Categoria: investimento lungo periodo

Come investire nel 2013 per i prossimi dieci anni

In uno scenario come l’attuale, dove il titolo Monte dei Paschi crolla in borsa per poi risalire e dove sul destino dei denari dei risparmiatori che ne hanno sottoscritto azioni e obbligazioni, domina un grosso punto interrogativo, capire l’economia, quello che succede nel mondo, le cause, gli effetti, le motivazioni delle scelte che vengono prese è un’impresa difficilissima.

Gli economisti, per analizzare razionalmente ciò che succede, cercano di imbrigliare gli eventi all’interno dei loro modelli matematici e in questo modo costruiscono delle relazioni di causa ed effetto che possono essere usate per fare delle previsioni sul futuro.

Quest’attività di analisi è sicuramente molto utile per descrivere gli scenari economici che possono verificarsi e assegnare a ciascuno di essi una probabilità, in questo modo però si lascia comunque, all’economista una via di fuga: la probabilità che uno scenario economico si verifichi, altro non è che una probabilità e quindi, per definizione, contempla la possibilità di sbagliare.

Le famiglie invece, quelle che vanno a fare la spesa, quelle che devono pagare l’affitto, sostenere le spese dei figli all’università, quelle che devono pensare alla loro pensione di domani, e ci devono pensare da sole, hanno la possibilità di sbagliare?

E anche qualora questa possibilità di sbagliare ci sia, quando un errore, da tollerabile, può diventare una catastrofe?

Cerchiamo di capire come le famiglie abbiano gestito i propri risparmi nel corso degli ultimi anni, se siano state soddisfatte dall’operato dai loro interessati consiglieri e, nel caso in cui la risposta sia negativa, se esista una soluzione per cercare di evitare di commettere errori dispendiosi.

Un po’ di storia:

 

  • 1990 – marzo 2000 si è assistito ad un rialzo dei mercati azionari mondiali quasi privo di pause;
  • marzo 2000 – marzo 2003 la bolla speculativa tecnologica prima e il critico scenario geopolitico poi hanno causato uno storno molto importante dai massimi registrati nel periodo precedente;
  • marzo 2003 – novembre 2007 c’è stata una nuova fase di robusto recupero che però non è riuscita a spingere i mercati sui massimi del 2000;
  • novembre 2007 – marzo 2009 nuovo storno pesante, ma non tale da ritoccare i minimi di marzo 2003, causato dalla crisi del mercato immobiliare americano e dal fallimento di alcune importanti banche;
  • marzo 2009 – luglio 2011 periodo di recupero;
  • luglio 2011 – oggi crisi dei debiti sovrani  che ha nuovamente fatto scendere i mercati, alcuni dei quali non hanno, ad oggi, ancora recuperato le perdite.

 

Nel corso di tutti questi anni, nei periodi di crisi, l’industria del risparmio gestito e, a seguire, tutte le aziende che collocavano presso gli investitori privati prodotti di risparmio (fondi comuni, SICAV, gestioni patrimoniali), anno sempre minimizzato i possibili effetti degli eventi sostenendo che, se un investimento era stato fatto nell’ottica del lungo periodo, le crisi dovevano essere viste come occasioni d’acquisto in quanto, se i fondamentali risultano comunque solidi, le crisi sono destinate a terminare.

Questo tipo di ragionamento, pur non essendo in linea di principio errato, non tiene conto di 2 circostanze:

 

  1. Chi ha avuto necessità di disinvestire i propri risparmi nei periodi di crisi, a seconda di quando è entrato sul mercato, ha dovuto aspettare anche diversi anni prima di veder azzerate le proprie minusvalenze;
  2. Chi ha investito su indici azionari sui massimi di marzo 2000, ad oggi, dopo quasi 13 anni, subisce ancora delle perdite in conto capitale.

 

Nel corso degli anni, anche in Italia si è affermata un’altra scuola di pensiero, che integra l’analisi fondamentale e, attraverso lo studio dell’andamento storico dei prezzi, tende a fare una previsione sul loro andamento futuro in base al verificarsi di determinate circostanze: questa disciplina, inventata da Charles H. Dow nel 1884, è l’analisi tecnica.

L’analisi tecnica, che nel corso degli anni si è evoluta, analizzando i comportamenti degli attori dei mercati finanziari, le cui aspettative vengono incorporate nei prezzi dei titoli, nei loro movimenti e nei volumi, riesce a classificare molti dei tipici movimenti dei prezzi e soprattutto, il momento in cui i trend stanno cambiando.

Chi ha consigliato le famiglie in tutti questi anni, forse l’analisi tecnica non l’ha neanche sentita mai nominare e, sicuramente, non l’ha applicata infatti, salvo rare eccezioni,nessuno dei prodotti del risparmio gestito ha dato rendimenti interessanti in questo lungo periodo.

