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Investire con un fondo basato in Lussemburgo

Perchè il Lussemburgo?

Il Lussemburgo offre un quadro giuridico e normativo veramente innovativo per quanto concerne tutto ciò che riguarda il risparmio gestito.

Non è solo l’agevolata fiscalità ad attirare gli investimenti nel paese centro europeo, ma anche efficienti ed efficaci veicoli creati ad hoc per la gestione dei patrimoni.

Le imprese di investimento collettivo (OIC), gli Organismi di investimento collettivo in valori mobiliari (OICVM), e i fondi di investimento specializzati (SIF), sono progettati per qualsiasi tipo di investitori , e beneficiano del passaporto europeo, permettendo loro di essere liberamente negoziabili in tutti i paesi UE.

La possibilità di creare veicoli d’investimento decorellati dai mercati finanziari, con i più disparati sottostanti come ad esempio opere d’arte, immobili, orologi da collezione, private equity, social housing, microcredito, forex, brevetti e molti altri è molto ricercata dagli investitori essendo anche armonizzati fiscalmente.

Normalmente per queste tipologie di sottostanti vengono utilizzati i così detti SIF (Specialized Investment Fund), una tipologia di veicoli d’investimento riservati a investitori istituzionali, professionali e HNWI (clientela private) sottoposti al controllo da parte della CSSF (Commision de Sourveillance du Secteur Financier) lussemburghese.

Il continuo perfezionamento di questi strumenti ha portato alla creazione di Sicav Sif concepite sotto forma di piattaforma al servizio di Investement Manager & Financial Adviser) e sono diventate ottimi strumenti per la gestione dei patrimoni familiari (azioni di società non quotate, bond di SRL, immobili in qualsiasi paese del mondo, imbarcazioni e aeromobili di prestigio ecc.).

Le Sicav Sif, concepite come una piattaforma ad architettura aperta hanno per ogni suo comparto un investment manager dedicato, in maniera di aver sempre a disposizione professionisti con un ottima conoscenza degli asset e delle strategie d’investimento in prodotti in cui si va ad investire.

Di fatto sono concepite in maniera che asset manager, commercialisti, avvocati, consulenti finanziari ed altri professionisti interessati a sfruttare le grandi potenzialità di questi strumenti possano realizzare una partnership con le stesse al fine di ottimizzare il know how di ogni soggetto ed ottenere una collaborazione efficace ed efficiente.

Per ogni figura è rispettata la propria mansione come previsto per legge: un investment advisor (un consulente indipendente) ad es. all’interno di una Sicav potrà solo svolgere il ruolo di consulente e non quello di gestore. per risolvere o soddisfare bisogni dei loro clienti.

Tra i numerosi vantaggi offerti da queste piattaforme ad architettura aperta ci sono:

  1. un percorso più rapido per l’autorizzazione in quanto il nuovo fondo farà parte di una Sicav già autorizzata,
  2. minor costi e maggior efficacia dei servizi offerti come back office, amministrazione e altri servizi necessari per la creazione e gestione del fondo,
  3. semplicità perchè non deve essere richiesta nessuna licenza, in quanto la Sicav Sif è già in possesso di tutto quanto serve per poter operare sul mercato,
  4. possibilità di distribuzione internazionale.

Il tutto rende le piattaforme SICAV SIF uno strumento estremamente pratico al servizio di professionisti interessati ad un efficace veicolo per gestire, proteggere i patrimoni dei propri clienti.

Avventurarsi nella creazione di un fondo d’investimento proprio è sempre stato un percorso difficile da intraprendere, per via delle lungaggini autorizzative e dalla burocrazia degli enti interessati, quello che ieri sembrava una vera chimera oggi grazie ad una piattaforma Sicav Sif  è realtà in un breve lasso di tempo.

 

Articolo ripreso dal blog Equisam su wordpress.com

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Investimenti disastrosi dell’economia globale

Nessun saggio ha un titolo più bello dell’Assassinio come una delle belle arti di Thomas De Quincey. Se fosse ancora vivo, De Quincey potrebbe scrivere il seguito: Il disastro finanziario come una delle belle arti. Forse l’argomento sembrerebbe meno accattivante, ma ci sarebbe parecchio materiale da cui attingere.

