Aggiornamenti da dicembre, 2012 Attiva/disattiva nidificazione dei commenti | Scorciatoie da tastiera

  • admin 18:20 il 30 December 2012 Permalink  

    I piani di investimento delle piccole medie imprese sono spesso frutto di fantasia 

    Non facciamo altro che vedere episodi nei quali la concessione del credito ha come base di decisione o condizione essenziale la firma di impegni da parte dei soci, nella forma di fideiussioni personali. Deduco che questo sia l’effetto di rimbalzo del credito difficile, delle sofferenze, dei tanti concordati che spuntano giornalmente. Il risultato è stato quello di abbattere quel poco di patrimonio di fiducia e di voglia di mettere al primo posto dell’analisi per concedere credito la fiducia nei piani futuri degli imprenditori.

    Sotto il profilo del rapporto tra sistemi economici anche questa è una grave sconfitta: il sistema banche, ferito e scottato da migliaia di crisi aziendali, ha deciso di non dare troppa importanza ai piani futuri (fatti bene o male non cambia molto) e si rifugia oggi in calcio d’angolo agguantando garanzie spendibili domani in caso d’emergenza, di recupero legale del credito. Sconfitta di sistema perché l’impianto di vigilanza noto come Basilea2 si poneva come obiettivo l’esatto opposto, al punto che anche oggi un credito garantito da una fideiussione personale dei soci non ottiene alcun beneficio e risparmio di capitale, a differenza di quanto avviene se la garanzia fosse reale (ipoteca o pegno su valori mobiliari).

    Anni fa si diceva, anche in banca, ‘le fideiussioni personali spariranno, non servono a molto se non in casi molto specifici’. Non è andata così, la richiesta di fideiussioni dei soci è esplosa, nonostante il mancato risparmio di capitale le banche di ogni ordine e grado (dalle BCC alle due più grandi) mettono subito in chiaro che senza una fideiussione personale non si fa credito né a breve né a medio. Parliamo ovviamente di PMI, di imprese piccole e con poco capitale, non di medie imprese di successo.

    Se il business plan conta meno delle visure catastali in cui sono descritte le proprietà dei soci su cui si basa la valutazione della ‘capienza’ della fideiussione, non è certo il caso di smettere di fare buoni business plan. Quelli servono all’imprenditore per andare avanti con la bussola funzionante, prima ancora che alle banche per concedere credito. Possiamo invece domandarci perché le banche abbiano scelto la strada opposta a quella che predicano ai vertici e nei convegni, quando dicono di essere pronte a valutare i piani strategici e industriali degli imprenditori.

    La mia opinione è, come altre volte, in equilibrio nel attribuire colpe al sistema bancario e agli imprenditori. Diciamo che il sistema bancario oggi ha poco tempo, poca voglia e tanti problemi (di costo del personale) per la testa per mettersi a formare del personale con la capacità di valutare i piani prospettici delle imprese, tanto più quando sono di piccole o micro-imprese e finiscono sui tavoli delle filiali in cui il personale ha una preparazione più generica e volta a conoscere e vendere prodotti bancari. Poche pochissime le iniziative volte a formare e dislocare sul territorio unità specializzate nell’analisi dei piani.

    E’ molto più rapido ed efficace farsi consegnare visure catastali e farsi firmare un modulo standard di fideiussione omnibus. E poi così la pratica passa ai crediti e non ritorna con i segnacci della matita rossa di chi ha una certa quale soddisfazione se può smantellare le ipotesi contenute nei piani degli industriali. Molto, ma molto più semplice e meno rischioso chiedere fideiussioni oggi.

    Dall’altra parte non si può negare che il repertorio di piani industriali, di business plan mai realizzati come previsti, per non dire ‘ciccati’ completamente, è vastissimo. In banca, scusate se è poco, si sono fatti l’idea che gli imprenditori non ci azzeccano, che vedono sempre un futuro di fatturati e margini in crescita e poi ritornano in banca per chiedere moratorie o crediti non più concedibili perché le cose non sono andate come previsto. Onestamente non hanno tutti i torti.

    Nelle mie personali peregrinazioni tra le PMI i piani futuri che mi mostrano sono incompleti, a volte basati su ipotesi irrealistiche, e talvolta non ci sono proprio e allora viene il dubbio che siano presentati alla banca solo perché servono, ma non siano vissuti davvero come il cervello pulsante dell’impresa. Di piani che contenessero scenari di possibile rischio, per valutare l’impatto di avvenimenti negativi, mai vista l’ombra.