Quello che intendo dire è che chi investe da solo il proprio denaro, come chi è chiamato a dare consigli su quello altrui, piuttosto che i professionisti che gestiscono enormi masse di denaro per conto terzi, non possono non considerare, per le loro scelte d’investimento, gli insegnamenti forniti dall’analisi tecnica.

Per fare ciò però occorrono studio, dedizione e mezzi proporzionati al tipo di operatività e queste caratteristiche non sono comuni ne’ nell’investitore individuale, spesso nemmeno nelle comunità dei gestori di patrimoni e sono sicuramente assenti nelle convinzioni delle istituzioni che pensano che per ridurre il rischio sia sufficiente diversificare il portafoglio.

Per fortuna non c’è nulla di nuovo da inventare, bisogna solo, umilmente, studiare.

 

Articolo ripreso dal sito mirorenzaglia.org

Come investire in maniera diversificata i propri risparmi

Chi lascia i propri soldi in banca può dirsi veramente al sicuro? Le banche, cui molti risparmiatori prestano denaro lasciando soldi sul conto corrente o sottoscrivendo a man bassa una per l’altra (senza fare confronti e distinzioni) conti deposito vincolati o obbligazioni, svolgono attività rischiose visto che prestano soldi a imprese e famiglie e investono in titoli finanziari.

E non sempre questi prestiti e questi investimenti vanno a buon fine. E allora quando una banca presta male i soldi dei depositanti a debitori che non restituiscono né il capitale né gli interessi o li investe male comprando titoli che poi scendono e provocano perdite cosa succede? Se le cose sono fatte “in grande stile” evidentemente la banca va in rosso. Nei bilanci si cercherà naturalmente di trovare il modo di presentare una realtà più presentabile e abbellirli il più possibile. Ma alla lunga se la banca non produce redditività il buco prima o poi appare. Anche perché le altre banche magari smetteranno di finanziare in qualsiasi modo la banca messa male e questa faticherà sempre più a trovare risorse sul mercato.

E chi ripiana i conti delle banche per evitare che vadano a gambe all’aria? Chi paga il conto di questi investimenti finiti male? Il mercato con aumenti di capitale sottoscritti dagli azionisti o lo Stato, ovvero i contribuenti, quando i privati non ci vogliono mettere i soldi o il deficit di capitale è diventato troppo elevato e si rischia la crisi “sistemica” ovvero il cosiddetto “bank run”.

La corsa alla banca o meglio corsa agli sportelli è quel fenomeno che si verifica quando un elevato numero di clienti di una banca preleva contemporaneamente tutti i depositi per paura che la banca diventi insolvente. Un fenomeno che potrebbe già mettere in difficoltà una banca sana, figuriamoci una banca malata dato che tutte le banche detengono solo una piccolissima parte dei loro depositi a vista, mentre la maggior parte viene investita, o meglio, utilizzata per espletare la sua funzione creditizia o di investimento.

Arriviamo così alla situazione di questi mesi dove le banche con i conti anche disastrati vengono tenute in vita e anche quelle non messe malissimo ma nemmeno benissimo possono di fatto speculare e scommettere alzando sempre più la posta in gioco. La “stabilità bancaria” va mantenuta a ogni costo per evitare un nuovo caso Lehman Brothers e pazienza se così si premiamo i peggiori e l’azzardo morale. Se la banca in difficoltà ha bisogno di quattrini una soluzione si deve trovare: se lo Stato appartiene all’Unione Europea non pagano solo i cittadini di un Paese ma tutti quelli che risiedono in paesi che appartengono alla Unione Europea. Siamo alla “socializzazione delle perdite” per le banche quando le cose si mettono male mentre quando vanno bene (ma anche male, naturalmente) i banchieri possono staccarsi dei pingui assegni.

Ma siamo sicuri che questo sistema dove la banca (anche la peggiore) campa e non crepa in qualsiasi scenario possa durare all’infinito e non capiterà prima o poi che qualche depositante o obbligazionista non si trovi col cerino in mano?

Per ora paga soprattutto Pantalone

In Spagna una banca il salvataggio di Bankia è stato reso possibile dal contributo non solo dei cittadini spagnoli ma anche di quelli italiani, francesi, tedeschi, belgi, olandesi, austriaci…Tutti questi soldi per salvare le banche li mettono i cittadini tramite lo Stato.

Ma il caso di Bankia non è isolato. Anche l’italiana Mps e la franco belga Dexia hanno ricevuto aiuti di Stato con il placet della Ue. Quando gli istituti di credito iniziano a vacillare per preservare la stabilità del sistema finanziario gli Stati ovvero i cittadini ci (ri)mettono i soldi. E non solo loro. Anche gli azionisti e gli obbligazionisti della banca rischiano di perdere i capitali investiti. Nel caso della spagnola Bankia gli azionisti della banca, quotata in Borsa a luglio 2011 hanno subito perdite superiori all’90% del capitale investito.

