Categoria: investire aziende hi tech

Investire nell’innovazione non e’ sempre utile alle aziende

 E’ da tempo che da queste pagine virtuali invitiamo le aziende a rifuggire da una nefasta e mortale competizione attraverso innovazioni “radicali”.
Inoltre indichiamo nei linguaggi di strategia d’impresa gli strumenti per cercare e trovare queste innovazioni, che sono sempre di “senso” e mai di tecnologia, organizzare un business intorno a loro, costruire progetti di futuro di successo (o valutarne l’inefficacia già in fase progettuale).
A supporto di queste nostre tesi, che poi non sono nostre, stavolta abbiamo un testimonial d’eccezione attraverso unaintervista rilasciata alla rivista Wired da Larry Page. Page, insieme a Sergey Brin, lanciò nel 1998 il motore di ricerca Google. In 15 anni l’azienda è diventata un colosso con un fatturato di 50 miliardi di dollari, capitalizzazione di borsa di 250 miliardi di dollari, 53.000 dipendenti.
Come ha fatto? Page è ossessionato dal “10x”. Non cerca il 10 per cento di miglioramento sul fatturato o i margini, ma prodotti e servizi che siano 10 volte meglio di quelli esistenti. Per raggiungere questi risultati bisogna avere ambizioni importanti, guardare il mondo in modo totalmente diverso, immaginare l’inimmaginabile e… crearlo.
Perchè questa ossessione?
Page risponde così: “Mi preoccupa che qualcosa di gravemente sbagliato sia accaduto nel modo in cui gestiamo le aziende. Se leggete la copertura stampa della nostra azienda, o dell’industria tecnologica in generale è sempre tutto sulla competizione (Ma quanto è vero per tutti gli altri settori! N.d.T.).
Le notizie sono scritte come se stessero parlando di un evento sportivo. Ma è difficile trovare esempi di cose realmente formidabili che accadono esclusivamente per la competizione. Come può essere eccitante andare al lavoro se il meglio che puoi fare è annientare qualche altra azienda che fa più o meno la stessa cosa?
Ecco perchè la maggior parte delle aziende si spengono lentamente con il tempo. Tendono a fare più o meno la stessa cosa che facevano prima con pochi cambiamenti… ma è garantito che il miglioramento incrementale  sarà obsoleto col tempo… una grossa parte del mio lavoro è mantenere le persone focalizzate su cose che non sono solo incrementali.”
Un “mantra” totalmente ignorato dalle aziende, dalle istituzioni, dalla società intera che, non a caso come Page profetizza, si stanno spegnendo. Un richiamo a tutti, ma sopratutto alle “classi dirigenti”, per uscire dalla confortevole nicchia delle cose che sappiamo fare e avventurarsi nel cercare il “davvero nuovo”.
Dove e come fare innovazione?
Page: “…Io sento che ci sono tutte queste opportunità nel mondo per fare migliore la vita delle persone . In Google forse stiamo attaccando lo 0,1 per cento di quello spazio. E le aziende tecnologiche tutte insieme forse solo l’1%. Questo significa che c’è il 99 per cento di terreno vergine.”
Questa è una affermazione di una intuizione straordinaria che la strategia d’impresa indirizza chiaramente. Questo terreno vergine fatto di vita delle persone ha molte dimensioni: economica certamente, ma anche sociale, culturale, istituzionale, ambientale, ecc. Senza una mappa dettagliata che ci inviti ad esplorarle siamo soli con il nostro intuito.
Un intuito che per quanto fine riesce a cogliere, nel caso dell’ azienda di Page e per sua stessa ammissione, solo lo 0,1%… Figuriamoci le altre aziende, con imprenditori o manager meno “intuitivi” di lui, cosa potranno fare!
Page: “Gli investitori si preoccupano sempre, “Gente state spendendo troppi soldi su queste cose pazze”. Ma ora quelle sono le cose sulle quali sono più eccitati… Se non fai alcune cose che sono pazze, allora stai facendo le cose sbagliate.”
Ecco una dimostrazione della necessità di dotarsi del linguaggio della strategia d’impresa anche da parte degli stakeholder (investitori, istituzioni, sindacati e sopratutto banche) e non solo degli imprenditori e manager. Infatti disponendo di tali strumenti essi sarebbero in grado di comprendere, e l’imprenditore di spiegare e dimostrare, che le cose che fanno non sono “pazze” ma “giuste”, evitando di lasciarlo solo o negandogli quel supporto che a volte è vitale per il successo della “impresa” (che in molte lingue è la stessa parola sia per indicare l’azienda che… un viaggio sulla luna). Fare azienda significa fare una “impresa”. Ben misera impresa è incrementare il fatturato di un 1% o ridurre le perdite!
Page:” …non stiamo insegnando alle persone come identificare quei progetti difficili…probabilmente ci sarebbe la necessità di una educazione tecnologica abbastanza ampia e conoscenze sull’organizzazione e l’imprenditorialità…il nostro sistema addestra le persone in modo specialistico, ma non per identificare i progetti giusti…”.
Una affermazione onesta, ammette la mancanza e richiede conoscenze, ma grave se consideriamo che Page vive ed opera in un paese che non dovrebbe essere secondo a nessuno in quanto qualità delle conoscenze in quegli ambiti.
Una triste possibile conclusione e che per fare azienda la conoscenza non serva. Ma sarebbe ben strano che il mondo del business sia l’unico settore di attività umana dove questo accada. L’altra è che quella prodotta non sia facilmente fruibile. E allora la richiesta di Page, come forse di tutti gli imprenditori e manager, è quella di una offerta di servizi all’avanguardia negli ambiti della organizzazione e imprenditorialità e non solo negli ambiti specialistici.
Una strada che noi abbiamo deciso di percorrere.
Articolo di Luciano Martinoli, ripreso dal sito Imprenditorialitaumentata su Blogspot.com

