Aggiornamenti da gennaio, 2014 Attiva/disattiva nidificazione dei commenti | Scorciatoie da tastiera

  • admin 23:54 il 20 January 2014 Permalink
    Etichette: investimenti speculativi   

    Gli investimenti che seguono le bolle speculative sono sempre i migliori 

    Nell’estate del 2008, ancora con qualche mese di anticipo al crash di Lehman Brothers, ma in prossimità dell’accentuarsi delle difficoltà sempre più palesi del mercato dei mutui sub-prime, Jared Bernstein, Chief Economist and Economic Advisor, di Joseph Biden, vicepresidente degli USA durante il primo mandato di Obama, coniò per la prima volta il termine di “shampoo economy”.

    Oltre ad essere considerato uno dei più brillanti economisti della corrente economica di stampo progressista negli States, è spesso editorialista del Washington Post con articoli di commento sui principali eventi di natura economica nel mondo ed anche ospite opinionista nelle trasmissioni di approfondimento tematico della CNBC. Con il termine di shampoo economy, Bernstein ha voluto definire in modo non convenzionale l’epoca in cui stiamo vivendo soprattutto sul versante economico: in sintesi il modello di sviluppo economico su cui hanno fondamento tutte le economie avanzate genera periodicamente bolle speculative che presto esplodono obbligando l’intervento delle autorità monetarie per garantire la stabilità e la fiducia.

    Successivamente alla fase di stabilizzazione basta aspettare e dopo qualche anno si ricreano le condizioni per l’innesco di un’altra bolla pronta ad esplodere con tutte le sue conseguenze obbligando nuovamente il regolatore monetario ad intervenire per infondere fiducia sui mercati ed evitare il collasso finanziario.

    Le bolle hanno tutte le medesime caratteristiche come insegnava Hyman Minsky, l’unico elemento che le rende diverse sono le asset class che colpiscono di volta in volta: beni immobili (case in Spagna e Usa), azioni (lo sboom del Nasdaq nel 2000), materie prime (oro & argento), beni deperibili (tulipani in Olanda nel 1630), monete digitali (bitcoin) e divise tradizionali (franco svizzero). L’idea di affibbiare all’economia l’aggettivo “shampoo” è stata più che mai azzeccata: proprio come lo shampoo per capelli produce le bolle di sapone che scompaiono appena ci passate l’acqua (per analogia l’intervento delle autorità) e ricompaiono non appena iniziate nuovamente a frizionarvi il cuoio capelluto (interazione quotidiana degli attori economici). In tal senso quindi shampoo economy ovvero economia che genera periodicamente bolle, le risolve e successivamente le riforma.

    Il concetto di bolla speculativa od economica è osmoticamente collegato a quello di moral harzard. Con questo termine (tradotto in italiano sarebbe azzardo morale) si vuole indicare una specifica condizione del mercato, tanto finanziario quanto immobiliare, che consente ad un soggetto (sia esso persona fisica o entità legale) di effettuare un’operazione di investimento o una transazione economica che comporta l’assunzione di determinati rischi sapendo ingenuamente che in caso di esito sfavorevole il danno cagionato sarà saldato e ripagato da altri.

    Soffermatevi a pensare ora quanto è accaduto negli ultimi cinque anni, la fase di destabilizzazione di interi paesi, grandi banche sistemiche, società multinazionali e persino piccole banche di credito cooperativo. Tutto si è basato proprio su questa constatazione: nessuno ha mai dovuto pagare per i proprio errori. E quando dico nessuno intendo nemmeno i piccoli investitori o risparmiatori che magari hanno affidato i loro investimenti a istituti bancari e finanziari il cui management ha compromesso la solidità patrimoniale della banca stessa con strategie ed investimenti di mercato fallimentari.

    Sembra che non esista più il motto “chi sbaglia, paga” o peggio a nessuno fa piacere che possa ritornare in auge: per questo motivo oggi abbiamo ancora banchieri, policy makers e regolatori che hanno compresso la stabilità e la serenità dell’epoca contemporanea che rimangono tuttora al loro posto, magari suggerendo che cosa si dovrebbe fare per risanare quei danni che proprio loro hanno creato o provocato indirettamente.

