Categoria: investimenti lungo termine

La protezione dei propri investimenti con una metodologia atipica

Chi, della mia generazione, ha dimenticato il miscuglio di emozioni, diverso per ciascuna persona, ma per tutti notevole, suscitato dal crollo del muro di Berlino? Pochi ricordano invece che fu il caso a determinarne la data esatta, il 9 novembre 1989. Fu l’incauta dichiarazione fatta a tarda sera da Schabowski, lo stanco funzionario addetto ai media della DDR, incalzato dai giornalisti. Schabowski non sapeva bene che cosa dire, era stufo, ed era in chiusura di una conferenza stampa serale. Le sue parole innescarono un processo che nessun capo della DDR riuscì più a controllare e bloccare (cfr. Il mio Credere, Il Mulino, 2008, pp. 10-12).

Oggi sappiamo che il socialismo reale aveva cominciato la sua parabola discendente molti anni prima del crollo del muro (si sapeva anche in Russia, secondo le testimonianze contenute nella biografia di Limonov, scritta da Emmanuel Carrère, Adelphi, 2012). Forse il vero punto di svolta mondiale era avvenuto nel 1979, quando Deng Xiaoping era andato in visita negli Stati Uniti e aveva avviato le riforme economiche. Così sostiene lo storico britannico Niall Ferguson (30.11.2012, New York Times, Turning points).
Allora ebbe inizio la grande convergenza, mettendo fine alla grande divergenza, e cioè alla contrapposizione degli ultimi secoli tra l’Occidente e il resto del mondo. The West prevalse su The Rest grazie al mix di scienze, tecnologie e rivoluzioni industriali, che ormai quasi tutto il mondo sta facendo sue. Il classico di Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie (1998), spiega le cause e il formarsi della forte divergenza negli ultimi cinque secoli.
Divergenza che oggi si sta riducendo rapidamente: si prevede che nel 2017, meno di quarant’anni dopo il viaggio di Deng Xiaoping, il PIL cinese supererà quello statunitense (tenendo conto del potere d’acquisto nei due paesi). Vorrei qui ricordare anche l’ultimo libro di Jared Diamond, The world until Yesterday (Penguin 2012) perché offre una lunga riflessione sulla concezione del rischio degli occidentali rispetto a quella molto più prudente delle popolazioni tribali della Nuova Guinea.
Una delle cose che aveva colpito Diamond, nei primi lunghi soggiorni della foresta della Nuova Guinea, a partire dagli anni settanta, era l’atteggiamento che lui chiama “paranoia costruttiva”. Si era accorto, per esempio, che nella scelta dei posti dove sostare o erigere tende, gli indigeni tenevano conto di pericoli non esperibili immediatamente, apparentemente del tutto improbabili. Sembravano paranoici, fissati su rischi inesistenti, e invece questo era un atteggiamento costruttivo, preventivo nei confronti di pericoli possibili su tempi molto lunghi. Per esempio, controllare quanto un albero fosse sano prima di passarvi sotto, o montare una tenda, perché un ramo secco poteva cascarti in testa. Jared Diamond impara a diventare prudente anche nella vita di Los Angeles, basandosi sull’esame di molte più possibilità rispetto a quelle che è per solito incline a considerare la cultura occidentale dei nostri tempi.
Quello che è stato chiamato brevismo, o, da Tommaso Padoa Schioppa, La veduta corta (Mulino, 2009), fa sì che gli stessi guai o incidenti continuino a ripetersi, e ogni volta ci sorprendiamo. Bisogna prendere in considerazione scenari su tempi più lunghi e su spazi più vasti, come ci ha insegnato la recente crisi. La regina Elisabetta, in visita alla London School of Economics, chiese: se era così grande, la più grande dopo la crisi degli anni trenta del secolo scorso, come mai non ve ne eravate accorti? La risposta, disarmante, è che non ci siamo comportati con paranoia costruttiva.
Ritorneremo sul tema cruciale del rischio e sui punti di svolta pluridecennali nella convenienza comparata di portafogli azionari e a reddito fisso, già discussi nella precedente lezione. Commentiamo ora l’anno passato e il decennio trascorso dal punto di vista dell’andamento degli hedge funds. Si sperava che questi fossero la panacea nei periodi di violenti alti e bassi dei mercati azionari, iniziati con l’inizio del nuovo secolo, che ci ha già regalato due mercati orso di forte virulenza.
