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Cocos strumenti aggressivi di investimento che la Svizzera non vuole piu’

La Svizzera sta pensando di regolamentare più duramente i Contingent convertible capital bond, o Cocos. Questi strumenti finanziari, delle obbligazioni convertibili in azioni allo scattare di un dato evento, sono stati largamente utilizzati nel corso degli ultimi due anni. Ciò nonostante la Banca dei regolamenti internazionali (Bis) li consideri «troppo imprevedibili e rischiosi» per essere usati. E dire che la European banking authority (Eba), l’organismo di vigilanza bancaria europea, ne ha incentivato l’emissione per far fronte al maxi piano di ricapitalizzazione degli istituti di credito europei. Ma il vento sta cambiando.

Nello scorso dicembre è stata l’Eba a raccomandare l’uso dei Cocos. Non li ha chiamati con questo nome, bensì Buffer convertible capital securities (Bccs), ma il concetto non cambia. Si tratta di bond ibridi perpetui che vanno in modo diretto a impattare sul capitale Tier 1, la prima riserva di base degli istituti bancari. L’evento che farebbe scattare la conversione da obbligazione ad azione è fissato al 7%, una quota che rientra nei parametri contabili dettati dalle normative di Basilea III.

Non è però d’accordo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). In una lunga lettera che l’istituzione parigina ha inviato alla Banca nazionale svizzera si raccomandava di essere molto cauti con questi strumenti finanziari. Emessi in prima battuta da Ubs e Credit Suisse, i Cocos «potrebbero mettere a rischio la stabilità del sistema interno». I timori vertono sulle ricadute che potrebbe avere un evento capace di innescare la conversione dei Cocos. In particolare, l’Ocse fa riferimento al sistema assicurativo elvetico, dove Zurich e Swiss Re sono i maggiori esponenti del mercato, esposti in modo considerevole sia su Ubs sia sul Credit Suisse. Il dossier ora è sul tavolo della Finma (Swiss Financial market supervisory authority), la Consob svizzera, e della Banca nazionale elvetica, che nelle prossime settimane daranno il loro parere.

L’Eba, dopo aver dato il via libera all’uso dei Bccs, potrebbe regolamentare in modo più stringente l’emissione di questi strumenti. Come anticipato dall’agenzia di stampa Bloomberg, i Bccs potrebbero essere largamente usati per le esigenze di liquidità delle banche tedesche. Ma considerata la rischiosità di questi strumenti, non sono pochi i timori per la tenuta strutturale in caso di stress su una o più entità finanziaria. Data l’interconnessione fra il sistema bancario e quello assicurativo in Europa, sia l’Ocse che la Bis hanno invitato alla prudenza. In realtà lo ha fatto anche la Finma, che nel giugno 2011 ha spiegato che «l’uso dei Cocos deve essere fortemente limitato». Questo sia in caso di conversione a un basso trigger del Tier 1, circa il 5%, sia nell’evenienza di un trigger più alto, al 7 per cento. Eppure, negli ultimi mesi c’è stato un largo ricorso a obbligazioni di questo genere, complice il lasciapassare dell’Eba.

Se il regolatore elvetico e la Banca nazionale svizzera decidessero di compiere un giro di vite sui Cocos, gli effetti potrebbero essere incisivi sul mercato bancario europeo. Si creerebbe un precedente in uno dei sistemi economici più importanti, ma non solo. In caso di nuove esigenze di capitale per far fronte all’eventuale fallimento della Grecia, gli istituti di credito elvetici non potrebbero avere il supporto dei Cocos. Secondo i dati dello scorso dicembre, diramati dalla Bis, le banche europee sono esposte sulla Grecia per 144,457 miliardi di dollari. Questa cifra comprende infatti anche tutti i contratti di strumenti finanziari derivati nel portafoglio delle banche Ue. Il Paese più esposto è la Francia, con 64,219 miliardi di dollari. A ruota c’è la Germania, i cui istituti di credito sono esposti per 25,790 miliardi di dollari. L’Italia, invece, ha posizione aperte per 5,343 miliardi di dollari, circa la stessa esposizione della Svizzera.

