Categorie
investire CDS investire settore bancario

Regolare gli investimenti in Gran Bretagna e’ difficile

Le autorità che regolano il sistema finanziario britannico non hanno gli strumenti concreti per impedire che le banche, allo scopo di adeguarsi ai nuovi requisiti di capitale, taglino l’erogazione di prestiti. Ad ammetterlo è addirittura il numero uno Financial Services Authority, Adair Turner.

Lo riferisce il Telegraph. Nel Regno Unito, in presenza di un’economia ancora molto debole, il problema dei finanziamenti alle imprese è molto sentito. Il progetto Merlin, frutto di mesi di negoziati fra l’esecutivo di David Cameron e i rappresentanti di Barclays, Lloyds, RBS e HSBC, sembrava aver fornito una soluzione attraverso la promessa, da parte dei principali colossi bancari, di erogare prestiti pari a 19 miliardi di sterline alle piccole e medie imprese.

Ma finora si sono manifestate diverse difficoltà a raggiungere questo target. Difficoltà che, secondo l’opinione di molti, sono destinate a moltiplicarsi allo scadere del periodo di un anno indicato dall’accordo. Dovendo rafforzare i propri livelli di capitale per rientrare nei nuovi requisiti imposti dai regolatori, infatti, le banche potrebbero decidere di chiudere parzialmente i rubinetti del credito.

E il presidente della principale authority ha ammesso di avere a disposizione mezzi «abbastanza limitati» per contrastare tale tendenza. Dichiara comunque di voler lavorare nella direzione dell’imposizione di requisiti di capitale più elevati per le attività di trading, in modo da scoraggiare le operazioni più rischiose.

Articolo ripreso da valori.it

Categorie
investimenti investimenti speculativi investire CDS

La Gran Bretagna impone nuove regole per gli investimenti strutturati

Le compagnie finanziarie del Regno Unito dovranno attenersi in futuro a nuove istruzioni in merito alle emissioni di prodotti finanziari strutturati.

Lo imporrà la stessa Financial Services Authority, le cui recenti indagini hanno evidenziato la persistente “debolezza” con cui gli istituti progettano e mettono in commercio questo genere di titoli. Lo rende noto il Financial Times.

La decisione nasce a seguito di un’analisi condotta su sette dei maggiori emittenti che compensano circa la metà del mercato britannico. I prodotti in esame sono strutturati per offrire un rendimento legato all’andamento dell’indice azionario garantendo contemporaneamente una sorta di protezione sul capitale investito.

Molti di questi titoli complessi hanno avuto esito fallimentare a seguito della crisi scoppiata nel 2008 dopo la bancarotta della Lehman Brothers.

Nel corso dell’indagine condotta tra il novembre 2010 ed il maggio 2011, la Fsa ha rilevato alcuni miglioramenti nella gestione di questo mercato pur sottolineando alcuni punti deboli nella progettazione e nell’approvazione dei titoli. Di fatto, sostengono i regolatori, le banche tenderebbero tuttora a privilegiare i propri interessi commerciali rispetto alla sicurezza degli investitori.

Testo ripreso da valori.it

Categorie
investimenti speculativi investire CDS

Investire in Grecia e’ come investire in Argentina 10 anni fa

Prima era il 21%, poi è diventato il 50%, infine «potrebbe essere oltre l’85%». Continua il balletto di cifre sull’haircut del debito greco, cioè il taglio al valore nominale dei bond detenuti in portafoglio dalle istituzioni finanziarie. Oggi il numero uno dell’Institute of international finance (Iif), Charles Dallara, ha spiegato che sono in corso le trattative per innalzare la svalutazione del debito ellenico. «È un progetto che stiamo valutando con 40-45 società», ha detto Dallara, non anticipando altro.

