Altri due anni difficili per investire nelle banche italiane

La raccolta delle banche ha superato i prestiti concessi. E’ questa la fotografia scattata da Bankitalia nel report “principali voci dei bilanci bancari”, con i dati riferiti al mese di novembre. Nel dettaglio, a novembre 2012 il tasso di crescita dei depositi del settore privato ha accelerato al 6,6% annuo dal 4,7% di ottobre 2012 (-0,8% a novembre 2011).

Sempre a novembre 2012, il tasso della raccolta obbligazionaria è stato pari al 10,6%, in lieve flessione rispetto all’11,9% del mese precedente (al 6,5% annuo a novembre 2011). Dal lato degli impieghi, i prestiti al settore privato hanno registrato una contrazione dell’1,5% su base annua (-1% nel mese precedente, +3,5% a novembre 2011).

I prestiti alle famiglie sono, invece, diminuiti dello 0,3% (-0,1% a ottobre 2012, +3,9% a novembre 2011). I tassi d’interesse sui finanziamenti erogati nel mese alle famiglie per l’acquisto di abitazioni sono rimasti stabili al 4,05% (4,06% a ottobre); quelli sulle nuove erogazioni di credito al consumo sono invece diminuiti al 9,49% (9,65% a ottobre).

Male anche i prestiti alle società non finanziarie: -3,4% (-2,9% a ottobre 2012, +4,3% a novembre 2011). I tassi d’interesse sui nuovi prestiti alle società non finanziarie di importo inferiore a 1 milione di euro sono stati pari al 4,49% (4,51% nel mese precedente), mentre i tassi sui prestiti di importo superiore a tale soglia sono stati pari al 3,06% (3,02% a ottobre).

Segnali di ripresa nel settore del credito arrivano invece dal mondo agricolo dove, secondo un’analisi condotta dalla Coldiretti, nel mese di novembre 2012 i prestiti concessi alle imprese sono cresciuti del 2% rispetto allo stesso mese di un anno prima, andando in controtendenza rispetto all’andamento generale.

“L’ammontare complessivo del credito al settore agricolo”, ha sottolineato la Coldiretti “è pari a 43,2 miliardi di euro ma va segnalato un aumento del credito a breve a scapito di quello di lungo periodo”. Maggiori difficoltà di accesso si registrano per le imprese condotte da giovani under 30 che oggi hanno la metà delle possibilità di ottenere finanziamenti rispetto alle aziende adulte.

Infine, sempre a novembre 2012, il tasso di crescita sui dodici mesi delle sofferenze è rimasto pressoché invariato al 16,7% dal 16,6% del mese precedente. Al momento il comparto bancario performa bene a Piazza Affari, con lo spread a quota 260 punti base. Tra le migliori si segnalano Intesa Sanpaolo (+3,69% a 1,491 euro), Mediobanca (+2,95% a 5,415 euro) e Banco Popolare (+2,95% a 1,536 euro).

Kepler oggi in un report sulle banche italiane ha detto che continua a preferire Intesa Sanpaolo (target price rivisto da 1,65 a 1,85 euro) che insieme a Mediobanca (target price da 5,7 a 6 euro) è coperta con un rating buy. Mentre, dopo il recente rally delle azioni, Unicredit e Bper sono state downgradate da buy a hold.

Sulle banche italiane Kepler ha confermato le sue stime e alzato i target price in media del 15% sulla base di un aggiornamento mensile dei portafogli di investimento, di una riduzione del coe (di 40 punti base al 9,2%) e del modello di rollover. Sulla base dei nuovi target price, i titoli delle banche italiane dovrebbero essere scambiati a sconto del 38% rispetto al capitale di base previsto per il 2012 (contro il 45% sulla base di capitalizzazione di mercato), a 9,9 volte il p/e netto stimato per il 2014 e dovrebbero offrire un margine di apprezzamento del 12%.

Per Kepler il 2013 sarà un altro anno difficile per le banche italiane, in termini di condizioni di business con la redditività che resterà modesta. Tuttavia, piuttosto che per la loro redditività a breve termine, i titoli delle banche italiane continueranno a essere guidati dalla progressiva riduzione del rischio Paese e dalla loro capacità di difendere i livelli adeguati di coefficienti patrimoniali e di liquidità.

