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La crisi finanziaria blocca gli investimenti

C’è aria di positività tra le fila del Governo tecnico. Sistemati un po’ i conti, la Fornero & Co. Distribuiscono pillole di positività sull’onda delle agenzie di rating che ovviamente conti pubblici alla mano, fanno eco alla compagine do governo. “È ora che le imprese tornino ad investire” dice la Fornero.

Frase quanto mai agghiacciante. Si ipotizzano grandi miglioramenti relativi alla crescita nel 2013 che conti pubblici alla mano dovrebbe avvicinarsi allo zero assoluto, come se questo fosse un successo. Beh a metà anno siamo a -2.5% adesso, forse è un miglioramento. Si toccheranno punte dell’1% nel 2014 si ipotizza. L’aria positiva quasi taumaturgica ormai coinvolge tutti, dall’informazione, spesso poco attenta, fino alle Istituzioni.

Ma è tutto vero? No! Sono balle!

Ho sempre apprezzato Polillo, il sottosegretario all’Economia di questo Governo. Uomo di apparato, sì ma con senso della misura e dello Stato. Parla sempre poco, si sbilancia ancor meno ma , tra le righe le cose le dice. Stavolta, in una interessantissima intervista rilasciata al Resto del Carlino-La Nazione, pur sempre con il suo modo compassato e con senso della misura, ha fatto letteralmente outing. Ma nella gara a chi è più ottimista, l’outing di Polillo non ha fatto rumore.

Alla domanda del giornalista che riprende il concerto della Fornero che sentenzia che se le imprese italiane investissero di più, l’Italia uscirebbe dalla crisi, il sottosegretario risponde al fulmicotone: “Non mi faccia litigare con la Fornero”.

Ma dice ancora di più! Il margine operativo lordo delle imprese italiane è ridotto al lumicino. Se poi a questo si va a togliere l’altissimo prelievo fiscale e gli oneri finanziari, non  c’è spazio alcuno per investimenti in ricerca e sviluppo. Impossibile che allo stato attuale le imprese abbiano la forza finanziaria per investire. È, aggiungo io, un pio desiderio di chi vuole indorare una amara pillola.

Polillo nell’intervista dice quello che vado da tempo affermando. Il Governo ha lavorato sulla messa in sicurezza dei conti pubblici (non quelli degli Enti locali che a causa della riforma dell’art. V della Costituzione sono un tabù invalicabile per chiunque) ma si è dimenticato completamente dell’economia reale, o meglio, è stato costretto a dimenticarsene. Come ho sempre detto, siamo stati commissariati.

Il reddito degli italiani è drasticamente e pericolosamente calato mentre il fabbisogno dello Stato è aumentato ancora, nonostante i tagli, dell’1%. Dato piuttosto significativo, non credete? E se non fosse per la spending review e i 6 miliardi di delega fiscale, avremmo pure l’aumento dell’IVA al 23% nel 2013 che influirà pesantemente sulla spesa degli italiani.

E badate, non è nemmeno con la tanta decantata lotta all’evasione che l’economia reale italiana potrà tirare sospiri di sollievo. I numeri dicono che la raccolta dall lotta all’evasione sono numeri marginali che non spostano di molto i conti, men che meno influiranno positivamente sui conti delle imprese.

Di fatto, come dice Polillo, siamo al palo. E lo saremo per gli anni a venire di sicuro! Uno dei Punti nodali dell’intervista verte sulla domanda se è ipotizzabile una riduzione del prelievo fiscale e la risposta è stata eloquente: No! Forse nella prossima legislatura, ma sarà difficile e io aggiungo, impossibile.

Il resto potete leggerlo anche voi ed è un tentativo tipico di Polillo di non andare troppo oltre, ha già detto tantissimo.

Quindi, per il futuro? Emigrare. Altro non so che dire.

