Categoria: geopolitica

La crisi demografica in Germania il vero problema in Europa

Mentre la Grecia continua a distrarre i mercati la Francia, l’altro paese leader dell’Unione europea assieme alla Germania, sta vivendo una contrazione dell’economia pari a quella del 2008-2009.

In effetti i numeri delle vendite di auto della Francia di settembre, sono peggiori di quelli del mese di settembre 2008 (il mese del crollo della Lehman).

La lettura delle PMI del paese è tornata ai livelli di aprile 2009. Anche la Banca Centrale francese ha annunciato che il paese potrebbe ri-entrare in recessione prima della fine dell’anno.

Nel corso delle ultime settimane, un grido di allarme è stato lanciato dai dirigenti che avvertono come l’economia francese sia andata pericolosamente fuori strada.

In un’intervista pubblicata il 14 novembre sulla rivista L’Express, Amministratore Delegato Henri de Castries dei servizi finanziari del gruppo Axa ha un giudizio severo sulla politica economica di François Hollande, avverte che il recente piano per la competitività ammorbidisce il dolore e segna l’incapacità francese ad entrare nel XXI secolo. Per Castries la Francia sta rapidamente perdendo terreno, non solo contro la Germania ma contro quasi tutti i suoi vicini europei. “C’è un forte rischio che, nel 2013 e nel 2014, si finisca dietro economie come Spagna, Italia e Gran Bretagna”.

Dice pure che ”la crescita del settore produttivo è soffocata da un eccesso di spesa pubblica”.

Nel mese della consapevolezza francese, il 5 novembre Louis Gallois ha pubblicato un rapporto commissionato dal governo ove si chiede una “terapia d’urto” per ripristinare la competitività francese.

E poco prima, alla fine di ottobre, un gruppo di 98 CEO del Paese, hanno pubblicato una lettera aperta a Hollande scrivendo che la spesa del settore pubblico, che al 56 per cento del prodotto interno lordo è la più alta d’Europa, “non è più sostenibile.”

Otteniamo ulteriore conferma dei grossi guai dei francesi, dalle posizioni del suo principale partner nel sostenere l’Unione europea, la Germania.

Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha chiesto ad un gruppo di consulenti di esaminare delle proposte di riforma per la Francia, preoccupato del fatto che la debolezza nella seconda più grande economia della zona euro potrebbe ritorcersi contro la Germania. Due funzionari anonimi, hanno detto a Reuters che Schaeuble ha chiesto al Consiglio dei “saggi” economici del governo tedesco di prendere in considerazione la stesura di una relazione su quello che la Francia dovrebbe fare.

“Il problema più grande in questo momento nella zona euro non è più la Grecia, la Spagna o l’Italia, è invece la Francia, perché non ha intrapreso davvero nulla per ristabilire la propria competitività, anzi va nella direzione opposta”, ha detto Feld. “La Francia ha bisogno di riforme del mercato del lavoro, è il paese tra quelli della zona euro ove il lavoro funziona meno ogni anno”.

Lato francia, se ne fregano delle critiche dell’Economist e dicono che la vera bomba in Europa è la Germania.

Jacques Attali, saggista e scrittore francese, che in tempi non (ancora del tutto) sospetti, ha presieduto su incarico di Sarkozy la Commissione per il rilancio della crescita, oggi sta lavorando per Hollande a un rapporto sull’«Economia positiva e responsabile».

La Francia non è una bomba a scoppio ritardato in Europa, come ha annunciato l’Economist in copertina?

«La vera bomba a scoppio ritardato in Europa è la Germania, perché il paese è in difficoltà a causa della sua demografia e del suo catastrofico sistema bancario. La Francia ha invece un sistema bancario eccellente e una demografia forte.

L’azione del governo francese finirà per ottenere risultati. A lungo termine, la Germania si troverà in una situazione più difficile della Francia. I media anglosassoni lanciano attacchi scandalosi per distogliere l’attenzione dai loro problemi. La realtà è che il mondo anglosassone, l’economia americana e quella britannica, sono in fallimento».