Nell’aggregato le stime di Kepler prevedono per il 2011-2014 un tasso composito annuo di crescita dello 0,4% per i ricavi, del -2,2% per i costi e del -4,6% per gli accantonamenti per le perdite su crediti, portando dunque a un tasso di crescita medio annuo del 36% degli utili rettificati e a un tasso di crescita del 6% del rendimento netto sul capitale core 2014 (2,8% nel 2012), assumendo un core tier 1 del 10,9%.

 

Articolo ripreso dal sito milanofinanza.it

Le banche italiane non riescono ad investire nelle piccole e medie imprese

Lo hanno sempre fatto, ma mai come oggi le banche fanno pesare il loro giudizio sulle piccole e medie imprese. Un giudizio che determina la volontà di continuare a concedere credito, la quantità del credito, la durata e le garanzie necessarie per averlo. Un giudizio che, ribadito mille volte, si sintetizza in un numero o un codice che esprime la valutazione del modello di rating usato dalla banca. In questo senso il manico del coltello sta sempre dalla parte del fornitore (di credito) e sembra rovesciarsi soltanto quando la situazione è compromessa al punto che il problema è della banca che deve recuperare con fatica il credito concesso.

Come tutti i fornitori di servizi anche le banche dovrebbero imparare a farsi giudicare dalle imprese per capire cosa va bene e cosa dovrebbe cambiare. Non è che non ci siano gli strumenti, sono molte le banche che fanno indagini presso i propri clienti sulla loro soddisfazione, ma sono troppe quelle che non vogliono guardare in faccia i risultati e tirano conclusioni affrettate gettandosi alle spalle un prezioso investimento per evitare di cambiare.

Unicredit è una delle banche italiane che per prima ha dato un senso e un valore alla customer satisfaction, spende molti denari in indagini annuali e cerca di inserire il grado di soddisfazione dei clienti anche nei sistemi premianti del suo personale. E’ così trasparente da pubblicare i risultati di alcune indagini e renderle disponibili a tutti. Lo ha fatto anche nella sua recente pubblicazione focalizzata su micro e piccole imprese, l’Osservatorio Piccole Imprese 2012. Non si è messa completamente a nudo pubblicando i dati della ricerca su cosa pensano le PMI delle banche, i dati sono riferiti al sistema bancario, non a Unicredit, ma sono dati comunque interessanti per osservare quanto ancora sia lontano il modello di servizio verso le PMI da un livello accettabile.

 

Sono solo 2 su 10 le piccole e medie imprese che giudicano positivamente i servizi offerti dalle banche. La definizione ‘normali’ non può appartenere, qualsiasi sia la scala, a livelli di eccellenza e soddisfazione e inoltre tra il 30% e il 40% da un giudizio completamente negativo. Cominciamo a dire che non esistono altri settori, ad eccezione di quello assicurativo, con questi tassi così elevati di insoddisfazione.

 

Un terzo delle PMI intervistate pensano che le banche non capiscono proprio le prospettive future e la metà da un giudizio di normalità, che a mio parere in questo momento storico è nuovamente insufficiente. Eppure è proprio questa capacità di giudizio che può permettere al sistema bancario di selezionare chi ‘ce la fa’ da chi non ha prospettive, come l’ex banchiere Passera, il governatore Visco e altri con loro hanno più volte sottolineato per giustificare la stretta creditizia in atto.

Senza questa capacità di guardare nel futuro, la selezione delle PMI rischia di essere gravemente viziata dalle cicatrici che la crisi ha lasciato sui bilanci, aggravata oltretutto dall’aumento dei costi di finanziamento partiti dalla fine del 2011.

Organizzazione sbagliata

Se volete sapere cosa ne penso di questo quadro (che in fondo non sorprende nessuno) da ex-bancario, vi darò un’opinione precisa e rivoluzionaria.

L’errore che conduce a questi risultati insoddisfacenti per un intero settore bancario è nel modello organizzativoLa separazione storica –e sempre richiesta dall’autorità di vigilanza– tra rete commerciale e funzione crediti, la distanza tra vendite e marketing da un lato e crediti dall’altro non ha alcuna logica in un’attività  rivolta alle imprese nella quale il credito pesa forse per l’80% nel giudizio di qualità del cliente e quindi nel servizio.

