Aggiornamenti da maggio, 2013 Attiva/disattiva nidificazione dei commenti | Scorciatoie da tastiera

  • admin 06:05 il 13 May 2013 Permalink  

    La stabilita’ di un paese porta alla descrescita economica e alla fuga degli investimenti 

    Con il termine evoluzione, si intende il progressivo ed ininterrotto accumularsi di modificazioni successive atte a conseguire in un arco di tempo sufficientemente ampio, consistenti cambiamenti strutturali e funzionali tanto in un organismo vivente quanto in un  oggetto inanimato.
    Invece l’involuzione identifica in contrapposizione un processo di riduzione ed atrofizzazione di alcuni parti vitali o sostanziali che producono un fenomeno inarrestabile di decadimento e regresso con riferimento anche alla vita culturale ed economica di una popolazione. Molti lettori mi hanno scritto che hanno perso ormai definitivamente la speranza dopo aver visto la composizione e le varie nomine del nuovo governo italiano, che di nuovo purtroppo ha veramente poco.
    Alla fine il dopo elezioni consegna il paese, a distanza di quasi dieci settimane dalla più infelice tornata elettorale degli ultimi tre decenni, nelle mani di un esecutivo che non è né carne e né pesce, una rimescolanza poco geneticamente modificata a cui ancora una volta sono affidate le speranze di rinnovamento del vecchio stivale. Non so come vi state attrezzando per affrontare la futura produzione legislativa e i semestri che ci attendono, ma ormai ho ben presente quale sarà il futuro che ho davanti sia come contribuente che imprenditore italiano.
    Non starò per questo qui ad aspettare che arrivi il Messia, come avevamo precedentemente scritto alcune settimane fa. Ancora nel 2006 quando non avevo una significativa visibilità mediatica avevo ben presente il quadro che ci stava innanzi, questa convinzione dopo mi portò a scrivere il primo saggio allora veramente fuori dal coro sui rischi finanziari che caratterizzavano sia il nostro paese e sia tutto il mondo occidentale.
    La scorsa settimana sono stato ospite di un’associazione di imprenditori in Lombardia: all’interno della relazione che si è sviluppato e durante il confronto dialettico con i vari rappresentati è emerso che il male di questo paese sembrerebbe la classe dirigente attuale. L’esito delle recenti elezioni ha finalmente smosso lo stagno e ora secondo loro si dovrebbe iniziare una fase di risalita e riscatto.
    Contenti loro di questa lettura, mi sento invece di farne un’altra. Sono nato nel 1973 e per vent’anni non ho fatto altro che sentire denigrazioni e scontentezza nei confronti degli esponenti della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista, rei secondo vox populi di aver imballato il paese. Nel 1993 esplode lo scandalo Tangentopoli che condanna tutta la vecchia classe politica (in parte oggi ancora presente) e apre la strada per un rinnovamento trainato da Forza Italia, Lega Nord & Company.
