Categoria: investire banche

Investire nelle banche italiane una scelta sbagliata per questa decade

Ha suscitato molto scalpore e sorpresa anche nei confronti del pubblico istituzionale una video pillola che ho postato a fine luglio sullo stato di salute del sistema bancario maltese, il quale è stato definito dalla Banca Centrale Europea come il più solvente all’interno di quelli dell’Unione Europea in area Euro. In sintesi tale giudizio scaturisce dalla qualità e quantità degli attivi detenuti delle cinque domestic banks (HSBC, Bank of Valletta, Banif, APS Bank e Lombard Bank) oltre al peso modesto (rapportato al PIL del paese) del totale di questi asset finanziari, circa il 200%, quando in Germania solo Deutsche Bank pesa oltre il 90% o la francese BNP Baripas grande più del PIL della Francia.
Il decennio che stiamo vivendo sarà un decennio in cui gli istituti di credito saranno sempre più sotto i riflettori sia mediatici che finanziari per le ovvie difficoltà che attendono le economie avanzate e per il generale slowdown che caratterizzerà tutta l’economia mondiale. Purtroppo le banche, per quanto siano odiate o criticate, rappresentano ancora il propulsore della crescita economica e il dosatore della linfa vitale di ogni sistema economico, una sorta di cuore artificiale che pulsa per mantenere in vita l’organismo che le ospita.
Diventa naturale per ogni paese fare oltre modo il possibile affinchè lo stato di salute del proprio sistema bancario sia monitorato e rassicurante, o come si sente dire spesso, le banche soprattutto e sopra tutto. Se vi fermate a riflettere la Nuova Grande Crisi è iniziata proprio con un fallimento bancario di rilievo: Lehman Brothers il 15 Settembre 2008. Le conseguenze di portata mondiale, che paghiamo ancora oggi e continueremo a pagare nei prossimi anni, non si sono riversate solo sul tessuto produttivo ma hanno anche impattato profondamente sulla consistenza e integrità del risparmio gestito mondiale e non da meno sulla fiducia che piccoli risparmiatori ed investitori ripongono sulle istituzioni finanziarie.
In questi ultimi quindici giorni la fiducia è ritornato un argomento caldo a seguito delle revisioni di rating e dei conseguenti downgrade che sono stati emanati il 24 Luglio da Standard & Poor’s su 18 banche italiane. La portata e consistenza di questi rating purtroppo non è stata sufficentemente commentata o discussa sul panorama mediatico italiano, forse per la visibilità e peso economico dei diretti interessati.
Nello specifico i recenti downgrade declassano numerose grandi banche italiane sullo scalino della BB ovvero la prima soglia dello speculative grade: Banca Popolare di VicenzaVeneto BancaBanca Popolare di MilanoBanca Popolare dell’Emilia Romagna e Banco Popolare. Rivisti al ribasso anche i rating (BBB-) di Ubibanca e Credito Emiliano, mentre Carige e Dexia Crediop rimangono sotto ossservazione in credit watch negativo. Ricordiamo che le due grandi, UniCredit e Intesa SanPaolo, sono in linea con il rating nazionale italiano ovvero BBB (ultima soglia della categoria investment grade). Sostanzialmente il messaggio che emerge è piuttosto preoccupante a fronte di un confermato e peggiorato outlook negativo per l’intero comparto bancario italiano, il quale secondo l’ultimo bollettino della Banca d’Italia evidenzia una ulteriore contrazione dei prestiti alle imprese e alle famiglie, a fronte  di una elevata percezione del rischio di credito da parte degli istituti bancari (la congiuntura economica sfavorevole continua infatti a incidere negativamente sulla qualità degli attivi).
Nonostante sia ormai compromessa la redditività economica, pur considerando le varie operazioni di razionalizzazione e ottimizzazione dei costi operativi (leggasi ridimensionamento degli organici), i maggiori gruppi bancari mantengono ancora una consistenza patrimoniale considerata solida.
Questo almeno è quello che si evince dall’analisi dei vari ratios patrimoniali (Core Tier 1 oltre il 10%) e dai vari commenti che scaturiscono dal mondo bancario istituzionale. In via prudenziale, la mia view personale ritiene tuttavia opportuno alleggerire il più possibile la propria esposizione di portafoglio sia verso i bond bancari che verso l’equity bancaria, in particolar modo verso quella non quotata ufficialmente (mi riferisco alle banche che autodeterminano il valore delle proprie azioni). Gran parte degli investimenti convenzionali dei risparmiatori italiani (obbligazioni ed azioni bancarie, titoli di stato ed obbligazioni strutturate) è vicina ad un punto di non ritorno: tutto dipenderà dalla capacità del nostro paese di migliorare a breve il proprio rating finanziario oltre il proprio outlook economico.
Al momento non si vedono o si conoscono oggettive motivazioni che lo possano far presupporre.
Articolo di Eugenio Benetazzo, da eugeniobenetazzo.com