Se le trattative sul debito greco saltassero definitivamente, per Atene si aprirebbe la porta del fallimento disordinato. In quel caso, potrebbero mutare le esigenze di capitale delle banche europee, ben oltre i 115 miliardi di euro raccomandati dall’Eba pochi mesi fa. Senza l’apporto dei Cocos, potrebbe essere una missione ancora più complicata del previsto.

 

Articolo ripreso da linkiesta.it

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Investire in obbligazioni senza interessi conformi alla legge coranica

L’opinione pubblica occidentale, ormai avvezza a parlare di spread, dovrà presto familiarizzare con i sukuk. Non un nuovo parametro da tenere d’occhio, ma la versione islamica delle obbligazioni, certificazioni di investimento conformi alla shariʿa.

La legge coranica proibisce il prestito ad interesse, ragione per cui, a differenza dei bond tradizionali, i sukuk devono corrispondere a un progetto ben determinato, generalmente di natura infrastrutturale o immobiliare, e rappresentano una quota dei profitti.

La finanza islamica è ancora un fenomeno minoritario, i suoi asset non raggiungono i mille miliardi di dollari. I sukuk emessi ogni anno, circa 50 miliardi di dollari, rappresentano l’1 per cento del totale globale. Ma le aspettative sono rosee.

La londinese Ernst & Young prevede una crescita del 33 per cento nel 2012, spinta dai rivolgimenti epocali del mondo arabo e dalla parallela crisi dell’Occidente e del suo sistema bancario, minato dall’eccesso di debiti. Anche Deutsche Bank giunge a conclusioni simili – 1.800 miliardi di dollari entro il 2016 – perché la stagnazione del sistema tradizionale di prestiti porterà le compagnie a cercare strade alternative.

Come è naturale, il boom delle banche islamiche riguarderà in primo luogo l’area mediorientale e quella nordafricana, dove gli asset, secondo la Ernst & Young, passeranno dai 416 miliardi di dollari del 2010 ai 990 del 2015, grazie all’orientamento favorevole dei nuovi regimi. L’Egitto ha già considerato la possibilità di emettere sukuk. Alcuni leader libici e tunisini, islamisti e non, hanno chiarito che il sistema bancario ispirato alla shariʿa sarà parte integrante del loro progetto politico.

Anche il mondo occidentale, però, potrebbe guardare con interesse a questi nuovi strumenti. Ashar Nazim, leader dei servizi finanziari islamici alla multinazionale londinese, ne è convinto: «Il movimento di protesta Occupy Wall Street ha mostrato una crescente rabbia nei confronti della distribuzione della ricchezza all’interno dei sistemi capitalisti.

La finanza musulmana, al contrario, proibendo gli interessi, la pura speculazione e gli eccessi di leva finanziaria, diventa appetibile in questa fase». Dietro al boom dei sukuk, dunque, non ci sarebbero motivi di natura religiosa, ma aspirazioni alla sicurezza e alla stabilità economica.

Una settimana fa il governatore della Banca Centrale del Bahrein, Rachid Mohamed al Maraj, è andato oltre: «Il sistema bancario islamico può attrarre clienti al di fuori delle aree tradizionali, la regione del Golfo Persico e le zone musulmane del continente asiatico. Anzi, potrebbe permettere all’industria mondiale di conoscere una crescita prolungata nel prossimo decennio».

Mentre l’Occidente vede lo spauracchio del credit crunch, il mercato dei sukuk si espande. L’ascesa delle compagnie aeree del Golfo, come la Emirates, va a braccetto con quella della finanza musulmana. Alcuni big bancari dell’Occidente si sono mossi di conseguenza. A maggio l’Hsbc Amanah, il braccio islamico del colosso britannico, ha emesso sukuk per 500 milioni di dollari. Goldman Sachs ha annunciato un programma analogo il mese scorso che però sta incontrando notevoli problemi.

Anche il francese Crédit Agricole sta considerando l’utilizzo di questi strumenti. La parte del leone, comunque, la farà il Nord Africa. La primavera araba ha visto un ruolo attivo dei grandi fondi del Golfo, Qatar, Arabia Saudita, Kuwait. E il fenomeno della finanza ispirata alla shariʿa potrebbe estendersi a tutto il continente nero. A giugno la Nigeria ha dichiarato di pianificare l’emissione di un sukuk sovrano nei prossimi 18 mesi, il Senegal si avvia a seguire la stessa strada.