    Passano altri vent’anni e ci ritroviamo nel 2013 con un paese colpito da scandali politici e finanziari notevolmente amplificati rispetto a quelli di vent’anni prima. Addirittura alcuni nuovi partiti di allora oggi sono già defunti e le solite tematiche italiane (pressione fiscale, debito pubblico, economia sommersa, extracomunitari, flessibilità del mercato del lavoro) rappresentano i temi caldi di ogni talk show italiano proprio al pari di vent’anni prima.
    La prima legge della fisica meccanica insegna che nulla si crea e nulla si distrugge, questo purtroppo vale in tutto il pianeta tranne che in Italia, sarebbe opportuno ricordarlo all’interno dei corsi di laurea. Sempre in quel contesto si dovrebbe menzionare invece la teoria involutiva della nazione italiana. Quest’ultima purtroppo non viene spesso menzionata, forse perchè sarebbe l’unica a far aprire gli occhi e comprendere il triste destino che aspetta l’intera popolazione.
    In buona sostanza chi ha voglia di fare, capacità oggettive, spirito imprenditoriale, lungimiranza e buon senso,  prende ed emigra, impiantandosi su un paese molto più accondiscendente ed attraente sul piano imprenditoriale e professionale. Il paese pertanto perde imprenditori, ricercatori, lavoratori molto qualificati e pensatori di spessore e di rilievo.
    L’anno successivo si verifica lo stesso tipo di processo, partono altri che all’inizio erano titubanti, ma dal feedback ricevuto dai primi italiani all’estero ricevono conforto ed emigrano anche loro.  L’anno dopo ancora si verifica lo stesso schema i più lungimiranti che rimangono supportati dal blessing di chi se ne è andato prima di loro decidono di fare altrettanto. In sintesi diventa un processo inesorabile (termine che deriva dal latino, di chi non si lascia convincere dalle preghiere), implacabile e inflessibile.
    Nel paese invece rimangono in proporzione sempre più rilevante le persone meno capaci, meno sensibili al futuro del paese, meno competenti (oltre a chi non può andarsene per impegni finanziari e vincoli familiari) che nel tempo promulgano i vari referenti della classe politica e dirigente sul riflesso di quello che resta della popolazione. In parallelo invece il paese importa manodopera extracomunitaria da ogni parte del mondo, priva nella stragrande maggioranza dei casi di significative qualifiche professionali, che pretende e riceve trattamenti di favore che in altri paesi difficilmente si vedrebbe riconosciuta.
    Il quadro finale pertanto delinea una nazione soggetta a involuzione sociale il cui processo impatta quotidianamente nella incapacità di generare nuova ricchezza economica oltre a un naturale rinnovamento ed evoluzione sociale a seguito della perdita costante anno dopo anno delle sue migliori risorse umane.
    Articolo di Eugenio Benetazzo, pubblicato su eugeniobenetazzo.com
     