365 miliardi di euro. Questo è l’ammontare del debito greco secondo le ultime stime del Fondo monetario internazionale (Fmi). E l’impatto della ristrutturazione proposta dall’Iif potrebbe incidere per circa 206 miliardi di euro, riportando lo stock sotto quota 100% in rapporto al Prodotto interno lordo (Pil). Questo, insieme al programma di risanamento dei conti pubblici, potrebbe riuscire a far risollevare Atene dall’abisso in cui è piombata. Il piano organizzato dalla troika composta da Fmi, Banca centrale europea (Bce) e Commissione Ue prevede un supporto trentennale per riportare in sicurezza le finanze pubbliche elleniche, anche attraverso una pesante ristrutturazione del debito. Prendendo in esame un haircut del 50%, l’opzione uscita dall’ultimo Consiglio europeo del 26 ottobre, lo stock di debito pubblico rientrerà verso quota 120% rispetto al Pil nel 2020. Diverso, invece, l’effetto di un haircut del 60%, capace di riportare il coefficiente debito/Pil entro il 110% nel 2020. Anche assumendo quest’ultima possibilità, il debito greco sarebbe comunque insostenibile. Ecco quindi l’arrivo del nuovo tavolo di negoziazioni.

L’obiettivo è quello di minimizzare gli effetti del fallimento di Atene. Secondo l’Iif, che sta quindi proponendo ai suoi associati una svalutazione quasi completa dei titoli di Stato ellenici detenuti in portafoglio, un haircut superiore all’80% potrebbe permettere una riduzione del debito di circa 206 miliardi di euro. Il difficile è convincere tutti i creditori che questa sia la soluzione giusta. Dallara sembra esserci riuscito e ora la palla va ai governi, che dovranno mettere in atto una rete di sicurezza per gli istituti di credito europei più esposti sulla Grecia.

Particolarmente ostica sarà la posizione di Francia e Germania, i principali creditori di Atene, che hanno rifiutato di commentare, almeno per ora, le parole di Dallara. Continua quindi il braccio di ferro tra la lobby bancaria, pronta ad assumersi rischi elevati e avallando di fatto il fallimento ufficiale della Grecia, e gli Stati dell’eurozona, consapevoli che un default di Atene sarebbe percepito dai mercati finanziari come un fallimento dell’intero progetto dell’Unione europea. «È solo questione di tempo, la bancarotta della Grecia è un non-evento, dato che sono più gli operatori che si attendono una dichiarazione d’insolvenza entro il terzo trimestre 2012 che quelli che credono che Atene possa ancora salvarsi». Così, la banca americana J.P. Morgan in una nota riservata ai clienti ha commentato le ultime settimane della Grecia, ormai sempre più vicina al fallimento.

La bancarotta ellenica è ormai scontata, anche in caso di un haircut volontario, dato che è questo che lo schema che sta prendendo forma. L’agenzia di rating Fitch ha già comunicato che «un haircut del 50% è già considerato un fallimento». Inevitabile quindi che uno dell’85% o più sia giudicato nello stesso modo. Al G20 ci saranno tre fazioni principali. Da un lato, un Institute of international finance ormai consapevole che per Atene non si può più fare alcunché. Dall’altro, un’Europa senza una bussola che cerca di risolvere l’irrisolvibile. In mezzo, una Grecia che dovrà portare avanti un lungo programma di austerity. Sullo sfondo, Stati Uniti e Cina, sempre più preoccupati dell’immobilismo dei politici europei.

Articolo ripreso da linkiesta.it

Categorie
investimenti speculativi investire CDS

Investire nei CDS delle banche statuinitensi

La fiducia dei mercati nel sistema finanziario internazionale è ancora ai minimi storici. A confermarlo c’è l’andamento dei credit default swap sulle banche, secondo quanto riportato questa mattina dall’agenzia Bloomberg. I Cds sono prodotti derivati che forniscono una sorta di assicurazione sui titoli: perciò il loro costo aumenta quando si ritiene che il bene da assicurare sia maggiormente a rischio.

E questo è il caso delle banche statunitensi. I Cds su Wells Fargo nella giornata di ieri hanno guadagnato 7 punti base, arrivando a quota 152. Quelli su Goldman Sachs hanno raggiunto i 361 punti (con un aumento pari a 22,5). I contratti relativi a Morgan Stanley, similmente, hanno guadagnato 21 punti (salendo a quota 412) e quelli su Bank of America 18,5 (arrivando a 383,5). Il Markit CDX North America Investment Grade Index, che misura il costo dell’assicurazione contro il default dei corporate bonds, ha guadagnato 2,4 punti base, arrivando a una media di 133,4.