Ebbene, l’anno scorso gli hedge sono saliti in media del 3% contro il 18% dell’indice S&P500. Anche il decennio trascorso non è stato soddisfacente. Un classico portafoglio, fatto dell’indice S&P500 (60%) e di titoli governativi mondiali (40%), tenuto fermo dal 2003, ha reso il 90%, ben più del magro 17% degli hedge (prestazioni medie misurate con l’indice HFRX, cfr. Economist, 22.12.2012, p 101, e sottratte le spese: circa il 2% medio). Forse il 2013 sarà un punto di svolta nel corso del ventunesimo secolo, come sostiene Lazslo Birinyi, e la stessa Swiss%Global (cfr, strategie di investimento 2013). Inizierà un periodo buono per le azioni, e forse anche per gli hedge, battendo il pessimismo che ha favorito le obbligazioni per lungo tempo.
Si pensi che una quota del Fidelity Magellan, il fondo azionario più diffuso nelle famiglie statunitensi, che tanta soddisfazione aveva dato nel ventennio 1980-2000, vale oggi meno che 13 anni fa! Un punto da sottolineare, in relazione ai presunti punti di svolta in economia e finanza e alla nostra capacità di riconoscerli e di regolarci di conseguenza, è la quantità di dati oggi disponibili. Una quantità del tutto impensabile solo pochi decenni fa. Non è detto però che una maggiore quantità d’informazioni conduca sempre a previsioni più accurate! Il governo statunitense fornisce circa 45.000 statistiche economiche. Se si volessero controllare le relazioni tra coppie di dati forniti da due di queste statistiche, per vedere se covariano insieme, avremmo più di un ,iliardo di possibili combinazioni (per l’esattezza 1.012.477.55; 45mila per 44.999 diviso per 2).
Per esempio, c’è una relazione tra l’incremento di valore del Nasdaq e la crescita della disoccupazione in Alabama? Tra il rapporto $US e $AUS e l’import della Cina? Se non avete una teoria in proposito, che possa essere controllata in più modi, si tratta di quesiti comprensibili ma privi di senso (cfr. Nate Silver, op. cit., p. 250 e segg.). Una correlazione diventa interpretabile se dietro all’andamento parallelo di due variabili c’è un fattore sottostante che spiega il collegamento tra le due. Per esempio, Luca Davi sul Sole24Ore del 5.1.2013 (p.25) si domanda se c’è un modo di prevedere come andrà il mercato del lusso: volete capire come andrà il mercato del lusso? Date un’occhiata ai bilanci e all’andamento in Borsa dei casinò di Macao.
Gli analisti del Credit Suisse hanno scoperto che c’è una correlazione positiva tra i ricavi delle sale da gioco della capitale mondiale dell’azzardo e la domanda mondiale di bei di lusso. Di fatto se le puntate aumentano significa che i ricchi cinesi, che su Macao convergono da tutto il paese, hanno più soldi da spendere anche per i beni di lusso. Visto che i titoli dei Casinò hanno sovraperformato, i titoli del lusso potrebbero seguire a ruota … Questa è una correlazione interpretabile in termini di causalità tra la ricchezza dei cinesi, manifestata dalle visite ai casinò di Macao, e l’acquisto dei beni di lusso.
Ovviamente molte correlazioni sono possibili. Tante più quante più informazioni sono disponiibili, per esempio, agli analisti del Credit Suisse. Succede così che la crescita delle informazioni, e quindi delle correlazioni teoricamente possibili, è più rapida della crescita delle relazioni sensate, fondate su modelli plausibili  che leghino cause ed effetti. In altre parole aumenta di più il rumore che non la presenza di veri segnali. Di conseguenza, dietro le apparenze e la facilità di trovare schemi e correlazioni, l’era internet ha portato più rumore, non molte più relazioni causali basate su modelli teorici e verificabili.
In conclusione, l’enorme quantità di dati e la loro continua diffusione contribuisce a nascondere i veri punti di svolta e incoraggia una prospettiva “corta”, particolarmente dannosa nella gestione del portafoglio, soprattutto in assenza di un esperto. Il vantaggio di rivolgersi a un esperto lo si constata bene nella tabella sotto riportata. Personalmente seguo da tre ani esatti, mese dopo mese, tutti i prodotti Julius Baer. Sono un sotto-insieme molto piccolo di quanto le più importanti fabbriche offrono al mercato, ed è quello che conosco di più. Eppure, esaminando nella tabella le analisi di correlazione, confesso che non avrei saputo individuare le coppie con correlazione <0,50, e cioè le coppie che offrono i maggiori benefici in termine di diversificazione.
Per farlo avrei dovuto avere un computer in testa! Ecco perché si ha bisogno di un esperto: troppi dati, abbondanza d correlazioni apparenti ma prive di significato, grandi difficoltà a individuare i “veri” punti di svolta. Conseguenza di tutto ciò: difficile diversificare bene il portafoglio senza un consulente esperto.
Articolo ripreso dal blog Good Finance su Blogpost.it