Come ha sottolineato più volte Warren Buffett, “solo quando la marea scende si capisce chi fa il bagno nudo”. Le crisi economiche e finanziarie fanno sempre emergere scandali e rivelazioni scomode. Adesso che la marea è scesa (per la verità sta ancora scendendo) c’è solo l’imbarazzo della scelta.

In Gran Bretagna lo scandalo più recente ha coinvolto la banca Northern Rock, che con il suo crollo nell’autunno del 2007 aveva dato il via alla stretta creditizia e alla “grande recessione”. La banca è stata di recente ceduta alla Virgin Money per 747 milioni di sterline. Se i profitti della banca cresceranno, aumenterà anche la quota incassata dai contribuenti, fino a un tetto massimo di un miliardo di sterline.

Visto che nazionalizzare solo la parte “buona” (cioè presumibilmente la più solvibile) della Northern Rock è costato 1,4 miliardi di sterline, l’affare, come s’intuisce anche dai titoli dei giornali, non è così vantaggioso: nella migliore delle ipotesi i contribuenti ci rimettono 400 milioni di sterline.

Prima che scoppiasse la catastrofe del 2008 era una cifra considerevole. Ma non è tutto. Dietro l’apparente semplicità dell’acquisizione della Northern Rock da parte di Richard Branson e della Virgin, infatti, c’è una vicenda più complicata: quasi tutto il denaro della transazione proviene dal partner di Branson, W. L. Ross and Co., una società specializzata in aziende in difficoltà e titoli sottovalutati (uno dei soprannomi di Wilbur Ross è “re della bancarotta”). Queste sono le quote: 260 milioni di sterline sono stati versati da W. L. Ross, 50 milioni dalla Virgin Money e altrettanti dal fondo d’investimento di Abu Dhabi.

Avrete notato che la somma è ben lontana dai 747 milioni che sono serviti per comprare la banca. Da dove sono arrivati gli altri soldi? Risposta: l’acquisizione è stata pagata in buona parte con il capitale della nuova banca, pari a circa 400 milioni di sterline. Al momento della pubblicazione degli ultimi risultati, il capitale tier 1 della Northern Rock (cioè il suo patrimonio di base) corrispondeva al 30 per cento delle attività complessive della banca.

Questa percentuale misura il grado di sicurezza di una banca, perché rivela quanta liquidità c’è in cassa. Più alto è il rapporto, più sicura è la banca. Il tier 1 minimo di una banca in Gran Bretagna è il 10 per cento. La Virgin ha promesso che per la nuova banca il rapporto sarà del 15 per cento, molto più basso rispetto al margine attuale.

In parole povere gli acquirenti stanno usando il capitale della Northern Rock per acquistare la Northern Rock. È una transazione piuttosto comune nel mondo della finanza, ma non tanto da placare le ansie di un’opinione pubblica che non ne può più di complesse operazioni di ingegneria finanziaria.

Per farla breve, l’affare Virgin si traduce in una perdita secca per i contribuenti, usa tecniche finanziarie astruse, simili a quelle che hanno fatto crollare la Northern Rock quattro anni fa, e rende la banca notevolmente meno sicura. Sotto ogni punto di vista è stata una soluzione meno vantaggiosa rispetto all’alternativa caldeggiata dalla maggioranza dei cittadini, quella di dar vita a un istituto di credito fondiario “mutualizzato”, cioè controllato dai risparmiatori e dai dipendenti, che ne avrebbero ottenuto la maggioranza azionaria. Sotto ogni aspetto, si diceva. Escluso uno, però: cioè il fatto che quella della Virgin è stata l’unica offerta concreta.

Scommesse troppo rischiose

Dopo l’annuncio della vendita alla Virgin, in parlamento è emerso che la Commissione europea, in cambio dell’autorizzazione a nazionalizzare la Northern Rock, aveva fissato un limite di tempo entro il quale la banca poteva rimanere sotto il controllo dello stato (restando pubblica, infatti, la Northern Rock può offrire maggiori garanzie ai clienti e fare investimenti più rischiosi, impossibili per le altre banche).