Investire in aziende innovative con le nuove agevolazioni finanziarie

Attese, speranze, critiche ma tutto sommato ottimismo. È con un misto di sentimenti che incubatori ed ecosistemi di start-up italiani stanno vivendo questa prima fase successiva alla conversione in legge del Crescita 2.0. Il primo decreto italiano che pensi alle startup. La verità è che il grosso dei vantaggi previsti per loro sono ancora teorici- attendono ulteriori misure normative- e i benefici già in campo sono limitati, riguardando perlopiù le semplificazioni burocratiche concesse dalla norma a tutte le fasi di vita dell’azienda.

È il quadro che risulta da questa inchiesta su alcuni dei protagonisti del mondo startup italiano, proprio mentre sono appena scaduti i termini- il 17 febbraio- per presentare domanda al ministero allo Sviluppo economico e provare a rientrare nei parametri indicati dal decreto per una start-up innovativa. Chi ci riesce ha diritto da subito alle semplificazioni, mentre altre novità richiedono decreti attuativi.

«Per noi, con la nuova legge, non è cambiato niente», dice Gianfausto Ferrari, co fondatore del campus innovativo Superpartes.

«Per le aziende che fanno start-up il decreto non ha una grande utilità, al momento. Idem per la norma che consente di fare una srl con un euro. Ci sono troppi paletti e i ragazzi che hanno un sogno non sono in grado di abbatterli. Per esempio: per la srl a un euro, ci devono essere persone fisiche e non giuridiche; quindi non si può fare se deve entrare un venture capital… Le startup innovative, per rientrare nei parametri,  devono avere un brevetto e i fondatori essere laureati. Delle nostre sette start-up, nessuna rientra».

Anche Andrea Rangone- delegato dal Rettore per l’incubatore del Politecnico di Milano- è critico verso i paletti che stabiliscono quali incubatori hanno diritto alle agevolazioni. «Escludono gli incubatori pubblici come le università. Noi siamo stati costretti quindi a diventare società di capitale, per rispecchiare i requisiti ministeriali. Applaudiamo a quanto fatto dal governo, ma si è un po’ dimenticato delle università che incubano startup», dice. Sviluppo economico punta con un decreto attuativo a rimuovere l’obbligo che limita le agevolazioni agli incubatori società di capitale. Ma non è detto che ce la faccia prima delle elezioni.

