Aggiornamenti da giugno, 2013 Attiva/disattiva nidificazione dei commenti | Scorciatoie da tastiera

  • admin 06:23 il 16 June 2013 Permalink  

    Dove investire e in quali mercati nel corso dell’estate 2013 

    Anche quest’anno in prossimità dell’estate ho provveduto a raccogliere le principali preoccupazioni di piccoli risparmiatori italiani particolarmente inquietati per quello che sta accadendo in Europa, dopo soprattutto la vicenda di Cipro, non solo per l’avanzare della crisi dal punto di vista  sociale, ma anche per le attuali condizioni di difficoltà che stanno caratterizzando i paesi dell’area mediterranea.
    Ormai vi è ovunque la consapevolezza che la crisi del debito sovrano sia tutt’altro che risolta e che la crescita economica sia continuamente spostata in avanti nella speranza che i massivi interventi di espansione monetaria attuati dalle grandi banche centrali inizino a dare i loro frutti.Il piccolo investitore sta vivendo in uno stato di panifico finanziario come mai si è visto prima, nemmeno nel dopo fallimento Lehman, terrorizzato soprattutto dalla paura che la soluzione cipriota possa ripetersi. Mai come in questa epoca diventa necessario per la protezione dei propri risparmi puntare su una diversificazione non correlata dei propri asset di investimento per evitare rischi di contagio e peggioramento dello scenario macroeconomico in Europa.

    Qui sotto trovate riepilogata la hit parade dei dubbi e perplessità che sta vivendo il pubblico risparmiatore italiano, raccolti in queste ultime settimane, dubbi che creano ancora molta angoscia all’uomo medio della strada a fronte dei rischi di stabilità cui va incontro tutta l’Eurozona con le prossime elezioni tedesche:
    –  conviene adesso con il recente scivolone acquistare oro ?

    •  per i titoli di stato il peggio è passato ?
    •  mi conviene aprire un conto su una banca svizzera ?
    •  dopo Cipro, è possibile vedere altre soluzioni simili ?
    •  su quale tipologia di fondi mi conviene puntare ?
    •  quali sono le banche italiane più rischiose ?
    •  che rischi abbiamo in Italia come risparmiatori ?
    •  le elezioni tedesche possono cambiare l’Europa ?
    •  conviene fare come il Giappone oppure si rischia un boomerang ?
    •  meglio il franco svizzero o il dollaro americano ?
    •  mi conviene smobilizzare le obbligazioni bancarie che ho ?
    •  quando ripartirà il mercato azionario italiano ?

    –  quali sono i rischi principali che attendono l’Europa ?

    Quest’anno la preoccupazione maggiore degli italiani sembra sia la paura di una patrimoniale o di un prelievo sui depositi stile Cipro, ma di entità molto più contenuta. Pochi lettori sono a conoscenza di quanto sta accadendo sul piano politico in Germania, molti risparmiatori sono consapevoli di come sia sempre più opportuno evitare una eccessiva esposizione in titoli di stato oppure obbligazioni bancarie, il tutto per evitare fenomeni di ristrutturazione forzata del debito da parte del rispettivo emittente. In Italia il caso MPS ha scosso la fiducia che il risparmiatore medio riponeva nel sistema bancario, adesso ci si fida sempre meno di chi opera allo sportello.Accantonato il rischio del break-up nell’area euro a seguito degli interventi di Mario Draghi, i risparmiatori hanno compreso che forse il peggio sul fronte finanziario è passato, ma che vi saranno ancora anni di rischi tanto sistemici quanto sovranazionali che possono destabilizzare i mercati finanziari.

    Per cercare di dare un aiuto, il più possibile esaustivo, ricco di indicazioni pratiche, ho provveduto a redigere anche questa estate un report finanziario denominato INVESTMENT & STRATEGY FINANCIAL REPORT 2013 di 69 pagine in formato PDF in cui sono contenute informazioni tecniche, operative, grafiche e macroeconomiche che dovrebbero aiutare a salvaguardare il proprio patrimonio e a guidare il piccolo risparmiatore nelle proprie scelte di allocazione per i prossimi mesi.
    Con l’occasione invio a tutti i migliori auguri di buona estate.