    Per questo motivo le bolle continueranno a ripresentarsi, sempre più invasive e destabilizzanti. Ad Harvard si insegna, con grande riluttanza, che ormai l’unico modello economico ancora esistente è il socialismo, visto che il comunismo è fallito nel 1989 e il capitalismo nel 2008.

    Senza la socializzazione delle perdite o il ricorso sistematico all’inflazione (aumento della base monetaria a copertura di buchi finanziari) oggi forse vivremmo in un economia più selettiva e più giusta, in termini di ricerca del merito e lungimiranza del buon “pater familias” A titolo di cronaca, Germania e Svizzera sono in bolla, immobiliare, finanziaria e valutaria: si tratta come sempre di aspettare ed assistere socialisticamente le prossime vittime sfortunate.

    Testo di Eugenio Benetazzo – ripreso da: eugeniobenetazzo.com

     
  • admin 23:54 il 6 May 2013 Permalink  

    Nuova disciplina europea per investire nel venture capital 

    E’ stato varato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio il regolamento Europeo per i fondi di venture capital (UE 345/2013 del 17 Aprile 2013).

    L’Europa riconosce il ruolo chiave che i venture capital hanno nel campo dell’innovazione perchè“fornendo finanziamenti e consulenza a piccolissime imprese,  stimolano la crescita economica, contribuiscono alla creazione di posti di lavoro e alla mobilitazione di capitali, favoriscono la creazione e lo sviluppo di imprese innovative, incrementano i loro investimenti in ricerca e sviluppo e favoriscono l’imprenditorialità, l’innovazione e la competitività”.

    E’ necessario però definire un quadro comune di norme in materia, per evitare il rischio che i diversi paesi membri prendano strade divergenti (in effetti la Legge Crescita 2.0 ne è un interessante esempio), con il rischio di ostacolare lo sviluppo del mercato. Lo scopo inoltre è quello di favorire gli investimenti transfrontalieri, fissando standard comuni a cui possano far riferimento gli investitori internazionali.

    I venture capital che avranno le caratteristiche del regolamento, potranno fregiarsi del marchio EuVECA, che consente agli investitori di confrontare ed investire su oggetti simili ed un’asset class più omogenea sotto il profilo della  composizione del portafoglio dei fondi, obiettivi di investimento ammissibili e strumenti di investimento impiegati, modus operandi e informativa.

    Il regolamento stabilisce le caratteristiche che deve avere un fondo di venture capital, che essenzialmente è un oggetto che deve investire almeno il 70% del capitale in piccole imprese nelle fasi iniziali della loro esistenza societaria e che sottoscrive solo equity o quasi-equity. Vengono anche fissati i requisiti che deve avere un gestore di fondo in termini di professionalità, operatività e gestione di aspetti fondamentali come il conflitto di interesse, la documentazione informativa da fornire a investitori ed autorità, la continuità operativa.

    Per mantenere il marchio EuVECA inoltre occorrerà fornire periodiche informazioni alle autorità di vigilanza competenti nel proprio stato membro. Le informazioni rilevate e l’albo dei fondi autorizzati, saranno gestiti e resi pubblico dall’AESFEM.

    Salta subito all’occhio che la strada presa dalla normativa sulle startup diverge abbastanza da questo approccio. Quando si parla di investitori professionali ad esempio, in relazione al crowdfunding, la definizione della legge è assolutamente diversa e molto più ampia dalla definizione che viene data in Europa. Nella legge Sviluppo 2.0 rientrano come investitori professionali in startup innovative oggetti di varia natura, incluso uno nuovo tuttora in fase di definizione, unico nel suo genere: l’incubatore certificato.

    Diversissima rispetto alla nostra legge poi la definizione di startup, che per l’Unione Europea essenzialmente è una società non quotata, con meno di 250 dipendenti e meno di 50 milioni di euro di fatturato.

    Forse se è vero che occorre rimettere mano alla legge, è ancor più vero e necessario che sia allineata con la normativa Europea, altrimenti sarà difficile riuscire veramente ad attrarre investitori internazionali sulle startup Italiane.