 

Commento di Andreas Voigt sul blog di Innovando.it

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Investire nelle energie rinnovabili puo’ essere pericoloso soprattutto in Puglia

Il sole in Puglia è feroce e, se preso in abbondanza, può fare molto male. Se poi, ad esporsi ai raggi, sono dei cinesi, è ancora più pericoloso: ci si può scottare o, addirittura, rischiare un’insolazione pesante.

Ed è proprio quello che in questi giorni d’estate – mentre migliaia di turisti si sollazzano sotto i raggi pugliesi –  sta accadendo alla cinese Suntech, azienda leader mondiale del solare (quotata al Nyse) che nel 2011 ha realizzato circa il 45% del suo fatturato (3,1 miliardi di dollari) nel Vecchio Continente.

Un colosso, fondato nel 2001 da un imprenditore nato cinese, ZhengrongShi (noto come “dr. Shi”), che nel mondo ha installato una potenza complessiva di oltre 5 GW (circa 20 milioni di pannelli) e che oggi sembra essere incappato in una truffa colossale da 554 milioni di euro in falsi titoli di Stato tedeschi.

Palcoscenico della frode, la Puglia, dove Suntech negli ultimi due anni ha costruito decine di megawatt di impianti a terra investendo un fiume di denaro. Denaro arrivato direttamente dalle casse della China Development Bank che, nonostante il fondo di private equity italo cinese Mandarin Capital Partners avesse cercato di dissuaderli, valutò positivamente l’investimento, forte anche dell’appoggio di politici italiani, sia nazionali che locali.

Il deal fu realizzato attraverso il fondo Solar Puglia II controllato all’80% da Global Solar Fund (Gsf), società creata appositamente per investire nel Sud Italia, garantito però da bund tedeschi inesistenti. In una conference call lo scorso 30 luglio il colosso cinese ha accusato il manager del fondo Gsf, lo spagnolo Javier Romero (che ne possiede il 10% e che fino al 2008 ha lavorato per Suntech come rappresentante non esecutivo in Spagna), di aver falsificato le obbligazioni.

“È un imbroglio pazzesco, tutto cucinato in salsa cinese, figlio della superficialità con la quale spesso le aziende cinesi investono in giro per il mondo”, ha dichiarato Alberto Forchielli, presidente di Mandarin Fund, in un’intervista all’AGI dove però non manca un pizzico di italianità. I cinesi in Puglia ci sono arrivati grazie agli accordi siglati nel 2010 tra il Governo Berlusconi e il premier cinese Wen Jiabao, oltre alla successiva compiacenza degli amministratori locali nell’accoglierli e nel concedere autorizzazioni per costruire gli impianti.

Se poi ci mettiamo anche un po’di ingredienti spagnoli (Javier Romero, insieme ad altri è stato accusato dai gip di Brindisi di aver falsamente attestato la conclusione dei lavori entro la fine del 2010 al fine di percepire 10 milioni di euro di incentivi prima del successivo taglio), ecco servito un piatto di tutto rispetto. Un bel minestrone dal sapore amaro per gli azionisti di Suntech che si sono visti ridurre del 40% il valore del titolo e che oggi negli Stati Uniti stanno promuovendo delle class action.

Sapore amaro – che dopo due anni è diventato un tantino acido – anche per gli italiani che hanno pagato fior di incentivi per degli impianti fotovoltaici non “Made in Italy”(i turcinieddhri pugliesi si sono tramutati in involtini primavera grazie a una politica che preferisce attrarre investitori e garantire ritorni interessanti piuttosto che tutelare le eccellenze dei propri territori).

Del resto, gli illeciti legati alla costruzione e all’autorizzazione degli impianti del Global Solar Fund (tra cui Tecnova e altre società satelliti), in Puglia sono cronaca quotidiana. I giornali locali hanno dedicato intere pagine alle indagini della Procura di Brindisi e ai diversi capi di imputazione: truffa a danno dello Stato (spagnoli e italiani frazionavano gli impianti, presentando semplici dichiarazioni di inizio attività, sufficienti per potenza pari o inferiore a un megawatt.), riduzione in schiavitù dei lavoratori (centinaia e centinaia di extracomunitari costretti a lavorare senza sosta per poter ultimare gli impianti e accedere agli ultimi incentivi prima della riduzione avvenuta poi nel 2011), oltre a uno scempio incontrollato del territorio (1500 sono gli ettari di terreno “destinati” alla produzione di energia pulita).