     

     
  • admin 22:41 il 2 February 2013 Permalink  

    Investire nella ripresa dell’economia nel 2014 

    Si comincia a parlare di ripresa; le previsioni ne scontano un timido manifestarsi nella seconda parte del 2013. Comunque si deve fare i conti con i lasciti della recessione. L’ultima ha avuto effetti più indiscriminati, non risparmiando le imprese più produttive e il potenziale dell’economia.

    LE CONDIZIONI DELL’INDUSTRIA

    Il potenziale di crescita di lungo periodo dell’Italia è stato danneggiato dalle due ondate recessive succedutesi dal 2007? La risposta all’interrogativo non è così ovvia. Il tessuto economico italiano è molto variegato: vi sono imprese più o meno profittevoli, più o meno fragili. In tale ambiente una caduta pur forte della domanda può costituire un fattore di scrematura, con benefici per l’efficienza complessiva; un esito che sarebbe favorito se trovasse nell’azione del credito un efficace strumento di selezione.

    L’Italia del 2013-14, che secondo le previsioni conoscerà un lento recupero, non sarà in simili condizioni. I segnali di rimescolamento produttivo che emergevano nella flessione 2008-09 e nella successiva breve ripresa sembrano essersi interrotti col secondo shock recessivo. Non si dispone ancora di evidenze precise, ma fanno riflettere i dati Cerved sulle liquidazioni di aziende in condizioni iniziali non rischiose; un fenomeno preoccupante sia che sottenda riallocazioni di imprese sane verso mercati più dinamici, sia che implichi repentini deterioramenti finanziari e chiusure di aziende fino a poco tempo prima in buona salute.

    I PROBLEMI DELLA DOMANDA INTERNA

    I motivi per cui la seconda recessione ha impattato in misura più indiscriminata sono da ricondurre alla caduta senza precedenti della domanda interna e all’inceppamento della funzione selettiva del credito.

    La compressione della domanda interna ha effetti pervasivi, non limitati alle aziende rivolte al mercato italiano. Interessa anche gli esportatori, cioè gli operatori più produttivi. La realtà della manifattura esportatrice è fatta di imprese che vendono molto anche in Italia: il 65 per cento del loro fatturato si realizza nel mercato domestico (tavola 1). Ciò ha conseguenze di rilievo quando la caduta della domanda interna assume le dimensioni dell’ultimo anno.

    Un esportatore che riesce a mantenere le sue quote sui mercati internazionali perché vi aumenta le vendite in linea con la domanda estera (del 2-3 per cento, prendendo a riferimento l’incremento del commercio mondiale nel 2012) è destinato a subire comunque una forte contrazione del fatturato complessivo (del 5-6 per cento in volume), se le sue vendite nel mercato interno cadono in termini reali in misura simile a quanto avvenuto nell’insieme dell’industria (-10 per cento). Può quell’impresa dirsi ancora di successo? Non rispetto a produttori esteri che possono essere anche meno competitivi, ma che sperimentano risultati economici migliori, perché non zavorrati dal vuoto di domanda interna.

    Soprattutto, quell’impresa apparirà rischiosa a banche che, alle prese con bilanci indeboliti per crisi finanziaria e sofferenze, sono focalizzate sull’evoluzione corrente del fatturato dell’azienda e poco attente alle sue potenzialità di crescita futura.

    La figura 1 mostra come la quota di imprese industriali che dichiarano di avere domandato credito e non averlo ottenuto sia triplicata dall’inizio della crisi del debito, seguendo l’impennata dello spread e l’inasprimento del costo del funding delle banche. Ma la figura indica anche che il rientro delle tensioni (e nell’approvvigionamento delle banche) non si è tradotto in un migliore accesso al credito: il razionamento a fine 2012 resta di intensità simile ai picchi della crisi.

    CALCOLI SUL POTENZIALE

    In questo quadro è possibile che il ciclo avverso abbia penalizzato la struttura dell’economia, meno agevole è stabilire di quanto. Il prodotto potenziale è un concetto teoricamente definito, ma non direttamente osservabile; ci si deve basare su stime. Un approccio, in uso nell’analisi congiunturale, desume il potenziale dell’industria dal grado di utilizzo degli impianti, assumendo che questo rispecchi il rapporto tra la produzione effettiva, grandezza misurata, e il prodotto potenziale da stimare.