     

    Articolo ripreso dal sito dgil.uz, Autore: Dgiluz

     
  • admin 23:33 il 7 March 2013 Permalink  

    Rischio crollo per Italia Euro e Unione Monetaria europea 

    La locusta è un insetto ortottero, al pari del grillo, presente soprattutto in Europa, Africa e Asia, con un colore della livrea variante da un giallo ocra ad un marrone chiaro, volgarmente chiamata anche cavalletta per la stretta somiglianza, tuttavia con dimensioni ben maggiori. Il loro ciclo biologico è contraddistinto da due forme di vita: una solitaria ed una gregaria.
    Proprio come le cavallette, le locuste possono essere insetti molto solitari, ma quando una mutazione delle condizioni ambientali del loro habitat provoca la crescita rigogliosa di molte piante verdi, questo può favorire l’accoppiamento selvaggio ed il conseguente sovraffollamento induce una serie di comportamenti ed alterazioni metaboliche che le conduce dalla forma solitaria a quella gregaria. Le locuste possono aggregarsi in sciami fitti, mobili e voraci, devastando grandi piantagioni di derrate cerealicole e provocando gravi danni all’agricoltura, in sintesi la loro tenacità e mobilità può mettere a repentaglio la sussistenza economica di enormi aree geografiche. La paura nei confronti di questo insetto sono conosciuti da secoli e secoli dalla civilità umana, persino all’interno della Bibbia e del Corano le locuste vengono indicate come grandi piaghe per l’umanità.
    Recentemente ho partecipato ad un workshop dell’investment advisory team di una banca di investimento a Malta, i temi trattati erano l’outlook dell’eurozona, i rischi sistemici connessi al possibile break-up dell’euro ed infine il nuovo assetto geoeconomico europeo post elezioni italiane ed ante quelle tedesche. Particolare attenzione tra i partecipanti si è prestata quando si è affrontato lo scenario italiano introdotto con questo titolo “if crickets become locusts” che tradotto significherebbe “se i grilli diventano locuste” con ovvie allusioni al successo elettorale che ha caratterizzato il Movimento 5 Stelle ed al tempo stesso alle paure e perplessità che tutto questo induce.
    Sono stati delineati tre possibili nuovi orizzonti post elezioni: il primo, quello definito come best case scenario, confida in qualche modo sulla nascita di un un governo di coalizione di matrice trasversale capitanato da un nuovo primo ministro tecnocratico (non Mario Monti) che garantisca al paese almeno parte delle riforme richieste ancora dalla BCE nell’estate del 2011. Il secondo, ovvero the average scenario, quindi quello intermedio, presuppone un qualsiasi governo incapace di durare più di sei mesi a cui seguirà un obbligato intervento della BCE tramite le OMT (Outright Monetary Transactions).
    Sostanzialmente lo scenario di mezzo teme un nuovo inasprimento della tensione finanziaria sul mercato dei governativi italiani che farebbe collassare anche l’indice azionario (con un possibile livello target a 10.000 punti dagli attuali 15.000), il tutto con un orizzonte temporale per la sua manifestazione nella prossima estate: a quel punto lo spread potrebbe superare i precedenti record a causa di una ulteriore fuga massiva di operatori istituzionali del risparmio gestito dal mercato italiano (sia obbligazionario che azionario). L’intervento tampone previsto sulla carta in simbiosi tra BCE ed ESM (European Stability Mechanism) richiederebbe l’accettazione senza tanta contestazione di un Memorandum of Undestanding da parte del paese.
    Per dirla in breve, si potrebbe istituire una sorta di commissariamento o ricatto finanziario: noi enti sovranazionali vi prestiamo il denaro e vi salviamo dalla bancarotta, ma voi accettate senza discutere  le seguenti riforme strutturali (che non siete stati in grado di eseguire nemmeno con un nuovo governo dopo tre mesi di campagna elettorale asfissiante) altrimenti il vostro cancro rischia di trasferirsi in seno all’Europa compromettendo la vita stessa della moneta unica. Nessuno si può permettere una propagazione del rischio.
    Infine il terzo ed ultimo scenario, il worst case, quindi il peggiore, chiama in causa proprio la presenza del M5S e dei grilli nella vita politica del paese. Stando all’analisi di questo team di gestione, vi è il rischio che i grilli possano trasformarsi in locuste producendo un fortissimo danno a tutta l’economia italiana, che così facendo trascinerebbe nel baratro tutta l’Europa. La preoccupazione maggiore infatti deriva dal famigerato referendum sull’euro richiesto alla nazione, quello che nessun paese ha sinora mai proposto o realizzato, nemmeno la Grecia con Papandreou, oltre al dichiarato spirito antieuropeista di tutto il movimento.
    Un eventuale esito abrogativo dell’euro avrebbe conseguenze catastrofiche non solo per l’Italia, ma per tutto il mercato del risparmio gestito mondiale, in quanto produrrebbe oltre alla fine dell’euro anche la fine dell’Unione Europea. Assisteremmo per la prima volta ad un crash finanziario di proporzioni bibliche per l’Italia con la BCE messa in ginocchio a causa della sua imponente esposizione nei confronti del debito pubbllico italiano. Le grandi banche italiane rischierebbero tutte di diventare insolventi, potrebbe per questo essere ipotizzabile per cercare di tamponare la situazione l’istituzione di un prelievo coatto di ingente importo su tutte le giacenze bancarie o peggio ancora una serrata bancaria stile modello argentino  per dare tempo ad una inflazione galoppante di risolvere nel frattempo le preoccupazioni di chi governerà in quel momento.
    Articolo ripreso dal sito di EugenioBenetazzo.com
     