 

Articolo ripreso dal sito finanzaelambrusco.it

Un grande imprenditore Enrico Mattei e l’autosufficienza energetica dell’Italia

Un imprenditore, un dirigente pubblico, un politico. Ma soprattutto un innovatore. Fu tutto questo e molto di più Enrico Mattei, uno dei protagonisti assoluti del boom economico dell’Italia del secondo dopoguerra. In un’esistenza lunga 56 anni fu protagonista di diverse vite.

Operaio, partigiano, deputato della Democrazia Cristiana, commissario liquidatore dell’Agip, presidente dell’Eni. Di Mattei si è parlato tanto in vita, ma ancora più rumore ha fatto la sua tragica morte. Era la sera del 27 ottobre 1962, esattamente 50 anni fa, quando l’aereo su cui si era imbarcato a Catania cadde nei pressi di Bascapè, vicino Pavia, poco prima dell’atterraggio previsto nello scalo di Linate a Milano.

Incidente o attentato sono stati per anni alternative imperscrutabili di uno dei misteri dell’attualità italiana. Le recenti verità giudiziarie hanno avvalorato la tesi dell’omicidio, anzi dell’attentato. Nell’aereo si è certificato che venne inserita una bomba stimata in 150 grammi di tritolo. Ma non sono bastati cinque decenni per chiarire totalmente i responsabili e gli interessi che hanno portato alla morte di Mattei.

Enrico MatteiErano in tanti a poter volere la scomparsa del dirigente italiano. Innanzitutto le cosiddette sette sorelle del petrolio, Standard Oil of New Jersey successivamente trasformatasi in Esso e poi ExxonMobil, Royal Dutch Shell, Anglo-Persian Oil Company, poi divenuta in British Petroleum (BP), Standard Oil of New York, diventata in seguito Mobil e fusa con la Exxon, Texaco, unitasi alla Chevron per diventare ChevronTexaco, Standard Oil of California (Socal), poi Chevron, Gulf Oil, in buona parte confluita nella Chevron.

Ma anche la Cia, i servizi segreti americani, in quel periodo di piena ‘Guerra fredda’, non vedeva di buon occhio i rapporti commerciali tra Mattei e l’Urss. Tanti nemici per un uomo potente, che era riuscito a rompere l’oligopolio del mercato petrolifero per abbassare i costi energetici per l’Italia e facilitare, in questo modo, lo sviluppo industriale.

Un progetto ambizioso, fondato sull’intuizione che i paesi arabi, in un quadro di profondi cambiamenti geopolitici dovuto anche alla decolonizzazione, avrebbero assunto il controllo delle riserve di oro nero.

Questa convinzione, poi rivelatasi indovinata, spinse Mattei a cercare contatti diretti con i governi dei paesi emergenti e a firmare contratti di partnership di grande importanza. Nonostante il campo minato, il presidente dell’Eni stava realizzando il suo intento. Anche grazie ad un’attenta strategia di consenso, costruita a più livelli. Basti pensare che fu Mattei il vero artefice della nascita nel 1956 del quotidiano “Il Giorno”, uno strumento, capace di notevoli novità nel linguaggio giornalistico, a cui delegare la comunicazione del gruppo del cane a sei zampe.

Enrico Mattei era dotato di un’intelligenza e di un fiuto per gli affari al di sopra del comune. Di strada ne aveva fatta tanta da quando il 29 aprile del 1906 era nato ad Acqualanda, un piccolo paese delle Marche, in provincia di Pesaro e Urbino.

La sua era una famiglia modesta. Il padre Antonio, sottoufficiale dei Carabinieri, spinse il figlio Enrico, dopo la licenza elementare e gli studi alla Regia Scuola Tecnica di Vasto, a lavorare in una fabbrica di letti metallici. Divenuto ragioniere, il giovane Mattei, intraprese la carriera dirigenziale in una piccola azienda in cui era entrato quale operaio, si trasferì poi a Milano, dove inizialmente svolse l’attività di agente di commercio  nel settore chimico e delle vernici.

Ma lo spirito imprenditoriale non tardò a farsi sentire. Così, mentre non disdegnava contatti politici con il regime fascista e il mondo dell’area democristiana, a trent’anni avviò una propria attività nel settore chimico, fino a divenire fornitore delle Forze Armate.