La difficolta’ di investire in banche che possono finalmente fallire

La festa è finita. Grazie ad una convergenza di visione da parte dei Ministri delle Finanze dei 27 membri dell’Unione Europea, adesso inizia l’era del terrore per chi investe in titoli azionari di banche, per chi detiene obbligazioni bancarie e soprattutto per chi detiene ingenti disponibilità in depositi bancari.
La decisione presa durante l’ultimo Ecofin ha una portata epocale, il messaggio che si è voluto dare a mio modo di vedere è lodevole: basta con il bail-out e via libera invece al bail-in, che tradotto in lingua comprensibile significa basta con i salvataggi bancari il cui onere viene scaricato indiscriminatamente sui contribuenti: d’ora in avanti infatti a pagare per scongiurare che una banca fallisca saranno prima gli azionisti, seguiti dagli obbligazionisti (con i vari livelli di privilegio e garanzia) ed infine anche i depositanti, chiunque essi siano, imprese ed aziende avvisate.
Basta insomma con la pacchia a cui ci hanno abituato in questi ultimi cinque anni per cui le banche devono essere salvate ad ogni costo dalla fiscalità diffusa in quanto il costo di un mancato salvataggio impatterebbe molto più pesantemente sull’economia dei costi richiesti ad un paese per il salvataggio in questione. Su questo Lehman docet: alla fine la lezione l’hanno capita a distanza di un lustro.
Quanto è stato siglato dovrà comunque essere anche ratificato a breve dal Parlamento Europeo: non si vedono possibili dinieghi in tal senso in quanto soprattutto dalla Germania vi è grande soddisfazione per il risultato ottenuto. Il Big Plan di Mario Draghi idealizzato lo scorso anno inizia lentamente a prendere forma: l’unione bancaria europea a questo punto non è più tanto solo un sogno ideale. Al fianco di questa decisione si è anche formalizzato l’impegno di creare internamente ad ogni paese un fondo di pronto intervento e liquidazione bancaria con una dotazione iniziale pari allo 0.8% del totale dei depositi garantiti, tale dotazione dovrà inoltre essere demandata allo stesso panorama bancario.
La finalità di questo fondo di nuova ideazione consentirà di limitare gli interventi e gli aiuti del European Stability Mechanism il quale manterrà come core mission quella di supporto agli stati e di decongestione sul debito sovrano. Alla fine nonostante i vari proclami e le rassicurazione che abbiamo sentito nel mese di marzo, il caso Cipro ha rappresentato un esperimento embrionale di bail-in che ha consentito di valutare le conseguenze di una soluzione così radicale sia sul piano della credibilità bancaria che su quello della stabilità finanziaria.
La scelta di preferire il bail-in al bail-out produrrà nei prossimi mesi sicuramente dei benefici che mitigheranno la crisi del debito sovrano in quanto eventuali richieste di intervento per salvataggi futuri non potranno essere gestite con il ricorso all’emissione di nuovo debito sovrano o con coinvolgimenti de facto da parte dei singoli governi (pensiamo in Italia alla vicenda di Banca MPS). Sfortunatamente questo impianto regolatorio non sarà tosto adottato, ma si stima che vada a regime per il 2015, quindi con ancora 18 mesi di limbo finanziario, in cui banche in difficoltà potranno effettuare interventi straordinari di risanamento aziendale o implementare piani di deleveraging finanziario al fine di razionalizzare i rischi operativi nel futuro a fronte del continuo deterioramento della qualità del credito precedentemente erogato.
I ministri europei hanno voluto inoltre sottolineare come in ogni caso i depositi con giacenza inferiore a Euro 100.000 godranno di una indennità e protezione assoluta e globale nei confronti delle soluzioni bail-in: in questo modo tutta l’Eurozona lentamente si uniformerà ed armonizzerà in termini di garantismo sui depositi sia sul piano qualitativo che quantitativo.
Inizia pertanto anche una nuova era tanto per gli investitori privati che per quelli istituzionali (asset managers e private bankers) in quanto le conseguenze di un bail-in avranno diretta ripercussione sugli investimenti effettuati. Immaginate infatti che il rischio di insolvenza di un emittente di debito classificato come investment grade (ad esembio una banca con il suo prestito obbligazionario) non rappresenterà più un rischio astratto riportato e descritto sul prospetto informativo, ma diventerà un rischio concreto qualora la banca in questione dovesse attraversare una fase di criticità finanziaria.
Sarà doveroso pertanto, anche da parte degli investitori retail, effettuare sempre una approfondita opera di screening sulla solidità patrimoniale, sulla politica di gestione del credito, sulle strategie aziendali e sulla credibilità del management dell’istituto di credito su cui si è deciso di investire (azioni o obbligazioni)  o in cui si è scelto di depositare la proprie disponibilità liquide.
Finisce quindi l’era del tutto sicuro e garantito sempre e comunque ed inizia l’epoca delle assunzioni di responsabilità diretta da parte dei piccoli risparmiatori ed investitori che si dovranno far carico di monitorare e giudicare l’operato della banca su cui hanno deciso di puntare, pena il rischio oggettivo di incorrere in ingenti perdite su prodotti bancari un tempo tutelati e garantiti dallo Stato.
Articolo di Benetazzo Eugenio, ripreso dal sito eugeniobenetazzo.com