    La superficialità dei molti danneggia anche i pochi piccoli imprenditori che i piani li hanno, chiari nella testa e sulla carta, perché quando li portano in banca poi si sentono chiedere comunque una garanzia di un Confidi e una fideiussione dei soci. E a quel punto allargano le braccia e non possono fare molto altro che cedere.

    E’ andata davvero così, e rimettere le cose sul binario giusto sarà tanto ma tanto difficile sino a quando la crisi attraversa il percorso delle banche e delle imprese, sino a quando le sofferenze e i concordati saliranno, come purtroppo la stessa Associazione delle banche prevede nel suo rapporto per il 2013. Gli errori si pagano e se sono fatti da entrambe le parti, sono ancora più tragici.

    Eppure proprio la crisi economica e le difficoltà di concessione del credito sono un ottimo motivo per affinare le capacità e distinguere il merito nel mucchio delle imprese, aiutando quelle che si presentano con piani solidi e passando meno tempo a valutare la villetta di proprietà del socio messa a futura garanzia, perché il concetto ‘impresa povera, imprenditore ricco’ non è mai tramontato davvero in Italia.

     

    Articolo ripreso dal sito linkerblog.biz

     
  • admin 22:02 il 18 October 2012 Permalink |  

    Separazione tra banche commerciali e banche d’investimento Monti non ne vuole parlare 

    Quando si dice che gli economisti di oggi sono incompetenti qualcuno penserà che sia solo una provocazione. Ma venerdì è stato proprio il Presidente del Consiglio Mario Monti a fugare i dubbi a proposito, nel rispondere alle domande dei giornalisti stranieri all’inaugurazione della nuova sede dell’Associazione Stampa Estera di Milano.

    Quando il corrispondente dell’EIR Andrew Spannaus ha chiesto al supertecnico – che per molti anni ha ricoperto la carica di presidente della più rinomata tra le università in materie economiche in Italia, la Bocconi – se non sia necessario tornare alla separazione bancaria per garantire che la liquidità vada all’economia reale piuttosto che alle operazioni speculative, Monti ha dapprima fatto qualche giro di parole sulle regole europee e il “pragmatismo” di Mario Draghi. Poi ha concluso con questa perla di saggezza economica: “Sulla questione della separazione tra le banche commerciali e le banche d’investimento….. non l’ho particolarmente approfondita”.

    Dunque il massimo esperto economico, il professore che ci somministra la medicina amara di tagli, tasse e liberalizzazioni, non è in grado di pronunciarsi su uno dei temi più importanti per l’economia in questo momento; infatti cresce il dibattito sulla separazione bancaria (sul modello della Legge Glass-Steagall varata sotto il presidente Franklin Delano Roosevelt del 1933) in Europa e negli Stati Uniti, fino al punto che anche l’Unione Europea ha dovuto pronunciarsi proprio in questi giorni, con il rapporto Liikanen.

    Eppure Mario Monti, che non esita ad assicurarci che gli effetti recessivi delle misure recessive fossero attesi – ma stranamente non ce l’aveva detto prima – e che queste importanti riforme ci permetteranno di riprenderci nel futuro, si rifiuta di affrontare la vera questione strutturale per il sistema finanziario mondiale: l’assoluto predominio della speculazione finanziaria nei confronti dell’economia reale. Infatti la corsa folle a immettere sempre più liquidità nel sistema, aumentando gli interventi della Banca Centrale Europea e lanciando anche nuovi strumenti come l’ESM, serve solo a rifinanziare le grosse banche e perpetuare un modello basato sul profitto puramente speculativo, dove i soldi non arrivano mai all’economia reale.

    Alla popolazione è ben evidente che le imprese e le famiglie hanno forti difficoltà nell’accedere al credito, proprio nel periodo in cui serve di più. Agli esperti però, evidentemente questi dettagli importano poco, presi come sono a placare i “mercati” che devono giudicare l’azione di risanamento dei conti pubblici.

    Un altro giornalista presente alla conferenza stampa ha notato che il Presidente del Consiglio si è un po’ innervosito alla domanda dell’EIR. E a dire il vero è possibile che Monti conosca bene l’argomento, ma abbia semplicemente preferito non affrontarlo. In questo caso, oltre alla mancanza di comprensione dei meccanismi dell’economia reale, si aggiungerebbe la piccolezza di chi ha paura di rispondere dei propri errori.