    Si ottiene una misura imperfetta, ma che consente di avere indicazioni di tendenza in periodi, come quello attuale, in cui il ciclo è lungo e profondo. Sulla base di questa stima, la figura 2 mostra come le due recessioni si siano tradotte in una forte diminuzione del potenziale; con la seconda si è scesi ai livelli dei primi anni Novanta.

    Naturalmente, non tutta la caduta è da considerare permanente: il potenziale tornerà certamente a salire con la ripresa dell’attività, ma di quanto? Per avere un’idea della dimensione del recupero possibile ci si chiede quanto dovrebbe crescere la produzione industriale per riportare il potenziale sui livelli pre-crisi.

    Supponendo per semplicità che il processo parta subito e che si realizzi col conseguimento di un pieno utilizzo degli impianti (che si ha, storicamente, quando la capacità è impiegata a circa l’80 per cento), la produzione dovrebbe aumentare di oltre il 35 per cento dai livelli di fine 2012 (tavola 2). Se la crescita trimestrale si mantenesse in media ai ritmi che hanno contrassegnato il breve rimbalzo tra le due ultime recessioni (1,3 per cento) occorrerebbero sei anni per ricostituire il potenziale del 2007; se il recupero fosse in linea con le dinamiche di ripresa dello scorso decennio (0,6 per cento) gli anni necessari sarebbero tredici.

    Entrambe le ipotesi implicano traiettorie produttive poco credibili, per ritmo di crescita e lunghezza del tempo. In realtà, il pieno impiego degli impianti potrà realisticamente essere raggiunto in tempi molto più brevi (storicamente, il periodo di recupero dei picchi di utilizzo è non superiore ai due anni), ma in corrispondenza di un output potenziale sostanzialmente più basso del livello che si era raggiunto nel 2007.

    Una quota significativa della flessione si prospetta dunque permanente. La perdita sottenderà in parte deflusso di attività verso altri paesi (già osservabile tra il 2007 e il 2010, quando gli addetti delle affilate estere di imprese industriali italiane sono aumentati di 77mila unità); ma soprattutto segnerà un ridimensionamento secco di base produttiva a fronte di una domanda interna che impiegherà, anch’essa, diversi anni prima di tornare ai livelli pre-crisi.

    Queste valutazioni sono solo indicative dell’entità del regresso strutturale causato dalla recessione e dello sforzo necessario per il recupero. Non si possono escludere, esagerando in ottimismo, rimbalzi produttivi superiori a quelli ipotizzati. Ciò richiederebbe che la perdita di capacità fosse accompagnata da un forte rialzo di efficienza, da favorire anche con adeguate misure di politica economica. Data, però, la profondità della caduta da cui si proviene appare molto arduo un ritorno ai valori di potenziale di cinque anni fa.

     

    Articolo ripreso dal sito lavoce.info

     
  • admin 00:57 il 2 January 2013 Permalink  

    Prematuro investire nelle PMI nel 2013 

    Dall’ultima indagine Ipsos condotta tra piccole e medie imprese, artigiani e professionisti per conto della CNA emerge un sostanziale pessimismo basato sulla contingente situazione economica, per quanto un campione significativo ritiene di poter reagire positivamente alla crisi.

    Secondo il 58% degli intervistati, il peggio non è ancora arrivato. Il dato sale al 61% delle imprese impegnate in commercio e servizi, ma è più positivo nel settore del manifatturiero, dove si ferma comunque a più della metà degli intervistati (54%).

    Quando si cambia argomento, per passare alle considerazioni sull’andamento economico, il 63% del campione esprime una grave insoddisfazione, definito dalla media tra il dato peggiore fatto registrare dalle aziende del settore delle costruzioni (67%) e quello migliore del manifatturiero (58%).

    Il 58% degli intervistati ritiene che la situazione della propria azienda sia peggiorata rispetto all’anno precedente: in particolare, il 72% del settore delle costruzioni ha fatto registrare il dato peggiore, mentre il 49% del manifatturiero quello più positivo.

    Speranze

    Anche se il 38% delle aziende ritiene che la situazione peggiorerà nel prossimo anno, un significativo 22% ritiene che la situazione sia destinata a migliorare, e addirittura un 35% è convinto che non ci saranno problemi ulteriori rispetto a quelli già registrati nell’anno precedente.