Evitare ogni investimento nelle banche italiane

Gli ultimi conti dei big del credito italiano hanno evidenziato molti ritorni all’utile, tuttavia non è tutto oro quello che luccica. Come i prestiti già concessi che non possono più essere recuperati o possono esserlo solo in parte, ma che i bilanci tendono a sottostimare. Alix Partners stime potenziali perdite miliardarie con un’adeguata valutazione. E mette il dito nell’incognita mattone.

 

Al di là delle frasi di rito, il vertice in Banca d’Italia tra il governatore Ignazio Visco e i rappresentati delle principali banche italiane non si è svolto certo all’insegna della serenità e la spensieratezza. E non solo per l’invito del governatore ad avviare una nuova ondata di processi di ristrutturazione accompagnati da ulteriori tagli dei costi. Tra i temi dell’incontro, infatti, c’era la questione di come disinnescare le bombe ad orologeria nascoste tra bilanci delle banche italiane che stanno accelerando il loro ticchettio. Se infatti è stato fatto notare che l’aumento delle sofferenze “risulta ancora in linea con quanto verificatosi nelle precedenti fasi recessive dell’economia”, la riunione ha però confermato “la necessità di assicurare l’adeguatezza dei processi di individuazione e gestione dei crediti anomali e delle relative politiche di accantonamento”.

Tanto più che se le trimestrali diffuse la scorsa settimana dai big del credito italiano hanno in molti casi evidenziato un ritorno all’utile, tuttavia guardar bene i conti si capisce come non sia tutto oro quello che luccica e come non manchino elementi di criticità potenzialmente molto insidiosi. Si tratta in particolare dei crediti di difficile esigibilità, ossia prestiti già concessi che non possono più essere recuperati o possono esserlo solo in parte, che continuano ad aumentare e che i bilanci tendono a sottostimare.

Come rileva la Banca d’Italia il tasso di copertura, ossia il rapporto tra il valore dei crediti in sofferenza e quanto viene effettivamente riportato a bilancio, è in media del 37,7% contro un livello vicino al 50% che si registrava nel 2007. La copertura è un po’ più elevata, dunque più prudente, per le prime 5 banche italiane (40%) e tende poi a scendere di pari passo con la dimensione dell’istituto di credito fino a toccare il 25% delle banche minori. Per Unicredit e Intesa San Paolo è intorno al 46-48%, per Mps si scende al 41%, per Ubi al 30%.

