria internazionale piuttosto che dall’economia reale produttiva.

    La dicotomia tra questi due mondi si è concretizzata con l’esplosione di due grandi bolle finanziarie. Se inizialmente la finanza svolgeva essenzialmente il ruolo di “benzina” del motore dell’industria, attualmente abbiamo assistito  a quel che viene definito con un brutto neologismo come un processo di “finanziarizzazione” dell’economia reale. Le scelte strategiche di molti capitani d’industria si sono trasferite dalla realizzazione di beni e servizi di largo consumo alla gestione delle risorse finanziarie, ipotizzando che il denaro di per sé stesso, da solo, possa sempre e comunque generare altro denaro.

    Se prendiamo in esame alcuni dati forniti dalla Banca Mondiale, vediamo che la sola massa monetaria rappresentata dal valore di emissione dei titoli cosiddetti “derivati”  ammonta a 640 mila miliardi di dollari, a fronte di un prodotto interno lordo dei principali Paesi industrializzati del mondo che assomma a circa 70 mila miliardi di dollari, ovverosia a circa un decimo di quei prodotti finanziari, troppo spesso definiti “tossici” attualmente in circolazione, e la cui massa sembra crescere irrefrenabilmente.

    E da queste sproporzioni  che origina la predominanza della finanza sulla vita economica e sulla politica. Basti pensare che tra i circa quaranta Fondi sovrani attualmente operanti sul mercato mondiale ve ne sono alcuni che gestiscono mezzi finanziari di gran lunga superiori alla capacità di spesa di Paesi di dimensioni medio-piccole.

    Cipro rischia il “default” per circa 10 miliardi di euro. I sette Fondi riconducibili agli Emirati del Golfo assommano tra loro una liquidità di circa 300 miliardi di dollari. Ed il primo tra tutti, il China Development Fund ha disponibilità liquide per circa 800 miliardi di dollari. Queste masse monetarie sono in grado di condizionare i governi di molte Nazioni. Dunque: è la finanza, piuttosto che l’economia reale,che incide oggi sulla politica, e spesso condiziona il ruolo.

    D. Non solo usurpa il ruolo che spetta alla politica, ma a volte crea disastri economici che ricadono poi su intere Nazioni. Cosa si può fare per tutelare i mercati ed i risparmiatori da questa avidità predatrice?

    R. Una risposta concreta non può provenire da un singolo Stato, e neppure da un insieme di Stati quale ad esempio è l’Unione Europea. Una delle caratteristiche della speculazione finanziaria internazionale sta infatti nella estrema mobilità, che rende di fatto inefficace ogni regolazione territorialmente limitata. E poiché l’operatività della finanza è ormai globale, oltreché in tempo immediato, la risposta per arginare la speculazione deve essere altrettanto globale. Molte Nazioni moderne sono già dotate di leggi specifiche e di organismi di controllo, che sono però facilmente aggirabili dagli speculatori che operano da paradisi fiscali o dai cosiddetti “Stati canaglia”.

    D. Principali protagonisti della finanza internazionale, accanto agli investitori istituzionali, ai Fondi nelle loro differenti tipologie operative, sono anche le banche, che sono divenute tutte, sia pure in varia misura, banche d’investimento. E sono soprattutto le grandi banche ad essere oggi sotto accusa. I loro dirigenti guadagnano cifre astronomiche quando le loro spericolate speculazioni finanziarie vanno bene, e se vanno male le banche sono “too big to fail”, troppo grandi per poterle lasciar fallire, e così le perdite vengono scaricate sugli Stati, cioè sui cittadini. Per non parlare dei comportamenti truffaldini e penalmente  rilevanti di cui sempre più spesso si occupano le cronache, comportamenti che hanno recentemente interessato alcune delle più blasonate banche internazionali.  Cosa si può fare per porre fine a questo stato di cose?