Questo termine scade nel 2013. Alla luce di questa scadenza, e del fatto che sul tavolo non c’erano altre offerte concrete, il governo è stato costretto a scegliere tra un uovo oggi e una gallina domani. Non credo che avesse un gran margine di manovra. È vero, il contribuente è rimasto fregato. Ma non si tratta di uno scandalo inatteso, quanto dell’inevitabile epilogo del crollo della Northern Rock nel 2007.

Da un punto di vista estetico, credo che De Quincey avrebbe preferito lo scandalo americano della Mf Global. In questo caso il personaggio centrale è Jon Corzine, nome non molto noto al di fuori degli Stati Uniti. Corzine è stato amministratore delegato della Goldman Sachs dal 1994 al 1999 e ha gestito la quotazione in borsa della banca, un’operazione che ha fatto piovere una gran quantità di denaro nelle tasche degli ex partner dell’istituto. Si dice che, quando era alla Goldman, Corzine salutasse i colleghi dicendo “pace” (se avessi lavorato anch’io alla Goldman, gli avrei risposto “soldi”).

Nel 1999 Corzine è stato liquidato con una buonuscita di 400 milioni di dollari. Incassato il bottino, si è messo in politica con il Partito democratico e ha investito la sua fortuna per comprarsi un seggio al senato per il New Jersey. È stato senatore dal 2001 al 2006, poi governatore dal 2006 al 2010, quando è stato sconfitto dal repubblicano Chris Christie. Dopo essere passato dai soldi alla politica è tornato ai soldi: è diventato amministratore delegato della società di brokeraggio Mf Global, con la promessa di trasformarla nella nuova Goldman Sachs.

In molti hanno provato a fare concorrenza alla Goldman. Non è mai finita bene. La Mf Global è una società di intermediazione, cioè un’azienda che sostanzialmente compra e vende cose per conto dei clienti. È difficile che queste società possano crescere tanto e così rapidamente da sfidare le grandi banche d’investimento.

Corzine, quindi, ha usato la Mf Global per mettersi a fare trading in proprio, investendo (leggi “scommettendo”) cifre enormi sui debiti pubblici dei paesi dell’Unione europea. La scelta dei tempi è stata singolare: un po’ come puntare tutto sui dirigibili mentre l’Hindenburg si appresta a decollare per il suo ultimo viaggio. Quando è scoppiata la crisi dell’eurozona il valore di questi investimenti è crollato.

Per continuare a operare, Corzine avrebbe dovuto ricapitalizzare la società, ma non ne aveva i mezzi. Così il 31 ottobre ha portato i libri in tribunale. È qui che questo fallimento, losco ma tutto sommato ordinario, assume i toni dello scandalo. Oltre a non avere un soldo in cassa, infatti, la Mf Global ha perso anche i soldi che doveva gestire per conto dei suoi clienti. Inizialmente i liquidi scomparsi ammontavano a 600 milioni di dollari, ora la stima è salita a circa 1,2 miliardi. Non parliamo di perdite della società, ma di soldi dei clienti che, a quanto pare, sono andati smarriti. Per ora la vicenda si ferma qui.

Per una singolare coincidenza, la somma mancante è quasi la stessa di quella che è andata persa nel terzo scandalo di cui ci occupiamo e che coinvolge il colosso giapponese della fotografia Olympus. Alcuni mesi fa, l’azienda ha nominato un nuovo amministratore delegato, il britannico Michael Woodford. Questo manager lavorava alla Olympus da trent’anni, ma la nomina di un occidentale a capo di una grande azienda è comunque un fatto insolito in Giappone (l’unico precedente è quello del gallese Howard Stringer alla Sony).

Appena insediato, Woodford ha espresso forti perplessità su una serie di investimenti inspiegabili: 687 milioni di dollari in consulenze per l’acquisizione di una ditta britannica di apparecchiature mediche, contabilizzati attraverso misteriosi intermediari alle Isole Cayman e a New York, e altri 773 milioni per comprare un’azienda di cosmetici, una che produce contenitori di plastica e una che si occupa di smaltimento dei rifiuti (tutte e tre hanno perso tre quarti del valore in un anno).