  • admin 14:52 il 3 May 2013 Permalink  

    Un motivo per cui gli investimenti si sposteranno al di fuori dello spazio economico europeo 

    La festa è finita. L’era del segreto bancario e della riservatezza finanziaria hanno ancora pochi anni di vita o forse fanno già parte del passato.
    Basta con i segreti, soprattutto quelli bancari. La road map che abbiamo davanti ha stimato per il 2020 la nascita degli Stati Uniti d’Europa, sempre che le prossime elezioni germanesi non rappresentino un secondo caso eclatante di ingovernabilità e destabilizzazione politica a fronte della continua escalation di gradimento e consenso del nuovo partito antieuropeista, Alternativa per la Germania, mi riprometto di tornarci ancora più avanti.
    L’idea su cui stanno convergendo tutte le economie europee, con il solo veto del Regno Unito, è una confederazione di stati accomunati da una stessa politica bancaria, fiscale ed economica, e per fare questo è obbligatorio rispettare alcuni steps che sono stati decisi proprio la scorsa estate. Nonostante i proclami e le risoluzioni degli organismi sovranazionali, gaudenti ispiratori di questa politica di convergenza, due paesi chiave per il loro ruolo storico in Europa, come Italia prima e Germania poi, potrebbero compromettere tuttavia questa visione da realizzarsi negli anni successivi.
    I primi obiettivi a breve termine sono il coordinamento ed il rafforzamento del sistema bancario dal punto di vista patrimoniale, soprattutto delle grandi banche transazionali, e successivamente l’inasprimento delle politiche di bilancio, al fine di arrivare ad una maggior tenuta dei vari paesi membri.
    Costi quel che costi, questo è quello che ci aspetta nei prossimi anni, l’Europa, soprattutto e sopra tutti. In questo outlook si inserisce anche la lotta con qualsiasi mezzo contro il segreto bancario, reo di creare forme di concorrenza sleale tra le varie nazioni oltre che essere il principale strumento a supporto dell’evasione fiscale.
    La presenza del segreto bancario in questo momento di crisi sistemica sta avvantaggiando alcuni stati a danno di altri, pensiamo solo ai fenomeni di delocalizzazione finanziaria (non ufficiali) che si stanno perpetrando in questi ultimi due anni, i quali hanno subito un continuo e progressivo aumento nei volumi. Molti piccoli risparmiatori stanno correndo da mesi ad aprire conti di deposito in Svizzera, Lussemburgo ed in Austria credendo che questi stati siano e soprattutto saranno in grado ancora di proteggerli, tuttavia per loro ormai la Caporetto per il segreto bancario sembra sempre più vicina.
    Dopo il Lussemburgo, adesso anche l’Austria si è inchinata alla nuova Europa, dichiarandosi molto disponibile ad un’intesa con Bruxelles sullo scambio automatico di informazioni concernenti i depositi bancari detenuti in paesi esteri. La proposta di accordo identifica il 2015 come anno di massima entrata in vigore dello scambio di dati simultaneo.
    Dopo tutto, questo tipo di intervento strutturale (stile Big Brother) è piuttosto comprensibile se si vuole far digerire veramente alle popolazioni le tanto denigrate politiche di austerity, trasmettendo così l’idea che nessuno potrà esimersi dal versare le imposte nel paese di origine, soprattutto se avrà delocalizzato in paesi scudo.
    Sul fronte svizzero, il clima è tutt’altro che sereno, dopo la sottomissione austriaca, la vecchia Helvetia si trova da sola contro tutti, persino contro gli USA, un paese che ha ben pensato di colpire i suoi contribuenti che detengono illegalmente o legalmente fondi al di fuori dei confini statunitensi attraverso il FATCA (Foreign Account Tax Compliance Act). In buona sostanza si tratta di un dispositivo di legge di recente introduzione (2010) che obbliga tutti i contribuenti dello Zio Sam a denunciare tutte le attività finanziarie detenute all’estero direttamente all’IRS.
    Quest’ultimo acronimo identifica l’Internal Revenue Service, ovvero la corrispondente Agenzia delle Entrate negli USA. Il FATCA è la bestia nera per le banche che sono obbligate, assieme ad altri intermediari finanziari come broker e investment house, a comunicare al Tesoro Americano i vari importi in deposito oltre ai vari movimenti in entrata e in uscita, saldi periodici e così via discorrendo.
    Utile sapere che alcune tra le più grandi banche del mondo, HSBC, Deutsche Bank, ING e Credit Suisse hanno chiuso d’ufficio i conti dei loro clienti americani pur di non dover essere soggetti a tale normativa e dover perdere gran parte delle loro caratteristiche distintive come discrezionalità, riservatezza e segretezza.
    L’America ha sempre fatto da apri pista, pertanto tra qualche anno anche in Europa si arriverà ad un meccanismo di controllo e supervisione delle transazioni e risorse finanziarie di ogni contribuente, sia esso italiano o tedesco o francese. Come dice il titolo, too many secrets, i troppo segreti devono finire e con essi purtroppo anche quelle poche certezze che davano ad ogni individuo alcune sicurezze, almeno sul piano finanziario: in futuro, infatti e purtroppo, le certezze saranno una prerogativa esistenziale dei grandi organismi sovranazionali a cui saremo tutti asserviti.
    Articolo di Eugenio Benetazzo, ripreso dal sito eugeniobenetazzo.com
     
  • admin 19:35 il 27 April 2013 Permalink  

    Gli investimenti per lo sviluppo dell’economia si possono fare con gli importi della tassa patrimoniale 