     

    Articolo ripreso dal sito movisol.org

     
  • admin 00:38 il 22 August 2012 Permalink |  

    Tutti gli investimenti sono rischiosi oggi e anche il Dollaro USA ha i suoi problemi 

    C’è una vecchia battuta in Israele del tempo della prima Guerra del Golfo, dopo che la radio nazionale aveva annunciato che le possibilità di ogni israeliano, di venire colpito da un missile Scud lanciato da Saddam Hussein era la stessa probabilità che si aveva di vincere alla lotteria nazionale. “Oh sì,- disse impassibile un comico – ma non ci avevano detto che ci sarebbero state tre estrazioni al giorno !”.

    Per fortuna c’è stato tutto il trambusto dei giochi olimpici,e i banchieri di Londra avranno probabilmente pensato a qualcosa di simile dopo che gli scandali della Barclays e della HSBC hanno dato una visione sconvolgente sul presunto coinvolgimento della banca Standard Chartered di Londra, nella violazione delle sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran. Il Dipartimento dei Servizi Finanziari (DFS) a New York, preposto al controllo sul rispetto della regolamentazione bancaria negli Stati Uniti, è arrivato a dichiarare la banca una “istituzione canaglia”.

    Questa è roba sensazionale, ma purtroppo anche il mio parere è sensazionalista. In primo luogo, la Standard Chartered è una banca ben gestita da un ottimo top manager composto da elementi che in maggioranza sono cresciuti all’interno di quella che è essenzialmente una banca che agisce sui mercati emergenti con un forte focus sull’Asia e l’Africa. A tale riguardo la banca è molto simile (ma probabilmente non come solidità) ai principi fondamentali della gestione HSBC, un altro gigante bancario con sede a Londra.

    In secondo luogo, gli importi coinvolti in queste presunte violazioni sono minuscoli: 14 milioni di dollari di rimesse non pienamente conformi alle norme degli Stati Uniti che “possono” avere violato le sanzioni, secondo la banca. La dichiarazione del DFS (Discover Financial Services), naturalmente, sostiene che l’importo sia maggiore – fino a $ 250 miliardi (screditando l’intero settore di un certo tipo di rimesse dal Medio Oriente) – e altre irregolarità, come nella gestione di politiche commerciali tipo “know your customer” e (forse più dannoso ) che la banca abbia , deplorabilmente, tentato di eludere le sanzioni degli Stati Uniti.

    In terzo luogo, io personalmente trovo di cattivo gusto che i controllori degli Stati Uniti siano in grado di fare affermazioni pubbliche, senza dover sottoporre prima i loro sospetti a rigorose verifiche giudiziarie. Mentre un certo numero di accuse non vengono provate, c’è anche una crescente evidenza che le banche scelgono semplicemente di risolvere i problemi con le autorità di controllo, sia pure senza ammettere la colpa, con il pagamento delle sanzioni finanziarie (Goldman Sachs e Citibank sono due banche con sede negli USA che certamente sembrano avere scelto in questo modo).

    Il problema di questi accordi è, naturalmente che, per noi pubblico, non è mai veramente chiaro se l’accordo fatto dalle banche sia per riparare potenziali danni alla loro reputazione provocati da un lungo processo , o se perché effettivamente coinvolte. Più preoccupante è che, una volta che una banca o società ha accettato questa soluzione, i controllori di solito sono incentivati a seguire la stessa strategia con altri obiettivi, anche quando il corpo delle prove reali è piuttosto piccolo e incerto.

    A titolo di esempio, la DFS ha citato lo sfogo di uno specifico impiegato di Standard Chartered del loro ufficio di Londra, che ha ingannato gli americani, mettendo in dubbio la necessità per il resto del mondo di seguire le sanzioni richieste dagli Stati Uniti. Questo è un punto di vista del tutto logico per non-americani : avere convinzioni personali non significa che è stato commesso un “crimine” contro gli Stati Uniti. Ancora più importantecome la DFS ha usato questo particolare bocconcino succulento, sembra (a me) per suggerire una strategia di sensazionalizzare le prove che sono sparse qua e là. Non conosco i dettagli del caso, né voglio speculare su come andrà a finire con una banca piuttosto buona che sembra trovarsi nel mirino dei controllori statunitensi.