Durante la seconda guerra mondiale partecipò alla Resistenza come partigiano. Nel 1944 Mattei fu chiamato a rappresentare le formazioni partigiane cattoliche nella Segreteria per l’Altitalia della nascente Democrazia Cristiana di De Gasperi e Gronchi. Il 26 ottobre di quell’anno fu arrestato nella sede milanese della costituenda DC. Tre giorni dopo la liberazione, il 28 aprile 1945, fu nominato commissario liquidatore dell’Agip, ente statale per la produzione (estrazione), lavorazione e distribuzione dei petroli.

L’incarico avrebbe dovuto limitarsi alla liquidazione ed alla chiusura dell’azienda pubblica, ma Mattei si convinse che avrebbe potuto essere una risorsa per l’Italia. Solo pochi anni prima l’Agip aveva infatti costituito la Snam, una società dedicata per gestire il nascente mercato del gas e realizzare metanodotti. Per raggiungere il suo obiettivo puntò sulla modifica del sistema delle concessioni di ricerca e sfruttamento dei giacimenti petroliferi. Mattei ottenne prestiti diretti da parte di alcune banche per mettere a posto il bilancio dell’Agip.

I colpi bassi della compagnie petrolifere statunitensi, che accusarono l’imprenditore di simpatie social-comuniste, e l’ostilità di alcuni politici, non fermarono l’ascesa di Mattei. E i risultati cominciarono ad arrivare. Nel 1948 a Ripalta, nel cremasco, in seguito a prospezioni, fu scoperto un giacimento di gas naturale.

Nell’aprile di quell’anno il dirigente pubblico fu anche eletto alla Camera. I ritrovamenti nella zona della piana del Po aumentarono fino a spingere il governo ad autorizzare la costruzione di nuove reti di gasdotti. Lo spirito di intraprendenza e la capacità di leadership di Mattei furono celebrate ancora di più quando nel 1949 a Cortemaggiore, in provincia di Piacenza, fu trovato il petrolio. Lo Stato, grazie ad un apposito disegno di legge, riservò per sé le concessioni per le ricerche in Lombardia e nell’Italia settentrionale.

Mattei aveva ormai la strada spianata. Nel 1952 l’Agip si dotò del noto logo con il cane a sei zampe, come le sei aziende del gruppo (Agip, Snam, Anic, Liquigas, Nuovo Pignone, Romsa). Furono ideati sul modello americano i Motel Agip, si puntò sul metano nella produzione degli idrogenati usati nei fertilizzanti. Il dirigente marchigiano cercò quindi di far entrare l’Agip nel “Consorzio per l’Iran”, il cartello delle sette principali compagnie petrolifere del tempo, ma la richiesta fu respinta. Nel 1953 nacque l’Eni come ente pubblico per coordinare tutte le politiche energetiche del Paese.

E subito si mosse sul mercato da indipendente, cercando nuovi accordi e nuove alleanze commerciali per svincolare l’Italia dal ricatto commerciale straniero. Mattei cercò allora il rapporto diretto con lo Scià di Persia e ottenne una concessione a condizioni particolarmente favorevoli per l’Iran. Naturalmente il cartello delle sette sorelle non lo vedeva di buon occhio.

L’azione dell’imprenditore petrolifero divenne sempre più improntata alla ricerca di un approvvigionamento diretto delle risorse necessarie allo sviluppo industriale italiano. Un fabbisogno crescente, che giustifica anche strategie azzardate.

Mattei, supportato da un’opinione pubblica abilmente portata a suo favore e dalle sua capacità diplomatiche, riuscì a strappare accordi favorevoli ai paesi interlocutori più poveri e agli Stati del Medio Oriente. Con pazienza allestì rapporti con l’ostica Libia, ex-colonia contro la quale l’Italia aveva anche combattuto guerre, stabilì un contatto con l’Egitto, trattò col Re di Giordania, si arrischiò non poco ad ingerirsi nei rapporti fra l’Algeria e la Francia.