Una vicenda intricata, ancora tutta da chiarire, che potrebbe portare alla nazionalizzazione del colosso cinese (al 31 dicembre scorso era gravato da debiti a breve per 1,3 miliardi di euro). Insomma, per ripianare il buco da 560 milioni la Suntech ora non avrebbe altre alternative che emettere un nuovo bond, sottoscritto interamente dallo Stato cinese.

Se Suntech dovesse essere nazionalizzata o fallire, sorge  spontanea, tra le altre, una domanda: che ne sarà di quelle migliaia di pannelli messi a terra (alcuni piantati con dei supporti di cemento così da lasciare un segno indelebile sui terreni di Negramaro) e chi si occuperà di smaltirli?. Al momento la società nega di aver avuto come dipendente Javier Romero e nessuno sa che fine farà il Global Solar Fund. Forse la politica sta già pensando a un Consorzio pubblico – o a delle leggi costruite ad hoc per sanare la situazione – per disfarsi di tutto quel silicio e liberare finalmente il territorio riportandolo a quel luogo incontaminato, raccontato dalle leggende di Ovidio, Nicandro e forse anche Aristotele.

Per ora il caso è solo all’inizio e nei prossimi mesi il Governo cinese si giocherà  il tutto e per tutto per salvare la propria reputazione e le proprie scelte in materia di energie rinnovabili. Al varco li aspettano, oltre agli azionisti di minoranza di Suntech, il crollo dei prezzi dei moduli e le iniziative antidumping che gli americani stanno portando avanti da mesi e che gli europei stanno seguendo a ruota.

Nel frattempo si tratterà di capire quanti sono realmente gli impianti alimentati dai raggi pugliesi perché sono comunque una garanzia su cui il produttore cinese può contare. Il debito deve essere ripianato entro marzo 2013 e i Tribunali americani non aspettano certo che il sole torni a brillare.

 

Articolo ripreso da Chicago-Blog.it

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La gestione degli investimenti nei prossimi anni sara’ molto complessa

Nel 1987 Madonna tenne il suo primo concerto in Italia, in quello che si chiamava ancora Stadio Comunale di Torino. Iniziando il concerto rivolse alla folla plaudente due domande dirette: “Siete pronti? Siete caldi?” E al pubblico che rispondeva entusiasticamente “Sì!” replicò con una formula che si può dire senza tema di smentite sia passata alla storia, “Ànch’io!” con l’accento sulla “a”.

Quattro anni dopo, nel 1991, io ho cominciato a lavorare come promotore finanziario. E da allora questo è un “mantra” che mi sono ripetuto spesso. Bisogna essere pronti. Bisogna essere caldi.

Vent’anni fa potevamo proporre ai clienti una decina di fondi comuni di investimento e altrettante gestioni patrimoniali oltre che una negoziazione titoli molto artigianale. Sembrava già tanto. Oggi io dispongo di 1.800 fondi comuni e centinaia di gestioni patrimoniali e per i clienti che vogliono negoziare sui titoli una tecnologia all’avanguardia. Ma siamo pronti per gestire questa complessità? Una riflessione molto interessante di chi si occupa a livello scientifico della relazione tra economia ed emozione, come Matteo Motterlini, è che, oltre una certa soglia, l’eccesso di offerta, le troppe possibilità, finiscono per paralizzare la volontà. Davanti a troppe scelte, la persona si blocca.

E quindi: siamo capaci di andare a cercare liberamente in tutti i mercati del mondo per individuare, comprare e vendere i migliori fondi in circolazione? In sostanza: siamo pronti? Siamo caldi?

