Investire con Goldman Sachs

Per Goldman Sachs il 2011 sarà ricordato come l’anno del cambiamento. Non solo ha dovuto registrare continue perdite derivanti dall’investment banking, il suo core business tradizionale, ma ha anche vissuto una vera e propria fuga di cervelli. La banca statunitense, come riporta la Securities and exchange commission (Sec), l’authority di vigilanza finanziaria statunitense, ha perso oltre 40 executive nel corso del 2011.

I partner presenti a inizio anno erano 483, ma la Sec ha evidenziato che al 31 dicembre scorso questi sono diminuiti fino a 442. Due pezzi da novanta di Goldman Sachs, David Heller e Edward Eisler, entrambi numeri uno della divisione Securities trading, hanno deciso di uscire dalle scene, pur restando nell’orbita della banca tramite un contratto di consulenza. In dicembre se n’era andato anche Edward Forst, condirettore della divisione Investment Management del gruppo, lasciando la GS Tower in Lower Manhattan. E per il 2012 si attendono nuovi addii, dato che nel luglio scorso il gruppo ha annunciato tagli al personale per circa 1.000 unità. L’età dell’oro degli uomini d’oro di Wall Street è forse finita?

Lloyd Blankfein, amministratore delegato di Goldman Sachs, aveva lasciato intendere che il vento è cambiato. Due mesi fa, come spiegano diverse fonti bancarie, Blankfein inviò una mail ai suoi collaboratori più vicini, al suo “Inner circle”. C’era spiegato che non sarebbe stata tenuta la consueta festa di Natale nella sede di New York. Non per tutti, almeno: in questo modo, c’era lo spazio operativo per festeggiamenti più intimi, più sobri. Come nel 2009, anche l’anno scorso l’austerity ha colpito la regina di Wall Street.

Del resto, in luglio la società aveva annunciato il nuovo piano di ristrutturazione aziendale, subito dopo la presentazione della trimestrale, peggiore rispetto alle attese. David Viniar, direttore finanziario di Goldman Sachs, spiegò che la banca doveva tagliare circa 1.000 unità lavorative. Una cifra utile a risparmiare 1,2 miliardi di dollari. E questo fenomeno, nuovo per la banca simbolo di Wall Street, sia in positivo sia in negativo, sta andando avanti.

A inizio 2011 la banca ha deciso di chiudere la divisione Global Macro proprietary trading, un fatto che ha lasciato sgomenti molti esperti del settore. Composto da 8 persone, questo segmento di Goldman Sachs era una delle parti fondamentali del gruppo. «È uno dei nostri fiori all’occhiello, il suo compito è quello di essere un faro nel mondo della finanza», disse Viniar nel 2007.

Ora la luce si è spenta. Analoga la storia del Global Alpha Fund, altro punto focale delle attività di Goldman Sachs. L’annuncio della chiusura del fondo, circa 1,6 miliardi di dollari di asset, è stata data lo scorso 16 settembre. In molti, come la rivale J.P. Morgan, hanno visto in questa scelta una presa di coscienza di un nuovo corso della finanza. Molto probabilmente è così.

I motivi di questo appannamento sono molteplici. Uno dei più evidenti è il giro di vite compiuto dall’amministrazione Obama a seguito del crac di Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008. Con la riforma dettata dal Dodd-Frank Act, che di fatto limita le possibilità alle banche d’investimento di effettuare il proprietary trading, ovvero la negoziazione per conto proprio, molte società si sono ritrovate a doversi reinventare. Non ha giovato nemmeno il fallimento di MF Global, uno dei maggiori broker sui derivati finanziari, collassato nello scorso autunno dopo aver spinto troppo l’acceleratore sul debito sovrano europeo, poi avvitatosi.

L’altra ragione è da ricercare nel processo di deleveraging, ovvero riduzione degli asset. Da quando è fallita Lehman Brothers il sistema bancario americano ha dovuto fare i conti con i problemi da lui stesso creati. Le banche Too big to fail, troppo grandi per fallire, sono ancora oggi la consuetudine.