  • admin 23:25 il 2 February 2013 Permalink  

    Attenzione agli investimenti nei derivati e titoli OTC 

    Il caso Monte dei Paschi ha acceso ancora una volta i riflettori sulla piazza finanziaria luganese, un faro puntato su alcune società finanziarie e piccole banche dai nomi insignificanti e difficilmente memorizzabili, sulle loro operazioni sospette, un retrobottega poco edificante per l’immagine e la reputazione della piazza.

    Parlo di quel sistema ormai ben collaudato che mira a costruire utili a tavolino ed in modo riservato, spolpando asset di banche o altre istituzioni finanziarie. Col fine di arricchire persone infedeli o finanziare l’innominabile. Ricostruendo un caso “da scuola”, da un esempio concreto emerso dalle indagini della Guardia di Finanza (fonte: Il Sole 24 Ore) ecco come funziona schematicamente una tipica operazione per creare utili da spartire tra banchieri infedeli e funzionari complici, pilotando compravendite di titoli fuori dai listini.

    Una banca d’affari estera A realizza un’operazione finanziaria con una banca italiana B. In mezzo si inserisce un broker. Il suo obiettivo è trattenere parte degli utili. Per farlo il broker acquista un titolo “over the counter” (fuori da Borse regolamentate) al prezzo di 92,50 euro dalla banca d’affari estera A. O meglio, dal banchiere infedele della banca A. Subito dopo il broker rivende gli stessi titoli alla banca italiana B ad un prezzo più elevato, pari a 95.60 euro.

    La differenza di prezzo produce un utile per il broker infedele. L’utile viene poi spartito tra alcuni soggetti che hanno realizzato l’operazione, in questo caso 3,10 euro. L’operazione “funziona” se triangolata in una piazza che garantisca anonimato e riservatezza e la possibilità di far sparire in mille rivoli e in altre piazze “riservate” i suddetti utili da spartire. Ma cosa sono questi titoli over the counter (otc), utilizzati sempre in queste operazioni?

    La parola chiave è Cdo, un prestito obbligazionario che nasce da una operazione di cartolarizzazione. Era un Cdo il titolo Alexandria che ha causato ingenti perdite a Monte dei Paschi. Sono titoli che sicuramente sono stati tra le principali concause della crisi finanziaria, il titolo tossico per eccellenza. In sostanza è un bond garantito da un portafoglio di debiti o bond sottostanti.

    Vengono creati dalle banche d’affari che prendono titoli, in genere spazzatura come per esempio titoli di certe aziende o certi stati, debiti come i mutui, tramite società veicolo li impacchettano emettendo obbligazioni garantite dal portafoglio sottostante. A volte sono costruiti con derivati che ne aumentano ancora di più la pericolosità, a volte sono creati impacchettando altri Cdo, i cosiddetti Cdo al quadrato, come quello che ha inguaiato il Monte dei Paschi, il peggiore dei titoli tossici, una bomba innescata.