La quota di risparmio delle famiglie italiane che scende vertiginosamente, i titoli di stato che offrono ancora dei buoni rendimenti e un andamento dei mercati incerto mi fa pensare che nei prossimi 24 mesi il patrimonio che gli italiani affideranno al risparmio gestito non crescerà di molto. Il che vuol dire che la torta da spartire sarà più o meno la stessa, ma la competitività aumenterà di moltissimo.

Anche per questo bisogna essere pronti, essere caldi.

D’altra parte le banche, la burocrazia, i controlli e controllori, la tassazione degli switch non ci rendono la situazione più facile. Però, si spera che qualcosa il governo tecnico dovrà pur riuscire a fare nel campo della semplificazione. La catena dell’industria del risparmio gestito nei prossimi anni, dal produttore al consumatore passando dal distributore, sarà completamente stravolta.

Una questione semplice che bisognerebbe approfondire, sono le masse di risparmio delle famiglie italiane investite su fondi lussemburghesi, irlandesi, inglesi, francesi, scozzesi e ora anche maltesi, che dal 2003 al 2011 sono passate dal 119 mld a 255 mld. In questo modo lo stato ha perso tutti i benefici fiscali che sono andati negli altri paesi, che non dicono nemmeno grazie.

La maggior parte di questi fondi esteri sono appartenenti a gruppi bancari italiani e se il governo creasse le condizioni fiscali uguali a quelle che gli altri paesi dell’Europa riservano ai nostri gruppi bancari, avremmo due effetti immediati: le nostre banche farebbero Sicav in Italia a beneficio di nuovo gettito fiscale e nuova occupazione.

In ogni caso, la situazione cova cambiamenti epocali. I clienti vorranno sempre di più tre cose: assistenza per pagare meno tasse su titoli e fondi; rendimenti stabili (e questo significa che sopravviveranno e prospereranno solo i migliori gestori), e la ragionevole certezza che i rischi che si corrono siano ripagati. E bisognerà essere in grado di offrirle. Voi siete pronti? Siete caldi? Ànch’io!

 

Articolo ripreso dal blog di JackflyItalia

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Investire significa anche finanziare le aziende con grandi potenzialita’

Una delle frustrazioni più grandi per un consulente è affermare “io lo avevo detto”. Questo per molti motivi, il primo  perché nessuno ti crede e pensa che stai cercando di crearti l’immagine del Guru che, diciamo la verità, non ti si addice per niente. Il secondo motivo, molto più serio è perché significa che nessuno ti si è filato, i Clienti hanno continuato a fare quello che credevano e, anche se ti hanno pagato regolarmente, non hanno seguito i tuoi consigli.

Nel 2007, in piena crescita economica, avevo detto ad alcuni imprenditori di fare attenzione con gli investimenti nei quali si stavano pesantemente impegnando, perché la crescita non sarebbe durata ancora a lungo e, probabilmente, ci saremmo dovuti aspettare un periodo di recessione.

Quella volta non mi hanno preso a pernacchie soltanto perché, comunque, un po’ di stima nei miei confronti ce l’hanno, ma hanno ritenuto poco credibile la mia previsione, dal momento che tutti gli indicatori sembravano affermare l’esatto contrario.

Nel 2010, quando in crisi c’eravamo già, le mie affermazioni pessimistiche sul fatto che di crisi strutturale si trattava e non di semplice e passeggero calo degli ordinativi, erano state lette come eccesso di prudenza. Alle mie affermazioni che stavamo pagando al momento una crisi finanziaria, che poi sarebbe diventata economica e successivamente avrebbe avuto dei pesanti risvolti sociali, tutti affermavano, ottimisticamente, che si sarebbe trattato di un periodo, come ce ne sono ciclicamente, di calo della domanda e che tutto si sarebbe messo a posto nel giro di pochi mesi, massimo di un anno. Anche le dichiarazioni dei politici in generale e dei nostri governanti in particolare, propendevano per tale ipotesi.