Hanno perso gli obbligazionisti che hanno preferito le obbligazioni subordinate, quelle che rendono di più, e pensano di essere più furbi degli altri perché “tanto una banca non fallisce” e che al momento attuale secondo le ultime proposte che circolano potrebbero perdere fra il 15% e il 50% del capitale investito. Mentre gli obbligazionisti “senior” non certo possono dire ancora “scampato pericolo”. Nel caso di Mps finora hanno pagato i cittadini italiani e anche gli azionisti visto che il titolo dal gennaio 2007 ha perso fino a oltre il 95% del proprio valore. E anche chi ha puntato sulle obbligazioni del gruppo ha subito una perdita visto che il merito creditizio della banca è passato da A- a BBB con titoli che sono precipitati di valore pur se nelle ultime settimane un rimbalzo molto parziale è stato messo a segno.

Mps e le obbligazioni Casaforte

Non sempre le banche antepongono i propri interessi a quelli dei loro clienti. Nelle filiali dell’istituto senese le pressioni perché i clienti mantengano in portafoglio le obbligazioni Casaforte emesse della banca, che pagano un rendimento inferiore a quello del conto deposito della banca, è fortissima. Se i clienti dovessero chiedere il rimborso alla banca per Mps sarebbe una bella stangata.

Le Obbligazioni Casaforte pagano una cedola inferiore a quella offerta dal conto di deposito della banca e sono garantite dagli affitti che la banca paga sugli edifici che usa per la sua attività. Emesse a 100 due anni fa dovrebbero valere sul mercato circa 69 centesimi secondo quanto ricostruito da Linkiesta. Mps però non può comprarle da chi le ha sottoscritte in emissione al prezzo di mercato ma deve garantirne il riacquisto a spread invariato ovvero a un prezzo vicino a quello di emissione. Le ultime transazioni con i clienti sono avvenute a un prezzo intorno ai 96 centesimi con un danno economico enorme per la banca che compra a 96 quello che sul mercato vale 69.

Di obbligazioni Casaforte ai clienti della banca ne sono state vendute per 1,56 miliardi. Di qui l’imperativo categorico dato alle filiali: per un cliente che vende queste obbligazioni se ne deve trovare uno che compra. Un’altra eredità della brillante gestione Mussari come quella dei 15 miliardi di Btp che grazie a un’operazione di copertura del rischio tassi tramite strumenti derivati rendono appena lo 0,26%. Come un Bund tedesco con un rischio però enormemente superiore. Certo poi tutti questi investimenti sbagliati si pagano. Come l’acquisizione di Banca Antonveneta per una cifra astronomica che poi infatti è stata pesantemente svalutata.

E a furia di svalutazioni e di scommesse sbagliate i conti delle banche vanno in profondo rosso. Finchè non riescono più a reggersi con le loro gambe perché i soldi per stare in piedi non ci sono più. E come ama ripetere il miliardario Warren Buffett, «solo quando la marea scende si capisce chi fa il bagno nudo». A quel punto a rivestire le banche prima che minino la stabilità del sistema finanziario interviene lo Stato. Come è successo alla spagnola Bankia, alla franco-belga Dexia e alla italiana Mps. Tutte salvate dal governo e dai governi. Ovvero dai cittadini dei rispettivi paesi e anche di tutti gli altri se appartenenti alla Ue. Soldi pubblici che avrebbero potuto essere impiegati per ridurre il carico fiscale, far ripartire l’economia e l’occupazione. Invece vanno alle banche.

Che Bankia!

A Bankia, quotata in Borsa a luglio 2011 con un valore di 3,75 euro e che oggi vale 0,398 euro, sei mesi fa il governo spagnolo ha dato 4,5 miliardi di euro per non farla saltare. Nonostante le rassicurazioni del governo iberico, che tale salvataggio sarebbe stato sufficiente, i 4,5 miliardi di euro non sono riusciti a ripianare le perdite di Bankia esposta per 30 miliardi di euro verso il settore immobiliare spagnolo da qualche anno in pesante crisi. Secondo una valutazione del Frob, il fondo di salvataggio per le banche spagnole, Bankia ha un patrimonio negativo di oltre 4 miliardi di euro e nella sua controllante (non quotata), che raggruppa altre casse di risparmio, la voragine ha superato i 10 miliardi.