    Non solo dati negativi dunque (tra i quali spicca il ritardo nei pagamenti delle amministrazioni pubbliche), ma anche leve che potranno consentire una ripresa per le aziende: internazionalizzazione, ripresa dei consumi, aumento della domanda domestica.

    Secondo gli artigiani, in particolare, sono centrali la maggiore capacità di incasso dai propri clienti (alla luce del fatto che l’uscita dalla crisi consentirà ai consumatori una maggiore liquidità), le nuove norme in tema di lavoro e un più facile accesso al credito.

    Le PMI del manifatturiero ritengono invece che si potrà contare sull’ampliamento della base dei propri clienti e sulla possibilità di spostarsi anche sui mercati esteri. Sul fronte negativo si paventa invece una ulteriore contrazione della domanda. Malgrado ciò, solo l’11% del campione teme la chiusura della propria azienda (il 21% nel settore delle costruzioni), rispetto al 41% delle ultime rilevazioni precedenti a questa, anche se ben il 48% del campione è pessimista riguardo al futuro, il 35% ottimista e il 17% attendista.

    Imprese e Governo

    L’indagine scandaglia anche il rapporto tra imprese e politica e quanto gli imprenditori intendano efficaci le forze messe in campo dalla politica per fronteggiare la crisi economica. È evidente la distanza esistente presente tra i due poli del discorso.

    Secondo quattro imprese su cinque la classe dirigente è poco attenta all’economia, addirittura l’86% del campione ritiene che i politici siano scarsamente preparati e, invertendo i ruoli, se gli imprenditori fossero al governo darebbero massima priorità ai temi fiscali (riduzione del prelievo, sforzo maggiore per la lotta all’evasione).

    Se per le imprese è necessario che la politica faciliti l’accesso al credito, dal conto loro artigiani e fornitori di servizi richiedono a maggioranza l’apertura del mercato del lavoro, mentre le imprese di costruzioni pongono l’accento sull’importanza delle opere pubbliche e sullo snellimento della burocrazia.

    Quel che ci si aspetta con maggiore immediatezza è la riduzione del peso fiscale e, soprattutto da parte di industrie e artigiani, l’Iva per cassa, così da non dover più anticipare l’imposta non riscossa dai clienti.

    Le richieste di supporto vanno infine nella direzione di maggiori finanziamenti per gli investimenti in ricerca e innovazione, del sostegno alle esportazioni (segno che le imprese vedono nei mercati esteri una boccata d’ossigeno) e dei finanziamenti alle aggregazioni di imprese, cruciali in un Paese come il nostro, dove l’ossatura del sistema industriale è retta da piccole e medie imprese.

     

    Articolo ripreso dal sito pmi.it

     
  • admin 22:22 il 7 December 2012 Permalink |  

    Investire nelle imprese innovative 

    I giornali ne parlano, il governo emana leggi ad hoc, arrivano finalmente i capitali. Solo il mese scorso, tre aziende – AppsBuilder, 4w Marketplace e Decisyon – con sede o fondatori nel Bel Paese, hanno goduto di finanziamenti milionari. Il settore italiano delle startup, dopo aver stentato per anni, sembra stia finalmente iniziando a decollare. Forse davvero, come ha affermato di recente il ministro Passera nel presentare il decreto Crescita 2.0 , «l’Italia è diventato un paese amico per chi voglia fare startup». E nel futuro, se le misure contenute nel provvedimento troveranno piena attuazione, la situazione dovrebbe ulteriormente migliorare.

    «È vero – commenta Andrea Rangone, responsabile dell’Osservatorio Startup del Politecnico di Milano – il decreto semplifica la vita delle startup sia in fase di costituzione, sia di gestione e chiusura, riducendo gli onori amministrativi e intervenendo sulla normativa fallimentare. Altrettanto importante è l’effetto culturale: per la prima volta dai tempi dello scoppio della bolla della New Economy, c’è un fermento positivo».

    È in parte grazie alla politica dunque, se oggi innovazione è un termine alla moda, ma il merito va soprattutto ai tanti imprenditori e addetti ai lavori che negli anni scorsi non si sono arresi alle difficoltà.«Noi siamo partiti nel 2005 – racconta Riccardo Donadon, fondatore dell’acceleratore d’impresa trevigiano H-Farm – forse troppo in anticipo rispetto al resto del mercato italiano. Oggi il momento è più favorevole, abbiamo una credibilità e un track record che ci consentono di lavorare con serenità».