Oggi sappiamo che le cose non stavano così. Ma il problema è che il pessimismo che oggi serpeggia tra gli imprenditori, che come risultato ha il taglio netto dei costi a breve e degli investimenti a medio-lungo,  non risolverà da solo i problemi. Stiamo pagando, noi italiani, una grave crisi strutturale, della quale sicuramente è in gran parte responsabile la nostra classe politica che non ha saputo dare all’Italia quell’assetto organizzativo e quegli asset che sono necessari per competere, ma che in parte è anche causa della miopia di molti imprenditori che non riescono a concepire il fatto che il mercato, come noi lo concepivamo fino a qualche anno fa, non esiste più.

Questa non è una crisi, quello che sta accadendo, darwinianamente parlando, sta alle crisi periodiche come una glaciazione sta ad una nevicata invernale. Questo è, continuando nella metafora ambientale, un cambiamento climatico e soltanto le aziende che  saranno capaci di adattarsi all’ambiente modificato riusciranno a sopravvivere, le altre saranno destinate alla morte, come i dinosauri nel Mesozoico.

Secondo le ultime statistiche ISTAT le microaziende con meno di 10 dipendenti rappresentano il 97% del tessuto produttivo nazionale. Questo non è detto che, in termini assoluti, sia un male, perché strutture di questo genere hanno sicuramente una flessibilità maggiore, sono più rapide a cambiare pelle, ma per farlo è necessario che gli imprenditori comprendano che il modello di sviluppo è cambiato e che quello che andava bene soltanto qualche anno fa, oggi non funziona più. Chi continuerà a credere che l’unica leva di mercato è il prezzo sarà sicuramente destinato a fallire, perché essere leader in un settore in cui vince chi vende a prezzo più basso, ci farà immediatamente perdere il predominio nel momento in cui entrerà un concorrente con prezzi più bassi.

Oggi in Italia c’è il costo del lavoro più elevato di tutti i paesi industrializzati e, ovviamente, dei paesi emergenti. Siamo inoltre penalizzati dal fatto che gli stipendi sono tra i più bassi d’Europa. Questo cosa significa? Significa che la domanda interna sarà destinata a calare e ci sarà spazio per l’entrata di nuovi competitor con prodotti a prezzi più bassi. Certo, questo è un problema che deve risolvere lo Stato, ma non possiamo stare ad aspettare che lo facciano. E’ assolutamente inutile che arrivi la medicina per risolvere il tuo male quando sei già morto.

Quindi la soluzione per le imprese è tentare la via dell’internazionalizzazione, cercando di aggredire mercati più solidi. Ma questo non si può fare soltanto con il prezzo, perché ovunque ci sarà qualcuno che avrà un prezzo più basso.

Già Theodore Levitt, economista americano, padre delle teorie sulla globalizzazione, sosteneva che  i paesi industrializzati devono concentrare la loro produzione nella fascia alta di mercato. E di questo abbiamo notevoli esempi anche in Italia, dove aziende che si sono riposizionate in segmenti di mercato di fascia alta, sono riuscite a superare il problema del prezzo che, ricordiamolo, è soltanto una delle 4P del marketing mix (Product, Price, Place, Promotion), e sono riuscite a conquistare nicchie importanti di mercato in paesi ricchi e senza bisogno di delocalizzare la produzione e impoverire la propria terra d’origine.

 

Articolo e testo ripreso dal blog di rudivittori.com

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Investire con il trading online sara’ sempre piu’ difficile con la Tobin Tax