E’ una banca in cui i debiti superano ampiamente l’attivo. Tanto che si è reso necessario un secondo salvataggio per 18 miliardi di euro a carico della Unione Monetaria ovvero di tutti i cittadini della Ue, compresi noi italiani. Il 27 dicembre gli azionisti di Bankia hanno visto crollare in un solo giorno di contrattazione del 25% il valore in Borsa del titolo in quando la Borsa spagnola ha comunicato che il 2 gennaio il titolo sarebbe uscito dall’indice Ibex25 che comprende le 25 azioni spagnole a maggiore capitalizzazione.

Essendo il patrimonio della banca negativo, chi ha investito in azioni della banca spagnola perderà l’intero capitale investito. Si tratta di 350 mila azionisti la maggior parte dei quali privati risparmiatori e pensionati. Detentori non solo di azioni della banca ma anche di obbligazioni. Anche subordinate su cui rischiano perdite pesanti: dal 10 al 50% a seconda del tipo di emissione sottoscritta.

I principali detentori di obbligazioni emesse da Bankia sono ovviamente i suoi correntisti indotti a sottoscrivere questi titoli dai zelanti sportellisti dell’istituto. Molti dei quali non solo hanno sottoscritto essi stessi azioni e obbligazioni della banca e quindi subiranno pesanti perdite sui propri investimenti finanziari, ma perderanno il posto visto che l’istituto iberico prevede di tagliare seimila posti di lavoro (circa il 30% del personale) entro i prossimi tre anni. Non è il primo caso in cui i detentori di obbligazioni bancarie di istituti europei rimangono in mutande. E’ accaduto qualche anno fa anche ai possessori di obbligazioni della Anglo Irish Bank.

Quando a gennaio del 2009 una delle maggiori banche irlandesi è stata nazionalizzata sia i detentori di azioni sia i detentori di obbligazioni hanno subito perdite pesantissime. La banca come da copione è stata salvata, ovviamente con i soldi pubblici, ma anche gli azionisti e gli obbligazionisti ci hanno rimesso pesantemente.

Mps, dai contribuenti italiani 4,5 miliardi di euro

Comunque quanto a perdite di posti di lavoro e (ab)uso di soldi pubblici non va molto meglio in Italia dove Mps si sta mangiando non pochi quattrini dei contribuenti. Dopo gli 1,9 miliardi di euro concessi da Tremonti nel 2009, che la banca non è stata in grado di rimborsare, Mps è stata beneficiata di un secondo aiuto governativo varato dal governo Monti con il placet dell’Unione Europea.

Mps ha chiuso il 2011 con perdite per 4,69 miliardi di euro. Una cosa da nulla per gli amministratori della banca che dichiaravano in un comunicato che queste perdite essendo dovute a svalutazioni su avviamenti hanno effetti « solo sulle grandezze contabili ma nessun impatto sul cash-flow, sulla liquidità, e sui coefficienti patrimoniali come, evidentemente, non ha alcuna influenza sulla redditività prospettica e sull’affidabilità della banca». Insomma secondo l’istituto senese molto rumore per nulla.

Ma se la banca è così in salute e solida perché non solo non è riuscita a rimborsare gli 1,9 miliardi di Tremonti Bond (che dovevano fruttare alle casse dello Stato il 9% all’anno di interessi) ma è stata costretta a chiedere altri 2 miliardi al Tesoro Italiano (a un tasso questa volta del 10%)?

Perché se la banca gode di ottima salute è dovuto intervenire il governo italiano con un prestito che potrà arrivare fino a 4,5 miliardi (e non sarà meno di 3,9 miliardi) per consentire alla banca di raggiungere i requisiti patrimoniali richiesti dall’Autorità bancaria europea (Core Tier 1 al 9%)? Ovvero per poter continuare a operare?

Il test condotto nella seconda metà del 2011 dall’Autorità bancaria europea (Eba) ha evidenziato per Mps l’esigenza di un rafforzamento patrimoniale temporaneo e provvisorio pari a 3,26 miliardi di euro a causa della sovraesposizione al debito sovrano. Cui ha provveduto il già disastrato Stato italiano visto che la banca non è riuscita a trovare dei finanziatori privati che fossero disposti a mettere soldi nella banca tramite degli aumenti di capitale. Visto che i soldi non è disposto a metterli il mercato il pubblico farà la sua parte.

Poi ci si stupisce che il debito pubblico italiano aumenti e che la pressione fiscale in Italia arrivi nel 2012 al livello record del 45,3%. E’ stato calcolato che un quinto dei proventi dell’Imu è pari all’esborso che lo Stato italiano farà a favore di Mps. Tutto questo mentre l’ex patron di Mps, Giuseppe Mussari, alla guida del gruppo senese dal 2007 fino ad aprile 2012, anziché essere estromesso dal sistema bancario, ne è stato nominato Presidente nel 2010 e nel 2012 è stato riconfermato all’unanimità a capo dell’associazione bancaria italiana.