    Le operazioni border-line si annusano lontano un chilometro e non ci vogliono dei premi Nobel per capirle, se poi la compliance della banca funziona, se l’autorità di vigilanza vigila, prima o poi il bubbone scoppia. Una domanda che il profano si fa è: come mai però ci si accorge sempre a danno fatto?

    Evidentemente le falle nel sistema sono tante, i soldi che girano sono troppi, soldi che creano facilmente connivenze e omertà, tanto poi il cerino acceso finisce sempre nelle mani dell’ignaro risparmiatore che acquista in buona fede un fondo della propria banca, non capendo cosa c’è dentro e dove quindi sono sicuramente spalmate le perdite generate da questa spazzatura finanziaria. Oppure c’è sempre un governo vicino alle banche pronto a fare un mega prestito con i soldi sempre del solito risparmiatore-contribuente. Della serie: gli abbiamo fregato i soldi, ora gli chiediamo un prestito per tappare il buco…..si spera che nel frattempo almeno qualcuno vada in galera.

     

    Articolo ripreso dal sito labissa.com

     
  • admin 22:41 il 2 February 2013 Permalink  

    Investire nella ripresa dell’economia nel 2014 

    Si comincia a parlare di ripresa; le previsioni ne scontano un timido manifestarsi nella seconda parte del 2013. Comunque si deve fare i conti con i lasciti della recessione. L’ultima ha avuto effetti più indiscriminati, non risparmiando le imprese più produttive e il potenziale dell’economia.

    LE CONDIZIONI DELL’INDUSTRIA

    Il potenziale di crescita di lungo periodo dell’Italia è stato danneggiato dalle due ondate recessive succedutesi dal 2007? La risposta all’interrogativo non è così ovvia. Il tessuto economico italiano è molto variegato: vi sono imprese più o meno profittevoli, più o meno fragili. In tale ambiente una caduta pur forte della domanda può costituire un fattore di scrematura, con benefici per l’efficienza complessiva; un esito che sarebbe favorito se trovasse nell’azione del credito un efficace strumento di selezione.

    L’Italia del 2013-14, che secondo le previsioni conoscerà un lento recupero, non sarà in simili condizioni. I segnali di rimescolamento produttivo che emergevano nella flessione 2008-09 e nella successiva breve ripresa sembrano essersi interrotti col secondo shock recessivo. Non si dispone ancora di evidenze precise, ma fanno riflettere i dati Cerved sulle liquidazioni di aziende in condizioni iniziali non rischiose; un fenomeno preoccupante sia che sottenda riallocazioni di imprese sane verso mercati più dinamici, sia che implichi repentini deterioramenti finanziari e chiusure di aziende fino a poco tempo prima in buona salute.

    I PROBLEMI DELLA DOMANDA INTERNA

    I motivi per cui la seconda recessione ha impattato in misura più indiscriminata sono da ricondurre alla caduta senza precedenti della domanda interna e all’inceppamento della funzione selettiva del credito.

    La compressione della domanda interna ha effetti pervasivi, non limitati alle aziende rivolte al mercato italiano. Interessa anche gli esportatori, cioè gli operatori più produttivi. La realtà della manifattura esportatrice è fatta di imprese che vendono molto anche in Italia: il 65 per cento del loro fatturato si realizza nel mercato domestico (tavola 1). Ciò ha conseguenze di rilievo quando la caduta della domanda interna assume le dimensioni dell’ultimo anno.

    Un esportatore che riesce a mantenere le sue quote sui mercati internazionali perché vi aumenta le vendite in linea con la domanda estera (del 2-3 per cento, prendendo a riferimento l’incremento del commercio mondiale nel 2012) è destinato a subire comunque una forte contrazione del fatturato complessivo (del 5-6 per cento in volume), se le sue vendite nel mercato interno cadono in termini reali in misura simile a quanto avvenuto nell’insieme dell’industria (-10 per cento). Può quell’impresa dirsi ancora di successo? Non rispetto a produttori esteri che possono essere anche meno competitivi, ma che sperimentano risultati economici migliori, perché non zavorrati dal vuoto di domanda interna.