Investire nel mercato immobiliare non sara’ possibile per i prossimi dieci anni

Per decenni gli italiani hanno confidato sul mattone come bene rifugio per eccellenza, tuttavia adesso senza più alcun dubbio possiamo affermare che queste esternazioni rappresentano certezze di un passato che non si ripresenterà mai più. Il numero delle NTN stimate per il 2012  (ovvero il numero delle transazioni normalizzate, in buona sostanza il dato che statisticamente rappresenta i volumi delle compravendite) è sui livelli di metà anni ottanta, con circa 450/470.000 transazioni, dopo aver avuto picchi vertiginosi durante il primo decennio del nuovo millennio con 750/800.000 transazioni.
Questo è di gran lunga il dato che rappresenta la crisi o meglio la depressione del mercato immobiliare italiano.  Se ci aggiungiamo inoltre l’effetto IMU tale dato dovrebbe peggiorare sensibilmente a consuntivo. Ci siamo sempre sentiti dire che gli italiani sono un popolo ricco perchè otto su dieci di loro posseggono la casa in cui vivono: in realtà anche questo è un dato fuorviante in quanto non considera quanti di loro sono effettivamente proprietari della propria abitazione, senza quindi essere gravati da mutui e prestiti vari per ammodernamenti ed ampliamenti.
In Italia ci sono quasi 24 milioni di abitazioni residenziali (censite catastalmente), di queste 17 milioni rappresentano abitazioni principali di proprietà mentre 6 milioni rappresentano quelle in locazione o fruite ad altro titolo.
Al fianco di questi dati deve far riflettere come ve ne siano invece oltre un milione completamente vuote (o meglio non utilizzate, per la precisione 1.200.000), e non mi riferisco alle case per vacanza o ad utilizzo lavorativo che sono stimate a 4,5 milioni. Se questo non vi basta ancora per comprendere il downtrend che caratterizzerà il mercato immobiliare italiano nei prossimi anni (se non decenni) possiamo elencare le contrazioni di valore che hanno colpito interi quartieri sia in area metropolitane che i capoluoghi di provincia andando da un -5% a un -20% in appena due anni. L’intero settore sta passando da una fase di  blanda stagnazione ad una di marcata contrazione a seguito della convergenza di fenomeni socioeconomici poco confortanti: crollo del mercato dei mutui e peggioramento delle condizioni di affidamento, diminuzione del reddito disponibile nelle famiglie italiane, aumento del carico fiscale sui patrimoni immobiliari e profonda incertezza sul mercato del lavoro.
In particolar modo l’ultima voce deve portare a far riflettere: nel futuro che ci attende non avrà più senso investire a lungo termine per acquistarsi un appartamento di proprietà sapendo che oggi si ha un posto di lavoro a Torino, Milano o Padova e domani con molta probabilità si sarà obbligati a spostarsi in un altra regione o peggio in un altra nazione a fronte di un mercato del lavoro più dinamico e flessibile.
Non entro dopo a raccontare che fine faranno tutti gli immobili costruiti durante gli anni novanta, che si trovano in classe energetica D/E/F, i quali dovranno competere con quelli nuovi di ultima generazione: la competizione sul mercato produrrà d’obbligo una consistente contrazione delle valorizzazioni qualora si debba vendere per necessità. Pensate a tal proposito che un appartamento di medie dimensioni in massima certificazione energetica può far risparmiare anche oltre Euro 2.000 all’anno solo in spese di riscaldamento e condizionamento. Sul fenomeno della lenta penetrazione delle etnie minoritarie in quartieri un tempo di prestigio, ho già avuto modo di parlarne in precedenza.
Termino ricordando che il colpo di grazia lo daranno invece le dismissioni di ingenti patrimoni immobiliari sia da parte di Enti Locali e sia da parte di molti fondi immobiliari privati, i quali liquideranno il proprio patrimonio prima della scadenza naturale del fondo con una stima del controvalore immesso sul mercato di oltre 9 miliardi entro i prossimi tre anni. Ognuno di voi pertanto cerchi di immaginare le conseguenze che scaturiranno da questa mole di proprietà immesse sul mercato, contribuendo a saturarlo ed ingolfarlo pesantemente.
Questo non riguarda solo l’Italia, ma molte altre economie occidentali, solo in Germania si stimano dismissioni di fondi immobiliari per oltre 20 miliardi di euro. Sta finendo un’epoca nel vero senso della parola, quello che si dava per sicuro e remunerativo oggi non lo è più: il mio suggerimento se proprio ci si è intestarditi a investire nell’immobiliare è almeno ricercare l’eccellenza energetica nel residenziale e l’esoticità per quanto riguarda i fondi immobiliari aperti, confidando che il gestore con invidiata lungimiranza sia in grado di individuare mercati con elevato appeal e forte crescita nei prossimi anni.
Articolo ripreso dal sito di EugenioBenetazzo.com