Altrettanto con la Tunisia, il Libano ed il Marocco. Non mancò l’interesse per il nucleare con i lavori per la costruzione della Centrale elettronucleare Latina, che divenne la più grande d’Europa. Sempre nell’ottica di garantirsi una indipendenza delle fonti energetiche Mattei prese anche l’iniziativa di creare entro l’ENI una società di prospezioni e ricerche minerarie – la SoMiREN (Società Minerali Radioattivi Energia Nucleare). Tra polemiche per la sua attività lobbistica e i fondi neri ai partiti, Mattei, negli ultimi mesi della sua vita, ottenne concessioni per operare anche in Sicilia, dove trovò altro petrolio.

La morte improvvisa ha fermato altri progetti industriali. Nel corso di questi 50 anni il cinema e la televisione hanno cercato di approfondire la figura di Mattei. Su tutti si ricorda “Il caso Mattei”, un film-inchiesta del 1972, diretto da Francesco Rosi, che analizza le varie tesi della scomparsa del noto imprenditore.

Un alone di mistero probabilmente resterà per sempre. Ma un personaggio così importante nella storia economica dell’Italia merita ancora di essere celebrato. Per questo l’Eni ha ricordato Mattei in questi giorni a San Donato Milanese. E un libro di recentissima pubblicazione, riporta i suoi discorsi dal 1945 al 1962.

 

Articolo ripreso dal sito yahoo.it

Europa ed Euro ad un bivio cosa sceglieranno i greci

Ancora pochi giorni di attesa per conoscere il verdetto degli ellenici, euro si o euro no, che per noi significherà euro salvezza o euro disastro. A quel punto infatti se la Grecia esigerà per pretesa politica di voler abbandonare la moneta unica, accollandosi tutti i rischi che questo comporterà per la propria economia, si produrrà un pericoloso precedente, a cui nel breve futuro altri paesi vorranno fare riferimento.

La maggior parte degli italiani, complice forse i campionati di calcio europei e gli scandali del campionato italiano, non ha minimamente idea dei rischi che potrebbe vivere se le autorità sovranazionali (BCE, FMI ed Eurogruppo) non si inventeranno velocemente una exit strategy credibile.

Perchè è di questo che il mondo si interroga: l’immobilismo politico europeo, quasi a voler aspettare di vedere il crash per poi intervenire all’ultimo minuto. Questo inizio settimana si è parlato di un Big Plan per salvare l’Europa: Draghi & Company ci stanno lavorando. Dovremmo essere ottimisti per una volta tanto, tuttavia siamo arrivati a questo punto perchè sino ad oggi di decisioni forti e autoritarie non se ne sono mai viste.