La rilevanza sistemica di questi istituti bancari che non solo comprendono attività bancarie, ma anche assicurative e creditizie, è diventata uno dei temi più caldi nel mondo accademico (e non) mondiale. Gli stessi banchieri si sono resi conto, seppur in ritardo, di aver creato dei giganti dai piedi d’argilla, troppo deboli in caso di shock multipli, come ha evidenziato il caso di Lehman Brothers. Ecco quindi che è, seppur in modo graduale, si sta portando avanti un programma di riassestamento degli equilibri. Istituti di credito con un leverage, cioè il rapporto fra capitale di base e capitale investito, di 1 a 35 come era per la banca di Dick Fuld stanno riducendo questi valori. Sia in America sia in Europa l’età dell’Arcadia della finanza sta necessariamente subendo un freno rispetto al recente passato.

Il 2012 sarà all’insegna di questa tendenza, quella del deleveraging. Secondo un altro colosso del sistema bancario statunitense, Morgan Stanley, questo processo costerà fra i 1.500 e i 2.500 miliardi di euro, solo per le banche europee. Fra diminuzione degli attivi e delle esposizioni, l’universo bancario sarà costretto a una correzione di marcia rispetto al periodo d’oro vissuto fino al 2006, quando scoppiò la bolla del mercato immobiliare americano, imbottito di mutui subprime.

Foraggiata dal credito facile, Wall Street è cresciuta a dismisura, prendendosi rischi che ora non possono più essere presi. Oggi, dopo 5 anni di violenta crisi finanziaria, non ci sono più margini per queste tendenze. E le mosse di Goldman Sachs testimoniano quanto sia vero che qualcosa è cambiato.

 

Articolo ripreso da linkiesta.it

Il debito pubblico italiano ritorna a livelli pericolosi nei confronti del Bund

181, 237, 4,741%. Questi erano tre valori che, il 3 gennaio del 2011, ci facevano dormire sonni (più o meno) tranquilli. Si tratta di spread Btp/Bund, CDS e rendimento dei Btp decennali, parole che nel corso degli ultimi dodici mesi abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene. Non a caso, dopo oltre un anno, fa stupore leggere i dati di oggi. Numeri che somigliano a quelli che aveva l’Irlanda poco prima di capitolare e chiedere l’aiuto della comunità internazionale.

Se fino a fine aprile non c’erano avvisaglie, da inizio maggio è stato un declino esponenziale. Il contagio della crisi dell’eurodebito ha spazzato l’Italia con una furia impressionante. Prima i Money market fund (Mmf) hanno iniziato a ritirare la liquidità dall’Europa, poi l’Italia è stata oggetto delle coperture delle banche di mezzo mondo, che hanno ridotto velocemente le propria esposizione sui titoli di Stato italiani.

Più saliva la tensione politica, più calava la liquidità, lasciando gli istituti di credito italiani a secco. E via andare. Con questo passo, l’Europa si è trovata presto ad affrontare una criticità imprevista e di difficile gestione. Andato via Silvio Berlusconi e arrivato Mario Monti, il sentiment degli investitori è cambiato, ma non di molto. Di contro, è mutata la consapevolezza della crisi negli italiani.

Quello che è certo è che l’Italia del 2012 dovrà fare i conti con questa nuova realtà. Dopo una serie di manovra economiche più focalizzate sull’austerity che su riforme e crescita, i due punti deboli dell’Italia per antonomasia, il Paese si è risvegliato spaventato. È la paura della recessione, i cui germi si possono già vedere da alcuni mesi, che sta aleggiando. È la paura di un’Europa sempre più debole e disunita. È la paura di un default sovrano, uno scenario che l’Argentina ha conosciuto esattamente dieci anni fa. Ma non è solo questo.

L’Italia sta prendendo coscienza che l’età dell’oro degli anni passati sta terminando. Come in tutti i processi economici, ci sono le fasi di espansione e quelle di contrazione. Amare e cavalcare le prime è molto più facile che digerire e resistere alle seconde. Eppure, questo è ciò che si deve fare.

Qualcosa è cambiato. L’Europa e l’euro ci hanno protetto dagli shock esogeni nel corso dell’ultimo decennio, ma ora non più. Gli investitori hanno perso la fiducia nell’eurozona in generale e nell’Italia in particolare. Farla ritrovare non sarà semplice.

 

Testo articolo ripreso da linkiesta.it

La BCE salva le banche europee con il LTRO

La nuova struttura per i prestiti del presidente della BCE Mario Draghi – le Operazioni di Rifinanziamento A Lungo Termine – ha aiutato ad allontanare il sistema finanziario da un’altra catastrofe del genere Lehman, ma non ha risolto i problemi fondamentali che hanno creato la crisi (squilibri di conto, flussi di capitale).

