Aggiornamenti da febbraio, 2014 Attiva/disattiva nidificazione dei commenti | Scorciatoie da tastiera

  • admin 12:48 il 8 February 2014 Permalink
    Etichette: investire risorse idriche   

    Investire nella creazione di risorse idriche alternative 

    Sfruttano l’energia del sole per rendere potabile l’acqua. Così i sei giovani fondatori di Solwa sono riusciti ad attirare l’attenzione delle Nazioni Unite che, nel 2010, hanno inserito il loro desalinizzatore all’interno del programma Ideass, riconoscendo a questa tecnologia il valore di idea per lo sviluppo dell’umanità e garantendo così a questa start-up un canale pubblicitario privilegiato.

    Tutto è nato dalla tesi di laurea di Paolo Franceschetti, 31enne che ha studiato Scienze e tecnologie per l’ambiente all’università di Padova, dedicata al tema della potabilità delle risorse idriche. «L’idea è nata guardando bollire l’acqua per la pasta», racconta il fratello Davide (35), laureato in Scienze politiche e coinvolto nell’azienda come responsabile della comunicazione, «se la si lascia evaporare completamente sul fondo della pentola rimane il sale».

    Ed è proprio questo che fa il modulo Solwa. Visto dall’esterno si tratta di una grossa scatola nera, colore scelto per assorbire meglio il calore dei raggi solari: all’interno c’è una vasca, nella quale viene inserita l’acqua. Una volta evaporata, viene sospinta in un’altra cavità da una ventola, alimentata da un pannello fotovoltaico. In questo secondo spazio il vapore torna allo stato liquido, libero da tutti gli inquinanti. «Alla fine del processo otteniamo acqua distillata», sottolinea Franceschetti.

    Con questo progetto Paolo Franceschetti si è presentato nel 2008 a Veneto Innovazione, iniziativa promossa dalla regione. Una partecipazione importante perché ha permesso di costituire il primo nucleo di quella che sarebbe diventata Solwa. Alla ricerca di un ingegnere da coinvolgere nella progettazione, ha pubblicato una serie di annunci su giornali e riviste. Ed è così che ha conosciuto Matteo Pasquini (31), laureato a Pisa in Ingegneria aeronautica. Durante la cena inaugurale della manifestazione, i due hanno incontrato Alice Tuccillo (28), padovana e dottoressa in Economia e diritto, subito coinvolta nella stesura del business plan.

    Il lavoro di questi giovani ha ottenuto diversi riconoscimenti: nel 2011 sono arrivati il Premio nazionale dell’innovazione, che ha garantito un contributo di 30mila euro, e la vittoria nella prima tappa di StartCup Veneto, con un assegno da mille euro. Nel 2012, invece, il premio Gaetano Marzotto, che ha permesso di ricevere un finanziamento di 200mila euro.

    Un risultato importante per un’azienda fondata solo a gennaio dello scorso anno a Padova. Ai quattro soci storici si sono aggiunti due amici di Paolo Franceschetti, Marco Sportillo (34) ed Enzo Muoio (31), che si occupano dei rapporti con le istituzioni e le aziende. Il nome Solwa è la contrazione di Solar Water, acqua solare, a ricordare che «il nostro è l’unico potabilizzatore che utilizza solo l’energia del sole».

    Una soluzione che rende l’impiego di questo strumento praticamente a costo zero, visto anche che le spese di manutenzione sono molto contenute. La nascita di questa start-up si lega anche alla vittoria di VegaInCube, un concorso lanciato dal parco scientifico-tecnologico di Venezia Vega e rivolto alle imprese innovative nel settore green, che ha permesso all’azienda di essere incubata a Mestre, dove al prezzo agevolato di 354 euro mensili i sei startupper hanno a disposizione un tutor che li segue, tenendoli informati su bandi ai quali partecipare e li aiuta nella ricerca di possibili partner industriali.