Nei primi 9 mesi del 2012 Unicredit ha portato a casa 1,4 miliardi di profitti nonostante abbia alzato di 5 miliardi di euro l’ammontare di crediti che non rivedrà più o rivedrà solo in minima parte. Nello stesso periodo però i crediti deteriorati che pesano sulla banca hanno raggiunto quota 80 miliardi di euro, un balzo di 10 miliardi in un solo anno. A sua volta Intesa San Paolo, ha guadagnato nello stesso periodo 1,6 miliardi e ha messo in bilancio rettifiche sui crediti per 3,5 miliardi il 48% in più dell’anno prima. Il gruppo Monte dei Paschi, grande malato del settore bancario italiano, ha chiuso invece il periodo gennaio-settembre con una perdita di 1,6 miliardi e ha alzato da 830 milioni a 1,3 miliardi il valore delle sue “sofferenze” sui crediti.

In periodo di crisi con aziende che falliscono, disoccupazione che aumenta e con un generale peggioramento della situazione economica è normale i crediti di sofferenza aumentino. Senza contare che molti grandi gruppi ci hanno messo del loro. Dalla FonSai su cui i Ligresti hanno scaricato un miliardo e 200 milioni di debiti, al crack San Raffaele di don Verzè da 1,5 miliardi di euro, passando per i 440 milioni di debiti lasciati in mano alle banche da Luigi Zunino e la sua Risanamento o i 3 miliardi di debiti che la Tassara di Roman Zaleski fatica a restituire nonostante la moratorie concesse.

Il problema è che l’incremento sta avvenendo a ritmi molto rapidi (+ 17% in un anno, secondo uno studio di Credit Suisse) e il settore immobiliare, sinora sostanzialmente immune, potrebbe a sua volta iniziare a creare problemi. La situazione rischia insomma di sfuggire di mano. Un’opera di pulizia dei bilanci c’è stata, soprattutto tra i più grandi, ma l’impressione è che si sia usato il “braccino corto” e che un po’ di polvere sia stata semplicemente nascosta sotto il tappeto.

Nelle scorse settimane la società Alix partners ha diffuso uno studio che mostra come le banche italiane dovrebbero incamerare ben 23 miliardi di ulteriori perdite se riportassero nei bilanci una fotografia realistica della situazione dei loro crediti dubbi. Come? Riportandoli nei bilanci con il loro effettivo valore di mercato, il cosiddetto “fair value”. Facile immaginare che in tal caso gli utili sbandierati con gli ultimi bilanci non sarebbero altro che un effetto ottico.

Oltre a questo c’è un altro elemento ancora più pericoloso. Sinora il mercato immobiliare italiano ha retto. Nulla a che vedere con quanto accaduto ad esempio in Spagna dove il crollo dei prezzi delle abitazioni ha massacrato i bilanci delle banche nazionali (se un cliente a cui è stato concesso un mutuo smette di pagare, la banca si impossessa della casa, ma se poi la rivende a un prezzo inferiore al valore del mutuo concesso incamera comunque una perdita).

Tuttavia qualche scricchiolio inizia a farlo sentire anche “il mattone” italiano. Secondo Banca d’Italia il 75% degli agenti immobiliari dichiara che i prezzi stanno scendendo e nel terzo trimestre 2012 il 44% di loro non è riuscito a vendere neppure un appartamento. Le banche italiane sono esposte sul settore immobiliare per circa 660 miliardi di euro e sempre Alix partners calcola che vista l’attuale evoluzione del mercato da qui potrebbero arrivare altri 9 miliardi di perdite. Una stima che viste le ultime indicazioni che arrivano dal mercato potrebbe risultare ottimistica.

Ultimo aspetto da tenere in considerazione è che i profitti ottenuti delle grandi banche italiane non vengono dalla classica attività bancaria (raccolgo risparmi e presto soldi incamerando la differenza di interessi) ma derivano in larga misura dall’attività di negoziazione. Vale a dire dalla compra vendita di titoli, Btp in primis. Si fa insomma sentire l’effetto del prestito Bce.