Solo nella giornata di ieri ho ricevuto qualche centinaia di email di risparmiatori in preda ad una crisi di nervi dopo quanto è stato fatto trapelare sulle misure di possibile contenimento  post elezioni greche: si va dal contigentamento dei conti correnti (come in Argentina nel 2001) sino al bando del trattato di Shenghen.
Nonostante questo, ci sono ancora italiani che alle 18:30 corrono a casa per non perdersi l’Olanda che gioca con la Germania agli Europei. Mi viene da sorridere in questo momento perchè se la situazione sfuggisse di mano vedremo (forse) la finale di una competizione sportiva per l’assegnazione di un titolo europeo quando di Europa potrebbe veramente rimanere poca cosa (e questo nel giro di qualche settimana). Affannarsi adesso a cercare di aprire il conto in Svizzera o di investire sull’oro in pochi giorni non ha proprio senso: pensate che proprio il metallo giallo si sta muovendo in controtendenza con la percezione del rischio, in quanto si teme che possa essere espropriato o congelato quello detenuto dai privati per investimenti personali.
Come dice il titolo, iniziate a pregare.
Pregate che i greci non siano così scellerati da segare le gambe della sedia in cui sono adesso seduti, pregate che i mercati azionari ai valori attuali stiano già scontando il worst case scenario, pregate che la Merkel rinsavisca nel sonno delle prossime notti, pregate che Draghi dimostri di essere a tutto il mondo veramente Super Mario, pregate che le banche italiane in caso di addio ellenico all’euro non siano commissariate, pregate che le autorità di controllo e vigilanza dei mercati impongano la chiusura delle negoziazioni per ragioni di sicurezza nazionale (come fecero gli USA con l’attacco del 9/11), pregate che il FMI presti a dismisura quello che serva per sostenere paesi deboli come Spagna e Italia, pregate che la Cina si faccia avanti per sorreggere le quotazioni dei titoli di stato europei, pregate che qualcuno non si inventi un prelievo straordinario sui depositi a vista per drenare risorse finanziarie da devolvere al sistema bancario europeo, infine pregate che la vostra vita non finisca come quella di J.J. Braddock come raccontata nella prima parte del film Cinderella Man.
Si parla tanto della fine del mondo nel 2012 causa simbiosi con il calendario maya, non so se ci sarà a fine anno la fine del genere umano, di certo se il clima in Europa non muta velocemente rischiamo di vedere la fine dell’Europa e dell’Euro. Cerchiamo di essere pragmatici: nessuno auspica la fine della moneta unica, non conviene a nessuno e pochissimi avrebbero da guadagnarci in misura sostanziale. Questo è l’unico dato di fatto a cui ci possiamo aggrappare come fosse un maniglione antipanico.
Tuttavia dobbiamo anche notare come nessuno si stia autorevolmente impegnando per uscire da questa situazione paradossale di limbo finanziario in cui siamo catapultati. Forse nessuno si impegna a cercare una soluzione definitiva, perchè purtroppo non esiste la exit strategy o la medicina amara da prendere. Ci sono solo dei calmanti come gli stability bond o del cortisone come la politica di austerity. Sarà proprio per questo che dobbiamo effettivamente pregare.
Articolo ripreso dal sito di EugenioBenetazzo.com

Vive bene chi sa immaginare il futuro e afferrarlo

Chi ama immaginare l’avvenire, lo pregusta, cerca di prevederlo e lavora a costruirlo – talora con successo. Vive meglio di chi teme il futuro, si arrovella nell’ipocondria, non si azzarda ad agire – e subisce.

Teucro, cacciato da Salamina dal padre re Telamone, incoraggiava i compagni: “Nil desperandum! Non disperiamo: infatti Apollo ha promesso che costruiremo una nuova Salamina in una nuova terra.” La profezia del dio si avverava nella leggenda, in realtà, invece, tante luminose speranze gratuite vengono deluse.

Le profezie interessano lo storico delle religioni o chi ama le leggende di aruspici. La fede cattolica insegna che i profeti esistono: “Attraverso di loro ha parlato lo Spirito Santo. che procede dal Padre e dal Figlio”. Secondo Tommaso d’Aquino (Summa, 2-2, 171.),: le profezie provengono da Dio, sono vere e fanno conoscere eventi futuri, presenti o passati prima ignoti. Il profeta, ricevuta la rivelazione, deve compiere un miracolo per confermarla.
Primo Levi nel 1986 scrisse: “È difficile distinguere fra profeti buoni e falsi. A mio parere sono tutti falsi. Non credo ai profeti, benché io appartenga a una stirpe di profeti.”. Serve poco dire che cosa succederà, se non si spiega perché. “Hier es gibt kein Warum”[“Qui non ci sono perché”] – rispose un SS a Primo Levi che chiedeva perché fosse proibito dissetarsi con un ghiacciolo staccato da una finestra.

Non accettiamo i vaticini: meglio sondare i futuri possibili in modo razionale. E usare metodi già applicati con successo. Ad esempio le popolazioni biologiche e le epidemie crescono prima lentamente, poi accelerano (sembrano esponenziali), infine rallentano e si fermano. Le fonti energetiche declinano se entrano in scena alternative più efficaci. Questi andamenti, sono descritti da equazioni di Volterra e da grafici a forma di S. Forniscono proiezioni accurate: spesso, ma non sempre. Gli approcci logico-sperimentali sono illuminanti, ma anche su di essi si polemizza. È normale: l’avvenire di grandi sistemi dipende da variabili troppo numerose.