Che triste destino attende i day traders italiani, non che quelli europei se la passeranno tanto meglio, ma un mestiere (se così si può definire) così giovane e meritocratico è destinato a finire indecorosamente molto presto.
L’introduzione della tanto desiderata (dai governi) Tobin Tax non farà altro che decretare la condanna a morte di questa professione a causa del crollo dei volumi e degli scambi e le conseguenti nuove commissione di negoziazione.
Per chi non la conoscesse ancora questa imposta colpirà il controvalore di tutte le transazioni finanziarie (0,10% per l’equity e bond e 0,05% per tutto il resto) non appena verrà messa a regime, si parla già di 10 stati su 27 favorevoli alla sua introduzione, con l’Inghilterra che invece ha posto un diniego insidacabile. L’imposta di per sé dovrebbe generare circa 60 miliardi all’anno per tutta Europa, una inezia se considerata  la dimensione dei recenti programmi di intervento e sostegno alle varie economie della fascia mediterranea. Il contributo maggiore dell’imposta invece scaturirà dalla perdita di migliaia di posti di lavoro all’interno del settore finanziario (broker e dealer) oltre ad una diminuzione del gettito fiscale generata dal capital gain.
Sono trader professionista da quasi dieci anni, il trading online ha determinato la mia preparazione, la mia competenza e la mia esperienza, gran parte di quello che ho scritto negli anni precedenti ha trovato fondamento e ispirazione proprio dalle migliaia di eseguiti di borsa effettuati in un decennio di attività.
Purtroppo per quanta pressione potremo fare noi trader indipendenti, per adesso ancora nulla consentirà di evitare l’introduzione di questa imposta, che di fatto penalizza i piccoli investitori e non i grandi squali e sciacalli della finanza internazionale. Infatti chi movimentarà milioni e milioni in pochi click di mouse non dovrà fare altro che eludere l’applicazione dell’imposta iniziando ad operare con un conto di trading intestato ad una società estera domicialiata in una giurisdizione contraria all’applicazione della Tobin Tax.
Il piccolo risparmiatore o trader invece sarà colpito inesorabilmente. La Tobin Tax è la classica mistificazione che si bevono i media credendo che in questo modo finalmente saranno tassati i ricchi o i grandi speculatori. Niente di più fuorviante e lontano dalla realtà.
Continuo a ricordarlo a tanti colleghi, godetevi ancora (forse per un anno) questi ultimi mesi di eseguiti di borsa a 5 euro di commissione, perchè saranno presto un ricordo del passato. Con la nuova tassa diminuiranno vistosamente i volumi e soprattutto anche molte strategie operative: non sarà più possibile infatti effettuare per il piccolino l’attività di hit and run (mordi e fuggi) accontentandosi di profitti percentuali della modesta entità.
Esempio: comprare oggi in mattinata Enel a Euro 2.30 Euro per rivenderla a Euro 2.35 nel tardo pomeriggio, sarà antieconomico, in quanto oltre al capital gain (che è quasi raddoppiato dallo scorso anno), si dovranno contabilizzare lo 0,20% di Tobin Tax e con molta presunzione dallo 0,3% allo 0,5% di commissioni di trading (che subiranno invece un vistoso aumento per allinearsi con i valori del passato).
Nel caso invece il trade si sviluppi negativamente ovvero si dovrà liquidare in loss la posizione si rischia di operare con una percentuale average win/average loss profondamente avversa che mette a rischio l’erosione del capitale impiegato.
Continuerà invece ad esistere il trading di posizione di medio e lungo periodo in quanto la profittabilità delle singole operazioni saranno più consistenti grazie ad escursioni di volatilità maggiori a cui possono conseguire anche maggiori rendimenti.
Su questa considerazione sto da mesi lavorando per trasformarmi da trader professionista a operatore indipendente del risparmio gestito grazie ad una newco (Deltoro Financial S.p.A.) controllata da Deltoro Holding, con l’intento di diventare entro la fine di quest’anno SGR o SIM a seconda delle scelte di strategia aziendale che si riteranno più opportune.
In molti in queste settimane mi hanno scritto chiedendo informazioni sul progetto in corso: quanto posso dare come ragguagli sono le condizioni che contraddistinguono l’attuale aumento di capitale sociale della Deltoro Financial, destinata a diventare il braccio operativo della Deltoro Holding nella gestione dei risparmi e nella consulenza finanziaria ai grandi patrimoni. Anche adesso molti mi deridono per questo progetto ambizioso: curioso, lo stesso accadde anche nel 2006 quando scrissi il mio primo pamphlet che anticipava quello che sarebbe avvenuto dopo qualche anno in Italia e nel mondo.
Articolo ripreso dal sito di EugenioBenetazzo.com