Il LTRO permette alle banche dell’UE di scambiare collaterali inaffidabili per ottenere prestiti illimitati a tre anni al tasso dell’1 per cento. La quasi metà di trilione di euro presa in prestito perpetua l’idea che le banche siano solvibili, fondamentalmente perché l’enorme quantità di asset a rischio che erano nei bilanci delle banche è stata trasferita al rendiconto patrimoniale della BCE. (La Fed ha realizzato un’operazione simile (QE1) quando acquistò 1,25 trilioni di dollari di titoli appoggiati sulle ipoteche dalle banche statunitensi nel 2009.)

Quindi, in questo momento il sistema bancario dell’UE è inondato di liquidità e il tasso che le banche pagano per prendere in prestito è calato di parecchio. Tutto a posto, giusto?

No. Anche se i tassi per i prestiti interbancari hanno toccato il minimo da dieci mesi (questo lunedì), le banche stanno ancora parcheggiando i soldi presi a prestito presso la BCE. Venerdì scorso, i depositi overnight alla BCE hanno fissato il nuovo record di 528 miliardi di euro, che sono 39 miliardi in più rispetto ai 489 miliardi che le banche hanno preso in prestito grazie al LTRO. Come è possibile?

Ciò significa che i soldi non vengono prestati ai consumatori e alle aziende come aveva predetto Draghi, ma vengono accumulati dalle banche per poter rinnovare i propri debiti e continuare a fare deleveraging per riuscire a ottenere i nuovi requisiti di capitale corrispondenti al 9 per cento.

Si tratta di uno specchietto per le allodole. Draghi sta solo iper-pagando asset che hanno perso gran parte del valore. Perché dovrebbe essere una cosa positiva? Pensate a quale potrebbe essere la reazione se la Fed dovesse avviare un programma simile per contrastare gli effetti della bolla immobiliare. Diciamo, il direttore della Fed Bernanke ha lanciato una struttura che sborserebbe la differenza di valore a ogni proprietario che ha perso soldi sul suo mutuo dal 2006 in poi. Pensate che ciò potrebbe ridurre il numero di famiglie angosciate e di case sgomberate?

Si, potrebbe. Ma la “gente comune” non ottiene benefici del genere. Si aspetta solo di fallire. Tutti i regali vanno a coloro che hanno già parecchi soldi. Questo è il LTRO. La BCE sta fornendo tonnellate di denaro a poco prezzo ai suoi amici su collaterali che non valgono i soldi che sta prestando.

È fondamentalmente quindi, un sussidio (fregatura). E la BCE sta tentando di nascondere quello che fa, asserendo che il mercato di finanziamento per le banche non sta funzionando come dovrebbe. O, con le parole del signor Draghi, [le preoccupazioni sul mercato delle obbligazioni governative] ha “portato a severi disturbi nel normale funzionamento dei mercati finanziari“.

Avete mai sentito una simile idiozia?

Quando i banksters gonfiano una bolla creditizia gigantesca che scoppia e annienta 8 trilioni di dollari di valore delle proprietà, nessuno dice che “il mercato non ha funzionato nel modo giusto“, perché siamo solo noi ad aver perso. Ma ogni qualvolta i banchieri sono in pericolo, arrivano le scuse.

Oh no, questo non può succedere“, si lamentano. “Il mercato non ha funzionato nel modo corretto.” Ma è una cosa priva di senso. Non c’è niente sbagliato nel mercato, stiamo parlando solo di acquirenti e venditori, non di qualche intricato meccanismo che richiede specialisti con le cartelle piene di appunti e il camice bianco.

Il problema è che nessuno sta comprando le stronzate che le banche vogliono vendere, perché questa rumenta ha perso gran parte del valore nell’ultimo anno. Di questo si tratta.

Ecco come funziona il sistema: le banche non riescono a guadagnare soldi da Joe Blow e dal suo compenso che versa ogni settimana quando gli arriva la busta paga. Oggi le banche si stanno rifinanziando grazie a enormi quantità di soldi sotto forma di fondi che devono poi parcheggiare a breve termine, mentre cercano di capire come possono investirle.

E quindi le banche emettono prestiti a breve termine abbinando i collaterali che hanno nei propri bilanci. Il mercato repo – quello di cui stiamo parlando – è solo un enorme e sregolato banco dei pegni.