    Ho partecipato ad un workshop in Svizzera questa settimana sulle possibili manovre che metteranno in cantiere per preservare sia la tenuta dei conti pubblici e bancari italiani nel breve ma soprattutto la stabilità e coesione della stessa Unione Europea.
    Il quadro che ne è emerso considerando il prestigio ed autorevolezza dei relatori e del rispettivo ufficio studi è stato poco entusiasmante. Tanto per cominciare ho gradito il fatto che finalmente qualcuno ha inizia a parlare in termini tecnici riferendosi alla “Deposit Tax” come il famigerato prelievo atteso sulle giacenze di deposito a prima vista presso gli istituti bancari.
    Su questo frangente sono emerse varie possibili interpretazioni, anche e soprattutto in contro tendenza con quanto esternato proprio da Giuliano Amato nei giorni scorsi il quale negava senza indugio e riserva l’eventualità di una prossima patrimoniale.
    Ce lo auguriamo tutti, tuttavia può essere interessante conoscere alcuni possibili scenari a fronte più che altro delle effettive contingenze di cassa del nostro paese nei successivi tre mesi.
    La simulazione che è stata proposta presuppone non un prelievo coatto (molto impopolare e pericoloso per il rischio di escalation di episodi di violenza sociale sommaria) quanto piuttosto l’istituzione appunto di una imposta diretta il cui calcolo e versamento viene demandato al singolo contribuente.
    Il cluster che è emerso presupporrebbe infatti una imposta proporzionale (stimata tra lo 0,25 e lo 0,75%) calcolata sul cumulo dei saldi di conto corrente disponibili al 31 Dicembre 2012 ipotizzando una franchigia di Euro 100.000 (possibile anche Euro 250.000). Quindi per fare un esempio pratico (sempre ammesso che si arrivi a tanto), ogni contribuente provvede a sommare algebricamente tutti saldi di conto corrente e conto deposito al 31 Dicembre 2012: l’operazione sarebbe piuttosto semplice in quanto basta recuperare l’estratto conto a tal data.
    Dal totale che emerge si sottrae una soglia di franchigia di Euro 100.000, pertanto sulla somma che eccede tale importo si dovrà applicare la Deposit Tax in base a quanto verrà stabilito e versare il tutto tramite Modello F24 entro la data prefissata o eventualmente anche rateizzare l’importo in più versamenti mensili.
    Si stima che l’importo sarebbe di entità tutto sommato modesta, ad esempio se le vostre disponibilità liquide fossero state quantificate al 31/12/2012 in Euro 175.000, l’imposta che dovreste versare (con una Deposit Tax allo 0,25% ed un franchigia di Euro 100.000) ammonterebbe a Euro 187,50.
    Ha rivestito invece grande attenzione durante l’intera seduta di analisi macropolitica e finanziaria, il modus operandi e la ratio della Deposit Tax: infatti l’imposta per preservare la sua efficacia dovrebbe essere applicata retroattivamente, conoscendo la massiva attività di delocalizzazione finanziaria che sta caratterizzando il pease negli ultimi mesi con data più plausibile di calcolo individuata al 31 Dicembre 2012.
    In secondo luogo, si è formulata una modalità di applicazione non di stampo coatto o forzoso (tipo il governo che mette le mani nei conti dei contribuenti) quanto piuttosto spontaneo e volontario indicando  le modalità di applicazione, calcolo e versamento dell’imposta. Rircordiamo a tal proposito che è stata recentemente istituita l’Anagrafe dei Rapporti Finanziari la quale potrà, quando lavorerà a regime, conoscere le disponibilità finanziarie di ogni contribuente su base trimestrale, partendo dall’anno di imposta 2011, grazie ai dati informativi che dovranno inviare con regolarità trimestrale tutti gli intermediari finanziari entro il 31/10/2013.
    Per questo motivo ormai pensare ad aprire conti di appoggio bancario all’estero nella speranza di evitare la possibile istituzione della Deposit Tax è sul piano pratico inutile proprio per le modalità stesse di probabile applicazione (a meno di intraprendere strade illegali ed al limite dell’elusione fiscale).
    Su questo fronte invece, visto che il financial workshop è stato organizzato a Lugano da una banca di gestione di investimento, è stato molto istruttivo apprendere i rischi ed analizzare i pericoli sui quali si può incorrere nel detenere al momento depositi presso banche svizzere in valuta locale, quindi franchi svizzeri, a fronte del floor sul cross EUR/CHF a 1.20 imposto dalla Banca Nazionale Svizzera ancora nel Settembre del 2011 al fine di limitare ed impedire in futuro il continuo apprezzamento del franco nei confronti dell’euro. In buona sostanza qualora si dovesse verificare nei prossimi semestri un crash o un default sistemico nell’area euro (sto pensando alle elezioni tedesche di settembre) che metta in discussione la vita dell’euro, la Svizzera potrebbe andare incontro ad una gravissima crisi di stabilità finanziaria e valutaria proprio a causa della ingente esposizione in euro della sua banca nazionale, necessaria a mantenere l’andamento artificiale del franco svizzero contro lo stesso euro.
    Articolo di Eugenio Benetazzo, ripreso dal sito eugeniobenetazzo.com
     