La crisi delle banche durera’ ancora a lungo dice Benetazzo

Almeno adesso possiamo tirare un sospiro di sollievo, le esternazioni degli ultimi sette giorni hanno dato conforto a tanti operatori del risparmio gestito di tutta Europa. Costi quel che costi, ma l’Euro è un progetto irreversibile.
Lo scenario del breakup si allontana sempre più come se fosse uno spettro che per mesi ha creato angoscia e timore di un default o un crash nell’area Euro. Le decisioni assunte nella giornata di venerdì dal Consiglio Europeo si sono trasformate in un gigantesco bazooka contro gli speculatori, le agenzie di rating, gli sciacalli finanziari e le paure delle banche europee.
Di fatto questo stavano aspettando i mercati ovvero una reazione di polso, una soluzione inattaccabile, uno scudo inviolabile per ridare serenità, prospettive e sicurezza all’Europa ed alla vita dei loro cittadini. Finalmente l’asse di governance politica è cambiata: da quello che ingessava e minava l’Europa, fatto da Sarkozy-Merkel, al nuovo Monti-Hollande-Rajoy con noi italiani che per una volta tanto possiamo sentirci orgogliosi di essere rappresentati in Europa da un primo ministro che punta i pugni sul tavolo e dice “take it or leave it” ovvero “prendere o lasciare” mettendo in ginocchio la Germania.
Non che voglia essere etichettato come un fan di Mario Monti a occhi chiusi, ma seguendo in diretta ieri pomeriggio su EuroNews e Bloomberg quanto è accaduto a Bruxelles, non posso rendermi conto di quanto conti oggi l’Italia in Europa e di quanta autorevolezza adesso ci viene riconosciuta: l’esatto opposto di quello che accadeva con i precedenti governi (posso immaginare gli insulti in rete per questa mia esternazione).
Pur tuttavia possiamo adesso confidare di ricreare i presupposti per un graduale rientro dei pericoli che abbiamo tutti scampato durante le ultime otto settimane. Non dimentichiamo infatti il rischio che pendeva con le elezioni in Grecia e la situazione di elevata insolvenza che caratterizzava il sistema bancario spagnolo.
Le cronache delle gesta sportive della nazionale di calcio hanno oscurato questo tipo di informazione, esaltando le performance solo di Super Mario. In vero come analista indipendente confidavo in un altro Super Mario: mi sarei aspettato un maggior pressing (per usare un termine sportivo) da parte di Mario Draghi, ma alla fine il risultato è stato più che soddisfacente, per adesso.
Le borse infatti hanno brindato con performance che non si vedevano da tre anni: vediamo se anche nei prossimi giorni continuerà la fiesta.
Il bazooka europeo da domani, giorno di effettiva entrata in funzione, si chiama ESM (European Stability Mechanism), battezzato come il Fondo Permanente Anticrisi strutturato come fondo di diritto lussemburghese i cui azionisti saranno i diciassette stati membri dell’Unione Europea con una potenza di fuoco di 500 miliardi di Euro, il quale rappresenta un fondo di pronto intervento con capitali disponibili propri che avrà il compito di preservare l’aumento incontrollato dei rendimenti dei titoli di stato dei paesi più a rischio (cosidetto scudo antispread), potendo acquistare direttamente i titoli del debito sul mercato secondario, oltre ala facoltà di ricapitalizzare le banche europee che si trovassero in difficoltà senza l’intermediazione dei governi nazionali.
Non so quanti di voi siano realmente a conoscenza delle critiche condizioni di vita di centinaia di banche europee, italiane comprese, che con l’intervento dell’ESM andranno incontro ad una sistematica fase di commissariamento dall’interno.
Il fondo infatti potrà diventare azionista dell’istituto di credito, attraverso un processo di ricapitalizzazione forzata, con lo scopo di evitarne l’insolvenza e intraprendere un lenta opera di ristrutturazione e risanamento. Prestate attenzione quindi a questa possibilità: le grandi banche, in generale nei prossimi anni, andranno in contro ad una lenta e progressiva diluizione degli assetti societari che oggi le reggono, assistendo non a fenomeni di nazionalizzazione, ma alla instaurazione di controlli nazionali o sovranazionali, minando di fatto i giochi di potere su cui si sono basate per decenni.
Da questo punto di vista, il caso Banca MPS in Italia fa scuola, obbligata ad implementare un piano industriale che prevede un taglio dei costi operativi per oltre 500 milioni, alla chiusura di 400 sportelli, al ricollocamento di 4600 esuberi ed alla cessione di partecipazioni strategiche. Medicina molto amara per la banca più antica del mondo (e forse un tempo anche la più sicura patrimonialmente). Preparatevi perchè ve ne saranno molte altre a cui verrà somministrata la stessa medicina, banche che in questo ultimo decennio hanno voluto puntare a un percorso di crescita forzata, snaturando la loro originaria vocazione e vicinanza al territorio, pur di aumentare in dimensione e acquisire visibilità nazionale.
Articolo ripreso dal sito EugenioBenetazzo.com