    Anche se i fondatori di Solwa in ufficio ci rimangono davvero poco. Almeno in quello della loro azienda, visto che «tutti e sei abbiamo un altro lavoro: Paolo sta facendo un dottorato di ricerca, Alice è impiegata da un commercialista, Matteo in una società del gruppo Eni, Marco ed Enzo in un’associazione, io lavoro per una organizzazione non governativa», spiega Franceschetti, Con i propri stipendi hanno messo insieme i 10mila euro di capitale sociali versati per costituire una srl e hanno messo insieme la somma, pari sempre a 10mila euro, necessaria per la progettazione e il test del prodotto in Perù. Una meta scelta perché «nel 1860 vennero inventati dei moduli simili al nostro per purificare l’acqua nelle miniere di rame delle Ande. La cosa non ebbe però un riscontro economico e il progetto venne abbandonato».

    L’auspicio di questi sei startupper è che, per loro, le cose vadano diversamente. «Il punto di pareggio è ancora lontano. Tolti eventuali premi, contiamo di raggiungerlo nel giro di un paio d’anni». Anche se i primi moduli sono stati venduti: 8 in Palestina, uno in Brukina-Faso. Nel frattempo si lavora per strutturare l’azienda, con l’assunzione di una persona part-time per gestire gli aspetti amministrativi e di una a tempo pieno per lo sviluppo tecnico del modulo, che viene comunque costruito all’esterno, da alcune aziende meccaniche venete. E si lavora per far conoscere Solwa, partecipando a fiere come la Smau di Milano o Ecomondo di Rimini. Oltre a cercare nuovi finanziatori interessati ad utilizzare il sole per purificare l’acqua.

     

    Articolo di Riccardo Saporiti su LaRepubblicadegliStagisti.it

     

     
  • admin 07:04 il 20 January 2014 Permalink
    Etichette: forum economico mondiale   

    Investire nella salvaguardia delle risorse idriche secondo il Forum Economico Mondiale 

    Ogni anno a gennaio, poco prima dell’annuale incontro di Davos, il World Economic Forum diffonde un documento di analisi sui rischi globali denominato, per l’appunto, Global Risks.

    Il rapporto, frutto di un’attività di studio sviluppata nel corso dell’anno precedente, è costruito per gran parte sui risultati del Global Risks Perception Survey, un sondaggio svolto generalmente a settembre su un campione di oltre 1.000 esperti provenienti da 100 Paesi e rappresentativi della società civile, del mondo accademico ed istituzionale, ma  soprattutto dei settori aziendale e finanziario.

    E’ noto come il Forum tra le montagne svizzere costituisca uno degli appuntamenti internazionali più importanti ed esclusivi per i leader globali del mondo economico dove gli esperti stimano, su una scala da 1 a 5, probabilità e impatto di 50 rischi globali proiettati su un orizzonte temporale di dieci anni, vale a dire quale probabilità esista che un dato rischio si manifesti nel corso del decennio e, ove si manifesti, quanto grande possa essere l’impatto.

    Quanto a probabilità, quest’anno la palma dei top five va all’aumento del gap tra ricchi e poveri seguito da mancata riduzione dei debiti sovrani, aumento delle emissioni di gas serra e crisi di approvvigionamento idrico ed incapacità nella gestione delle problematiche connesse con l’invecchiamento della popolazione.

    Relativamente all’impatto, in cima alla classifica viene collocato il collasso di un’istituzione finanziaria o di una moneta di rilevanza sistemica per l’economia globale, seguito da crisi di approvvigionamento idrico, mancata riduzione dei debiti sovrani, crisi alimentari e diffusione di armamenti di distruzione di massa.

    Se il collasso di un’istituzione finanziaria o di una moneta potrebbe riguardare l’Euro, l’incapacità nell’implementare misure efficaci a protezione della popolazione di fronte ai cambiamenti climatici – dati quindi per certi – costituisce invece il rischio più importante tra quelli ambientali.