Queste stravaganti operazioni sono costate alla Olympus circa 1,4 miliardi di dollari. Il 14 ottobre il consiglio ha licenziato Woodford, accusandolo di non conoscere la cultura degli affari giapponese. L’azienda ha ammesso l’esistenza di transazioni poco chiare, ma ha detto di averle decise per nascondere le perdite causate da altri investimenti. A quanto pare, la magistratura sta indagando su eventuali collegamenti tra le operazioni sospette e la yakuza, la mafia giapponese.

I possibili legami con la criminalità e i grandi capitali coinvolti rendono l’affaire Olympus il più interessante fra i tre. Forse, però, il particolare più importante è la somiglianza tra queste vicende. Tre grandi aziende, tre settori diversi, tre paesi diversi e un unico filo conduttore: un osservatore esterno, anche mettendoci la massima attenzione e studiando tutte le informazioni disponibili, non sarebbe riuscito a capirci nulla.

Siamo di fronte a quella che De Quincey avrebbe definito una “perfida impenetrabilità”. Nessuno sa niente. Benissimo: questo principio, però, non dovrebbe valere per le grandi aziende quotate in borsa nelle economie sviluppate. Eppure, a quanto pare, anche qui – anzi specialmente qui – nessuno sa niente. Incredibile. In questo momento il quadro economico è talmente fosco che sembra inutile agitarsi per questi dettagli. Ma questi dettagli sono importanti, perché fanno capire quanto il capitalismo stia funzionando male. Anche in base alle sue stesse logiche.

 

Articolo ripreso dal sito ariannaeditrice.it

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Investire nella zona Euro presenta rischi non indifferenti

A partire dallo scorso novembre, la Banca centrale europea, con il suo nuovo presidente, Mario Draghi, ha ridotto i tassi ufficiali di sconto e ha effettuato due operazioni di rifinanziamento (LTRO) per un importo totale del prestito di oltre un € 1 trilione (1300 miliardi di dollari) a tre anni al tasso interesse della BCE (1%). Questa inconsueta operatività per la Bce ha consentito di allentare le tensioni dell’area euro permettendo di abbassare il rischio liquidità del sistema bancario della zona euro e ridurre i costi di finanziamento per l’Italia e la Spagna rispetto ai livelli insostenibili raggiunti.