«E comunque le semplificazioni non incidono sulle vere pastoie burocratiche- aggiunge Ferrari. Ipotesi: due ragazzi partono con 10 mila euro; 3 mila li devono dare al notaio. Il decreto inoltre doveva rendere deducibili le spese vitali per chi lavora in una startup».

Secondo Ferrari, «è il sistema italiano che ragiona in modo non corretto verso l’innovazione. Negli Usa funziona così: sei vuoi creare un’azienda do per scontato che sei una brava persona e ti facilito; ma se scopro che fai il furbo ti massacro. Qui si parte dall’idea che se vuoi aprire società vuoi imbrogliare, allora ti metto paletti». «A questo si aggiungano i limiti storici dei venture italiani, che sono pochissimi. Nei 300 chilometri di Silicon Valley quest’anno ci saranno 11,8 miliardi di dollari che cercano opportunità investimento, contro i 100 milioni dell’Italia intera». «Eppure, siamo ottimisti. Ad aprile apriremo un nuovo campus a Brescia, da 50 mila metri». Perché? «Perché siamo folli, sognatori e abbiamo capito che in Italia abbiamo ragazzi fantastici e succederanno cose straordinarie, con il loro genio e fantasia, nonostante tutto».

L’ottimismo di altri si fonda anche su elementi normativi. «Giudichiamo molto positivamente la norma del governo Monti Crescita 2.0, può servire a “startuppare”- passatemi il neologismo a tema- l’industria del venture capitale early stage che ci vede così lontani dall’Europa», dice Enrico Gasperini, fondatore di Digital Magics, che finora ha incubato 30 startup, di cui sei vendute e quattro chiuse. Ne ha 20 in pancia, quindi. «Siamo in una fase di aspettativa, comunque. Molto dipenderà dai decreti attuativi per capire quanto le novità incideranno sul nostro lavoro». «Dal punto vista quantitativo sono importanti soprattutto le agevolazioni fiscali previste dalla norma per chi investe in start-up.

Il motivo è che il venture capital è ancora all’esordio in Italia e le agevolazioni sono state importantissime in Francia, Germania, Israele. In Italia il governo le ha introdotte con limiti stringenti, ma molto dipenderà da come verrà attuata questa norma. Speriamo che l’intervento possa crescere ed essere recepito da governi successivi. E che questi quattrini non finiscano in mille rivoli come accade con altri contributi pubblici alle imprese».

Gasperini crede che «più che finanziare e agevolare fiscalmente singole start-up, in Italia bisogna potenziare gli intermediari. Ci sono pochi venture in Italia. Lo Stato può creare un presidio e sincerarsi che i quattrini vadano in mani esperte. Fa parte questo scenario anche l’impegno di Sviluppo economico ad aumentare, tramite Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), le risorse a disposizione del Fondo italiano di investimento a favore del venture capital». Impegno che al momento non si sa se e quando darà frutti: dipende da Cdp e dalle intenzioni del nuovo governo.

«I 50 milioni stanziati dal Fondo italiano d’investimento sono già stati in parte utilizzati. E’ importante che Cdp ne stanzi altrettanti nel 2013», dice Rangone.

Le semplificazioni invece sono importanti, ma quantitativamente sono poco rilevanti, secondo molti, Gasperini incluso.

«Delle nostre partecipazioni almeno 4-5 possono soddisfare da subito i requisiti di “start-up innovativa” presenti nella norma: si tratta di progetti in fase di fondazione in questo periodo. Delle start-up esistenti stiamo presentando solo due domande». «La principale criticità per le nostre iniziative è relativa alla norma sul controllo (che deve essere riservato al team dei fondatori)- continua Gasperini. Le nostre startup hanno avuto in gran parte finanziamenti da noi, da business angel e da venture capital e, nel nostro settore, sono più “capital intensive” rispetto alle piccole società internet. Risultato: i team dei fondatori mantengono mediamente azioni fra il 25-40 per cento».

L’incubatore sta quindi raccogliendo già alcuni vantaggi dalla norma. «Qualche risparmio nei costi; la speranza di avere accesso facilitato al finanziamento bancario, di attirare coinvestitori e business angel».