    Soprattutto, quell’impresa apparirà rischiosa a banche che, alle prese con bilanci indeboliti per crisi finanziaria e sofferenze, sono focalizzate sull’evoluzione corrente del fatturato dell’azienda e poco attente alle sue potenzialità di crescita futura.

    La figura 1 mostra come la quota di imprese industriali che dichiarano di avere domandato credito e non averlo ottenuto sia triplicata dall’inizio della crisi del debito, seguendo l’impennata dello spread e l’inasprimento del costo del funding delle banche. Ma la figura indica anche che il rientro delle tensioni (e nell’approvvigionamento delle banche) non si è tradotto in un migliore accesso al credito: il razionamento a fine 2012 resta di intensità simile ai picchi della crisi.

    CALCOLI SUL POTENZIALE

    In questo quadro è possibile che il ciclo avverso abbia penalizzato la struttura dell’economia, meno agevole è stabilire di quanto. Il prodotto potenziale è un concetto teoricamente definito, ma non direttamente osservabile; ci si deve basare su stime. Un approccio, in uso nell’analisi congiunturale, desume il potenziale dell’industria dal grado di utilizzo degli impianti, assumendo che questo rispecchi il rapporto tra la produzione effettiva, grandezza misurata, e il prodotto potenziale da stimare.

    Si ottiene una misura imperfetta, ma che consente di avere indicazioni di tendenza in periodi, come quello attuale, in cui il ciclo è lungo e profondo. Sulla base di questa stima, la figura 2 mostra come le due recessioni si siano tradotte in una forte diminuzione del potenziale; con la seconda si è scesi ai livelli dei primi anni Novanta.

    Naturalmente, non tutta la caduta è da considerare permanente: il potenziale tornerà certamente a salire con la ripresa dell’attività, ma di quanto? Per avere un’idea della dimensione del recupero possibile ci si chiede quanto dovrebbe crescere la produzione industriale per riportare il potenziale sui livelli pre-crisi.

    Supponendo per semplicità che il processo parta subito e che si realizzi col conseguimento di un pieno utilizzo degli impianti (che si ha, storicamente, quando la capacità è impiegata a circa l’80 per cento), la produzione dovrebbe aumentare di oltre il 35 per cento dai livelli di fine 2012 (tavola 2). Se la crescita trimestrale si mantenesse in media ai ritmi che hanno contrassegnato il breve rimbalzo tra le due ultime recessioni (1,3 per cento) occorrerebbero sei anni per ricostituire il potenziale del 2007; se il recupero fosse in linea con le dinamiche di ripresa dello scorso decennio (0,6 per cento) gli anni necessari sarebbero tredici.

    Entrambe le ipotesi implicano traiettorie produttive poco credibili, per ritmo di crescita e lunghezza del tempo. In realtà, il pieno impiego degli impianti potrà realisticamente essere raggiunto in tempi molto più brevi (storicamente, il periodo di recupero dei picchi di utilizzo è non superiore ai due anni), ma in corrispondenza di un output potenziale sostanzialmente più basso del livello che si era raggiunto nel 2007.

    Una quota significativa della flessione si prospetta dunque permanente. La perdita sottenderà in parte deflusso di attività verso altri paesi (già osservabile tra il 2007 e il 2010, quando gli addetti delle affilate estere di imprese industriali italiane sono aumentati di 77mila unità); ma soprattutto segnerà un ridimensionamento secco di base produttiva a fronte di una domanda interna che impiegherà, anch’essa, diversi anni prima di tornare ai livelli pre-crisi.

    Queste valutazioni sono solo indicative dell’entità del regresso strutturale causato dalla recessione e dello sforzo necessario per il recupero. Non si possono escludere, esagerando in ottimismo, rimbalzi produttivi superiori a quelli ipotizzati. Ciò richiederebbe che la perdita di capacità fosse accompagnata da un forte rialzo di efficienza, da favorire anche con adeguate misure di politica economica. Data, però, la profondità della caduta da cui si proviene appare molto arduo un ritorno ai valori di potenziale di cinque anni fa.

     

    Articolo ripreso dal sito lavoce.info

     
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