Nel contempo è stato evitato il default tecnico della Grecia e implementato il “fiscal compact” che doveva consentire, attraverso riforme strutturali e fiscali,  una maggiore credibilità per quei paesi più in difficoltà dell’area euro. A queste politiche si è unita l’idea di combinare il nuovo fondo di salvataggio della zona euro (il meccanismo europeo di stabilità) con quello vecchio (il Fondo europeo di stabilità finanziaria) aumentando così significativamente la dimensione del firewall della zona euro.
Gli effetti delle politiche sono però di fatto svaniti nelle ultime settimane. Gli spread di Spagna e Italia sono tornati velocemente a salire mentre quelli di Portogallo e Grecia sono rimasti molto alti. Il rischio contagio dall’area periferica si spostando verso le realtà core Francia e Germania comportando un rischio di peggioramento, e per più lungo tempo, della recessione in atto nell’area meridionale europea.
Le motivazioni sono da ricercarsi innanzitutto nei problemi di bilancio della Spagna. Il governo spagnolo ha annunciato un obiettivo di disavanzo diverso rispetto a quello concordato con i leader europei in un continuo contraddirsi tra i suoi ministri titolari dei dicasteri economici. Inoltre l’ansia per il sistema bancario peggiora le prospettive ulteriormente: gli istituti di credito, già colpiti dalla bolla immobiliare, dovranno nuovamente affrontare prestiti in sofferenza. E’ molto probabile che la Spagna alla fine si troverà costretta ad attingere al fondo di salvataggio comune per ricapitalizzare le banche.
L’importo necessario dovrebbe essere superiore ai 170 miliardi di euro.  A importi si andrebbero ad aggiungere anche quelli provenienti dal Portogallo qualora questi vada in default oppure chieda un incremento sostanziale degli aiuti finanziari.  Da questo punto di vista le banche spagnole si troverebbe di fronte ad un’esposizione di oltre a 78 miliardi sul paese lusitano. Per sostenersi da un eventuale piano di ristrutturazione del debito portoghese avranno bisogno di soldi ulteriori per rinsaldare i loro bilanci.
Anche le altre banche dell’area euro pur non avendo oggi un problema di liquidità, soffrono a causa della carenza di capitale. L’imposizione di rispettare il 9% di core tier I non favorirà le condizioni per la ripresa economica.
Ma il timore peggiore potrebbe venire dal coinvolgimento della Francia al punto che la voce di un possibile downgrade da parte di S&P ha messo in fibrillazione i mercati di giovedì 20. Le preoccupazioni sulla Francia non sono infondate: un tasso eccessivo di spesa pubblica rispetto al Pil, 54 per cento, contro la media europea del 48 per cento (l’Italia è di poco sopra al 50 per cento, la Spagna, al di sotto, al 42 per cento), nessuna crescita nell’export dal 2002, scarsissimo progredire della produzione nazionale di beni e servizi pro-capite. E poi c’è la disoccupazione, che viaggia su livelli alti: a novembre 2011 è schizzata al 9,3 per cento, con un aumento del 5,2 per cento sull’anno precedente.
Anche sul fonte politico il contesto si sta deteriorando e la protesta monta in molti paesi a seguito delle pesanti politiche di austerità imposte dalla Germania e dalla Bce. La Francia dovrà eleggere il proprio presidente consapevole che questi possa essere in antitesi alle politiche fiscali finora concordate. Problemi politici sono prevedibili in Grecia, che sta vivendo in un contesto ormai depressivo, ma anche in Irlanda dove gli elettori irlandesi non sembrano particolarmente soddisfatti delle politiche fiscali imposte.
A peggiorare le cose, la zona euro che dipende dalle importazioni di petrolio, ancor più che gli Stati Uniti, vede i prezzi del greggio in pericoloso aumento a rappresentare un serio rischio per la ripresa dell’economia così come ha recentemente affermato il segretario al Tesoro USA Timothy Geithner.
Non servono ad attenuare i problemi i proclami di nebulose strategie di crescita nell’area euro che attualmente non compensano l’austerity imposte dalla Germania.
Se tutto questo non bastasse la recente analisi di Bloomberg ha messo in risalto un altro elemento della scarsa compattezza dell’area euro: dal 2010 ad oggi le banche tedesche e francesi hanno ridotto la presenza nei loro portafogli di titoli italiani, spagnoli, greci e irlandesi anche del 50%.
Nello stesso tempo dei 1.019 miliardi di euro prestati dalla Bce alle banche continentali in tre mesi, 715 sono finiti nelle casse degli istituti di Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna. In pratica, oltre il 70% della liquidità dalla Bce al tasso dell’1% è finita in mano alle banche di periferia. Quindi sembrerebbe che il piano Bce non abbia funzionato e che anzi abbia potrebbe aver addirittura esasperato le disuguaglianze nella distribuzione del rischio tra le realtà dell’area euro.
E’ molto probabile quindi che la BCE debba porre rimedio a queste emergenze riavviando una politica di acquisti di obbligazioni dirette, oppure, come suggeriscono alcune recenti indiscrezioni, ponendo in essere una nuova iniezione di liquidità alle banche con prestiti a scadenza differita (probabilmente a cinque anni).
Non è impossibile che non si trovi costretta a perseguire entrambe le strategie. Una cosa è certa: occorrono politiche monetarie ulteriormente espansive a costo di accettare un inflazione più elevata. Senza una politica monetaria molto più accomodante e una revisione dell’austerità fiscale, l’euro non si indebolirà e non consentirà la competitività esterna a cominciare dalla virtuosa Germania. Se le recessione si aggravasse la situazione diventerebbe ancora più insostenibile.
Altri paesi della zona euro sarebbero costretti a ristrutturare i loro debiti, e, infine, alcuni potrebbero decidere di uscire dall’unione monetaria ripristinando le valute locali. Sarebbe un effetto distruttivo sia economicamente che politicamente ma forse, nonostante gli enormi costi da sopportare, come ha recentemente scritto provocatoriamente sul “New York Times” il premio nobel Paul Krugman, questa, nonostante tutto, potrebbe essere un alternativa migliore all’eccessiva austerity imposta a paesi in preda a pesanti crisi economiche e occupazionali.
Articolo ripreso da finanzaediritto.it
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La politica italiana e’ entrata in una fase molto pericolosa per gli investimenti