Le banche italiane hanno infatti ottenuto da Francoforte al tasso dello 0,75% circa 250 miliardi di euro e parte di questa somma è stata prontamente reinvestita in titoli di Stato italiano. Una mossa che ha contribuito a ridurre lo spread italiano e che sinora ha fruttato per di più guadagni significativi visto che il valore dei buoni del tesoro è aumentato. Unicredit ha ad esempio visto i profitti da trading balzare dagli 864 milioni del 2011 a quasi 2 miliardi e 100 milioni di quest’anno. Intesa San Paolo ha raddoppiato il valore di questa voce passata da 750 milioni a 1,5 miliardi. Troppo bello e troppo facile perché possa durare.

 

Articolo ripreso dal sito ilfattoquotidiano.it

Investire nel titolo Montepaschi

Prosegue la querelle intorno a Rocca Salimbeni. È stato convocato per il prossimo 6 febbraio il cda di Montepaschi per l’esame finale delle posizioni “a rischio” emesse negli ultimi anni dalla banca. Si tratta di una “revisione dei conti” in linea con le analisi condotte a partire dallo scorso ottobre da Eidos e Price Waterhouse & Coopers che prevedono per l’istituto oneri nell’ordine di 550 milioni di euro (300 per Santorini e 250 per Alexandria).

Allo stesso tempo va avanti anche il botta e risposta sulle responsabilità in seno ai vertici dell’istituto senese in una vicenda in cui tutti sapevano e non c’erano (ma se c’erano dormivano). Insomma, le tre scimmiette di nipponica memoria si sono stabilite in Rocca Salimbeni e non resta che attendere gli sviluppi dal punto di vista finanziario e penale.

Sì perché mentre si indaga sulle responsabilità di una gestione sconsiderata, di un gioco di prestiti, derivati e bilanci truccati, c’è anche un filone dell’inchiesta aperto dalla magistratura senese relativo al «reperimento di risorse per l’acquisizione di Antonveneta e per finanziamenti alla Fondazione Monte dei Paschi, la comunicazioni agli organi di vigilanza, le operazioni sul titolo per alterarne il valore e, da alcune settimane, anche le operazioni in derivati» come riferito ieri dall’Ansa.

Infatti, stando alle carte, gli inquirenti avrebbero raccolto numerosi elementi relativi a condotte fraudolente messe in atto dall’amministrazione di Mps già nel 2007, condotte suffragate dalla necessità di reperire più di 10 miliardi necessari per l’acquisizione di Antonveneta che, all’epoca dei fatti, era in mano a Santander, aveva un valore stimato intorno ai 6 miliardi di euro, ma era stata acquisita da Mps per un controvalore di nove miliardi a cui si aggiungevano ulteriori spese che avevano fatto lievitare il prezzo. Insomma, un’operazione palesemente in perdita che serviva, però, alla banca di Siena a mantenersi liquida in un momento in cui voleva combattere sullo stesso piano di colossi al pari di Unicredit e Intesa Sanpaolo.

Intanto il panico inizia a serpeggiare tra i correntisti e, nei giorni scorsi, l’istituto ha deciso di utilizzare un mezzo di comunicazione diretto per acquietare gli animi.«In questi ultimi giorni le notizie che riguardano il Monte dei Paschi di Siena hanno generato una evidente preoccupazione. Abbiamo costantemente seguito gli articoli, i commenti e le impressioni che, dalle testate giornalistiche ai singoli utenti, hanno attraversato la rete e non possiamo non comprendere lo stato d’animo e gli interrogativi che vengono posti da più parti – scrive Mps sulla sua pagina ufficiale di Facebook –.

La Banca, dal Consiglio di Amministrazione a tutti i dipendenti, non smetterà di lavorare, non mostra alcun problema ed è in piena e normale operatività mentre il finanziamento oneroso dello Stato, garantirà l’adeguamento patrimoniale ai parametri richiesti. In questi giorni, sia l’Amministratore delegato Fabrizio Viola che il presidente, Alessandro Profumo, sono intervenuti su tutti i media per dare le risposte necessarie al chiarimento di ogni dubbio». Sarà, sapremo presto se le rassicurazioni sono bastate.