    Per quanto concerne il nostro lavoro, vediamo come il rischio idrico sia collocato al terzo posto fra le probabilità e addirittura al secondo per quanto riguarda l’impatto. Sono entrambe posizioni che devono indurre a meditare.

    Novità dell’edizione 2013: poiché prevenire è meglio che curare, a 14.000 top manager è stato chiesto di esprimere un parere sulle capacità di monitoraggio, prevenzione e gestione dei rischi globali da parte dei propri governi nazionali. Sorpresa: Singapore risulta al primo posto, in realtà guadagnato grazie ad ingenti investimenti in denaro e risorse finalizzate al potenziamento delle capacità di previsione strategica di lungo termine, sviluppando un sistema nazionale di horizon-scanning in stretta sinergia tra governo, università, ricerca ed aziende private considerato un modello a livello internazionale. La Germania è al 17° e il Regno Unito al 20°, gli USA al 29° e la Cina al 30°, la Francia al 31° e l’Australia al 32°. Noi siamo come il nostro prefisso telefonico: 39, prima di Israele (44°), Spagna (53°), Giappone (67°) e Russia (73°).

    Ed ora scarrelliamo passando dal campo lungo dello scenario mondiale al primo piano della questione idrica di casa nostra.

    Si è svolto sabato 18 gennaio a Milano il Forum sull’Acqua Pubblica, che ha evidenziato come inalterate permangano le criticità legate all’applicazione del referendum del 2011, quando 27 milioni di italiani hanno votato si alla ripubblicizzazione dell’acqua.

    In particolare i relatori hanno affermato come l’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas riproponga nelle bollette il calcolo per cui la remunerazione del capitale investito, abrogata dai referendum, viene camuffata sotto la denominazione oneri finanziari.
    I relatori hanno inoltre espresso riserve sulla capacità del metodo tariffario di garantire gli investimenti necessari al comparto idrico, che dovrebbero però essere definiti come costi, “tutelando gli interessi di pochi e ricchi privati, a scapito degli interessi della collettività e del tessuto sociale sempre più impoverito ed attaccato nella crisi in cui viviamo”.

    A nostro avviso, sia pure per completezza informativa, il convegno è andato brevemente fuori tema descrivendo certe dinamiche della Cassa Depositi e Prestiti, alimentata primariamente dal deposito postale e che dal 2003 ha modificato la propria forma giuridica da ente pubblico a SpA, applicando ai Comuni che vi contraggono mutui interessi ai tassi di mercato.

    Siamo altresì convinti che una ripubblicizzazione dell’acqua a prescindere non costituisca affatto la panacea dei mali che affliggono il servizio idrico. Gli stessi relatori si sono contraddetti parlando di un metodo tariffario inadatto a garantire gli investimenti, chiamandoli però poi costi. Ma gli impianti di desalinizzazione, potabilizzazione, adduzione, distribuzione, depurazione e via enumerando non possono costituire semplici costi, bensì investimenti. Investimenti a lungo termine, frutto di programmazione, di lungimiranza, di scelte tecniche, di consenso.

    Pensiamo solo alle condotte di trasferimento, che secondo uno studio del 2005 perdevano lungo il percorso il 29% di acqua, salito al 37% nel 2009 ed ancora, secondo gli ultimi dati disponibili, risalenti al 2011, al 41%.

    La dimostrazione che non sempre privato sia sinonimo di nefandezza l’ha portata proprio il Comitato Milanese Acqua Pubblica. Premesso che a Milano la gestione idrica è affidata alla Metropolitana Milanese SpA, alla domanda su quali fossero le iniziative attuate in ordine alla campagna di obbedienza civile sulla tariffa, che prevede l’autoriduzione del 7% di remunerazione del capitale, il Comitato ha risposto: No, non abbiamo partecipato alla campagna di obbedienza civile sulla tariffa perché abbiamo valutato che a Milano non ne sussistessero le condizioni:

    • sulle bollette dei milanesi non ha mai gravato l’onere del 7% di remunerazione del capitale, bensì una quota molto più ridotta che si aggira intorno al 2%;
    • in questa città le bollette dell’acqua sono le più leggere d’Italia a fronte di una altissima qualità: in queste condizioni non ci sono margini per convincere i cittadini all’autoriduzione. (fonte: Comitato Milanese Acqua Pubblica)

    Lo abbiamo già visto in passato, e in numerosi settori, che la privatizzazione spinta all’estremo è come le sigarette: nuoce gravemente al servizio offerto. Pensiamo solo alle ferrovie da quando preferiscono giocare a Monopoli piuttosto che far partire i treni senza rincorrere mire di scempio ambientale per guadagnare venti minuti di percorrenza.

    Ma anche il pubblico ad ogni costo della medicina ha solo l’amaro, e non è detto che faccia bene: tavoli, commissioni, spartizioni, consulenze, presidenze, comitati, bilancino del farmacista elettorale.
    E intanto gli investimenti languono, quando vengono avviati i lavori la tecnologia è obsoleta, i soldi stanziati non bastano più, lo scenario è mutato… tutte cose che conosciamo.

    La soluzione ideale, a nostro avviso, è una società la cui proprietà sia ripartita fra i diretti utilizzatori del servizio, che sarebbero così garantiti dal fatto di disporre del servizio stesso e dal timore che nessun altro possa comprare la loro fonte idrica. Una confederazione, un consorzio o, meglio ancora, un fondo, possono inoltre garantire economie di scala attraverso lo scambio e l’implementazione di tecnologie comuni oltre che di una tutela normativa.

    Alberto C. Steiner

     
  • admin 05:11 il 16 January 2014 Permalink  

    I necessari investimenti per ridurre lo spreco delle risorse idriche in Italia 

    Continuiamo nella nostra serie di articoli legati al futuro dell’acqua, una delle maggiori opportunità di investimento nei prossimi anni. Contattateci per maggiori informazioni.

    L’Italia è il paese al mondo con il maggiore utilizzo percentuale delle  risorse idriche. Un vero e proprio leader mondiale nello sprecare l’acqua.

    Abbiamo una notevole disponibilità di risorse idriche, al Nord come al Sud nonostante che l’iconografia ufficiale rappresenti un Meridione permanentemente assetato, ma spesso entriamo in emergenza.
    Considerando i soli utilizzi domestici consumiamo più acqua rispetto a Regno Unito, Spagna e Francia, il doppio rispetto alla Germania e più dei paesi scandinavi considerati nel loro complesso. Non siamo ancora entrati nell’ordine di idee che, mentre ci spazzoliamo i denti con lo spazzolino è inutile che lasciamo scorrere l’acqua nel lavandino, allo stesso modo in cui è inutile lasciarla scorrere nella doccia mentre ci insaponiamo. Per non parlare di quando laviamo i piatti con il rubinetto dell’acqua, ovviamente calda, inutilmente aperto a manetta.

    Tra l’altro siamo tra i maggiori consumatori mondiali di acque in bottiglia, pur essendo questo un dato fuorviante in quanto negli altri paesi, a tavola, non si beve prevalentemente acqua bensì altro.
    Esaminando gli usi massicci emerge che l’agricoltura è il settore maggiormente assetato con un utilizzo che si attesta sui 25 miliardi di metri cubi annui, seguito a distanza dall’industria e dall’energia per un complesso di 15 miliardi, mentre il terziario ne assorbe all’incirca 9 miliardi.

    Ma a quanto assommano e come sono distribuite le risorse idriche nazionali?