In particolare, gli strumenti della norma che intende usare da subito sono quelli già operativi: alla fondazione regole di corporate governance con diversi diritti di voto e strumenti finanziari con diritti patrimoniali. Forme di remunerazione con l’attribuzione di stock-option. Contratti di lavoro a tempo determinato. Contratti di servizi di mentoring dell’incubatore che concorrono ai costi di ricerca e sviluppo In futuro, non appena disponibili decreti attuativi e regolamenti, si avvarrà dei meccanismi di co-finanziamento con metodi crowfunding e degli incentivi fiscali».

Servirà un regolamento della Consob, previsto per marzo, per abilitare il crowdfunding. E’ complesso invece l’iter del decreto attuativo per gli incentivi fiscali alle startup: spetta al ministero dell’Economia e delle Finanze e dovrà fare un passaggio in Commissione europea. I tempi non sono definiti, probabilmente se ne riparla per giugno.

Insiste soprattutto sull’importanza del crowdfunding Gianluca Dettori, fondatore di dPixel, advisor del fondo Digital Investment, che investe in 18 start-up. «Visto che l’aumento delle risorse del Fondo non è più stato inserito nel decreto, il crowdfunding è la sola cosa nuova che possa portare soldi alla startup. In punto è che in Italia il problema è soprattutto l’assenza di investitori». Dettori suggerisce alla Consob di prendere come modello, per il regolamento crowdfunding, quello che fa la Sec (Securities and exchange commission) americana (spiega nel proprio blog i dettagli http://dgil.uz). «Gli incentivi fiscali sono di aiuto, bisogna vedere quanto impattano e se saranno un incentivo sufficiente a investire».

Per il resto,  «adesso stiamo lavorando perché le start-up su cui si è già investito rispondano ai requisiti del decreto. Il problema qui, segnalato da molti, è un’incertezza di fondo. Se esci dai parametri nel corso della vita di una startup, che cosa succede? Ai contratti di lavoro già firmati, per esempio?».

Forse il più ottimista è Cristiano Esclapon, consigliere di Italia Startup, ma anche fondatore di due start-up. Perché lui vede le novità in una valenza prospettica. «Sono importanti le agevolazioni fiscali, non tanto per l’importo- all’inizio dell’investimento un 20 per cento di deducibilità non ti cambia molto la vita. Doveva essere una quota più alta. Ma è comunque utile perché attira l’interesse degli investitori e quindi più soldi, cioè proprio quello di cui abbiamo bisogno. Le nostre startup fanno fatica a trovare capitali».

«Italia Startup non ne beneficia perché le agevolazioni riguardano solo chi fa un investimento diretto in start-up o incubatori. Noi siamo un veicolo per l’investimento. Nella bozza del decreto erano incluse anche le aziende come la nostra e potrebbero tornare nel decreto attuativo». «Peccato essere stati esclusi, gli investitori hanno bisogno anche di veicoli. Altrimenti perderebbero troppo tempo nell’individuare le startup e concentrerebbero troppo l’investimento». Dello stesso tono il giudizio sulle semplificazioni, «sono fantastiche, ma difficile che i giovani se ne possano avvantaggiare. Devono rivolgersi ad avvocato per farsi fare uno statuto in regola, non hanno ricevuto una guida. Nell’immediato le semplificazioni avranno scarso impatto, ma nel giro di due anni credo saranno significative».

Allo stesso modo, «è utile che, grazie alla nuova norma, potrà pagare i collaboratori con quote di capitale (stock option)… ma i professionisti che accetteranno questa modalità saranno pochi, nel breve periodo. Aumenteranno solo dopo i primi casi di successo». Nel complesso, «la nuova normativa startup è valida in prospettiva. Comporta infatti cambiamenti strutturali, che richiedono anni per funzionare».

Il destino del sistema startup italiano dipende anche dal nuovo governo. Fa ben sperare che i programmi di PD, Pdl e Scelta Civica (Monti) parlino di startup. Tutti si impegnano a dare attuazione al decreto e a sostenere le sinergie tra privati e università. In più, i programmi del PD e del Pdl sono concordi nel ridurre i paletti del decreto, per estenderne la portata.