 

Articolo ripreso da professionefinanza.com

Impossibile investire senza il credito bancario

Nel 2012 i prestiti delle banche a imprese e famiglie sono diminuiti di quasi 50 miliardi di euro: questo significa che i 200 miliardi che il sistema creditizio ha preso  in prestito dalla BCE a condizioni agevolate è finito per lo più in titoli di stato italiani, investiti nel debito pubblico.
Lo rileva il Centro Studi Unimpresa, che di contro segnala l’aumento dei prestiti alla Pubblica Amministrazione:

  • prestiti bancari alla PA: aumentati di 3,1 miliardi (da 1982 a 1985 miliardi),
  • prestiti bancari alle imprese: scesi di 40,8 miliardi (da 914 a 873 miliardi),
  • prestiti bancari alle famiglie: scesi di 7,3 miliardi (da 618 a 611).

La stretta di gran lunga più rilevante è quella operata nei confronti delle imprese, mentre per quanto riguarda le famiglie, ecco come sono diminuiti i prestiti:

  • credito al consumo: -3,8 miliardi, il 6,06%,
  • mutui: -1,1 miliardi, lo 0,33%,
  • altre tipologie di prestito: -2,2 miliardi, l’1,21%.

Nel 2012 le banche italiane hanno usufruito di due operazioni di rifinanziamento della BCE (Ltro, long term refinancing operation) assicurandosi liquidità in più per 201,7 miliardi di euro a un tasso dell’1%. Di questi 200 miliardi, circa 140 sono stati usati per acquistare titoli di stato.

«Una fotografia che certifica come è nata la stretta al credito per imprese e famiglie», dichiara Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa, secondo cui «proprio in banca si è inceppato l’ingranaggio principale per sostenere la ripresa dell’economia: da una parte non viene sostenuta la piccola liquidità dell’impresa, che corre il rischio così di non poter onorare i pagamenti coi fornitori e, soprattutto, di non pagare gli stipendi ai lavoratori; dall’altra non viene concesso denaro alle famiglie e così si bloccano i consumi».

Secondo Unindustria, «proprio il credito deve essere, insieme con un piano per ridurre il peso del Fisco, il primo punto su cui deve intervenire il nuovo Governo nella prossima legislatura».

Il rapporto banca-impresa

Il calo dei prestiti alle imprese viene puntualmente registrato anche dalla Banca d’Italia: nel novembre 2012 flessione del 3,4%, il maggior calo percentuale dal novembre 2009. La variazione negativa prosegue da sette mesi.

E il sentiment delle aziende nei confronti del sistema del credito è negativo. Secondo l’indagine sul rapporto banca impresa di Unindustria Bologna, il voto che gli imprenditori danno al sistema bancario è di poco superiore alla sufficienza. A pesare su questi giudizi è probabilmente la difficoltà di accesso al credito: il 6,8% delle imprese ha ricevuto un rifiuto da parte delle banche (nel 2010 era stato il 4,6%). Più penalizzate le PMI.

Le aspettative delle imprese

Secondo l’ultimo bollettino statistico della Banca d’Italia, dicembre 2012, le imprese sono pessimiste sulla situazione economica. Sale al 41,9% (dal 37,1 di settembre) la percentuale di imprenditori secondo i quai nei prossimi tre mesi, dunque entro marzo 2013, le condizioni economiche in cui operano le imprese peggioreranno. Scende al 545 (dal 57%) il numero di coloro che si aspettano una sostanziale stabilità, e scende anche, al 3,9% (dal 5,8%), il già esiguo gruppo di chi invece vede un miglioramento.

E il pessimismo riguarda anche le previsioni su come si evolverà sempre nel trimestre, la situazione del credito: sale il numero di aziende convinte che la liquidità sarà insufficiente (al 28,6% dal 24,8) e aumentano le imprese che segnalano condizioni peggiorate nell’accesso al credito, (30,5% dal 26,1%).

 

Articolo ripreso dal sito pmi.it