C’è un calcolo elementare nell’annuncio di Berlusconi di una sua prossima ri-discesa in campo. L’ex premier pensa che sotto i colpi della recessione gran parte della opinione pubblica tornerà a guardare ai tempi del berlusconismo trionfante e ottimista. Berlusconi scommette, soprattutto, sulla mancanza di memoria di questo paese.

Può anche darsi, come è accaduto molte volte nel passato, che Berlusconi non creda invece in quello che dice, ma che reciti la parte del conte di Montecristo ansioso di vendetta per galvanizzare il suo pubblico, per tenere sotto tensione Angelino Alfano impedendogli di slittare verso Casini, per contrattare con Monti qualcosa che gli sta a cuore. Quello che probabilmente Berlusconi non ha messo in conto è che l’attuale stato d’animo di gran parte dei nostri concittadini si sta predisponendo al peggio con un giudizio ancora più draconiano e sommario sulla politica, tutta quanta.

La fase due del governo Monti ha infatti questa caratteristica, sul versante della politica, cioè di mettere in luce come non sia pronta alcuna alternativa al governo dei tecnici. Con ogni probabilità non sta infatti aumentando il consenso verso i professori eppure, con la stessa probabilità, sta perfino diminuendo quello verso i vecchi attori della scena pubblica.

Nessuno dei partiti esautorati dal governo Monti mostra di aver capito che una grande nebbia sta calando su tutto il sistema politico. Questo spingerà alcune forze, la Lega e l’Italia dei Valori, ad accentuare la polemica sociale contro i professori ma rischia di lasciare senza argomenti i partiti maggiori.

Monti sembra aver capito che i suoi recalcitranti sostenitori parlamentari non hanno molte frecce nel proprio arco. Tuttavia anche per Monti si avvicina il momento della verità. Non so se sia stata una trovata geniale quella di indicare nella fase due il momento in cui il paese sarà risarcito dai sacrifici. Aver indotto questa convinzione, visibilmente infondata, è stato un errore di comunicazione dei tecnici. A meno che Monti non abbia fra le sue possibilità la famosa mossa del cavallo che sconvolge il gioco.

Personalmente credo che il fondamento e la legittimità del governo stiano solo nella eccezionalità della situazione del paese e lo stesso governo possa reggere solo finchè  sarà evidente che nessuno dei partiti è in grado di chiamare gli italiani a fare dei sacrifici. Qui c’è la prima delusione che il dibattito politico ha offerto.

I partiti sono stati fondamentali per ridurre le asprezze delle prime misure, ad esempio sulla de-indicizzazione delle pensioni, ma non è emerso un quadro di misure alternative a quelle dei professori. Né in queste ore stiamo leggendo che cosa i partiti vogliono che Monti metta nella cosiddetta fase due. L’illusione che Monti abbia in serbo la carta che risveglierà il paese e il silenzio dei partiti sui loro progetti rischiano così di creare un nuovo sconforto nella pubblica opinione e preparare scenari pessimi.

 

Articolo ripreso da linkiesta.it

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Eugenio Benetazzo obbligazioni con bonus fiscale