Il posto per ora lo perderanno soprattutto i dipendenti della banca visto che il Piano industriale 2012-2015 di Banca Monte dei Paschi, prevede, su richiesta della Commissione Ue in cambio degli aiuti di stato, di tagliare 4.600 posti di lavoro e di cedere 400 filiali.

Quanto agli interessi che lo Stato dovrà ricevere dalla banca per il prestito fino a 4,5 miliardi concesso, l’istituto potrà pagarli al governo cash (se avrà i soldi) o facendosi dare altri soldi dallo Stato (ovvero dei cittadini) ) oppure in azioni. In quest’ultimo caso la banca verrà nazionalizzata come accaduto per la spagnola Bankia e per la franco belga Dexia. Che ne sarà degli azionisti e degli obbligazionisti della banca se la banca non esce rapidamente dalle secche? Il caso Bankia non fa ben sperare.

A fine gennaio ci sarà l’assemblea straordinaria della banca che dovrà decidere se procedere a due aumenti di capitale, uno da 4,5 e l’altro da 2 miliardi, per evitare che lo Stato diventi proprietario della terza banca del Paese. Cosa che avverrà se nel 2014 Mps non sarà in grado di onorare gli impegni con il Ministero del Tesoro. Intanto anche nel 2012 i conti della banca sono in pesante rosso: Mps ha chiuso i primi nove mesi del 2012 con un rosso di 1,664 miliardi.

Per ora in Europa a rimetterci delle banche in difficoltà sono stati gli azionisti e in misura minore gli obbligazionisti: l’ordine è stato quello di proteggere in ogni caso i depositanti. La speranza è naturalmente che non sfugga mai la situazione di mano e che non si arrivi sull’orlo di un “bank run”. Il governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, è riuscito a convincere i mercati da questa estate che tutto verrà fatto per garantire la stabilità bancaria e dell’euro. Per sempre? Una banca vale allora l’altra? Anzi più sono malmesse, meglio è? Le banche a questo punto non possono più fallire?

Pur rispettando Draghi da risparmiatori e investitori non ci piacerebbe scommettere troppo contro il fuoco. E ai risparmiatori che considerano tutte le banche, senza distinzioni come l’impiego più sicuro per i propri capitali vincolando tutti i propri soldi allettati dalle offerte o acquistando massicciamente obbligazioni della casa, invitiamo alla prudenza del buon padre di famiglia che sa diversificare e non si affida a un’unica controparte per non rischiare il tutto per tutto.

Dexia 5,5 miliardi di euro, un salvataggio tira l’altro

Il problema delle banche mangia soldi pubblici coinvolge anche istituti d’oltralpe come la franco belga Dexia. La Commissione europea ha dato il via libera negli scorsi giorni all’ennesimo salvataggio di Dexia, che comporta un’iniezione di capitale di 5,5 miliardi di euro da parte dei governi di Belgio e Francia. I governi coinvolti arriveranno a detenere quasi il 96% del capitale della banca e questo secondo quanto dichiarato dalla Commissione Ue che ha approvato il salvataggio “consentirà di evitare la liquidazione che avrebbe causato uno shock finanziario in Europa stile Lehman”. E’ il quarto aiuto di stato che la banca riceve in nome della stabilità finanziaria del sistema economico.

“Ma fino a quanto gli Stati potranno sostenere le banche” si domandano molti risparmiatori? Di fatto il sistema capitalistico dovrebbe proprio reggersi sull’allocazione efficiente di risorse scarse e questi salvataggi costituiscono di fatto dei meccanismi discorsivi della concorrenza su cui dovrebbe reggersi il libero mercato.

Inoltre questi salvataggi favoriscono l’azzardo morale da parte sia dei manager sia degli azionisti sia degli obbligazionisti. “Perché le banche nessuno le lascia fallire…” ma questo non significa che investire in istituti decotti sia sempre un buon affare. Il rischio di restare col cerino acceso in mano aumenta. Del resto le banche non sono tutte uguali.

E guardare solo al rendimento di un titolo e non al rischio che incorpora è come scegliere un libro solo in base alla copertina. Quello che conta, quello che non si vede, è più importante di quello che appare. E occorre ricordare il monito di Artur Leavitt, ex presidente della Sec (la massima autorità di controllo della Borsa Usa), e autore de “Il Risparmiatore Ingannato” (Passigli Editore) che qualche anno fa ha scritto parole che vanno sempre ricordate: “In quanto investitori, anche voi avete delle responsabilità”.

Ci sono risparmiatori che detengono obbligazioni della propria banca, azioni della propria banca e lasciano depositi sulla medesima banca. Occorre diversificare. E non cullarsi sul principio che tanto le banche non le fanno fallire. Nessuna di queste banchè né Anglo Irish, né Bankia, né Mps, né Dexia è stata fatta fallire ma questo non significa che chi ha investito in Borsa su questi titoli o ne ha comprato le obbligazioni non ha subito perdite anche cospicue in alcuni casi.