    Siamo il Paese dell’Europa meridionale più ricco di risorse idriche, ben più della Francia e della Spagna, per non parlare della Grecia e persino dell’area balcanica. Contornati come siamo a nord dalle Alpi, ricchissime di corpi idrici, disponiamo di ben 69 laghi naturali di superficie pari o superiore a 0,5 km², 183 bacini artificiali con oltre 1 km² di superficie, ai quali dobbiamo assommare 234 corsi d’acqua e fiumi di una certa rilevanza a livello idrico ed ambientale. Inoltre, i corpi idrici superficiali e sotterranei destinati alla potabilizzazione sono quasi 500, e 400 sono i laghi a partire da 0,2 km² di estensione, andando a consolidare, così, un’abbondanza di risorse idriche già fisiologicamente presenti sul territorio sia naturalmente che artificialmente.

    Le acque di origine lacustre, considerando nel novero solo gli specchi d’acqua di superficie pari o superiore a 0,2 km² di superficie, comprendono 150 miliardi di metri cubi, una riserva ingente anche se distribuita in modo irregolare sul territorio nazionale. Basti pensare che la metà dell’acqua lacustre si trova nella sola Lombardia, anche se la cubatura dei laghi Maggiore e Garda, il più esteso a livello nazionale pur se non il più profondo, è convenzionalmente divisa rispettivamente con Piemonte/Svizzera e Veneto/Trentino. La cubatura del lago di Lugano ci è invece attribuibile solo nella misura del 21%.

    L’Italia settentrionale accorpa complessivamente il 62% del patrimonio idrico nazionale con 124 miliardi di metri cubi, ed è anche quella che – Lombardia in testa – ne fa maggiormente uso.
    I 26 miliardi di metri cubi residui sono dislocati prevalentemente nei laghi appenninici, mentre il Sud e le Isole dispongono soltanto del 3% delle acque d’origine lacustre.

    Le acque di origine fluviale sono raggruppate in 11 fiumi considerati di interesse nazionale, 7 di questi sono al Nord: Po, Tanaro, Ticino, Adda, Oglio, Adige, Isonzo; al Centro: Arno, Tevere; al Sud: Garigliano, Volturno.

     

    A questi si sommano altri bacini di minore estensione o portata, ai quali vanno aggiunti quattro bacini classificati come sperimentali. Insomma, siamo ricchissimi di acqua: oltre 50 miliardi di metri cubi annui, pari a quasi 1.000 metri cubi per abitante. Ma tuttora presentiamo problemi di disponibilità delle risorse, specialmente durante i mesi estivi. E non solo al Sud.

    Secondo i dati forniti dall’Istituto Nazionale di Economia Agraria destiniamo all’irrigazione il 70 per cento dei prelievi e l’80 dei consumi totali di acqua a livello nazionale. Una quantità impressionante, ma che da anni spinge il settore agricolo a costanti aggiornamenti finalizzati all’ottimizzazione delle risorse tecnologiche ed impiantistiche. La ragione è che in agricoltura e zootecnia l’acqua prelevata viene effettivamente consumata, a differenza dei settori industriale, energetico, terziario e domestico, che presi nel complesso possono restituire anche il 90% dell’acqua prelevata. Ma quest’acqua, prelevata in buone condizioni, viene resa ai sistemi fognari di qualità scadente quando non pessima.

    Conseguentemente i consumi maggiori si registrano al Nord con oltre il 60 per cento in ragione dei processi di urbanizzazione ed industrializzazione avvenuti nell’ultimo cinquantennio e della densità delle superfici agricole. Non dimentichiamo che la Lombardia è la regione più agricola d’Italia. Le Isole risultano essere le più parche nei consumi, assommando solo l’8%, mentre il Centro utilizza il 10 per cento delle risorse e il Sud il 15.

    Il settore industriale registra ormai da anni una costante diminuzione dei consumi, purtroppo non solo grazie all’innovazione ma a causa della crisi economica, mentre aumentano di pari passo gli utilizzi – e gli sprechi – civili e domestici.

    A parte casi, non infrequenti specialmente al Sud, di condotte marcescenti che comportano perdite anche sensibili lungo il tragitto, sempre al Sud si assisterebbe al fenomeno dei furti; nota e rovente è la querelle, tuttora in corso con risvolti anche giudiziari, nel comprensorio del Calore.