    Dubbi su Londra

    Ci sono una serie di domande oggi che si confrontano con lo status di Londra come centro finanziario: in primo luogo, è chiaro che i politici in Europa continentale non vorrebbero niente di meglio che distruggere la posizione preminente della città nel settore dei servizi finanziari. In parte questo sforzo dei politici europei sta passando con l’introduzione di alcuni farmaci anti-mercato, come la tassa sulle transazioni finanziarie (la cosiddetta Tobin tax che può essere promulgata dai francesi) e il divieto di alcuni tipi di transazioni finanziarie, quali i credit default swap sovrani che si crede siano centrati a Londra.

    C’è naturalmente l’invidia profonda che i controllori tedeschi provano per l’irrilevanza assoluta di Francoforte come centro finanziario globale, per non parlare del profondo risentimento sentito in Francia, dove si permette che le banche sopravvivano grazie ai salvataggi del governo, cosa che finisce per avere significativi risvolti, in particolare su operazioni finanziarie rilevanti, che vengono distolte dalla piazza di Londra.

    Poi c’è tutta la questione di come i controllori finanziari operano nel Regno Unito, in sostanza, sono accusati dai loro colleghi in altre parti del mondo (Svizzera, Stati Uniti, Germania, Italia per citarne alcuni) di permette un comportamento furbesco dei banchieri che vendono strumenti finanziari troppo pericolosi (CDO, veicoli strutturati di investimento – SIV – ecc.) a ignari investitori in altre parti del mondo. Personalmente ho sentito un paio di banchieri centrali che hanno la stessa impressione sulla “Financial Supervisory Authority” del Regno Unito.

    Più recentemente, i controllori degli Stati Uniti hanno cominciato a incolpare Londra di tenere una supervisione lassista sui guai di JP Morgan e su perdite multi-miliardarie su scommesse prese dal Chief Investment Officer.

    Quindi, almeno sulla carta, un certo numero di punti sembrano evidenziare un collasso sistemico della sorveglianza sulle regole a Londra – almeno quando i media finanziari stranieri sembrano guardare al caso della Standard Chartered.

    Questa è una conclusione stuzzicante, ma anche intellettualmente pigra.

    Prendiamo la questione dei CDO e SIV che proliferavano fuori da Londra, ma hanno finito per danneggiare gli investitori negli Stati Uniti, Germania, Svizzera e altrove. L’idea che viene spontanea, naturalmente, è che la Gran Bretagna ha esportato un “oppio finanziario” che il resto del mondo ha aspirato senza rendersi conto dei costi totali. Questo è assurdo, in primo luogo perché anche le banche britanniche ne hanno sofferto le conseguenze – Northern Rock, RBS, Halifax – solo per citarne alcune. Anche quelle che sono sopravvissute – Barclays, HSBC – sono state danneggiate in maniera massiccia e si sono salvate per la loro forza globale e per le loro attività specifiche al di fuori di Londra.

    Ancora peggio, chi ha investito in SIV e CDO per essere troppo pigro – per essersi basato solo su una valutazione fatta da una agenzia di rating, piuttosto che farsi i compiti a casa da solo: questi investitori semplicemente non sono hanno rispettato i principi fondamentali degli investimenti. Se non fossero stati i CDO a farli saltare in aria, sarebbe stato sicuramente qualcos’altro a farli saltare.

    La discussione sul ruolo di Londra nella promozione di “prodotti finanziari esotici” nasconde anche il fallimento della regolamentazione di vigilanza negli Stati Uniti, Germania e Svizzera, per citare solo alcuni paesi che sono stati danneggiati. Le banche centrali di questi paesi hanno semplicemente omesso di controllare quanto di loro “competenza” e hanno permesso un gioco d’azzardo sconsiderato con l’uso di strumenti finanziari che alla fine si sono abbattuti su molte centinaia di migliaia di posti di lavoro.

    Allo stesso modo, sul caso JP Morgan è chiaro che i controllori degli Stati Uniti hanno avuto solo parole di elogio per il Chief Investment Officer di Londra, quando portava a casa eccezionali profitti (oltre il 15% dei profitti totali della banca in certe zone) – Anche se l’entità di certi utili avrebbe dovuto invitare ad un controllo più accurato, ma le autorità di regolamentazione degli Stati Uniti non hanno fatto controlli perché i controllori avevano e hanno ancora soggezione della banca e della sua dirigenza.