Gli Stati europei sono riusciti per ora a tutelare i depositanti non sempre gli altri portatori di interessi, come i possessori di titoli azionari delle banche in difficoltà (il cui valore è diventato una frazione infinita dell’investimento iniziale) o dei possessori di titoli obbligazionari che hanno dovuto accettare quando è andata bene una fortissima volatilità di quello che ritenevano un investimento sicuro mentre nei casi peggiori con alcune obbligazioni subordinate una perdita anche cospicua del capitale iniziale.

 

Articolo parzialmente ripreso dal sito Moneyreport.it

Investire nel mercato immobiliare spagnolo attraverso il Banco Malo

Sono tutti occupati a commentare e dare spazio alla vittoria di Bersani su Renzi: televisioni, giornali e commentatori di talk show nazionali si azzuffano tra di loro per analizzare il nuovo quadro e i nuovi equilibri della scena politica nazionale.
Purtroppo non trovano adeguata visibilità e attenzione vicende che stanno caratterizzando l’economia spagnola almeno sul fronte bancario. Madrid riceverà la prossima settimana dall’Eurogruppo quasi cinquanta miliardi (48,5 per la cronaca) per la ricapitalizzazione delle banche spagnole che hanno vsito approvato il rispettivo piano di ristrutturazione e ricapitalizzazione, parliamo di Bankia, Novagalicia, CatalunyaCaixa e Banco de Valencia.
L’uomo della strada ha una cognizione molto grossolana di quanto sta accadendo in Spagna, conosce per sentito dire che la penisola iberica sta pagando le conseguenze di una crescita negli anni precedenti improntata esclusivamente al traino del settore immobiliare (booming market). Il caso hispanico meriterebbe di essere studiato presso le università italiane ed analizzato con approfondimento da chi si occupa e si è occupato di erogare credito immobiliare negli anni precedenti.
Vi sono sul piano qualitativo molte similitudini con il mercato immobiliare e bancario del nostro paese, solo sul piano quantitavivo per adesso ci differenziamo. La Spagna ha scelto di risolvere e tentare di risanare il proprio sistema bancario ricorrendo alla formula della Bad Bank o per dirla in castigliano del Banco Malo. Sotanzialmente hanno quasi clonato quanto hanno realizzato durante il 2008 gli USA con la TARP (Troubled Asset Relief Program) ovvero il programma di sostegno governativo che consentiva al Dipartimento del Tesoro di assicurare o acquistare “troubled assets” ovvero mutui, obbligazioni o collaterali finanziari che erano diventati in poco tempo illiquidi o peggio si erano svalutati anche del 40%.
In Spagna il Banco Malo istituito recentemente con un regio decreto si chiama SAREB in cui l’acronimo rappresenta la seguente dicitura “Sociedad de Gestion de Activos Procedentes de la Reestructuración Bancaria”. La ratio che supporta la creazione del Banco Malo mira principalmente a stabilizzare il mercato immobiliare arrestando la caduta dei prezzi e secondariamente a dare supporto alle banche spagnole sostenendole su tre fronti: capitale, liquidità e reddittività.
Il panorama bancario spagnolo deve infatti far fronte a oltre 180 miliardi di crediti deteriorati, in buona sostanza rappresentano prestiti, soprattutto ipotecari, di cui difficilmente si potrà ottenere la restituzione. Queste cifre impattano profondamente sul mercato spagnolo e la credibilità delle banche spagnole: ricordiamo che molte di loro sono state giudicate ormai come junk da Moodys e mediamente il rapporto prestiti su depositi supera il 110% (molto vicino alla media italiana).
Su questo frangente pertanto dovrebbe muoversi il Banco Malo ovvero acquistare le “viviendas” ovvero gli immobili problematici in portafoglio delle banche spagnole con l’idea di rivenderli a distanza di anni dopo aver assistito all’assestamento ed alla ripresa del mercato immobiliare (in castigliano “se encargue de la gestion de aquellos activos problematicos que deban serle transferidos por las entidades de credito”). Il Banco Malo nasce con una dotazione complessiva di 90 miliardi ed una speranza di vita di 15 anni: il governo spagnolo sta orchestrando a riguardo una grande operazione di speculazione immobiliare per farla in breve.
L’idea è quella di sgravare la banche spagnole da ulteriori potenziali contrazioni di capitalizzazione a fronte di perdite su crediti, trasferire questi assets nel portafoglio di una special purpose vehicle (il Banco Malo appunto) e, con calma, nei trimestri che verranno,  vendere le quote di proprietà di questa Bad Bank ad investitori istituzionali esteri interessati alle potenzialità di questo investimento.
Il profilo di rischio infatti presuppone al pari di quanto fece la TARP negli USA di acquistare sostanzialmente tempo: il tempo necessario a consentire un graduale e lento processo di assestamento del mercato immobiliare con una stabilizzazione della domanda immobiliare ed un miglioramento del quadro socioeconomico spagnolo, in modo tale da poter dismettere sul mercato tali immobili e beneficiare di plusvalenze da cessione ed alienazione di beni. Il Banco Malo ha una vita istituzionale di 15 anni: chi confida nella riuscita dell’operazione presume in un orizzonte di almeno sette anni di poter realizzare significative performance. Non mi stupirei se tra qualche anno una soluzione similare venisse implementata anche per il mercato italiano, in cui gli investimenti immobiliari seguiranno con il tempo la view spagnola.
Articolo ripreso dal sito di EugenioBenetazzo.com