 

Articolo ripreso da ict4executive.it

 

Investire in imprese innovative con la garanzia di fondi europei

Le piccole e medie imprese europee che promuvono ricerca e innovazione potranno contare su nuove risorse, grazie ad un accordo tra la Commissione europea e la Banca europea per gli investimenti. Grazie all’intesa sono stati assegnati 150 milioni di euro allo schema pilota di garanzia dedicato alle Pmi – SME risk-sharing instrument (RSI) – lanciato nel 2011 nell’ambito Risk-Sharing Finance Facility (RSFF), lo strumento promosso da Commissione e Bei per incentivare i finanziamenti privati nei progetti di ricerca e sviluppo.

L’accordo permetterà di raddoppiare la capacità finanziaria del RSI, favorendo la definizione di nuovi accordi con vari intermediari. Negli ultimi anni sono già stati conclusi accordi con diverse banche europee, tra cui: UniCredit Bank Austria (Austria), Česká spořitelna (Repubblica Ceca), ABN Amro (Paesi Bassi), Bankinter (Spagna), AIB (Irlanda) Banca Popolare e CR Cento (Italia).

Come annunciato dal direttore del Fondo europeo  per gli investimenti Richard Pelly, sono stati già individuati altri paesi per la definizione di nuovi accordi, che saranno conclusi nelle prossime settimane. “Il supporto dell’Ue sarà cruciale per sostenere la crescita dell’economia e dell’innovazione in Europa”, ha dichiarato Pelly.

Il nuovo accordo consentirà:

  • agli istituti di credito e alle società di garanzia di offrire controgaranzie ai propri partner finanziari in Europa e nei paesi associati al 7° Programma Quadro (7PQ),
  • alla Bei di facilitare la concessione di prestiti nell’ambito del RSFF alle università e alle imprese con 500-3000 impiegati.

L’obiettivo alla base del RSI e del RSFF è accrescere gli investimenti dell’Ue in attività di R&S, raggiungendo il 3% del Pil europeo.

 

Articolo ripreso dal sito fasi.biz

Investire in aziende innovative con un regime fiscale di favore

Lo scorso 19 ottobre è stato pubblicato il Decreto legge n. 179/2012 (il cd. “Decreto sviluppo bis” o “Decreto Crescita 2.0”)

Tra le novità del decreto è importante segnalare la Sezione X che riguarda “Misure per la nascita e lo sviluppo di imprese in start up innovative” (artt. 25-32) in cui, per la prima volta nell’ordinamento italiano, vengono introdotti la definizione e i requisiti delle imprese in start up e dell’ incubatore certificato di imprese in start up.

Queste, in sintesi, le caratteristiche delle imprese “in start up innovative”:

a) sono società di capitali, costituite anche in forma di società cooperativa, di diritto italiano ovvero una SocietasEuropaea, residente in Italia ai sensi dell’art. 73 del DPR n. 917 del 1986

b) sono società non quotate, detenute e controllate almeno al 51% da persone fisiche:

1. con non più di 48 mesi di attività;

2. con sede principale in Italia;

3. con fatturato annuo inferiore a 1 milione di euro;

4. che non devono distribuire utili;

5. aventi come oggetto sociale esclusivamente lo sviluppo e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico;

6. che non devono essere state costituite per effetto di fusione, scissione societaria o a seguito di cessione di azienda o ramo di azienda;

7. con obbligo di iscrizione in sezione speciale del registro delle imprese;

8. con contenuto innovativo identificato con almeno uno dei seguenti requisiti:

i) almeno 30% delle spese in ricerca e sviluppo;

ii) almeno 1/3 della forza lavoro complessiva costituita da ricercatori o dottori di ricerca o dottorandi, impiegati come dipendenti o collaboratori a qualsiasi titolo;

iii) essere titolari o licenziatarie di brevetto.

Per le start up vengono immediatamente messi a disposizione circa 200 milioni di euro (tra fondi stanziati dal decreto sotto forma di incentivi e fondi per l’investimento messi a disposizione dal Fondo Italiano Investimenti della Cassa Depositi e Prestiti).

Vengono introdotte deroghe al diritto societario per consentire una gestione più flessibile delle esigenze di governance tipiche delle start up, soprattutto se costituite sotto forma di s.r.l..