    Il caso contro Londra è debole. Ciò non significa naturalmente che non avrà successo – se non altro, direi che ci sono alte probabilità di una reazione delle autorità di controllo britanniche per proteggere la loro reputazione a livello mondiale, approvando una procedura che potrebbe contribuire fortemente a distruggere il centro finanziario della città in modo piuttosto efficace.

    Stato del dollaro USA

    Il declino di Londra può effettivamente finire per danneggiare gli Stati Uniti e in particolare la posizione del dollaro come valuta mondiale dominante.

    Ci sono una serie di ragioni strutturali e geopolitiche perché il dollaro possa perdere la sua posizione, a cominciare dall’abissale deficit di bilancio del paese e le sue guerre perse in Iraq e Afghanistan. L’effetto della George W Bush / Dick Cheney “Guerra al Terrore” è stato tale che i musulmani di tutto il mondo si sentono ormai piuttosto inclini ad evitare completamente l’uso della valuta statunitense. Poveri musulmani potrebbero preferire il dollaro USA alle proprie valute, controllate da vecchi rimbambiti, ma ci sono prove sufficienti per sapere che i musulmani ricchi hanno già diversificato i loro conti bancari in dollari USA, sterlina inglese e euro, per non parlare di oro in lingotti.

    Tra gli esportatori di petrolio, la dicotomia è in aumento: Russia, Iran e Venezuela preferiscono evitare del tutto pagamenti in dollari USA, preferiscono essere pagati in yuan cinesi con currency swap bilaterali, per esempio. In altri paesi come la Libia e l’Iraq, riemergenti come esportatori di petrolio, è del tutto possibile che l’influenza degli islamisti contribuirebbe ad avviare analoghe politiche anti-dollaro-Usa.

    Altra serie di motivi del declino del dollaro è il calo dell’influenza, a livello mondiale, delle istituzioni finanziarie americane. Un certo numero di istituzioni – Lehman Brothers, Bear Stearns, Citibank, Wachovia, Merrill Lynch – sono cadute per strada mentre tra i sopravvissuti, come Bank of America e Wells Fargo c’é una chiara tendenza a tornare “alle origini”, vale a dire a riprendere la cura del mercato interno USA, evitando così di essere presenti sui mercati stranieri. Un certo numero di istituzioni finanziariamente forti come Morgan Stanley e Goldman Sachs non hanno più lo stesso accesso alle offerte globali (e agli affari), come nei giorni precedenti la crisi.

    Come centro finanziario Londra in realtà è stata un gateway per un gran numero di transazioni che pompano capitale nell’economia degli Stati Uniti. Mercati obbligazionari, valutari e commerciali non operano essenzialmente a Londra – da qui la rissa recente sul tasso di prestito interbancario, o Libor – mentre segmenti chiave dei servizi finanziari globali, comprese le assicurazioni e gli hedge fund hanno sede in città. Ridurre il ruolo di Londra assesterebbe molto probabilmente il colpo più grande ai mercati finanziari degli Stati Uniti per numero di operatori che resterebbero esclusi dal mercato di fascia alta nello scambio di valute come sterlina o euro, lontano dagli occhi indiscreti dei legislatori statunitensi.

    Un gran numero di banche orientali cinesi, russe e del Medio Oriente operano fuori Londra e è del tutto evidente che gran parte di questi affari finiscono per toccare i mercati degli Stati Uniti, attraverso il commercio finanziario o i trasferimenti in conto capitali verso imprese statunitensi. Bloccare le operazioni a Londra significherebbe per le banche semplicemente iniziare a utilizzare valute diverse dal dollaro USA per non rischiare di far passare quelle operazioni direttamente sotto il naso dei legislatori statunitensi.

    Nel frattempo, il mercato azionario americano si trova in una “bolla”, con alla base la debolezza economica, mascherata da profitti “una tantum” e da rimesse che sono servite ad addolcire i risultati. La debolezza in Asia e in Europa non è stata calcolata interamente nelle entrate degli Stati Uniti, c’è quindi da aspettarsi un calo significativo delle valutazioni azionarie nei prossimi sei mesi o giù di lì.