    R: Dobbiamo assolutamente tornare ad un sistema in cui il campo di gioco sia circoscritto con grande precisione. Le banche cosiddette “retail”, ossia quelle che si rivolgono ai risparmiatori per canalizzare il risparmio verso le imprese produttive, debbono essere nettamente separate dalle cosiddette “banche d’affari” che partecipano al gioco della speculazione. Liberissime queste ultime di lanciarsi nelle speculazioni più azzardate, ma a loro rischio e pericolo. Nella nostra Costituzione è scritto che la Repubblica tutela il risparmio, non i giochi speculativi. E’ stato un errore, in nome di una presunta modernità e di una malintesa libertà di mercato, sovvertire i principi della nostra vecchia legge bancaria del 1936, che separava le banche commerciali ed il credito a breve dagli Istituti speciali che erogavano credito a medio e lungo termine, per finanziare gli investimenti. La globalizzazione e la rete telematica, che consentono di operare in tempo reale 24 ore su 24, il moltiplicarsi di opachi“paradisi fiscali” in cui localizzare alcune operazioni, la diffusione sul mercato di strumenti finanziari sempre più complessi, sfornati senza sosta dalle “fabbriche” di prodotti di fatto solo cartacei, tutto ciò ha fatto esondare i confini della finanza, che continua a crescere senza sosta a detrimento dell’economia reale, che purtroppo in molti Paesi sta regredendo.

    D.  E’ dunque vero che la finanza, oltre ché a soverchiare la politica, sta finendo col distruggere l’economia, di cui dovrebbe invece essere il supporto? Ma se l’economia reale, l’economia vera, viene distrutta, quale spazio resterà poi alla finanza?

    R. Le risponderò prendendo a prestito le parole di un  famoso capo indiano della tribù dei Sioux: “Orso in piedi”, che due secoli or sono, dinnanzi allo strapotere dei “visi pallidi” disse: ”Dopo che l’uomo bianco avrà ucciso l’ultimo bisonte, sradicato l’ultimo albero ed inquinato l’acqua dell’ultimo fiume,  gli rimarranno da mangiare solamente  i suoi dollari”.

     

    Articolo di Giorgio Vitangeli, ripreso da lafinanzasulweb.it

     
  • admin 21:06 il 25 February 2013 Permalink  

    Il volume delle esportazioni italiane puo’ aumentare nei prossimi anni 

    Sace ha in questi giorni diramato il suo rapporto 2011-2014 sull’andamento  delle esportazioni del made in Italy in tutto il mondo. La Sace è una controllata del Tesoro  che assicura e favorisce crediti alle aziende italiane che esportano all’estero.

    Il Rapporto ha rilevato che ci sarà una frenata nella crescita dell’esportazioni nel 2011 (+8,1%) e nel 2012 (+6,7%), per poi ritornare ai valori prima della crisi  nel 2013, con un valore dell’export pari a 395 miliardi di euro che supererà i 369 miliardi di euro fatturati nel 2008 dalle aziende italiane nelle vendite all’estero.

    Le aziende italiane che saranno  virtuose  nell’esportazioni all’estero dei prossimi anni, saranno quelle che già nel 2008 avevano capito l’importanza di penetrare nei mercati emergenti, visto le difficoltà dei mercati tradizionali causate dal calo di domanda dei prodotti importati. Nel prossimo biennio 2011-2012 le aziende italiane avranno maggiori opportunità nei settori: prodotti chimici (Germania  +9,1%), apparecchiature elettriche (Cina +11,1% e Malaysia 8,5%), filati e tessuti (Egitto +6,2%), mobili e arredamento (Russia + 6,6%), gomma e plastica (Turchia + 14,3%), prodotti in rame e metalli (Tunisia +11,9%), macchine per la produzione industriale e agricola (Brasile +11,5% e Cile +7,4%).

    Altre variabili che nei  prossimi anni potrebbero condizionare l’esportazioni delle aziende italiane saranno: l’aumento del valore dell’euro rispetto al dollaro, che  potrebbe portare nel prossimo biennio ad una diminuzione ulteriore della crescita dell’esportazioni, conseguente di una diminuzione della domanda di prodotti italiani e la riforma del Ministero degli Esteri che ha portato alla riduzione da 13 a 8 delle Direzioni Generali.

    Inoltre con questa riforma, la Direzione Generale della Promozione Sistema Paese diventerà la cabina di regia per una maggiore collaborazione con il Ministero dello Sviluppo Economico, l’Ice, Confindustria, le banche e le imprese. Inoltre il Ministero dello Sviluppo Economico, in seguito all’approvazione del Governo della legge Sviluppo del 2009, diminuirà le competenze e le risorse dell’Ice (Istituto Commercio Estero), passandole alle  camere di commercio.

     

    Articolo ripreso da soldionline.it

     
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