    H-Farm e altre realtà simili che aiutano, con consulenza e fondi, gli aspiranti startuppari nella fase di incubazione – come dPixel, Net Value, Annapurna Ventures, Digital Magics e altri – ricevono migliaia di proposte l’anno. Segno di un ecosistema estremamente vivace, che sforna idee da Nord a Sud e si ritrova online in gruppi Facebook affollatissimi come Italian Startup Scene e Indigeni Digitali.

    Una vitalità che ha attirato perfino l’attenzione degli americani di TechCrunch, che hanno scelto il Bel Paese per il lancio di TechCrunch Italy, format da esportazione di uno dei loro eventi di punta. Il legame con gli Usa è molto sentito dagli startupper nostrani, per alcuni l’America è ancora la Mecca, «il Paese – spiega Paolo Privitera, fondatore di Pick1, impresa, con sede a San Francisco, che raccoglie opinioni attraverso i social media – dove con 100 dollari e un clic del mouse, puoi aprire un’azienda».

    Oltre a Pick1, nata all’estero, altre startup come Mashape e Timbuktu, dopo una prima fase di lancio in Italia, hanno trovato negli States l’opportunità di sfondare. Il decreto Crescita migliora le cose e frenerà forse il drenaggio, ma ha anch’esso i suoi limiti. «Quello principale – chiarisce Rangone – è che manca un’iniezione diretta di capitale pubblico, ci sono solo delle agevolazioni». Sessanta milioni dovrebbero però arrivare a breve dal Fondo Italiano d’Investimento. E, come sottolinea Fabio Lalli, «startupper seriale» e fondatore di Indigeni Digitali, «il ricorso al crowdfunding potrebbe dare una spinta incredibile a progetti minori».

    A tutt’oggi il problema maggiore del panorama italico non è però l’assenza di investimenti che, come dimostrano i casi citati in apertura, stanno arrivando: è la mancanza di exit, ossia la cessione di attività già avviate. Il mercato è piccolo e i pretendenti scarsi.

    Intanto, però, piccoli imprenditori crescono: Blomming, startup milanese di social shopping, è stata nominata dalla società di analisi di mercato Gartner fra i primi quattro «Cool Vendors» del 2012 nel settore e-commerce e ha ottenuto un investimento da 1,3 milioni di euro. Cibando, società romana che aiuta i clienti a trovare il ristorante più adatto a loro, ha attirato capitali berlinesi; Sardex, circuito di compensazione crediti fra aziende sarde conta già 800 aderenti e punta all’1% del Pil isolano. Altre realtà di successo, diffuse capillarmente da Nord a Sud della penisola, sono Fubles, Steremood, Spreaker, Crowd Engineering.

    E ogni giorno un nuovo nome si va aggiungendo alla lista. Startup è una parola oggi molto di moda, forse perfino troppo. Ma dietro la retorica ci sono persone che lavorano duro e con grande passione, senza vittimismo e senza raccomandazioni. Di questi tempi, è già più di tanto.

     

    Articolo ripreso da lastampa.it

     
  • admin 17:57 il 11 July 2012 Permalink |  

    Estate 2012 blocco completo degli investimenti finanziari 

    on solo i capitani di bastimenti sanno che se l’indicazione del barometro punta a bassissime pressioni occorre prepararsi alle tempeste, ed in certi casi anche agli uragani.

    Molti indicatori e molti commentatori prevedono per i prossimi mesi l’acuirsi dei problemi del mercato immobiliare di cui già abbiamo parlato su questo blog, e di problemi di rifinanziamento di debito in scadenza, pubblico e privato. Nel contempo i mercati finanziari non si sono ancora liberati del carico speculativo che viene su di loro addossato, tanto che nella recente riunione della banca dei regolamenti internazionali (BRI), a Basilea, gli stessi banchieri hanno lanciato un peana sul fatto che la finanza speculativa e derivata ha ancora occupato le stamperie delle banche, alla grande.

    E come in un accumulo di bassa pressione, evidenziata da un barometro, moltissimi fattori minacciano tempesta. Nuvole si stanno accumulando all’orizzonte, e non sono solo le nuvole che abbiamo visto in passato, sono nuovi nembocumuli.