    La retorica politica negli Stati Uniti non sta facilitando le cose, come le prossime elezioni presidenziali che sembrano screditare ulteriormente gli atteggiamenti degli Stati Uniti verso la Cina. Già, c’è una chiara evidenza che la Cina sta vendendo furiosamente il dollaro USA; ad un passo da una guerra commerciale (il candidato Mitt Romney promette che il primo giorno della sua presidenza etichetterà la Cina come “manipolatore di valuta” ) e questo non fa che peggiorare le cose per il dollaro USA .

     

    Articolo ripreso da attimes.com

     
  • admin 17:16 il 23 May 2012 Permalink |  

    Grecia fuori dall’Euro una grande opportunita’ di investimento 

    Banche europee vulnerabili alla crescente possibilità che la Grecia abbandoni l’euro. Nonostante la minore esposizione al debito greco, l’aumento dei requisiti sul capitale e la maggiore liquidità fornita dalla Banca centrale europea, gli effetti contagio derivanti dall’abbandono di Atene della moneta unica sarebbero catastrofici.

    In fondo, solo gli istituti tedeschi, francesi e inglesi, continuano a detenere circa $1.190 miliardi di debito degli altri PIIGS, di Spagna, Portogallo, Italia e Irlanda.

    “Un’uscita della Grecia sarà come un vaso di Pandora”, ha dichiarato a Bloomberg Jacques- Pascal Porta, il cui fondo privato francese Ofi Gestion Privee detiene titoli di BNP Paribas e Deutsche Bank. “È un disastro che lascerà la porta aperta per altri disastri. La credibilità dell’euro verrà compromessa e si creerà un precedente. Non ci sarà motivo per cui non si possa verificare un’uscita della Spagna, dell’Italia, e perfino della Francia”.

    Sguardo dei mercati dunque concentrato sulle prossime elezioni greche del 17 giugno, dopo che dai risultati di maggio non si è riusciti nella formazione di un nuovo Governo. Per la prima volta dall’inizio della crisi del debito nel 2009, i leader europei parlano ormai apertamente della possibilità che Atene abbandoni l’euro.

    Il rischio immediato per gli istituti europei sarebbe una fuga dei depositi dai paesi fortemente indebitati quali Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia, proprio a causa dei timori che anche questi possano optare per un’uscita dall’Unione monetaria. Tali depositi andrebbero dunque subito a spostarsi nei paesi considerati più sicuri.

    Un fenomeno probabilmente già in atto. Le banche greche, irlandesi, italiane, portoghesi e spagnole, hanno già assistito a un calo dei depositi di €80,6 miliardi, 3,2%, dalla fine del 2010 sino a marzo, stando ai dati della Bce. Per contro, in aumento i depositi presso gli istituti francesi e tedeschi nello stesso periodo, per €217,4 miliardi.

    Gli analisti di Ubs stimano vedono una possibilità del 20% che la Grecia abbandoni la moneta unica. Se questo dovesse essere il caso, la nuova divisa subirebbe una svalutazione fino al 75% contro l’euro.

    Articolo ripreso da wallstreetitalia.com

     
  • admin 23:57 il 1 May 2012 Permalink |  

    Creazione di moneta fondamento delle liberta’ individuali sulla Rete 

    Immaginiamo che internet non sia ancora stato inventato e che per comunicare si usi ancora la posta. Immaginiamo che un editore o la SIAE chieda a un giudice di obbligare i postini ad un controllo capillare di tutte le buste ed i pacchi spediti per vedere se per caso dentro ci sono le fotocopie illegali di libri e spartiti musicali protetti da copyright: se le trovano, il pacco deve esser distrutto.

    Immaginiamo che tale richiesta sia stata accolta dal giudice ma i postini, per ragioni esclusivamente economiche ed organizzative, rifiutino di adeguarsi. A causa dei controlli gli uffici sono intasati, la consegna è ritardata, il servizio diventa inefficiente, e anche ad assumere nuovi postini, l’organizzazione della distribuzione è ingestibile. Hanno ragione i postini.

    Non possono esser obbligati a lavorare il doppio o a spender soldi per assumere aiutanti a beneficio esclusivo di editori ed autori, mandando per giunta in crisi l’intero sistema di distribuzione della posta. I titolari del copyright hanno tutto il diritto di vendere e lucrare sulle loro opere, ma non possono pretendere di accollare a terzi i costi e la responsabilità della tutela dei loro interessi. Esistono poi ragioni di riservatezza degli utenti del servizio postale. Nessuno può guardare ciò che spedisco e comunico, a meno che io non sia già indagato dalla magistratura per qualche serio ed intollerabile delitto.