In particolare, sono introdotte le seguenti facoltà:

– estendere di 12 mesi il periodo di cd “rinvio a nuovo” delle perdite (dalla chiusura dell’esercizio successivo alla chiusura del secondo esercizio successivo) e, nei casi di riduzione al di sotto del minimo legale, di consentire il differimento della decisione sulla ricapitalizzazione entro la chiusura dell’esercizio successivo;

– facoltà di utilizzare, anche per le start up innovative costituite in forma di s.r.l., istituti ammessi solo nelle s.p.a., in particolare la libera determinazione dei diritti attribuiti ai soci;

– facoltà di offrire al pubblico quote di partecipazione in start up innovative costituite in forma di s.r.l.; l’offerta può avvenire anche attraverso piattaforme online per la raccolta di capitali (crowdfunding);

– facoltà di deroga al divieto assoluto di operazioni sulle proprie partecipazioni, qualora l’operazione venga effettuata in attuazione di piani di incentivi che prevedano l’assegnazione di strumenti finanziari a dipendenti, collaboratori, componenti dell’organo amministrativo o prestatori di opere e servizi, anche professionali.

Vengono, inoltre, ridotti gli oneri per l’avvio della start up innovativa attraverso l’esonero dai diritti di bollo e di segreteria per l’iscrizione al Registro delle Imprese e dal pagamento dei diritto annuale dovuto in favore delle Camere di commercio.

Viene introdotto un regime fiscale e contributivo di favore per i piani di incentivazione basati sull’assegnazione di azioni, quote o titoli simili ad amministratori, dipendenti, collaboratori e fornitori delle imprese in start up innovative e degli incubatori certificati.

Il reddito derivante dall’attribuzione di questi strumenti finanziari o diritti non concorrerà alla formazione della base imponibile, sia a fini fiscali che contributivi. L’obiettivo è facilitare la partecipazione diretta al rischio di impresa, attraverso, ad esempio, l’assegnazione di stock options al personale dipendente o collaboratori di un’impresa start up.

Inoltre, tenendo conto dell’elevato rischio economico assunto da imprese in start up innovative, si sottrae la start up alle procedure concorsuali vigenti, prevedendo che vengano assoggettate, in via esclusiva, alla disciplina della gestione della crisi da sovra-indebitamento, applicabile a soggetti non fallibili che non prevede la perdita di capacità dell’imprenditore ma la mera segregazione del patrimonio, destinato a soddisfare i creditori.

 

Articolo ripreso dal sito partneraziendale.it

Meglio non investire su Facebook per il momento

Non proprio una bella pubblicità per il social network più diffuso al mondo. Dai documenti della Sec, la Consob americana, è emerso ieri che Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, ha incassato 7,44 milioni di dollari (5,7 milioni di euro, ndr) vendendo mercoledì scorso circa 353mila azioni della società fondata da Marc Zuckerberg.

Per carità, la Sandberg detiene ancora 20 milioni di azioni custodite in un trust, ma la mossa è significativa. Anche perché è seguita a quella del capo dell’ufficio legale Theodore Ullyot e del capo della finanza David Spillane.

Ovvero la prima linea del management, che aveva fretta di passare all’incasso. Il fondatore Zuckerberg rimane dunque sempre più solo, visto che ha promesso di non vendere le azioni fino a settembre 2013. In tutti i casi si tratta di operazioni concordate, ma poco importa: sono state effettuate nella prima finestra utile (31 ottobre) prevista dal contratto di lock-up stipulato con il management, a cinque mesi dalla quotazione, il 20 maggio scorso. Il quale sarebbe dovuto scadere il 15 ottobre e coinvolgere 234 milioni di azioni, ma è stato ritardato di qualche giorno complice la chiusura di Wall Street in seguito all’uragano Sandy.

È la seconda tranche di titoli di cui i dipendenti si possono “liberare” dopo le 271 milioni di azioni sbloccate lo scorso 16 agosto, ma limitate agli investitori “early stage”, cioè i fondi di private equity che per primi hanno creduto nel progetto del genio della Harvard University. Gli altri tre periodi riguarderanno 777 milioni di azioni il prossimo 14 novembre – incluse quelle di Zuckerberg, il quale, come detto, non sfrutterà l’occasione – altri 156 milioni il 14 dicembre, e ancora 47 milioni il 18 maggio 2013, in quest’ultimo caso di proprietà dei russi di Mail.ru e di Dst Global, entambi investitori di lungo corso nella web company di Menlo Park, California.