    Concludiamo con un dato curioso: uno studio dell’Università di Bologna ha stimato in 1.538 mc/Ha/y, vale a dire metri cubi per ettaro per anno la quantità d’acqua necessaria per irrigare la superficie unitaria di un campo da golf, benché la Regione Liguria faccia ascendere tale dato ad oltre 2.000 mc.

    L’Autorità Ambientale della Regione Puglia ha invece valutato un consumo di 100.000 mc/Ha/y per un campo della superficie di 60/70 Ha, con incrementi del 50-60% durante la stagione estiva relativamente alle condizioni dell’Italia meridionale. L’aspetto curioso è che relativamente all’utilizzo delle risorse idriche i campi da golf non sono considerati impianti sportivi, ma superfici agricole

    Articolo in collaborazione con il sito Kryptoslife.com

     
  • admin 02:07 il 15 January 2014 Permalink  

    Investire sull’acqua e nelle aziende del settore idrico 

    Iniziamo da oggi una serie di articoli per introdurre un tema che esploreremo a lungo in futuro: l’eccessivo utilizzo delle risorse idriche a livello produttivo e le enormi opportunità di investimento nei prossimi anni, sulle quali presto svilupperemo un veicolo dedicato agli investitori privati.

    Quanta acqua consumiamo veramente? La risposta è semplice: tantissima. Utilizziamo l’acqua per bere, lavare, cucinare. Ma questa è solo la punta dell’iceberg.

    In modo meno evidente, ma ben più incisivo, ne utilizziamo ancor di più per produrre cibo, carta, vestiti, oggetti in plastica e metallo. Esiste un’unità di misura, detta Acqua Virtuale, che consente di calcolare l’uso di acqua prendendo in considerazione sia l’utilizzo diretto che quello indiretto del consumatore o del produttore.
    Ad esempio, per produrre un chilogrammo di grano o di orzo sono necessari circa 1.300 litri d’acqua che, calcolando la produzione annua di tali cereali, corrispondono rispettivamente al 12 ed al 3 per cento dell’acqua destinata all’agricoltura.

    Per avere un’idea dei numeri in gioco, la produzione mondiale di grano abbisogna di circa 790 miliardi di metri cubi di acqua. Il mais è meno esoso, richiedendo solo 900 litri/kg, vale a dire circa 550 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, che rappresentano l’8% del consumo globale di acqua destinata all’agricoltura.
    Dal grano al pane il passo è breve: 1.300 litri d’acqua per kg, come dire che una fetta di pane del peso di circa 30 grammi implica un consumo di 40 litri d’acqua.

    Per produrre un kg di riso serve la spaventosa quantità di 3.400 litri. Tenendo conto del fatto che i campi di riso attualmente presenti a livello mondiale consumano circa 1.350 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, che rappresenta ben il 21% del consumo globale di acqua destinata all’aglicoltura, corrispondenti ad una miscela acqua piovana, la cosiddetta acqua verde,  e di acqua per l’irrigazione, detta acqua blu. Il rapporto di verde/blu dipende dalle tecniche di produzione e dal luogo di crescita.

    E passiamo alla carne. Quella di manzo è un’idrovora per definizione: ci costa 15.000 litri d’acqua per chilogrammo. In un sistema di allevamento industriale, occorrono in media tre anni prima che l’animale sia macellato per produrre circa 200 kg di carni disossate. Prima di arrivare a quesl momento l’animale ha consumato quasi 1.300 kg di cereali, 24 metri cubi di acqua per bere e 7 metri cubi di acqua per le pulizie e la manutenzione. Ciò significa che per produrre un chilo di carne bovina disossata occorrono circa 6,5 kg di grano, 36 kg di foraggio e 155 litri di acqua.