  • admin 10:02 il 5 April 2013 Permalink  

    Spostare i propri investimenti per evitare un altro caso Cipro 

    Sono sommerso in questi giorni da richieste su richieste di come si deve fare per aprire un conto di deposito bancario in un altro paese al di fuori dell’Italia e di come delocalizzare la propria ricchezza finanziaria al fine di  evitare in futuro di essere vittime di soluzioni finali come quella implementata recentemente da Cipro. Inutile dilungarsi più di tanto sull’argomento, ho avuto modo di relazionare su questa eventualità e possibilità in più occasioni anche recentemente, persino molte emittenti televisive adesso fanno a gara per invitarmi in questo o quel talk show, restando colpiti mentre al telefono ricordo loro che al momento mi trovo a Malta.
    Subito cominciano allora a farneticare: ma allora Malta sarà la prossima, lei si trovi a studiare ed analizzare con anticipo rispetto agli altri il prossimo bubbone, è andato a sondare con mano la situazione nel cuore del Mediterraneo: è sicuro che non può partecipare, siamo disponibili anche ad un ponte video con il satellite. Sorrido, lasciandoli proseguire con la loro vivida immaginazione, sottolineando che forse nelle prossime settimane sarò disponibile per una intervista o altro, ma che per adesso non posso fare anticipazioni sullo status finanziario di Malta e/o altri paesi dell’area periferica.
    Sono tutti assorbiti ed intimoriti dalle modalità e percentuali con cui è stato effettuato questo prelievo inaspettato sulle giacenze a prima vista con le varie proposte di franchigia, tutti sono all’unisono attoniti sul tabù che si è deciso di rompere per la prima volta dalla creazione dell’Euro, tutti fanno a gara adesso per simulare se quanto accaduto all’economia cipriota possa accadere anche in Italia, visto il clima di continuo indebolimento e sgretolamento del quadro economico e sociale.
    Nessuno invece si è soffermato ed analizzato con attenzione quanto non hanno invece fatto le autorità sovranazionali di fronte al Cyprus Scenario. Questa volta la Troika doveva prendere posizione con un approccio inflessibile ed espellere Cipro fuori dall’Unione Europea e dall’Euro. Gli esiti di questa operazione sarebbero stati di straordinario beneficio per tutti gli altri europei, infatti così facendo si sarebbe una volta per tutte creato un propedeutico precedente la cui funzione sarebbe stata di esempio e monito a tutti i paesi, germanesi compresi, che da qualche trimestre hanno visto emergere movimenti politici dichiaratamente antieuropeisti ed antieuro.
    Vi sembreranno affermazioni piuttosto forti ed anche controcorrente, ma lasciatemi spiegare, prima di fare gli sputasentenze. Perchè condannare Cipro e non la Grecia dopo quello che si è dovuto fare in questi ultimi due anni ? La risposta la troviamo nella Nato: si è deciso a suo tempo di estendere anche la Grecia prima nella CEE (naturale evoluzione della CECA) e successivamente nella Comunità Europea solo ed esclusivamente per ragioni turistiche e logistiche.
    Queste ultime sono di rilevanza sostanziale per comprendere la necessità di poter interagire e di poter fare affidamento in  un avamposto tattico per il controllo strategico nel centro del Mediterraneo da parte della Nato e di tutti i paesi ad essa allineati. La Grecia insomma non è possibile abbandonarla, è palesemente un caposaldo da proteggere e mantenere, nell’interesse di politiche di controllo sovranazionale di aree nel mondo che sono considerate strategiche.
    Diversamente non si può dire lo stesso per Cipro, di fatto uno stato ambiguo e problematico sul piano della vicinanza all’occidente, senza dimenticare i risaputi legami ed ingerenze con le potenti e pericolose oligarchie russe. Più che farla pagare ai sovietici, si doveva utilizzare Cipro per far capire che cosa significava uscire dall’Euro e dall’Europa.
    Se la Troika si fosse espressa per una espulsione definitiva di Cipro, a quel punto tutto il mondo avrebbe capito che l’euro sarebbe stata una moneta veramente credibile ed anche sostenibile, ne sarebbe uscita un’Europa rafforzata e rinvigorita. In parallelo Cipro sarebbe potuto diventare al pari di un laboratorio sperimentale in cui si sarebbe studiato nel giro di qualche settimana che cosa accade ad un paese ed alla sua economia che escono dall’euro: questo sarebbe potuto rappresentare il miglior corroborante per attenuare la tensione sulle politiche di austeriry che a quel punto verrebbero maggiormente accettate dalle singole nazioni vedendo che cosa si rischia ad abbandonare l’Europa.
    Quanto accaduto fa emergere invece che il salvataggio di Cipro con tutti i suoi strascichi mediatici non ha fatto altro che proiettare nel mondo l’idea di un Europa priva di una cabina di regia sovranazionale, un Europa che naviga alla giornata, senza un piano di contenimento ancora definito.
    Il futuro europeo pertanto rimane ancora molto più incerto e rischioso di due settimane fa e adesso si affaccia anche la Slovenia: già me lo vedo a distanza di tempo qualche “herr direktor” che a Bruxelles se ne uscirà con “dannazione, se quella volta con Cipro avessimo”. A questo punto nonostante i proclami volti a rasserenare gli animi ed i mercati, tutto può succedere, come anche nuove forme ibride di prelievo in altri paesi in difficoltà, Italia compresa.
    Articolo ripreso dal sito di Eugeniobenetazzo.com, Autore: Eugenio Benetazzo
     