Secondo i calcoli dell’Associated Press, saranno immesse sul mercato 1,5 miliardi di nuove azioni, volte e mezzo i 421 milioni di pezzi che sono passati di mano dal giorno dell’Ipo.
La più grande quotazione della storia di Wall Street – 100 miliardi di dollari – si sta rivelando dunque un flop. Dai 38 dollari dell’esordio, ieri il titolo ha chiuso le contrattazioni a quota 21,18 dollari (-0,14%) con un volume di soli 38,3 milioni di pezzi scambiati. In altri termini, ha lasciato sul terreno il 42,6 per cento, mentre il Nasdaq – il listino dei titoli tecnologici americani – è passato nello stesso lasso di tempo da 2.704 a 2.656 punti. Facebook si sta avvicinando alla soglia dei 20 dollari per azione, che per alcuni operatori, come l’hedge fund specializzato in web company Ironfire Capital, è il valore al quale la società comincia a diventare un investimento interessante.

D’altronde i risultati dell’ultima trimestrale, diffusi il 23 ottobre, evidenziano una perdita di 57 milioni di dollari, in miglioramento rispetto ai 157 del secondo trimestre (con i principi contabili GAAP, ndr), utenti in crescita da 995 milioni al mese del periodo marzo-giugno al miliardo di giugno-settembre (di cui mezzo milione attivi su base giornaliera e oltre la metà, 604 milioni, via smartphone), ricavi complessivi in aumento – da 1,18 miliardi del secondo trimestre a 1,62 miliardi di dollari del terzo – ma un guadagno per ogni profilo (Average revenue per user, ndr) sostanzialmente stabile a quota 1,29 dollari. Troppo poco, considerando che nei giorni precedenti allo sbarco in Borsa la valorizzazione di ogni iscritto si aggirava a quota 100 dollari.

Il crollo delle azioni il giorno del debutto – oggetto peraltro di un’indagine da parte del Senato Usa – è stato analizzato tre giorni fa dalla Fed di New York. Secondo gli autori Thomas Eisenbach, David Lucca e Karen Shen, che hanno analizzato la dinamica della domanda e dell’offerta dei titoli correlandola con l’andamento dei volumi nell’arco della giornata, sono giunti alla seguente conclusione: «Considerando che i sottoscrittori (le banche del consorzio di collocamento, cioè Morgan Stanley, Goldman Sachs, JP Morgan, Citigroup e Bank of America Merrill Lynch, ndr) hanno acquistato le azioni al prezzo di 40 dollari (circa 34 milioni di pezzi), abbiamo calcolato che hanno speso complessivamente circa 66 milioni di dollari per mantenerlo a quel livello, cioè il 40% della loro remunerazione (come advisor, ndr)» piuttosto che coprire le posizioni ribassiste con altri titoli al di sotto della soglia dei 40 dollari. Morale? «Le preoccupazioni sulla propria reputazione e il senso del dovere nei confronti della società potrebbero aver avuto un peso maggiore del profitto sul breve termine».

Intanto, il segretario di Stato del Massachussett, William Galvin, che aveva emesso un mandato di comparizione nei confronti di Morgan Stanley – capofila del consorzio che a pochi giorni dall’Ipo aveva emesso un report in cui abbassava le stime sui ricavi per il 2012 – la scorsa settimana ha trovato un accordo con Citigroup del valore di 2 milioni di dollari dopo che un giovane analista del team di Mark Mahaney, uno dei più noti analisti tecnologici degli Usa, ha condiviso con il sito Techcrunch alcune considerazioni contenute in un report riservato a pochi giorni dalla quotazione. Mossa che è costata il posto a Mahaney, licenziato la scorsa settimana. Mentre la battaglia legale continua senza esclusione di colpi, il management passa all’incasso. Un pessimo segnale per il signor Zuckerberg.

 

Articolo ripreso dal sito linkiesta.it