    Una estate calda, caldissima, non solo climaticamente e, comunque, anticipatrice delle perturbazioni prossime venture e dei nembocumuli autunnali. E’ forse legittimo pensare anche alla natura umana, ed alla sua storia, con forse l’irresistibile tentazione governativa di manovrine (o manovrone) ferragostane.

    Si fa peccato a pensar male, ma spesso ci si prende, recita una frase ormai divenuta di uso comune.

    Il momento che stiamo ora vivendo appare come una sorta di calma in attesa di un qualche cosa che possa risolvere – magicamente? – le questioni oggi sul tappeto. Ma queste soluzioni possono derivare da cenette, oppure cenone tra rappresentanti europei che vengono pennellati come tutti dediti a risolvere tutte le inevase questioni che languono e ammuffiscono da anni?

    Cene, cenoni ed incontri “al vertice” che fanno anche ammuffire, o far crescere i licheni ai piedi di questioni che pur dovrebbero avere gambe svelte, come la tobin tax, la regolamentazione dei mercati CDS, la regolamentazione dei mercati interbancari, la regolamentazione dei derivati finanziari, eccetera.

    Facciamo due conti: la BCE elargisce 1 trilione di euro alle banche, che poi non hanno trasformato questo denaro ottenuto a bassissimo prezzo sul sistema economico finanziando imprese e famiglie, ma loro banche speculando sullo spread.

    Per la crescita, cosiddetta crescita, si parla di impegni per cifre che sono una frazione di quella già elargita dalla BCE. Qualcosa non torna. Insomma vi è un manifesto intento di non incidere i tumori annidati nel sistema e di agire invece con cure palliative, su un organismo – quello economico europeo assai indebolito. La Germania nel frattempo sfrutta questa occasione per pagare una inezia (rispetto gli altri fratelli europei) il costo del suo debito.

    I mercati, infine, non possono più ragionevolmente essere descritti come un sistema che sappia dare indicazioni coerenti alla gravità della questione, esprimendo solo una razionalità speculativa anche autolesionista.

    E’ veramante curioso, o deprimente, che i politici citino i mercati come elemento di conferma e supporto ai loro ragionamenti. Quello politico e quello di mercato sono due universi di razionalità differenti.

    Il campo depressionario estivo ed autunnale prossimo venturo verrà certamente alimentato dall’ingordigia – del tutto razionale – dei mercati finanziari speculativi. E non basteranno certamente a fronteggiare questa ingordigia i pannicelli caldi, solo l’incisione del tumore di un mercato dei credit default swap non regolamentato e non più lasciato in balia di cinque oligopolisti potrebbe essere risolutiva. ma questo non vien detto. E forse non viene neppure pensato.

    Ovviamente, nessuno può oggi dire cosa effettivamente accadrà. Ma di sicuro, come il buon capitano alle indicazioni di barometro in picchiata mette in sicurezza la nave con chiusura boccaporti, messa delle cime di sicurezza, ammaina le vele e mette la tormentina (vela che da stabilità in caso di fortissimo vento, da cui il nome), allora il buon politico dovrebbe pensare alle tormentine per i CDS, per il mercato monetario, per gli oligopoli finanziari, per lo shadow banking, eccetera.

    E dovrebbero, i politici ma anche gli economisti – ed i cittadini tutti – anche considerare più attentamente il “new deal” di Roosevelt, in chiave moderna di una crescita sostenibile e dunque non opere infrastrutturali, che con l’attuale efficienza delle macchine avrebbe inferiore moltiplicatore, ma soprattutto opere di efficienza energetica e sostenibilità ambientale e sociale.

    Alla fine non si è dei geni nel comprendere che le attuali ricette “lacrime e sangue” sono assai più vicine di quanto non viene scritto dai giornali alle politiche di Hoover, quel presidente USA che aggravò assai la crisi del ‘29. Solo con il new deal di Roosvelt si posero le basi per l’uscita da quella crisi.

    Alla fine, la vera catastrofe causata dalla crisi è la cancellazione di tanti posti di lavoro e soprattutto la prospettiva di non crearne. Da questo punto di vista la riforma del mercato del lavoro più che lasciare perplessi, lascia sgomenti.

    A luglio dunque saremo tutti imbarcati in un bastimento nell’oceano economico e finanziario prossimo venturo, probabilmente affatto Pacifico.

     

    Articolo ripreso dal sito abcrisparmio.it

     
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