Investire nella gestione aziendale con un fondo dedicato

La categoria degli imprenditori rappresenta uno dei più importanti target per l’attività della consulenza finanziaria, forse in assoluto il più importante. Non soltanto per le dimensioni del patrimonio accumulato o per le notevoli possibilità di accrescimento dello stesso, ma anche per la capacità di affrontare le novità e lo spirito aperto e intraprendente con cui sanno valutare nuove opportunità, nonché per la rete di relazioni sociali che normalmente gli imprenditori possono vantare.

Chi si propone di offrire consulenza ad un imprenditore deve considerare tener presente che la parte più importante qualitativamente, e spesso anche quantitativamente, del patrimonio è investita nella sua azienda.

Le operazioni di corporate finance sono costituite da tutte quelle attività che vengono poste in essere per passare da una situazione aziendale di partenza di tipo A ad una di arrivo di tipo B, attraverso un cambiamento strutturale dell’azienda, che può coinvolgere anche un mutamento a livello della compagine azionaria, con l’obiettivo di creare valore per gli azionisti.

Non é forse ancora molto noto a tutti, soprattutto in Italia, visto che invece all’estero é uno strumento che continua a riscuotere notevole successo ed é ampiamente utilizzato, che lo strumento più indicato per la creazione di valore è il fondo d’investimento. Se parliamo poi di fondo d’investimento dedicato e riservato, riusciamo ad abbinare versatilità ed efficienza in un innovativo strumento che si rivela ideale nell’attività di gestione di una azienda.

In un mercato come quello italiano, dove le PMI sono sempre alla continua ricerca di soluzioni innovative per favorire la crescita ed il passaggio generazionale, lo strumento “fondo dedicato” si rivela utile per le seguenti operazioni:

  • cessione o acquisizione d’azienda, di ramo d’azienda, di quote o di pacchetti azionari;
  • finanziamento di progetti di investimento importanti, compreso l’eventuale start-up di nuove realtà;
  • salvataggio di complessi aziendali in difficoltà;
  • passaggio dell’azienda agli eredi/successori dell’imprenditore,
  • reperimento di capitale di rischio attraverso l’inserimento di investitori, istituzionali o privati
  • quotazione indiretta sui mercati regolamentati;
  • valutazione certificata dell’azienda

 

Articolo ripreso dal blog Equisam su WordPress.com

Investire sulla conoscenza finanziaria per guadagnare nel lungo periodo

Andrea Unger è l’unico trader al mondo ad aver vinto per tre anni di seguito il World Cup Trading Championships: nel 2008 con uno straordinario 672% di performance,  nel 2009 con il 115%, e infine nel 2010 con il 240 per cento. Soldi veri, nulla di virtuale.

Nato in Germania, ma in Italia da sempre, oggi vive a Maltignano, un paesello in provincia di Ascoli Piceno, dove a tempo pieno coltiva davanti al monitor le sue specialità: futures e Forex. Da qualche settimana, inoltre, ha preso il via una nuova avventura professionale, un sito che risponde al nome di Oneyeartarget disegnato e pensato per offrire segnali operativi (il servizio si chiama FX winner) e promuovere una didattica di alto livello. Da subito esiste anche una versione in tedesco ed una in inglese. Del resto, il supertrader Andrea Unger è paradossalmente più noto in Germania, negli Usa e perfino in Asia che non a casa nostra.

Ing. Unger, perché questo sito?

La didattica è sempre stata una mia passione, a suo tempo ero indeciso se affrontare il mondo aziendale o fermarmi in Università, le occasioni che mi si sono presentate esternamente mi hanno fatto scegliere la prima strada; ma con il trading ho visto la possibilità di riaprire quel cassetto dove avevo riposto alcuni sogni.