Ciascuno di noi è profeta o futurologo: non per scelta, ma per semplice necessità. Il futuro a breve termine (di ore o giorni) lo prevediamo spesso in modo accurato. Più lontano è l’orizzonte a cui guardiamo, meno chiara è la nostra visione, meno si avverano le nostre aspettative.

Come ogni altra attività, la previsione si può fare male in tanti modi o bene in pochi. Fa previsioni sbagliate chi le improvvisa, va a caso. Se è bravo a descrivere eventi futuri luminosi che gli piacciono tanto, configura così bene l’immagine di paesi in cui latte e miele scorrono nei ruscelli che anche tanti altri apprezzano quelle visioni e le credono imminenti.

Così obbediscono e ignorano gli indizi che i processi in corso conducono da tutt’altra parte. Hitler descriveva un avvenire di pane e libertà per i tedeschi, l’avvento di un Reich di mille anni (senza ebrei), la dominazione germanica del mondo. Milioni di tedeschi si fecero ammazzare per realizzare quella visione. Accettarono violenza e barbarie. Omisero di confrontare risorse e potenza della Germania con quelle di America e Russia. Finirono per raggiungere un ben noto Anno Zero.

Su scala molto minore si comporta in modo simile chi spera senza ragione che gli accadranno cose gradevoli e che avrà bellissimi regali. Vincerà alla lotteria. Verrà ingaggiato da un’azienda che lo farà lavorare poco e lo pagherà moltissimo. Il suo coniuge, scelto nevroticamente, non sarà più assertorio, egoista, inaffidabile, ma diventerà cedevole, altruista, responsabile.

Governanti e deputati si rimetteranno a studiare e diviseranno politiche razionali e costruttive tali da risanare l’economia e da ottimizzare l’ambiente, la giustizia, la cultura – senza alcun riguardo per i propri interessi personali. Amare un futuro bello, improbabile, non progettato, immeritato, non porta da nessuna parte. Non contribuisce a realizzarlo e non è nemmeno divertente. È un’attività che somiglia a quella dei fumatori d’oppio. In inglese si chiamano pipe-dreams (sogni da pipa).

Ama il futuro da adulto chi conosce il passato e capisce come si è svolto e perché. Chi immagina come si possano cambiare gli obiettivi e modificare i rapporti di forze. Chi ha visto tanti modi essere e ha conosciuto validi modelli di umanità, ha imparato a stimarli e ha cercato di imitarli. Progettare un avvenire complicato e positivo è anche un’attività divertente. Sta alle divagazioni su possibili futuri da babbei come il gioco degli scacchi sta al rubamazzo.

È questo secondo approccio che ho scelto. Io costruisco scenari sociali, economici, tecnologici – storie future e plausibili. Per farlo occorre conoscere il passato, capire i meccanismi della storia (rivoluzioni, invenzioni, innovazioni) e di eventi naturali (variazioni del clima, evoluzione biologica).

Poi vanno poste domande nuove, ma non scelte a caso. Si comincia col supporre che le tendenze attuali continuino a svilupparsi come in passato. Dove ci porterebbero? Poi si deve cercare di intuire nuove tendenze appena iniziate o che si possono immaginare come probabili dopo svolte paradossali – che accadono spesso.

I più interessanti interrogativi sul nostro futuro a livello internazionale riguardano tragedie: conflitto nucleare (scatenato da stati impazziti o da guasti nei sistemi di controllo), diffusione del terrorismo. Ma dobbiamo anche chiederci quali siano i modi per invertire le tendenze correnti verso superficialità, incultura, interesse per canzoncine, spettacoli. personaggi noti e insulsi. Faremo bene a progettare una cultura nuova (non fatta solo di giochi e di entertainment) basata sulla tecnologia avanzata.

Questa è sfruttata bene da pochi esperti e male dai più (come nel caso dei personal computer velocissimi che tanti usano solo per chiacchiere e attività volatili). Il futuro da amare è quello in cui i tratti negativi scompaiono e si realizza una società prospera, libera, innovativa, controversa in cui si fanno lavori stimolanti e si parla di argomenti interessanti e vitali, non di sciocchezze, in cui la maggioranza delle persone raggiunge livelli di alta qualità umana e culturale.