    Produrre un hamburger, tipologia assai cara agli statunitensi e comunque diffusa a livello mondiale, occorrono mediamente 2.400 litri d’acqua.

    La carne di maiale sembra costare circa un terzo: 4.800 litri per chilogrammo. In realtà non è vero poiché i capi vengono macellati all’età di 8 mesi producendo circa 90 kg di carne, 5 kg di frattaglie commestibili e 2,5 kg di pelle per vari usi, e nel frattempo consumano circa 385 kg di cereali e 11 metri cubi d’acqua per bere e per la manutenzione della porcilaia, ai quali bosogna aggiungere circa  10 metri cubi di acqua in fase di macellazione.
    Il pollame consuma, nelle 10 settimane di vita necessarie prima che sia macellato, l’equivalente di 3.900 litri per chilogrammo di peso. Infatti un pollo rende all’incirca 1,7 kg di carne ricavata dal consumo di circa 3,3 kg di cereali e 30 litri di acqua per bere e per la pulizia. Questo significa che per produrre un chilo di carne di pollo, usiamo circa 2 kg di cereali e 20 litri di acqua potabile.

    Dai polli alle galline: produrre un uovo costa 3.300 metri cubi d’acqua per tonnellata, vale a dire 200 litri per singolo uovo. Il formaggio da latte vaccino costa circa 5.000 litri d’acqua per chilogrammo di peso non evaporato, poiché per produrlo occorrono 10 litri di latte, per produrre i quali occorrono 10.000 litri d’acqua. Vale a dire che se stiamo bevendo un bicchiere di latte, calcolato secondo gli standard in 200 ml (un quinto di litro) stiamo in realtà bevendo il frutto dei 200 litri dell’acqua resasi necessaria per produrlo.

    Se al latte preferiamo la birra teniamo presente che ci costa nella misura dell’orzo necessario alla sua produzione, vale a dire 75 litri al bicchiere.
    Se invece preferiamo bere vino, il cui bicchiere standard è calcolato nella misura di 125 ml, un ottavo di litro, è bene che sappiamo che stiamo bevendo il prodotto di 12 litri d’acqua, la maggior parte dei quali resisi necessari per produrre l’uva.

    Considerato però che, come si dice, a qualcuno piace caldo, passiamo al caffè: ancora peggio! ogni goccia di quella gustosa bevanda presente nella nostra tazza corrisponde a 7 grammi di caffè torrefatto, per la cui produzione sono necessari 140 litri d’acqua, vale a dire 21.000 litri d’acqua per chilogrammo. Insomma, per ottenere una goccia di caffè è necessario sacrificare 1.100 gocce d’acqua, ovvero 140 litri a tazzina.
    Ma se crediamo che vada meglio con tè e tisane varie non illudiamoci. Per produrre 1 kg di foglie di tè fresco abbiamo bisogno di 2.400 litri di acqua, mentre per un kg di tè nero (come lo si compra in negozio) servono ben 9.200 litri di acqua. E così una normale tazza di tè da 250 ml richiede 120 tazze di acqua.

    Se il caffè o il tè ci piacciono zuccherati teniamo presente che per produrre un kg di zucchero di canna, quello che oggi va per la maggiore, servono 175 litri d’acqua. Complessivamente la canna da zucchero consuma circa 220 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, che rappresenta il 3,4% del consumo globale di acqua destinata all’agricoltura.
    Crediamo di rimediare bevendo succo d’arancia o di mela? Niente affatto. L’arancia ci costa 170 litri al bicchiere, e la mela 190.

    Giusto per concludere, se intendiamo consolarci con un sacchetto di patatine da 50 grammi, è bene che sappiamo che quel mezzo etto è nato grazie al sacrificio di 37 litri d’acqua, senza dimenticare che per produrre un kg di patate servono la bellezza di altri 900 litri al chilogrammo.

    Chi volesse approfondire, puo’ contattarci usando la form nella pagina “La Nostra proposta di Investimento

     
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