Se il boom è indubbio, resta di difficile interpretazione. Molti sostengono che si tratti di una situazione congiunturale, dovuta alla crisi del sistema bancario occidentale, per cui bisogna attendersi un’immediata inversione di tendenza non appena i mercati globali dovessero ritrovare stabilità. Gli stessi vantaggi dei sukuk in termini di sicurezza economica non sono da considerarsi assoluti.

Anche Dubai nel 2009 ha vissuto una crisi creditizia e alcune compagnie sono state costrette a ristrutturare il loro debito per rimborsare i creditori. I depositi negli istituti islamici non sono immuni dalla speculazione, come hanno mostrato le vicende dalla Dubai Bank, entrata in crisi e finita nelle mani della Emirates Nbd.

Il rapporto con la leva finanziaria è ancora tutto da decifrare, come sottolinea Kadir Hussaim, amministratore delegato della Mashreq Capital: «Ci sono compagnie che innalzano il debito attraverso i sukuk. Anche se tecnicamente vengono rispettati i precetti della shariʿa, questo non significa che il rischio non esista». Inoltre, il mondo islamico presenta ancora gravi carenze, a livello legislativo ed istituzionale, spesso vi sono linee-guida piuttosto che regole certe.

È probabile, dunque, che l’euforia attuale sia dovuta in gran parte ai demeriti altrui e che la finanza tradizionale torni a crescere sui ritmi abituali, quando avrà ridotto la propria volatilità. Anche se gli equilibri geopolitici mondiali sono in continua evoluzione e al Golfo Persico, con i suoi fondi sovrani ricchi di liquidità e i suoi sukuk, dovranno guardare borse e cancellerie dell’intero pianeta.

 

Testo articolo ripreso da linkiesta.it

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La truffa della BCE che finanzia le banche italiane

Uno Schema Ponzi. Il meccanismo con il quale la Banca centrale europea ha inondato di liquidità i mercati Ue ricorda il programma truffaldino che fu utilizzato anche da Bernie Madoff, autore di una frode da 51 miliardi di dollari. A dirlo è Pimco, il più importante fondo obbligazionario mondiale, che critica apertamente la Bce e la sua partita di giro per aiutare le banche italiane. Non esattamente una considerazione positiva, dato che Pimco ha in portafoglio circa 4,8 miliardi di dollari in titoli di Stato italiani.

Nell’ultima lettera agli investitori, Bill Gross evoca una nuova definizione per l’economia globale nel 2012. Dopo la New Normal, l’era della bassa crescita post Lehman Brothers, ecco il Paranormal, l’era delle necessità di deleveraging da parte del mondo bancario. Sì, secondo il fondatore del primo bond fund mondiale, quest’anno apre ufficialmente una nuova era economica per il mondo.

Finito il tempo della crisi subprime, che ha modificato per sempre l’universo della finanza e ha fatto entrare tutti nella New Normal, arriva il tempo del paranormale. Quello che deve preoccupare maggiormente è il processo di deleveraging creditizio nell’eurozona.

Un mese fa la banca statunitense Morgan Stanley aveva lanciato il primo allarme, sottolineando come la ridefinizione degli schemi bancari, degli impieghi e delle attività sarebbe costata fra 1,5 e 2,5 miliardi di euro. Un tale ridimensionamento è già iniziato, come dimostrano le diverse chiusure di interi desk da parte delle maggiori banche d’investimento europee. Però non era ancora arrivata la parola di Pimco. Secondo Bill Gross nel corso del 2012 si verificherà un’implosione del credito in Europa.

Per via del contagio che ormai si è completato, l’Italia non sarà esente da tale corso. Ma ecco che arriva la Bce, spiega Pimco. Tramite l’ultima operazione di rifinanziamento a lungo termine (Long term refinancing operation o Ltro), che ha fornito 489 miliardi di euro di liquidità al sistema bancario europeo, gli istituti di credito italiani hanno aperto uno finestra per le esigenze del 2012.