Fare credito e vendere servizi alle imprese sono la stessa cosa, oppure se vi piace di più sono due facce della stessa identica medaglia. Invece nelle banche ci sono responsabili commerciali e responsabili crediti, normalmente si parlano troppo poco, hanno obiettivi diversi e non condivisi; così uno va a destra e l’altro tira a sinistra e il CEO crede che questa ‘tensione organizzativa’ sortisca il migliore bilanciamento tra ricavi e rischi. E’ una vera sciocchezza.

Chi può sostenere che chi ‘vende’ crediti non possa essere buon giudice del rischio? Certo non tutti i bancari, ma alcuni di loro potrebbero coprire benissimo entrambe le responsabilità. Vendere ‘male’ il credito ha sempre un ritorno negativo; è necessario misurare i risultati nel medio periodo e non i risultati di un solo anno.

Di sicuro i responsabili commerciali non hanno mai avuto la possibilità di modificare la complessità dei processi di credito (tempi, procedure), per adattarli alla domanda dei loro clienti, ma solo obblighi di raggiungere budget di vendita e una generica responsabilità di non prendere rischi e perdite indebite. Questo non ha impedito di vendere male derivati e mutui, a quanto pare.  Il processo del credito è rimasto proprietà indiscussa dell’area crediti che, pur preparatissima su aspetti tecnici e legali, ha un vizio di origine: non vede quasi mai i clienti. Giudica sulla base di carte e numeri, non è interessata alla soddisfazione della clientela in base agli obiettivi che ha ricevuto (minimizzare il rischio).

Solo riunificando in capo a un’unica responsabilità credito e vendita potranno verificarsi seri miglioramenti nel processo di credito, inclusa la possibilità di giudicare il futuro di un’impresa, e pesarlo almeno quanto il passato, cosa che oggi -non me ne vogliano tutti coloro che si occupano di credito e modelli di rating- è solo una chimera o una dichiarazione d’intenti senza fatti concreti nella stragrande maggioranza dei casi delle piccole e medie imprese.

Cambiate organizzazione, mettete sul tavolo di una sola persona la responsabilità di fare bene il credito e di dare allo stesso tempo servizi e risposte alla clientela e le cose cambieranno. Forse anche la Banca d’Italia rinuncerebbe alla sua richiesta storica di indipendenza delle due funzioni che, almeno a quanto si vede dagli ultimi bilanci del sistema bancario, non ha sortito grandi effetti comunque. Il problema non è separare le funzioni, ma piuttosto trovare i manager all’altezza del compito, bravi a intrattenere relazioni con le imprese e quindi bravi a giudicare le imprese e il rischio prospettico, perché le due cose sono intimamente collegate. Non ci può essere una relazione commerciale a prescindere da un giudizio sul rischio, condiviso e discusso con il cliente  e questo oggi avviene pochissimo con le PMI.

 

Articolo ripreso dal sito linkerblog.biz

Investire nelle banche quando fanno le assicurazioni e’ conveniente

Parola d’ordine: diversificare le attività e avvicinare i consumatori in modo nuovo. Accade a tutti i livelli, e il settore assicurativo non fa eccezione. Lo avrà notato chi nell’ultimo anno, recandosi presso la propria banca, è stato informato della possibilità di sottoscrivere la polizza Rc Auto direttamente in filiale.

È solo l’ultimo passo di un percorso più ampio, iniziato negli anni ’90. Quando cioè il concetto di “bancassicurazione” è stato importato dalla Francia, a indicare le nuove strategie degli istituti di credito per affrontare un mercato più articolato e non sempre facile da affrontare. Da qui la scelta di proporre un portfolio di prodotti più ampio e occuparsi di assicurazioni operando soprattutto sui rami Vita e Previdenza.

Il debutto della bancassicurazione è stato accolto senza troppi entusiasmi. Poi, anno dopo anno, lo scenario è cambiato e oggi questo nuovo canale distributivo riscuote non poca fiducia. Per esempio, le previsioni per il 2013 indicano che la quota di mercato della distribuzione bancaria di polizze Danni sarà pari all’8% del totale: solo tre anni fa superava a stento il 2%.