Il problema che nasce inevitabilmente è che le persone che hanno tanti soldi (i manager dei fondi) diventano più riluttanti nel trattare con le banche quando comprendono che ci sia qualche dubbio sul valore reale dei collaterali offerti dalle banche.

Quindi queste saranno costrette a sborsare ancora più collaterali per ottenere la stessa quantità di denaro. È l’equivalente di un haircut, e ciò significa che le banche stanno perdendo sempre più soldi da ogni transazione. Allo stesso tempo è sempre più difficile per le banche reperire fondi con l’emissione di azioni o vendendo obbligazioni. Perché? Perché da questo momento in poi, tutti sanno che le banche sono sedute su un’enorme e fetente castello di immondizia finanziaria che nessuno toccherebbe con un palo lungo tre metri.

Ma ciò significa che il mercato non funziona correttamente?

No, in effetti il mercato sta funzionando a meraviglia. Gli investitori stanno facendo quello che fanno da sempre. Stanno separando il grano dal loglio, niente di più, niente di meno. È Draghi che sta distorcendo il mercato, pompando centinaia di miliardi di euro in una bolla obbligazionaria che è scoppiata già da tempo. Avete dato ultimamente uno sguardo alla Grecia?

Facciamo un esempio che ci potrebbe essere di aiuto: diciamo che abbiamo bisogno di 500 dollari per pagare la rata del mutuo per l’auto. Decidiamo di andare a frugare in cantina per trovare qualcosa da poter vendere su Craig’s List per reperire questi soldi. Nel frattempo, troviamo un vecchio calcetto con tre gambe che è stato ben macchiato nel corso di una Oktoberfest di alcuni fa anni e mettiamo l’annuncio per 500 dollari. Poi ci sediamo, ci apriamo una bella birra fredda e aspettiamo che le chiamate arrivino copiose.

Ma il telefono non suona mai, e allora dobbiamo chiamare la concessionaria dell’auto che ci sta stressando per il pagamento mancante e dirgli, “Mi dispiace, ma non è colpa mia. Il mercato non sta funzionando correttamente!

Quanta tregua pensate che vi darà il rivenditore?

Il fatto che nessuno voglia il vostro tavolo da calcino non è un segnale che il mercato non sta funzionando. La stessa regola si applica anche alle fetenti obbligazioni delle banche. Nessuno le vuole perché sono immondizia; tutto qui. Inoltre, c’è sempre un prezzo per gli asset finanziari; (anche per l’immondizia) è solo una questione di quanto la gente sia disposta a pagare. In questo caso, le offerte per le obbligazioni sovrane sono così basse che molte delle banche dell’UE andrebbero in malora se le vendessero e riportassero le perdite a bilancio.

Ecco perché loro stanno contando su Draghi perché le salvi. E lui le ha salvate. Ma cosa sarebbe successo se le banche avessero dovuto ristrutturare il proprio debito, di modo che i contribuenti dell’eurozona non avessero dovuto pompare altri trilioni in questo regime di istituzioni zombie che un’altra volta saranno considerate troppo grandi per fallire?

Ma la gigantesca operazione di reflazione di Draghi è solo uno dei tanti problemi del LTRO. Un altro è dato dal fatto che lo stock di collaterali delle banche sta costantemente diminuendo, e ciò renderà sempre più difficile alla BCE prestare alle banche in difficoltà a febbraio quando la fase 2 (stimata in 400 miliardi di euro) verrà abbandonata.

Ma, davvero? Ciò vorrebbe dire che le banche non hanno né soldi né collaterali decenti, e che il moderno sistema bancario è solo un gioco delle tre carte.

Effettivamente, è un gioco delle tre carte. Vedete, le banche stanno prendendo in prestito mucchi di denaro con lo stesso collaterale più e più volte. Viene definita reipotecazione e, in alcuni casi, è perfettamente legale. Ma nasce un problema nei cicli di deleveraging quando il valore degli asset finanziari in cassaforte non corrisponde a quello presente in bilancio. E poi…? Come indicato dal blog del Financial Times, FT Alphaville: “Le banche possono facilmente esaurire i collaterali, e, in presenza di questo contesto, fallire (Dexia!).” (“Death sanitised through credit“, FT Alphaville)

Tutto questo fa sorgere dei dubbi sull’efficacia dell’imminente Fase 2 dell’LTROCi sono, dopo tutto, limiti anche per il grado di fetecchie che la BCE possa accettare per concedere prestiti.