Circa 116 miliardi di euro, questo l’ammontare dell’azione presso la Bce, che serviranno per sostenere il debito pubblico italiano nel corso dell’anno. L’Italia infatti dovrà scendere sui mercati per circa 440 miliardi di euro in quest’anno. Per gli istituti di credito italiani, fra i maggiori detentori di titoli di Stato del Tesoro, ci potrà quindi essere l’appoggio dell’Eurotower, una scelta che secondo Gross è discutibile. «O è un Quantitative easing (allentamento quantitativo, ndr) o è uno Schema Ponzi», dice il finanziere.

Del resto, le banche italiane hanno fatto ampio ricorso, poco prima del lancio del Ltro da parte della Bce, della possibilità messa in campo dal governo. Le obbligazioni emesse con garanzia statale «incondizionata e irrevocabile», utili da essere girate come collaterale a Francoforte, hanno avuto un ammontare di 40 miliardi di euro, spalmati sui 14 banche. Le emissioni più significative sono state quelle di Intesa Sanpaolo (12 miliardi di euro), Monte dei Paschi (10 miliardi di euro) e UniCredit (7,5 miliardi di euro). Proprio gli stessi istituti di credito che storicamente sono i più attivi durante le aste di titoli di Stato italiani.

La tensione che ha accompagnato l’Italia negli ultimi mesi non accenna a diminuire. Oggi il costo del Credit default swap (Cds) italiano è tornato sopra quota 400 punti base sulla piattaforma Markit. Questo strumento finanziario, che funge da assicurazione contro il fallimento di un asset, è utile per tastare il polso del rischio default.

Un pericolo che per l’Italia è al rialzo negli ultimi giorni, gli investitori non smettono di cercare porti più sicuri di quelli italiani. Del resto, il rischio di un peggioramento della situazione italiana si riflette anche nel rendimento dei titoli di Stato decennali, sempre a ridosso del 7 per cento.

Quello che succederà nel corso dei prossimi dodici mesi è ignoto. Ci sono però alcuni punti fermi. Il maggiore di questi è il cambiamento nella struttura della finanza globale. L’età dell’oro è terminata ed è già arrivata quella dell’austerity, anche in campo bancario. Il deleveraging di cui parlano Morgan Stanley e Pimco non sarà facile da digerire. Ma è il primo capitolo di una storia che accompagnerà il mondo finanziario nei prossimi anni.

 

Articolo ripreso da linkiesta.it

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Il debito pubblico italiano ritorna a livelli pericolosi nei confronti del Bund

181, 237, 4,741%. Questi erano tre valori che, il 3 gennaio del 2011, ci facevano dormire sonni (più o meno) tranquilli. Si tratta di spread Btp/Bund, CDS e rendimento dei Btp decennali, parole che nel corso degli ultimi dodici mesi abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene. Non a caso, dopo oltre un anno, fa stupore leggere i dati di oggi. Numeri che somigliano a quelli che aveva l’Irlanda poco prima di capitolare e chiedere l’aiuto della comunità internazionale.

Se fino a fine aprile non c’erano avvisaglie, da inizio maggio è stato un declino esponenziale. Il contagio della crisi dell’eurodebito ha spazzato l’Italia con una furia impressionante. Prima i Money market fund (Mmf) hanno iniziato a ritirare la liquidità dall’Europa, poi l’Italia è stata oggetto delle coperture delle banche di mezzo mondo, che hanno ridotto velocemente le propria esposizione sui titoli di Stato italiani.

Più saliva la tensione politica, più calava la liquidità, lasciando gli istituti di credito italiani a secco. E via andare. Con questo passo, l’Europa si è trovata presto ad affrontare una criticità imprevista e di difficile gestione. Andato via Silvio Berlusconi e arrivato Mario Monti, il sentiment degli investitori è cambiato, ma non di molto. Di contro, è mutata la consapevolezza della crisi negli italiani.

Quello che è certo è che l’Italia del 2012 dovrà fare i conti con questa nuova realtà. Dopo una serie di manovra economiche più focalizzate sull’austerity che su riforme e crescita, i due punti deboli dell’Italia per antonomasia, il Paese si è risvegliato spaventato. È la paura della recessione, i cui germi si possono già vedere da alcuni mesi, che sta aleggiando. È la paura di un’Europa sempre più debole e disunita. È la paura di un default sovrano, uno scenario che l’Argentina ha conosciuto esattamente dieci anni fa. Ma non è solo questo.