Forse non si desume dall’opinione pubblica occupata a osannare o denigrare il montismo come il nuovo fenomeno politico di portata mediatica, tuttavia la priorità nazionale non è l’art. 18 o il ridicolo sdegno della politica per le esternazioni di Calearo, quanto piuttosto la composizione e la detenzione dello stock di debito pubblico italiano.
Attenzione, non mi sto riferendo alla dimensione elefantiaca dello stesso quanto invece a come e quanto in percentuale questo debito è detenuto. Sostanzialmente per farla breve un anno fa circa il 55% del debito pubblico italiano era nelle mani di operatori finanziari istituzionali (banche, fondi & company) tutti rigorosamente non residenti in Italia. Oggi questa percentuale è scesa al 45% grazie alle operazioni di LTRO della BCE che ha consentito alle banche italiane di acquistare una parte consistente del debito, sostenere le quotazioni e realizzare proventi straordinari (che hanno salvato non poco i bilanci delle stesse nello scorso esercizio).
Quanto stiamo vivendo (governo tecnico, aumento delle imposte generalizzato, stato privo di risorse) non è altro che una conseguenza di questa composizione ovvero quasi la metà del debito è nelle mani di investitori istituzionali di rilevanza che pretendono il regolare pagamento degli interessi ed il rimborso puntuale delle tranche in scadenza (imponendo pertanto al nostro paese Mario Monti quale garante dello stabilità e serenità finanziaria).
La priorità nazionale che dovrebbe essere sbandierata da quella che rimane oggi dalla vecchia e screditata classe politica (destra, sinistra, centro, lega & company) è rappresentata proprio dalla necessità di ricomperarsi da parte degli italiani il loro stesso debito: questo per evitare di essere comandati da altri e soprattutto per evitare ingenti oneri finanziari solo per accontentare qualche tycoon russo, cinese o saudita.
La popolazione italiana avrebbe le potenzialità per fare questo, nel senso che esistono le risorse finanziarie in mano agli italiani per fare questa operazione epocale, non mancano infatti le credenziali e le motivazioni.
Pensate che solo gli asset finanziari (giacenze di liquidità, depositi vincolati, gestioni patrimoniali, titoli azionari e obbligazioni varie) nei portafogli delle famiglie italiane ammontano a oltre 3,7 trilioni di euro. Per questo motivo mi faccio unico promotore ed ideatore in Italia degli OTIF, letteralmente Obbligazioni del Tesoro con Incentivo Fiscale.
Nuovi strumenti finanziari ibridi di ultima generazione emessi dal Tesoro Italiano ad un tasso particolarmente modesto compreso tra un 2 ed un 3% con scadenze non superiori ai 5 o 10 anni. A queste condizioni di remunerazione nessuno si sognerebbe di sottoscriverli soprattutto visto anche il rischio paese oggi tra gli ultimi scalini della categoria dell’investment grade (BBB+). Tuttavia gli OTIF sarebbero accomunati da un incentivo fiscale esercitabile tramite opzione che li trasformerebbe in titoli molto desiderati ed apprezzati: nello specifico, a scelta del nuovo sottoscrittore, o lo scudo fiscale o la detassazione del carico fiscale personale.
Per fare un esempio in caso di sottoscrizione di OTIF per un taglio di Euro 100.000 il contribuente italiano potrebbe optare per uno scudo fiscale attravreso una copertura sino a Euro 100.000 in caso di contenzioso con l’Agenzia dell’Entrate sulle poste di imponibile accertato: chi detenesse OTIF pertanto ha una sorta di protezione oggettiva che fa decadere la possibilità di irrogare sanzioni.
Una seconda opzione è rappresentata dalla detassazione del carico fiscale complessivo che grava su ogni contribuente: per ogni Euro 100.000 di OTIF sottoscritti e detenuti è possibile in opzione beneficiare di uno sconto di 10/20/30 punti percentuali sull’ultima aliquota progressiva, arrivando anche ad annullarla.
Gli OTIF per la loro appetibilità consentirebbero pertanto di rimborsare anticipatamente le vecchie emissioni di BTP in mano agli investitori non residenti (gravati da interessi tra il 6 ed il 7% annuo) sostituendoli con titoli di stato decisamente meno onerosi, che porterebbe a far risparmiare tra i 50/60 miliardi all’anno di interessi sul debito pubblico. L’aspetto più determinante comunque rimarrebbe la capacità del paese di liberarsi dagli stranieri che detengono il debito nazionale, i quali per il peso istituzionalmente rilevante possono avere ingerenza nella vita politica ed economica italiana proprio come sta avvenendo ormai da mesi.
Articolo ripreso da eugeniobenetazzo.com