Ci sono anche altri problemi con l’LTRO, come il fatto che stia poggiando su di sé tutto il sistema, sostituendo lo stato con le banche. Come è riuscito a farlo?

Fornendo alle banche garanzie implicite sul loro debito, mentre le obbligazioni sovrane hanno perso il sostegno generalizzato della BCE, portando così il debito statale al livello di un’obbligazione junk. Ciò è avvenuto perché Draghi ha segnalato al mercato che la BCE AGIRÀ da prestatore di ultima istanza per le banche, ma non per gli stati membri. Quindi, i rendimenti sulle obbligazioni governative sono saliti, mentre quelli sui debiti bancari sono calati. Ovviamente, ciò ha messo pressione sui bilanci statali proprio quando i deficit continuano a esplodere.

Chiedetevi questo: in che razza di mondo idiota viviamo quando gli istituti privati che agiscono per profitto (come le banche) possono prendere soldi in prestito a un tasso più conveniente rispetto agli stati? Lo stato assume decine di migliaia di lavoratori, fornisce programmi per lo stato sociale, per la polizia, per l’istruzione, la disoccupazione, per la salute e i servizi alla persona, la sicurezza, eccetera, e opera nell’interesse del pubblico, e invece – sotto il regime di Draghi – i banchieri senza scrupoli possono prendersi dalle banche centrali risorse illimitate a un tasso preferenziale. Me lo spiegate?

Chiaramente, questo è ciò che accade quando le nazioni rinunciano al potere di stampare la propria valuta. Perdono la capacità di controllare il proprio destino. E tutto questo crea una falla che consente alle élite finanziarie di penetrare e di afferrare le leve del controllo politico-economico, quello che ora sta avvenendo.

La grande finanza ha preso possesso dell’Europa e sta facendo esattamente quello che la grande finanza fa ovunque, ovvero sta smantellando sistematicamente le istituzioni che offrono cure sanitarie, le pensioni e la sicurezza lavorativa a milioni di lavoratori comuni, riducendo grosse fette della popolazione a una miseria nera e abbietta.

Non è questa la tattica? Non è ciò che il losco Maestro Italiano ha davvero in mente?

Un’ultima cosa: il LTRO non ha un meccanismo di trasmissione. In altre parole, non c’è modo di convogliare la liquidità che si sta formando nel sistema bancario nella vera economia. Si è piazzata lì, come è successo con i trilioni di dollari di riserve del sistema bancario statunitense.

Quindi il prodigo regalo da 500 miliardi di euro di Draghi non verrà investito in edilizia residenziale o per costruire nuove fabbriche o per sviluppare nuovi farmaci o veicoli più efficienti dal punto di vista energetico. Infatti, non verranno assolutamente allocati in una qualsiasi attività di formazione sociale.

Invece, verrà utilizzata allo stesso modo in cui le banche statunitensi usarono i 700 miliardi di dollari del TARP o i 1,25 trilioni di dollari dal primo giro di QE; turbo-addebitando asset rischiosi e mandando le azioni nella stratosfera per un anno o due. E questo renderà gli ombrosi compari investitori di Draghi davvero felici perché potranno rastrellare profitti record dalle azioni, mentre il resto dell’Europa languirà in una mini-Depressione prolungata.

 

Articolo ripreso da comedonchisciotte.org

Default debito pubblico in Portogallo e’ ora di investire

Per accorgersi degli effetti concreti prodotti dalla crisi nella strada in cui vive, a Massamá, basterebbe che Pedro Passos Coelho tornasse a uscire a piedi dal portone principale di casa sua, e non filasse via in macchina passando dalla discreta porta del garage sul retro che usa da quando è diventato primo ministro. I

l paese è in collera, come buona parte dei residenti dei paraggi. Il giorno in cui sono stati annunciati i prelievi automatici sulle tredicesime e quattordicesime alcuni si sono spinti fin sotto le sue finestre a gridare insulti al loro illustre vicino di casa.

Dirimpetto, al numero 27 di Rua da Milharada, un parrucchiere e un ristorante hanno abbassato le saracinesche. Per mancanza di clientela il ristorante ha già cambiato proprietario tre volte negli ultimi due anni.

Come in molte altre strade della periferia di Lisbona, in questa arteria dove si allineano edifici simili a tanti mattoncini Lego è sufficiente guardarsi attorno per rendersi conto della minaccia che incombe. Un mese dopo l’altro i negozi falliscono, altri residenti perdono il posto di lavoro o subiscono tagli allo stipendio. Qui come altrove le nuove misure di austerity che arrivano a scadenza regolare ogni due mesi scandiscono la rovina collettiva.