Una storia svedese che ben si adatta anche agli investimenti

C’era una volta, anzi c’era ancor prima, una bella princi­pessa che si chiamava Asa e che viveva nei paesi del nord, nel regno di Hrolf.

Asa aveva molti pretendenti, ma di gran lunga i più ostinati erano due nobili principi: Agnay e Volund.

Non sapendo chi scegliere, Asa si consigliò col padre. “Sono tutti e due principi,” disse, “e tutti e due bravi cavalieri e anche belli. Come faccio a scegliere?”

Allora, re Hrolf convocò a corte i due principi. “A guardia della frontiera settentrionale e di quella meridionale del mio regno ci sono due colline identiche,” disse. “Quindi che ciascuno di voi prenda una collina e ci costruisca in cima un castello degno di una principessa. Quello che finirà per primo sposerà la principessa Asa. Ma attenti, c’è una condizione: dovete terminare il vostro castello senza spendere più di questo.” E così dicendo il re diede a ciascuno dei principi mille monete d’oro: quasi una fortuna per quei tempi.

I due principi si misero subito al lavoro, ma con criteri molto diversi.

Il principe Agnay pensò: “Essendo una gara, la rapidità è la cosa più importante. Prenderò molti manovali, che dovranno accontentarsi di lavorare per un basso salario. Useremo pietra locale per comodità e anche perché costa poco, anche se è un po’difficile da lavorare. Non perderemo tempo a costruire vere e proprie impalcature, dormiremo all’ aperto e mangeremo le bacche selvatiche che crescono sulla collina.” .

Il principe Volund invece la pensava diversamente: “Costruire un castello è un lavoro lungo, faticoso e anche pericoloso. Prenderò solamente gli operai che potrò pagare bene. Porteremo la pietra da oltre le montagne perché è di qualità più facile da lavorare.

Taglieremo i pini delle foreste per fare 1e impalcature e per costruire gli alloggi degli operai, prenderemo anche dei cacciatori che ci riforniscano di cervi e cinghiali per mangiare.” “Inoltre,” disse il principe Volund; “tutti gli uomini che lavoreranno alla costruzione del castello ne saranno in parte proprietari, questo vuol dire che avranno diritto di rifugiarvisi con tutta la famiglia in tempi difficili.”