Da un anno a questa parte l’offerta si è allargata alle assicurazioni Rc Auto, con ben otto istituti di credito a utilizzare i propri sportelli come canale di distribuzione polizze, affidandosi soprattutto a prodotti semplici, immediati da capire e abbinati a prodotti bancari come il finanziamento dell’auto o il mutuo della casa. Nel caso della Rc Auto, a questo si aggiungono il premio rateizzato mensilmente, gli sconti e magari qualche coupon che dà diritto a sconti sull’acquisto di carburante. Un tema, quest’ultimo, molto sentito e di sicuro impatto sul cliente finale.

Il modello non è esente da critiche. La convenienza c’è, ma riguarda la diversa rateizzazione del premio, la possibilità di abbinare alla polizza auto servizi aggiuntivi. I prezzi della polizza rimangono quelli di mercato. Le banche hanno scelto la strada dei prodotti assicurativi perché la mera gestione del credito è un’attività sempre meno redditizia, senza considerare che il mercato sta cambiando a una velocità incredibile. Molto meglio, allora, differenziare le attività e aggredirlo da più parti. Per non dire del fattore fidelizzazione del consumatore finale. A ben veder, anche il conto corrente sta cambiando faccia e da “luogo” dove mettere i propri risparmi sta diventando sempre più “porta d’accesso” per tutta una serie di servizi, dalla domiciliazione delle bollette al mutuo. Passando magari per la polizza vita o Rc Auto.

Le banche dovrebbero fare le banche – dicono alcuni – e occuparsi proprio di quegli aspetti di business che, per certi versi, paiono destinati a diventare solo uno dei servizi a bouquet. Per non parlare di specializzazione: un intermediario assicurativo deve seguire un preciso iter formativo e di aggiornamento (esame di Stato compreso) per esercitare la professione. Il dipendente dello sportello bancario non ha questi obblighi, né vincoli con il codice deontologico di categoria.

Che poi tutto ciò interessi al consumatore finale, è cosa da dimostrare. L’attuale contrazione della capacità di spesa fa sì che una delle principali leve per la sottoscrizione di una polizza Rc Auto sia il prezzo. Si cerca il risparmio: per questo è molto importante avere un’idea chiara dell’offerta e poter confrontare preventivi diversi. Non è un caso se il vero boom di questi anni lo hanno registrato i comparatori online.

Tornando al rapporto tra banche e assicurazioni, per il consumatore una maggior concorrenza è sempre un vantaggio in termini di prezzo e offerta. E’ importante ricordare che il canale assicurativo garantisce maggior specializzazione di quello bancario, ma lo è altrettanto non cadere in battaglie corporative e di retroguardia.

Il nuovo mercato assicurativo italiano si sta costruendo attorno a tre grandi pilastri. Le assicurazioni tradizionali; le assicurazione online, che si possono definire “low cost” in quanto puntano ad abbattere i costi di gestione delle pratiche. Poi ci sono le banche, che mirano a far crescere il ramo Danni e possono fornire qualche punto di margine grazie al più basso rapporto tra premi e sinistri e a un sistema contenuto di spese di gestione. Dalla loro, inoltre, hanno la possibilità di fornire prodotti integrati, ma non hanno la specializzazione e l’esperienza delle compagnie assicuratrici.

A mettere ordine in questo scenario articolato ci sono i comparatori online, sempre più faro delle scelte del consumatore. Permettono trasparenza, una chiara visione delle offerte a disposizione e quindi un sensibile risparmio. Proprio per questi motivi sempre più italiani li utilizzano come guida alla Rc Auto più adatta alle loro esigenze.

 

Articolo ripreso dal sito pmi.it

Le banche devono diminuire i dipendenti per poter ricominciare a investire

Il giochetto fino a oggi ha funzionato. E di certo è stato utile per lasciarsi alle spalle il tratto più buio del tunnel della crisi. Per le banche, ora però, è arrivato il momento di fare i conti con la polvere accumulata sotto il tappeto.