A pochi metri di distanza dal ristorante e dal parrucchiere, Rute Ramos, 35 anni, ha lo sguardo perso su un mappamondo gigante e aspetta che qualcuno entri per acquistare uno degli ultimi soggiorni in Lapponia (la patria di Babbo Natale) o in qualche destinazione più calda e assolata, per esempio i Caraibi.

Ma per l’estero partono solo i ricchi: “Sono sempre più rari. Da un anno a questa parte abbiamo registrato un calo del 50 per cento nella clientela. In buona parte si tratta di funzionari, spesso di insegnanti, che non hanno più soldi per andare in vacanza”.

Rute Ramos si ritiene pur sempre fortunata ad avere un lavoro, tanto più che ha una bambina di un anno che suo marito è disoccupato e senza sussidi statali. “Ho l’impressione che metà dei portoghesi sia ormai senza lavoro”, sospira. Quelli che ce l’hanno non hanno alternativa se non accettare tagli di stipendio e una vita da precari. Questo è anche il caso di Rute.

Una parrucchiera ci racconta che ha visto calare il suo giro d’affari del 30 per cento in un anno. “Tanto vale che io salga al quinto piano a mettere in mano al primo ministro il mio intero stipendio, per vedere se sa amministrare questi soldi meglio di me.

Certo, era indispensabile fare qualcosa, ma le misure non dovevano essere così brutali”. Non ha nulla di personale contro il primo ministro, anzi: come molti nel vicinato ritiene Passos Coelho “simpatico ed educato”.

Vicino alla casa del premier è impossibile non notare una novità: quattro mesi fa ha aperto i battenti un simbolo della crisi. Sull’insegna si legge: “Acquisto oro e gioielli in contanti”. In un paese indebitato questo tipo di attività prospera.

Ci lavora Liliana Coelho: su un tavolo sono allineati una scatola di fazzoletti di carta, una bilancia e un computer portatile. Quasi ogni giorno qualcuno entra per vendere i propri gioielli. Si tratta per lo più di signore divorziate, donne tra i 30 e i 50 anni, la fascia d’età per cui la congiuntura economica è particolarmente sfavorevole.

Qui un grammo d’oro si compra a circa 18 euro, molto al di sotto del prezzo di mercato che supera i 42 euro. “Si vede che sono preoccupate per i loro figli” confida Liliana Coelho, “che sono indebitate fino al collo”. Quando toccano il fondo, queste donne vendono tutto ciò che possiedono: fedi, anelli, catene d’oro, orologi. “Vedo tanti casi disperati.

Possiedono queste cose da tanto tempo, spesso da tutta una vita, e per loro è davvero doloroso disfarsene in pochi minuti”. Liliana non è affatto sicura che i 600 euro che percepisce giustifichino le trattative che deve condurre a discapito degli altri.

Colpa di Sócrates

Sull’altro lato della strada João Alves, 70 anni, capelli bianchi, entra in farmacia. Non potrà certo tirare sul prezzo dei farmaci che gli servono. Si limiterà a decidere che cosa può ancora acquistare con quello che gli resta dei suoi 450 euro di pensione. Operato di recente alla spalla e sottopostosi all’impianto di una protesi, si è ormai abituato all’idea di poter comperare soltanto le medicine che gli servono di più.

Conta i giorni che gli mancano per riprendere le forze quel tanto che gli basti a rimettersi al volante del proprio taxi, 12 ore al giorno.

“Senza lavoro non potrei mai pagare i miei debiti e quelli di mia moglie, né aiutare i miei figli che sono tornati a dipendere da me”. João Alves è nauseato: “In questo paese non c’è giustizia. Se si ruba un chilo di mele si va in prigione, ma si possono rubare impunemente milioni e andarsene tranquillamente a spasso. Alludo a quei politici e a quei grandi imprenditori che oggi ci costringono a sfamarci a brodini”.

All’interno del palazzo del premier il tono è più bonario, malgrado le notizie di panico finanziario che arrivano dal televisore. Sul divano, Francisco e Bernardete Sesinando, 78 e 76 anni, con la loro cagnolina Princesa, non sopportano più questa parola ripetuta all’infinito: la crisi, la crisi, sempre la crisi.