    In ultimo, non va affatto bene che la distruzione del pacco sia decisa dai postini. Con tutto il rispetto per questa delicata professione, è meglio che la legalità o l’illegalità di una comunicazione tra privati sia decisa da un giudice, caso per caso, sulla base di una legge chiara.

    Con le dovute proporzioni, sostituendo internet alla posta e i fornitori di accesso ai postini, è questa in sostanza la decisione presa dalla Corte di giustizia europea la scorsa settimana nella vicenda SABAM/SCARLET. Nessuno, neppure il più avido e intransigente tra i titolari di copyright, poteva immaginare diversa decisione. Tant’è che da tempo la guerra alla condivisione mira ad utilizzare armi più sottili.

    L’ultima “invenzione” dell’industria dei contenuti è quella di “isolare” finanziariamente i siti web che consentono la condivisione di opere protette. Il sistema degli annunci pubblicitari e i micro pagamenti in rete sono gestiti da pochi intermediari ben identificabili. Se convinco o obbligo tali soggetti a non metter banner ed a non fornire sistemi di pagamento sui siti ritenuti “pirata”, segnalati in apposita black list, questi moriranno di morte naturale.

    È la grande novità contenuta nel provvedimento SOPA – Stop Piracy On Line – in discussione al Congresso degli Stati Uniti, e pare esser questa la mossa annunciata venerdì scorso dalla HADOPI (Haute Autorité pour la diffusion des oeuvres et la protection des droits sur l’Internet) in Francia.

    Tutti i siti che si basano sulle micro offerte degli utenti ovvero sulla pubblicità, dipendono di fatto dalle aziende di intermediazione finanziaria on line.
    L’idea deve esser venuta all’industria del copyright dalla vicenda WikiLeaks. Il blocco finanziario deciso da Visa, MaterCard, Pay-Pal e pochi altri, ha ottenuto la sospensione delle pubblicazioni e di fatto dell’attività del discusso sito. Nessun Tribunale avrebbe potuto ottenere un simile risultato. Non in un paese come l’America che nel primo emendamento della sua costituzione consacra la libertà di espressione e stampa. Ma il soldo, si sa, val più dei principi.

    Oggi è possibile donare con VISA all’Institute for Historical Review, che nega l’olocausto, ma non a Wikileaks. Comunque la si pensi su Assange o sull’olocausto, credo percepibile da chiunque una significativa limitazione di quel “diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici” che si legge dal 1948 all’art. 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

    Finirà come per i postini? Difficile dirlo. In questo caso la violazione dei diritti fondamentali è più sottile e sfumata. Inoltre la fluidità e la magmaticità della rete e la rapida evoluzione dei modelli di business rende poco prevedibili le possibilità concrete della nuova arma sfoderata dai titolari del copyright. Morto Napster, nacque Kazaa. Attaccato Kazaa furono sviluppati eMule e BitTorrent. Bloccati i server traccia di BitTorrent sono nati i magnet link che superano l’esigenza di un traker per la condivisione.

    Non sarà che con i BitCoin, la valuta P2P digitale, ci si appresta ad aggirare i blocchi finanziari?

    Visto che ho immaginato un mondo senza internet e con i postini, fatemi immaginare un altro scenario. Immaginiamo di sospendere la guerra alla condivisione.

    Immaginiamo di riconoscere a chiunque il diritto di immettere in rete senza scopo di lucro le opere protette dopo un breve periodo dalla prima pubblicazione (18 mesi?); di poterle sin da subito rimixare ed elaborare; immaginiamo di obbligare i detentori dei diritti a predisporre una valida ed equa offerta legale, a pagamento, per tutti i contenuti professionali, su piattaforme aperte ed interoperabili, prevedendo che almeno un terzo dei proventi di tale offerta venga distribuita direttamente agli autori. Proviamo per un anno.

    Vediamo come cresce l’industria del fair use, quanto quella del copyright, e quante nuove opere vengono prodotte. Calcoliamo quanto incassano gli autori. Scommetto con chiunque che tutti guadagnerebbero molto, ma molto di più: senza contare i costi collettivi dell’insensata lotta alla condivisione.

     

    Testo articolo ripreso da ilpost.it

     
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