I soldi facili, quelli del trading sui titoli di Stato grazie ai prestiti della Banca Centrale Europea a tassi bassissimi, non possono essere un modello per il futuro. E’ l’ora di tornare a fare le banche. Dunque ristrutturare il settore. Un processo che potrebbe essere non semplice e anche doloroso. E’ questo il messaggio che il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, avrebbe consegnato oggi, lunedì 19 novembre, durante l’incontro con i cinque principali banchieri italiani, Alberto Nagel di Mediobanca, Federico Ghizzoni di Unicredit, Tommaso Cucchiani di Intesa, Fabrizio viola numero uno del Monte dei Paschi di Siena, Victor Massiah, Consigliere delegato di Ubi banca, Francesco Saviotti del Banco Popolare, oltre a Giuseppe Mussari, presidente dell’Abi, l’associazione delle banche.

Durante l’incontro, secondo fonti della Banca d’Italia, sarebbe “emersa la necessità di proseguire con decisione nei processi di ristrutturazione aziendali volti al contenimento dei costi fissi anche mediante interventi di razionalizzazione delle reti distributive”.

Il punto, spiegano le stesse fonti, è che “alla flessione della dinamica del credito all’economia si accompagna il peggioramento delle condizioni finanziarie delle imprese e, in misura più contenuta, delle famiglie”. Il quadro è preoccupante. A mitigarlo è per ora “l’assenza di segnali di marcata sopravvalutazione del comparto immobiliare e la solidità della base di raccolta al dettaglio”.

Ma il fatto che il prezzo delle case non sia crollato e che il risparmio degli italiani ancora tenga, non può far dormire sugli allori. Visco avrebbe sottolineato ai banchieri alcuni passaggi del Rapporto sulla stabilità finanziaria, diffuso la scorsa settimana da Bankitalia.

La crescita fatta registrare dal complesso delle partite anomale (sofferenze, crediti ristrutturati, partite incagliate, esposizioni scadute) del sistema bancario italiano sta crescendo rapidamente, anche se “risulta ancora in linea con quanto verificatosi nelle precedenti fasi recessive dell’economia”. Nella riunione è stato chiesto “di assicurare l’adeguatezza dei processi di individuazione e gestione dei crediti anomali e delle relative politiche di accantonamento”.

C’è un motivo. In un primo giro di ispezioni nei confronti delle banche, Via Nazionale aveva dovuto riclassificare a sofferenza quasi il 20 per cento dei crediti esaminati. Insomma, sui crediti di difficile esigibilità le banche devono essere trasparenti. Banca d’Italia non farà più sconti.

Ma la pulizia nei crediti è solo una parte. L’altra, la più importante, riguarda la razionalizzazione degli sportelli degli istituti. Che significa non solo taglio delle agenzie, ma anche di personale. L’Abi, qualche tempo fa, aveva prodotto uno studio che dimostrava come in Italia ci fosse un rapporto di 57 sportelli ogni 100 mila abitanti, contro i 17 dell’Olanda, i 20 del Regno Unito e i 21 della Svezia. Più dell’Italia ne hanno solo Francia, Portogallo e Spagna.

Troppi sportelli, troppo personale. Al tavolo tra sindacati ed Abi si sta già discutendo di chiuderne 3 mila, che significa 20 mila esuberi. In realtà dopo gli incontri con i rappresentanti delle banche il numero sarebbe cresciuto fino a 35 mila. Nessuno ha confermato, ma la situazione è tutt’altro che semplice. L’operazione di razionalizzazione, comunque, per Visco è diventata quasi un mantra. Le banche devono tagliare i costi per recuperare redditività.

Quanto sia profonda su questo punto la crisi, è stata sempre l’Abi a riassumerlo. Nel 2010 il ritorno medio sul capitale investito nelle banche è stato del 3%, nel 2007 era al 10%. Quello del 2011 è sceso quasi a zero. Si aspettano i dati del 2012, ma senza grande ottimismo. Bisogna quindi rimettersi in carreggiata. I tagli, dolorosi, saranno necessari. Ma i sacrifici dovranno essere per tutti. Per i soci, innanzitutto. Le banche dovranno restituire meno dividendi e mettere più capitale a riserva.

Ma anche per i top manager. Nei giorni scorsi Visco ha chiesto agli istituti di comunicare entro la fine di questo mese i nominativi di tutti i manager dipendenti dei gruppi che guadagnano oltre un milione di euro. I compensi milionari dovranno essere rivisti. Senza queste misure sarebbe difficile far digerire piani di esuberi draconiani.