Orazio, nella sua ode del “carpe diem” esortava Leuconoe a non chiedere che fine ci avessero dato gli dei, ma a sopportare qualunque cosa ci dovesse capitare. Aveva torto: è meglio chiedere (a chi sa), sopportare di meno e combattere per costruire un futuro almeno un po’ migliore.

 

Articolo ripreso dal sito caffe.ch

Investire in Qatar potenza emergente del Medio Oriente

In Libia l’era Gheddafi è finita. In Siria Assad è rimasto isolato. In Palestina Hamas ha preso le distanze da Damasco e guarda altrove. In Yemen governo e opposizione stanno cercando faticosamente un accordo per smuovere il Paese dallo stallo.

In Giordania i Fratelli Musulmani aspirano a rientrare nel gioco politico. La Tunisia è il primo grande laboratorio arabo in cui si tenta di conciliare la democrazia con l’Islam.

Dietro tutti questi movimenti c’è un minuscolo stato, più piccolo della Campania, meno popolato della Calabria, il Qatar. La carta geopolitica del Medio Oriente si è improvvisamente ingiallita, leader storici sono caduti, lo status quo è sottoposto a una lenta ma inesorabile opera di revisione e in questo vuoto di potere l’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani ha giocato le proprie carte, forte di un notevole peso economico, di una micidiale potenza mediatica e di una rete di relazioni che abbraccia tutto il mondo arabo.

Sabato scorso la Lega Araba ha sospeso l’adesione della Siria. Ieri, dopo un vertice tenuto a Rabat, l’organizzazione ha minacciato sanzioni economiche nel caso in cui Damasco non mantenga le promesse fatte al segretario Nabil el Araby: il ritiro dell’esercito dalle città assediate, la liberazione dei prigionieri politici, l’avvio di trattative con l’opposizione. Un salto di qualità rispetto alle misure già prese da alcuni paesi – come il richiamo dell’ambasciatore deciso dall’Arabia Saudita – in cui il ruolo di Doha è stato determinante.

Il Qatar aveva scommesso nell’opera di modernizzazione promossa da Assad, investendo in maniera ingente nell’economia siriana, ma la rivolta scoppiata a marzo ha guastato i rapporti tra i due Paesi. L’atteggiamento del raìs, che con una mano annunciava le riforme e con l’altra usava il pugno di ferro, ha portato l’emiro a schierarsi progressivamente con l’opposizione, come era avvenuto in Libia.

È difficile che si arrivi a un intervento armato in Siria, anche se fu proprio la presa di posizione della Lega, con la successiva richiesta di una no fly zone, a costituire la base della missione Nato in Tripolitania e in Cirenaica. In caso contrario, però, il Qatar farebbe la propria parte, come già accaduto in Nordafrica.

Doha è stato il primo paese arabo a riconoscere il Consiglio nazionale transitorio di Bengasi. Ha partecipato allo sforzo bellico, ha addestrato militarmente e ha sostenuto economicamente i ribelli. Ha accolto i transfughi del regime, come l’ex ministro degli Esteri, Moussa Koussa. Ha permesso agli insorti di trasmettere dagli schermi di una tv satellitare.

Nel momento in cui gli Stati Uniti non possono più permettersi un impegno su larga scala, le tradizionali potenze sunnite sono distratte dai problemi interni, l’Iran deve gestire il dossier nucleare ed è prigioniero di lotte intestine, il Qatar si presenta come l’unico attore in grado di agire con rapidità ed efficacia.

L’Egitto è impegnato nella transizione post Mubarak, la gerontocratica classe dirigente dell’Arabia Saudita si sforza di disinnescare qualsiasi ipotesi di rivolta endogena, la Siria è dilaniata dalla guerra civile: in questo contesto il dinamismo del Qatar non fatica ad emergere, anche in qualità di mediatore, come nello Yemen che cerca da mesi un’intesa per l’exit strategy del presidente Saleh.