Pochi sanno che il motivo principale per aver partecipato all’edizione 2008 del Robbins era di crearmi la notorietà necessaria negli Stati Uniti, per poi poter offrire corsi in quel paese (tutto sommato ero ottimista sul risultato della gara già dall’inizio…), le cose non sono andate così velocemente come speravo ma oggi posso dire che il mio nome negli States è spesso associato alla mia storia di successo e addirittura alle volte mi trovo accomunato a Larry Williams in discorsi che citano trader famosi (la cosa ancora oggi mi fa sorridere). Il sito è la carta d’identità verso il mondo di quanto io possa offrire.

Come è nato il progetto? E con quali obiettivi?

Un progetto imprenditoriale è sempre stato un altro dei miei sogni, poterlo perseguire nel mondo dell’educazione lo rende speciale. Da quando avevo iniziato a fare corsi occasionalmente in Germania mi sono reso conto che non è poi così semplice come viene descritto trovare persone disposte a pagare per imparare il trading, ho però perseverato e anche in campo educativo il mio nome si è sentito sempre più spesso, con soddisfazione posso dire di aver letto molti commenti positivi il che in genere non è facile viste le critiche che costellano i forum di finanza sia in Italia che all’estero. Il passo decisivo ho comunque deciso di farlo dopo essere stato invitato ad una fiera di settore in Cina, il potenziale visto in quella occasione mi ha fatto capire che sarebbe stato sciocco trascurare una opportunità del genere e quindi mi sono rimboccato le maniche e ho cominciato a pensare a come potesse essere il sito e a cosa offrire. Il nome del sito è fortemente legato all’avventura del campionato, la gara dura un anno e in quel periodo si deve dare tutto, ecco che il nome che mi è piaciuto maggiormente identifica proprio questo obiettivo temporale: One Year Target.

Quale spazio ai segnali operativi?

I segnali operativi sono un “corollario” che ho inserito volentieri, da tempo mi veniva sempre più spesso richiesto di fornire indicazioni del genere ma non mi sono mai focalizzato abbastanza sul progetto, avendo ora automatizzato il mio trading ho avuto più tempo da dedicare a tutto il resto e ho aggiunto volentieri un servizio di segnali sul mercato del FOREX, questo è il mercato preferito dai più ed è anche quello dove il numero di ingressi ad un determinato livello disturba di meno l’operatività grazie ai volumi molto elevati. Il servizio rispecchia completamente il motore dei miei sistemi, ho dovuto solo adattare gli orari di generazione dei segnali per permettere una gestione via Email senza inondare gli abbonati di informazioni, ho battezzato il servizio FXWinner, spero sia di buon auspicio!

Che peso alla didattica?

Su questo canale ho tante idee, troppe per poterle realizzare tutte. Sul sito si trovano i programmi base di 3 tipologie di corsi di durata diversa, sto anche provando a lanciare un Master a Chicago ma i recenti accadimenti sul mercato dei future (fallimento prima di MFGlobal e di PfgBest poi) hanno momentaneamente frenato di molto le iniziative ad esso legate. Nel 2013 ho in mente un nuovo programma per creare un gruppo di trader e farli crescere nel campo del trading automatico, spero di pubblicare presto sul sito il dettaglio di questa iniziativa.

In questi giorni di volatilità estrema, che consigli dà?

I mercati più che volatili mi sembrano disordinati, la volatilità del 2002 o del 2008 mi sembra un lontano ricordo, i movimenti di oggi sono corse in svariate direzioni in attesa della prossima notizia. Dire di non operare sarebbe inutile, posso solo consigliare di ridurre l’esposizione per non rischiare troppo ad ogni operazione, restare imbottigliati in un trade sbagliato è spesso l’inizio della fine per molti principianti.

Di recente è stato in Cina a una Fiera del trading, che impressioni?

Come dicevo più sopra la Cina è un mercato enorme, mi ricorda l’Europa dei primi anni 2000, c’è entusiasmo e voglia di imparare, io sono stato invitato ad una fiera simile in tutto e per tutto all’ITForum di Rimini, vedevo persone alla ricerca di una via da seguire. La nota dolente è che il focus era principalmente sul Dollaro USA e poi sull’Oro, il nostro povero Euro non veniva minimamente preso in considerazione da nessuno, spero solo non sia un triste presagio…

Domanda finale d’obbligo: trader si nasce o si diventa?

Il trader, d’istinto, si è dalla nascita, parlo dell”animale” da mouse, quello che guarda un book, clicca e trae profitto; ci sono però tanti modi di essere trader, io ho scelto il trading sistematico e questo si può davvero imparare, senza ostinazione però; se è vero che trader si diventa si può anche dire che “negati per il trading” si nasce. E se si è nati tali è meglio coltivare altri interessi.

 

Articolo ripreso dal sito ITForum News