 

Articolo ripreso dal sito ilfattoquotidiano.it

Investire in Unicredit presenta molti rischi nel 2013

Nei giorni in cui usa commemorare i defunti, il dibattito finanziario italiano si è avviluppato sulla fantasia di un’ammucchiata bancaria: Unicredit più Intesa meno la parte italiana di Unicredit. Una trovata di cui nessuno si è voluto assumere paternità, forse per non farsi ridere dietro da mezzo mondo (analisti, investitori, concorrenti, regolatori, governi esteri, Unione europea).

Come indiziato numero uno è stato indicato Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit in quota Fondazione Crt, nel cui entourage pare sia nata l’idea allo scopo di contrastare lo spettro delle scalate estere (i barbari alle porte sono sempre un buon argomento). Palenzona ha però smentito in modo drastico: «Fantasie senza limiti, totalmente irrealizzabile, fuori da ogni senso reale, industriale, finanziario». Insomma, una cosa invereconda che sta a un’idea industriale come il bunga bunga a una cena elegante.

A questo punto poco importa chi abbia partorito l’idea: vista la rozzezza, sicuramente uno che pensa che gli investitori internazionali che hanno finanziato una buona metà dell’aumento di capitale da 7,5 miliardi di dieci mesi fa si possano trattare come è stato fatto con gli investitori di minoranza di FonSai.

Dunque, tanto rumore per nulla, come ha detto Enrico Cucchiani, a.d. di Intesa Sanpaolo? Forse no. L’ammucchiata virtuale ha fatto abbastanza baccano da coprire un fatto concreto: il 30 ottobre Unicredit ha rilasciato un profit warning.

Zitti zitti, senza fare rumore, come usa in Italia quando le notizie sono spiacevoli. Al più si telefona agli analisti e gli si fa capire che le loro attese sono troppo alte. Così facendo “si guidano le aspettative del mercato” e si spinge verso il basso il consensus, ossia la media delle previsioni degli analisti sulle principali voci di conto economico.

Poi, quando usciranno i risultati, si dirà: risultati in linea con le attese, bravi. Altrove usa che se prevedi di realizzare risultati di molto inferiori alle aspettative lo comunichi ufficialmente: chiamasi profit warning, allarme sugli utili. E solo allora gli analisti di mercato riformulano le loro stime e le quotazioni scendono, senza che sia necessario gridare al-lupo-al-lupo contro gli speculatori cattivi.

Proviamo dunque a colmare la lacuna. Il 3 maggio 2012 Unicredit ha pubblicato il consensus calcolato sulle stime di 24 analisti finanziari: ricavi per 26.313 milioni, risultato operativo netto per 5.014 milioni, utile lordo 4.413 milioni, utile netto 2.041 milioni. Il 30 ottobre arriva invece il consensus aggiornato: ricavi per 25.527 milioni, risultato operativo netto 3.550 milioni, utile lordo 3.361 milioni, utile netto 1.347 milioni. Si tratta di un ritracciamento al ribasso che sfiora il 30% sul risultato operativo netto e arriva al 34% sull’utile netto.

È implicito che i dati della terza trimestrale, in uscita il 14 novembre, e dell’ultimo trimestre saranno molto magri (nel primo semestre sono stati già realizzati utili per 1,1 miliardi). Per il 2013 la revisione al ribasso dei risultati attesi di Unicredit è ancora più netta: -5% sui ricavi, meno 31% sul risultato operativo netto (da 5.938 a 4.081 milioni), meno 43% sull’utile netto (da 2,78 a 1,58 miliardi). Il profit warning è concreto ma silenzioso, la “bunga bunga bank” virtuale ma rumorosa. Hai voglia a gridare contro gli scalatori.

Di barbari non ce ne sono più, anche se quella gente era una soluzione per chiudere gli occhi sulla realtà: se va bene il dividendo sarà intorno a 6 centesimi per azione contro gli 11 cent previsti in media a maggio. Perciò, come ha detto l’amministratore delegato Federico Ghizzoni, occorre «andare avanti per la nostra strada». Già, ma dove porta la strada di Unicredit?

 

Articolo ripreso da linkiesta.it