L’Italia sta prendendo coscienza che l’età dell’oro degli anni passati sta terminando. Come in tutti i processi economici, ci sono le fasi di espansione e quelle di contrazione. Amare e cavalcare le prime è molto più facile che digerire e resistere alle seconde. Eppure, questo è ciò che si deve fare.

Qualcosa è cambiato. L’Europa e l’euro ci hanno protetto dagli shock esogeni nel corso dell’ultimo decennio, ma ora non più. Gli investitori hanno perso la fiducia nell’eurozona in generale e nell’Italia in particolare. Farla ritrovare non sarà semplice.

 

Testo articolo ripreso da linkiesta.it

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Il programma emergenziale di prestiti illimitati alle Banche europee della BCE

Mario Draghi ha elaborato un piano per togliere dall’incudine il sistema bancario dell’UE e per tirare una martellata sui rendimenti delle obbligazioni sovrane allo stesso tempo. Il direttore della Banca Centrale Europea ha annunciato di voler lanciare il 21 dicembre un programma emergenziale di assistenza alla liquidità, che fornire prestiti “illimitati” alle banche in difficoltà a tassi minimi (1 per cento) fino a tre anni.

Gli analisti di mercato credono che Draghi stia creando un incentivo destinato alle banche per acquistare obbligazioni sovrane ad alto rendimento dai paesi con problema del debito utilizzando denaro a poco prezzo che prendono in prestito dalla BCE. Se, ad esempio, una banca contrae un prestito per 5 miliardi di euro all’1 per cento e compra lo stesso valore di debito italiano a dieci anni, avrà un guadagno netto del 7 per cento dallo scambio. È un inatteso carry trade, un sussidio diretto dalla banca centrale. I prestiti della BCE sono istituiti per alleggerire gli stress per le banche affamate di liquidità e allo stesso tempo abbassare il costo di finanziamento di quei governi che sono mazziati dalla crisi del debito.

Il piano di Draghi è in effetti una sorta di alleggerimento quantitativo fatto entrare dalla porta di servizio, la principale differenza è che le banche vengono usate come intermediari dell’acquisto di bond. Ma, alla fine dei conti, è la stessa cosa, il che vuole dire che la BCE ha stampato soldi in cambio di collaterali rischiosi che stanno rapidamente perdendo di valore.

Il metodo fu già introdotto dalla Fed quando rilevò 1,45 trilioni di riserve di titoli appoggiati sui mutui (MBS) che erano posseduti dalle banche statunitense. Tre anni dopo non c’è ancora alcun mercato per queste fetenzìe indesiderate che hanno gonfiato i bilanci della Fed di oltre due trilioni di dollari.

Draghi ha dovuto mininizzare quello che sta facendo per ragioni politiche. Una qualsiasi voce riguardo un alleggerimento quantitativo farebbe infuriare gli evangelisti dell’hard money alla Bundesbank. E così la BCE ha diffuso un comunicato stampa che minimizza in modo estremo gli impatti e le dimensioni potenziali del programma dicendo che è solo progettato “per sostenere i prestiti bancari e l’attività del mercato monetario”.

Esatto. Draghi deve anche nascondere il fatto che la nuova struttura elude “la clausola di non salvataggio” (Articolo 123) del Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea. Alla banca centrale è strettamente proibito di fornire un finanziamento monetario agli stati membri.

Ma, come abbiamo visto, il programma è destinato a spostare i capitali verso il debito sovrano, fornendo quindi un supporto fiscale ai governi. In altre parole, l’astuto Draghi sta eludendo le regole e sta furtivamente attuando operazioni da “prestatore di ultima istanza. Ce n’è abbastanza per mettere in agitazione parecchie persone a Berlino.