  • admin 23:05 il 2 April 2013 Permalink  

    Necessario investire nelle intelligenze italiane per salvare il paese 

    In Italia, sono ancora migliaia coloro che abbandonano le città native per cercare occupazione in altre zone, all’interno dei confini, e all’estero.

    I numeri non indicano le migrazione passate ma includono argomenti molto più complessi e variegati. Si osserva tuttora chi, non riuscendo a guadagnare le risorse sufficienti al sostentamento familiare, abbandona la propria terra e, oltrepassando oceani e superando asperità montane cerca rimedio in paesi di cui non conosce usi, costumi e neanche la lingua. Pur in assenza di masse considerevoli che si spostano verso i centri del settentrione, ad alta densità industriale, sussiste ancora la volontà di trovare nuovi stimoli.

    Accanto all’emigrazione nel nord dell’Europa ed in America, che si sposta alla ricerca di un decoroso posto di lavoro, in Italia, da qualche decennio s’è affiancata un’altra branca di persone, i cosiddetti cervelli. Costoro, scienziati, professori, economisti, ricercatori prediligono mete estere alla ricerca di opportunità di approvazione, del proprio operato, sempre più rare da raggiungere in Italia. Sono all’ordine del giorno le assunzioni di persone diplomate o laureate presso piccole imprese, che spesso versano in situazioni incerte, o nei ristoranti a fungere da camerieri.

    Chi può tenta di sbarcare il lunario cercando lavoro in importanti centri di ricerca o grandi aziende, affermate, all’estero, forti di una cultura che consente loro di esprimersi con idiomi diversi dai propri.

    La classe politica dirigente si sta muovendo per drenare la fuoriuscita delle intelligenze italiane, a vantaggio di nazioni estere, ma finora non sono stati raggiunti importanti traguardi. Sarebbe necessario, forse, operare una seria azione cognitiva di coloro che, avendo maturato un pregevole bagaglio culturale, sono costretti, da situazioni sfavorevoli ad abbandonare il luogo di formazione.

    Oculati investimenti ed una perfezionata considerazione di ambizioni e concrete richieste porterebbero il fenomeno ad invertire la tendenza consentendone il rientro o, per i futuri cervelli, l’assoluta rinuncia a trovare nell’allontanamento dal proprio lido, la soluzione del problema.

    Molti manager nostrani, i più ricercati dal mercato, in questi ultimi tempi, si sono trasferiti all’estero per guidare progetti internazionali di sviluppo, promuovendo l’indiscussa capacità di saper operare e gestire i grandi livelli del progresso.

     

    Articolo ripreso dal blog di Fernando Catalano, sito: fernandocatalano.com

     
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