Alla fine della prima estate, re Hrolf andò a vedere come procedevano i lavori. Il castello di Agnay era già mezzo costruito mentre quello del povero Volund era appena comin­ciato. La gente rideva. “Sarà senz’altro un bellissimo castello, quando sarà finito,” diceva beffandosi di Volund. “Peccato che non ci sarà la principessa ad abitarci”. Re Hrolf non ne era altrettanto sicuro.

Venne l’inverno e come sapete, l’inverno è molto rigido nei paesi del nord. Con le mani gelate la pietra di Agnay era ancora più difficile da lavorare. Gli incidenti per la mancanza di impalcature si triplicarono. Le bacche sparirono dai fianchi della collina, e dove una volta c’era l’erba su cui dormire adesso c’era la neve.

Le lagnanze e i mugugni fatti in sordina diventarono poi aperta protesta, e uno dopo l’altro gli uomini di Agnay posarono gli attrezzi di lavoro, se così si potevano chiamare, e si chiesero: “E perché dobbiamo lavorare in queste condizioni?” .

Gli operai di Volund invece sapevano che una volta finito il castello avrebbero avuto sicurezza per sé e per le loro famiglie per tutta la vita. Andarono perciò da Volund e gli dissero: “Visto che siamo così indietro, ci siamo guardati intorno ed abbiamo scoperto vari modi di essere più efficienti”.

Fu così che, mentre Agnay cadde nella confusione più completa, Volund acquisì un vantaggio dopo l’altro. E, come avrete ormai indovinato, un’estate e un inverno più tardi Volund non solamente fu il primo a finire, ma aveva costruito il castello più bello. .

Tutti dissero che il matrimonio fu un vero splendore.

Re Hrolf prese in disparte Volund e gli disse: “Ho trovato più di un figlio”. “La gente di questo paese del nord non dimenticherà mai la lezione che ci hai dato”.

Vive bene chi sa immaginare il futuro e afferrarlo

Chi ama immaginare l’avvenire, lo pregusta, cerca di prevederlo e lavora a costruirlo – talora con successo. Vive meglio di chi teme il futuro, si arrovella nell’ipocondria, non si azzarda ad agire – e subisce.

Teucro, cacciato da Salamina dal padre re Telamone, incoraggiava i compagni: “Nil desperandum! Non disperiamo: infatti Apollo ha promesso che costruiremo una nuova Salamina in una nuova terra.” La profezia del dio si avverava nella leggenda, in realtà, invece, tante luminose speranze gratuite vengono deluse.

Le profezie interessano lo storico delle religioni o chi ama le leggende di aruspici. La fede cattolica insegna che i profeti esistono: “Attraverso di loro ha parlato lo Spirito Santo. che procede dal Padre e dal Figlio”. Secondo Tommaso d’Aquino (Summa, 2-2, 171.),: le profezie provengono da Dio, sono vere e fanno conoscere eventi futuri, presenti o passati prima ignoti. Il profeta, ricevuta la rivelazione, deve compiere un miracolo per confermarla.
Primo Levi nel 1986 scrisse: “È difficile distinguere fra profeti buoni e falsi. A mio parere sono tutti falsi. Non credo ai profeti, benché io appartenga a una stirpe di profeti.”. Serve poco dire che cosa succederà, se non si spiega perché. “Hier es gibt kein Warum”[“Qui non ci sono perché”] – rispose un SS a Primo Levi che chiedeva perché fosse proibito dissetarsi con un ghiacciolo staccato da una finestra.

Non accettiamo i vaticini: meglio sondare i futuri possibili in modo razionale. E usare metodi già applicati con successo. Ad esempio le popolazioni biologiche e le epidemie crescono prima lentamente, poi accelerano (sembrano esponenziali), infine rallentano e si fermano. Le fonti energetiche declinano se entrano in scena alternative più efficaci. Questi andamenti, sono descritti da equazioni di Volterra e da grafici a forma di S. Forniscono proiezioni accurate: spesso, ma non sempre. Gli approcci logico-sperimentali sono illuminanti, ma anche su di essi si polemizza. È normale: l’avvenire di grandi sistemi dipende da variabili troppo numerose.

Ciascuno di noi è profeta o futurologo: non per scelta, ma per semplice necessità. Il futuro a breve termine (di ore o giorni) lo prevediamo spesso in modo accurato. Più lontano è l’orizzonte a cui guardiamo, meno chiara è la nostra visione, meno si avverano le nostre aspettative.