Vivono in un appartamento di 200 metri quadrati uguale a quello di Passos Coelho. Francisco chiama “Nanete” ogni volta che il loro vicino appare in televisione.

Secondo loro il vero responsabile dell’attuale situazione è il suo predecessore José Sócrates. Pedro no, è del tutto innocente. “Ha dovuto piegarsi agli ordini della troika [Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale, Commissione europea], altrimenti il paese sarebbe colato a picco”, sintetizza questo tenente colonnello dei riservisti.

Sua moglie, ex professoressa di musica, non ne può più delle telefonate che riceve dalle amiche che le chiedono di trasmettere al suo vicino di casa un messaggio, spesso un’offesa. “Pedro è come un figlio per me”.

 

Articolo ripreso da presseurop.eu

Investire nei CDS per scommettere sul default del debito pubblico

L’Italia ha il 32% di possibilità di dichiararsi insolvente nei prossimi cinque anni. Peggio di Roma, troviamo solo Grecia, Portogallo e Irlanda. E dire che a inizio 2011 l’Italia era a quota 17 per cento. Questa classifica poco lusinghiera deriva dalla percentuale implicita di default, un parametro ricavato dal prezzo dei Credit default swap (Cds), gli strumenti finanziari derivati che fungono da assicurazione contro il fallimento di un asset.

Secondo i dati di Markit, l’Italia ha quindi una probabilità su tre di fare bancarotta da qui al 2016. Colpa delle turbolenze dell’eurozona e delle scarse prospettive di crescita economica. Non è difficile pensare ciò. Gli investitori guardano lungo un’orizzonte temporale più ampio rispetto alla politica e i Cds servono a proteggersi da un evento futu, proprio come un’assicurazione.

La peggiore è la Grecia. Difficile possa essere il contrario. La sua percentuale implicita di fallimento nei prossimi cinque anni è del 93 per cento. In altre parole, è già fallita. Meglio va al Portogallo, dato che il Cds fornisce il 54% di probabilità che il Paese debba dichiararsi insolvente. Ancora meno remota, il 41% di possibilità, la bancarotta per l’Irlanda.

Nonostante il programma di sostegno del Fondo monetario internazionale, Ue e Bce, per Dublino l’ultima verifica di bilancio è andata secondo i piani, nonostante la situazione finanziaria del sistema bancario resti la prima preoccupazione dei funzionari della troika.

Troviamo poi, subito sotto l’Italia, la Spagna. Con il 28% di probabilità di fallimento nel prossimo lustro, Madrid è al quinto posto dei meno virtuosi. A preoccupare per Madrid è l’escalation con la quale i Cds stanno aumentando il loro prezzo. Più si avvicinano le elezioni, domenica prossima, più cresce il prezzo dei derivati. Un fenomeno simile è possibile che si verifichi anche per la Francia, che attualmente è un gradino sotto la Spagna, con il 15% di possibilità di default.

Nonostante Parigi sia allo stesso livello che l’Italia aveva a inizio 2011, anche gli investitori iniziano a essere scettici anche sull’Eliseo. Colpa del sistema bancario, troppo vulnerabile alla crisi dell’eurozona e a quella italiana in particolare. A completare la classifica europea troviamo la Germania, che con il 7% continua a essere il paradiso privilegiato degli investimenti risk-free per la zona euro, e il Regno Unito, con il 6 per cento. Fuori dai confini continentali, il porto sicuro rimangono gli Stati Uniti, con il 4% di probabilità di bancarotta nei prossimi cinque anni.

Nonostante la perdita del rating AAA, Washington resta al primo posto per chi cerca tranquillità. Anche il Giappone, con un ratio dell’8%, può essere contento. Questo sebbene il terremoto dell’11 marzo scorso abbia avuto pesanti ripercussioni sulla crescita economica e Tokyo si porti dietro sui mercati uno dei debiti pubblici più grandi del mondo.

Resta da definire l’attendibilità dei Cds. La International swap and derivatives association (Isda), ovvero l’associazione di categoria dei derivati, ha spiegato che anche in caso di ristrutturazione del debito greco, non scatterà l’evento creditizio in grado di rimborsare i sottoscrittori di Cds. Una beffa per tutti gli investitori istituzionali che li hanno comprati. Una manna dal cielo per le banche e le compagnie assicurative che li hanno emessi.

 

Articolo ripreso da linkiesta.it