Se il piano di prestiti alle banche per acquistare obbligazioni sembra particolarmente tortuoso, è perché lo è davvero. Draghi sta cercando di costruire una plausibile negabilità per le sue iniziative. Ma i politici sanno cosa sta succedendo. Basta ascoltare cosa ha detto il presidente francese Nicholas Sarkozy quando la BCE ha rilasciato il suo primo annuncio. Questo viene dalla Reuters:

Il Presidente francese Nicolas Sarkozy ha detto che l’aumento di dotazione di fondi della BCE significa che i governi dei paesi come Italia e Spagna possono contare sulle proprie banche per acquistare le loro obbligazioni. “Ciò significa che ogni stato può affidarsi alle proprie banche, che avranno liquidità a loro disposizione”, ha riferito Sarkozy ai giornalisti alla riunione di Bruxelles. (Reuters)

Capito? Sarkozy sa cosa sta succedendo ed è d’accordo. Probabilmente si sta anche immaginando che i prestiti non verranno mai ripagati totalmente. E come potrebbero ? la gran parte del debito che la BCE accetterà è stato massicciamente inflazionato negli anni della bolla. I prezzi del debito sovrano potranno abbassarsi come successo ai prezzi delle case negli Stati Uniti. In altre parole, non saranno restituiti.

La BCE verrà soffocata da una gigantesca e puzzolente sfilza di asset tossici, come gli asset-backed securities (ABS) con una sola A, tra cui figurano i mutui per l’acquisto di case e i prestiti alle piccole imprese. Alla fine le perdite verranno passate ai contribuenti dell’eurozona proprio come le perdite della Fed verranno passate ai contribuenti statunitensi. Non ci sarà alcuna differenza.

Nel frattempo, Draghi avrà portato un po’ di respiro all’affannato sistema bancario dell’UE e posticipato la sua morte certa. È degno di nota il fatto che i mercati finanziari sono al momento congelati e le banche non sono in grado di vendere azioni; per questo sono effettivamente diventate distretti della BCE. Solo la settimana scorsa le banche dell’UE hanno preso a prestito 292 miliardi di euro dalla BCE con altri 41 miliardi di finanziamenti a un mese. Se non ci fosse l’ancora di salvezza della banca centrale, il sistema sarebbe già in agonia.

Quello che sta accadendo alle banche dell’UE avvenne anche alle banche statunitensi dopo lo scoppio della bomba a tempo dei mutui subprime. Quando la loro scorta di titoli basati sui mutui (mortgage-backed securities, MBS) ha dovuto subire una serie di downgrade, la loro protezioni sui capitali si stava deteriorando e i bilanci andavano in rosso. Molte delle maggiori banche della nazione erano tecnicamente insolventi. Poi arrivarono il TARP e il QE1 e poi sapete il resto.

Questo è il motivo per cui Draghi sta facendo del suo meglio per fornire alle banche una pronta infusione di liquidità. La situazione sta peggiorando giorno dopo giorno e i politici non sono stati in grado di attivare con successo una qualsiasi delle tre strutture proposte per i prestiti di emergenza: l’EFSF, l’ESM o la struttura da 200 miliardi di dollari del FMI. Tutte e tre sono ancora in fasi diverse di incubazione, e per questo Draghi ha l’onore dell’azione.

Ovviamene, la cosa più logica da fare sarebbe riconoscere che eravamo in presenza di una mostruosa bolla dei prezzi degli asset e agire di conseguenza; ridurre il valore delle obbligazioni in mano ai possessori, falcidiare i detentori di azioni, ristrutturare le banche e fornire sostegno al debito garantendo tassi di interesse sostenibile. Ma ciò non accadrà mai, perché la grande finanza ha un controllo asfissiante sul sistema, e questo è il motivo per cui Draghi – un ex direttore di gestione di Goldman Sachs – sta tirando le file. Non ci sarà nessuna ristrutturazione bancaria o nessun haircut, soprattutto se Draghi non ne fa mai menzione, ma solo altri salvataggi fino a distanze siderali.

Quindi, quanti collaterali farlocchi si prenderà la BCE?

Bene, secondo il blog del Financial Times (FT.Alphaville), ci sono circa 7,1 trilioni di euro di prestiti alle grandi e alle piccole e medie imprese nei bilanci delle banche dell’eurozona. E sono sette trilioni con la “T”. Ecco un estratto dal post:

[…] Pensavamo che avrebbe condiviso con voi i pensieri di Goldman su quanto valutare questi prestiti concessi alle grandi e alle piccole e medie imprese come collaterali. È una quota molto al di sotto dei 7,1 trilioni di euro, ma si tratta comunque di un grosso cambiamento:

Dal report di Goldman: “Non è chiaro quanti di questi 7,1 trilioni di dollari alla fine verranno considerati collaterali. Ciò dipende in primo luogo dal limite dimensionale (per i prestiti individuali) e dal rating minimo IRB [Internal Rating Based] […] ma le prime aspettative sono per una quota che va tra 20% e il 50% di prestiti alle grandi aziende che verranno presi come collaterali, prima che vengano praticati gli haircut.” (“Let there be credit claim collateral”, ft.com/alphaville)

Quindi la BCE potrebbe decidersi a una grande espansione dei propri bilanci, forse per una cifra pari ai tre trilioni di euro di fanghi tossici e senza mercato che andrà a ripulire dai bilanci delle banche. Nel frattempo, le banche dissipatrici che hanno provocato il macello con i loro prestiti avventati e una povera gestione del rischio faranno soldi scambiando i titoli italiani e spagnoli ad alto rendimento con prestiti a basso tasso di interesse dal dissimulatore Draghi.

Ci sono in ogni caso gli scettici, quelle persone che non credono che la magia miracolosa di Draghi spinga le banche a comprare più debito sovrano. Date un’occhiata l’International Finance Review:

È improbabile che le banche vengano in aiuto dei paesi appesantiti dal debito, e molte hanno già in progetto di ignorare le pressioni politiche per dover utilizzare il denaro a poco prezzo fornito dalla Banca Centrale Europea per finanziare gli acquisti di obbligazioni sovrane. […]

Bruciate dalle perdite con la Grecia e sotto scrutinio degli azionisti, le banche hanno tagliato le proprie esposizioni verso i debiti sovrani più deboli d’Europa nei mesi recenti. I banchieri di primo piano dicono che taglieranno ancora, malgrado le pressioni per utilizzare i prestiti a lungo termine ora messi a disposizione dalla BCE per comprare il debito governativo come parte di carry trade sancito ufficialmente.

“Quando gli investitori ti chiedono costantemente cosa hai sui libri contabili e il consiglio di amministrazione ti dice di ridurre la tua esposizione, non conta niente l’aspetto economico dello scambio”, ha detto il tesoriere di una della più grandi banche europee. “Se comprerò obbligazioni italiane? No.”

Questo punto di vista riecheggia i commenti del direttore esecutivo di UniCredit Federico Ghizzoni, che questa settimana ha detto ai giornalisti nel corso di una conferenza stampa che usare il denaro della BCE per comprare debito governativo “non sarebbe logico”. La banca è stata tradizionalmente una dei maggiori acquirenti di titoli di Stato italiani, e ne ha quasi 50 miliardi sui propri bilanci.

Un simile approccio ha inferto un duro colpo ai politici europei, che avevano sperato nell’utilizzo del denaro della BCE da parte della banche per poter guadagnare dal carry trade, aiutando nel frattempo i governi.” (“Banks resist European pressure to buy government”, IFR)

Ma, anche se il tortuoso salvataggio di Draghi potrebbe funzionare, non si tratta di un affare già fatto. Le banche sono sempre più restie dal caricarsi di bond governativi che stanno rapidamente perdendo quota. Le banche dell’UE sono già appese a un filo per i 650 miliardi di euro di passività solo per quest’anno. Ci vogliono sprofondare ancora di più?

Forse sì e forse no. Non lo sappiamo per certo fino all’avvio delle Operazioni di Rifinanziamento a Lungo Termine di Draghi (LTRO) del 21 dicembre. Sarà quando i nodi giungeranno al pettine.

Se il piano avesse successo e se gli interessi sui debiti sovrani dovessero calare mentre il sistema bancario viene lentamente nutrito fino a tornare in salute, in quel caso le azioni di Draghi saliranno di molto. In effetti, è lui l’uomo più potente in Europa perché sarà in grado di dettare la politica economica semplicemente aggiustando la quantità di debito sovrano che accetterà come collaterale dalle banche.

Questo è l’obbiettivo nascosto di questa struttura di emergenza per la liquidità, quello di mettere la grande finanza in posizione privilegiata così da poter imporre misure di austerità al cilicio alle nazioni inguaiate dal debito grazie alla manipolazione forzosa dei rendimenti dei bond. È un modo infallibile per travolgere i governi rappresentativi e per affidare le leve del potere ai banchieri non eletti.

 

Articolo ripreso dal sito comedonchisciotte.org