Come ogni altra attività, la previsione si può fare male in tanti modi o bene in pochi. Fa previsioni sbagliate chi le improvvisa, va a caso. Se è bravo a descrivere eventi futuri luminosi che gli piacciono tanto, configura così bene l’immagine di paesi in cui latte e miele scorrono nei ruscelli che anche tanti altri apprezzano quelle visioni e le credono imminenti.

Così obbediscono e ignorano gli indizi che i processi in corso conducono da tutt’altra parte. Hitler descriveva un avvenire di pane e libertà per i tedeschi, l’avvento di un Reich di mille anni (senza ebrei), la dominazione germanica del mondo. Milioni di tedeschi si fecero ammazzare per realizzare quella visione. Accettarono violenza e barbarie. Omisero di confrontare risorse e potenza della Germania con quelle di America e Russia. Finirono per raggiungere un ben noto Anno Zero.

Su scala molto minore si comporta in modo simile chi spera senza ragione che gli accadranno cose gradevoli e che avrà bellissimi regali. Vincerà alla lotteria. Verrà ingaggiato da un’azienda che lo farà lavorare poco e lo pagherà moltissimo. Il suo coniuge, scelto nevroticamente, non sarà più assertorio, egoista, inaffidabile, ma diventerà cedevole, altruista, responsabile.

Governanti e deputati si rimetteranno a studiare e diviseranno politiche razionali e costruttive tali da risanare l’economia e da ottimizzare l’ambiente, la giustizia, la cultura – senza alcun riguardo per i propri interessi personali. Amare un futuro bello, improbabile, non progettato, immeritato, non porta da nessuna parte. Non contribuisce a realizzarlo e non è nemmeno divertente. È un’attività che somiglia a quella dei fumatori d’oppio. In inglese si chiamano pipe-dreams (sogni da pipa).

Ama il futuro da adulto chi conosce il passato e capisce come si è svolto e perché. Chi immagina come si possano cambiare gli obiettivi e modificare i rapporti di forze. Chi ha visto tanti modi essere e ha conosciuto validi modelli di umanità, ha imparato a stimarli e ha cercato di imitarli. Progettare un avvenire complicato e positivo è anche un’attività divertente. Sta alle divagazioni su possibili futuri da babbei come il gioco degli scacchi sta al rubamazzo.

È questo secondo approccio che ho scelto. Io costruisco scenari sociali, economici, tecnologici – storie future e plausibili. Per farlo occorre conoscere il passato, capire i meccanismi della storia (rivoluzioni, invenzioni, innovazioni) e di eventi naturali (variazioni del clima, evoluzione biologica).

Poi vanno poste domande nuove, ma non scelte a caso. Si comincia col supporre che le tendenze attuali continuino a svilupparsi come in passato. Dove ci porterebbero? Poi si deve cercare di intuire nuove tendenze appena iniziate o che si possono immaginare come probabili dopo svolte paradossali – che accadono spesso.

I più interessanti interrogativi sul nostro futuro a livello internazionale riguardano tragedie: conflitto nucleare (scatenato da stati impazziti o da guasti nei sistemi di controllo), diffusione del terrorismo. Ma dobbiamo anche chiederci quali siano i modi per invertire le tendenze correnti verso superficialità, incultura, interesse per canzoncine, spettacoli. personaggi noti e insulsi. Faremo bene a progettare una cultura nuova (non fatta solo di giochi e di entertainment) basata sulla tecnologia avanzata.

Questa è sfruttata bene da pochi esperti e male dai più (come nel caso dei personal computer velocissimi che tanti usano solo per chiacchiere e attività volatili). Il futuro da amare è quello in cui i tratti negativi scompaiono e si realizza una società prospera, libera, innovativa, controversa in cui si fanno lavori stimolanti e si parla di argomenti interessanti e vitali, non di sciocchezze, in cui la maggioranza delle persone raggiunge livelli di alta qualità umana e culturale.

Orazio, nella sua ode del “carpe diem” esortava Leuconoe a non chiedere che fine ci avessero dato gli dei, ma a sopportare qualunque cosa ci dovesse capitare. Aveva torto: è meglio chiedere (a chi sa), sopportare di meno e combattere per costruire un futuro almeno un po’ migliore.

 

Articolo ripreso dal sito caffe.ch