Secondo alcuni, Doha si muoverebbe secondo una linea settaria. In Siria, ad esempio, non farebbe altro che sostenere l’opposizione sunnita contro l’élite alawita di Assad. Un’ulteriore prova di questa tesi sarebbe l’appoggio all’intervento saudita in Bahrein, per reprimere la rivolta degli sciiti.

Altri parlano invece di un’agenda islamista che il Qatar vorrebbe imporre a tutto il mondo arabo. Bassma Koudmani, uno dei leader dell’opposizione siriana, crede invece che l’emiro si sia limitato a riempire un vuoto: «Ha occupato uno spazio e un ruolo che era stato lasciato scoperto da altri Paesi».

La stessa posizione assunta sulla Siria mirerebbe soprattutto ad eliminare un importante competitor nella leadership regionale. L’opportunismo qatariota si estenderebbe anche al sostegno fornito ai movimenti islamisti che beneficiano dell’apertura dei sistemi arabi alla competizione politica.

«Il Qatar è un Paese privo di ideologia – sostiene Talal Atrissi, analista politico libanese. – Doha sa che gli islamisti rappresentano il nuovo potere. Alleandosi con loro, vuole estendere la propria influenza sull’intera area».

A differenza di Arabia Saudita ed Emirati Arabi, l’emiro mantiene stretti legami con le differenti branche dei Fratelli Musulmani, dalla Libia alla Siria, dall’Egitto alla Giordania, dove tenta di favorire un riavvicinamento tra il Fronte di azione islamica e il governo del neo-premier Awn Khasawne. Khaled Meshal, leader in esilio di Hamas, è di casa a Doha, come il popolare islamista egiziano Yusuf Qaradawi. Gli stessi talebani potrebbero aprire una loro rappresentanza nel Golfo.

Sono piuttosto noti i rapporti tra il Qatar e Rachid Ghannouchi, capo carismatico di Ennahda, il partito uscito vincitore dalle recenti elezioni tunisine, anche grazie al sostegno economico dell’emiro. Ma l’apporto più evidente si è avuto in Libia, dove gli islamisti espatriati a Doha hanno giocato un ruolo chiave nella fine di Gheddafi, in primo luogo il predicatore Ali Sallabi e il guerrigliero Abdel Hakim Belhaj, attualmente al vertice del consiglio militare di Tripoli.

È probabile che la prossima generazione di leader arabi non esca più dal milieu militare, ma da quello dell’Islam politico. Doha è pronta a relazionarsi con questa nuova classe dirigente, non come punto di riferimento politico – dal punto di vista retorico, in questa fase prevale il modello turco – ma attraverso la potenza combinata del denaro e dei media.

Il Qatar è fra i Paesi più ricco del mondo, secondo il Pil pro capite. Detiene fra le maggiori riserve di gas del pianeta. A questo si aggiunge il soft power garantito da al Jazeera, il principale canale televisivo della regione. L’emittente fondata e finanziata dall’emiro è un formidabile strumento di pressione e un decisivo atout della politica estera, perché può accendere o spegnere i riflettori, a seconda delle convenienze.

La strategia di Al Thani rimane comunque flessibile. Il sostegno agli islamisti non significa affatto una rottura con Washington, che considera Doha un alleato strategico e mantiene nel Paese due basi militari, né l’emiro disdegna i rapporti con gli sciiti: lo scorso anno fu accolto come un eroe dai sostenitori di Hezbollah, perché li aveva aiutati a ricostruire le città bombardate da Israele nella guerra del 2006.

L’attivismo qatariota mostra limiti e contraddizioni, come si è visto in Bahrein. Né una monarchia assoluta può rappresentare l’orizzonte ideale di chi ha promosso la primavera araba. Nella stessa Libia si sono levate le prime voci critiche. Abdulrrahman Shalgam, ex ambasciatore alle Nazioni Unite, ha accusato Doha di voler trasformare la Libia in un proprio satellite.

Una denuncia espressa, in maniera più velata, anche da Mahmoud Jibril, ex premier del Cnt di Bengasi: «Con i soldi e le televisioni, il Qatar sta interpretando un ruolo superiore al suo potenziale».

Articolo ripreso da linkiesta.it