Ciascun punto base corrisponde a 1000 dollari all’anno su un contratto che protegge un volume di debito pari a 10 milioni di dollari. A contribuire a quest’ondata di pessimismo hanno concorso diversi fattori. Innanzitutto le dichiarazioni di Steffen Seibert, portavoce del cancelliere tedesco Angela Merkel che, a Berlino ha affermato che il summit dei leader dell’eurozona  porterà certamente all’adozione di un pacchetto di misure, ma si tratterà solo di un primo passo. E non certo di una soluzione permanente alla crisi.

Preoccupano, inoltre, le condizioni dei colossi bancari americani, all’indomani dell’ennesimo segnale negativo dato dalla pubblicazione dei dati trimestrali di Wells Fargo. Il suo utile netto infatti è aumentato del 21% su base annua (salendo a 4,1 miliardi di dollari rispetto ai 3,34 dello stesso periodo del 2010) grazie al calo degli accantonamenti sulle future perdite. Ma i ricavi sono scesi a 19,6 miliardi rispetto ai 20,4 del secondo trimestre: e hanno così smentito al ribasso le previsioni degli analisti, che li avevano stimati in 20,2 miliardi.

Articolo ripreso da valori.it

Categorie
investimenti speculativi investire CDS

Investire nei CDS per scommettere sul default dei paesi europei

Nostro commento: attenzione pero’ a non fare la fine dei CDS greci, che, visto che a quanto pare potrebbe non esserci un default totale, ma semplicemente un default ordinato  del 90 per cento, non verrebbero liquidati e diventerebbero carta straccia.

L’Italia è al terzo posto nella classifica dei Paesi con la peggiore performance dei Cds nel terzo trimestre. Il prezzo dei Credit default swap, ovvero i derivati che proteggono dal fallimento di un asset, sul debito italiano è aumentato del 165,2% nell’arco temporale fra il primo luglio e il 30 settembre. Peggio di Roma, solo Danimarca (+216,6%) e Olanda (+175,9%), mentre a chiudere la classifica dei primi cinque sono Austria (+160,0%) e Germania (+158,4%). La migliore prestazione? Quella dell’Irlanda, che ha visto i Cds sul proprio debito passare da 791,6 punti base a 754,4, con una riduzione del 4,7 per cento. La speciale classifica è stata stilata da CMA Vision, società di proprietà della borsa merci di Chicago, la Chicago mercantile exchange (CME). Se il prezzo dei Cds sull’Italia era di 170,8 punti base a inizio luglio, alla fine di settembre è stato di 453,1 punti base. Ma a far preoccupare è la percentuale implicita di una ristrutturazione del debito di Roma, dato che c’è una possibilità su tre che questo succeda nell’arco dei prossimi cinque anni.

Come ogni trimestre, CMA Vision presenta lo stato dell’arte del mercato dei Cds. Questi derivati, diventati celebri negli ultimi quattro anni come benchmark della credibilità di un soggetto a ripagare le proprie obbligazioni, sono negoziati su mercati non regolamentati (Otc, Over-the-counter, ndr). Il Cds non è altro che una polizza assicurativa, che gli operatori usano per fare hedging, cioè per minimizzare rischi. In genere, il prezzo dei Cds si riferisce a un contratto di assicurazione su un titolo obbligazionario quinquennale del valore di 10 milioni di dollari. Il compratore spende, nel caso dell’Italia, circa 450.000 dollari (cioè l’equivalente di 450 punti base) l’anno per fare ciò. Le due principali società che si occupano di tali segmenti dell’universo finanziario sono Markit e, appunto, CMA Vision. E per entrambe la tendenza legata all’Italia non è positiva. Dal 20 maggio, data in cui la società di rating Standard & Poor’s ha lanciato il suo primo avviso all’Italia, la situazione si è rapidamente deteriorata. In particolare, l’avvitamento dei Cds sull’Italia si è avuto dal 17 giugno in poi, cioè da quando Moody’s, l’altra regina del rating, ha deciso di avviare una revisione del giudizio sull’Italia per un possibile declassamento, arrivato pochi giorni fa (da Aa2 ad A2).

Sono almeno tre le ragioni che hanno portato a questa performance negativa. Da un lato, la crisi dell’eurodebito si è espansa a Spagna e Italia dopo aver colpito (e affondato) Grecia, Irlanda e Portogallo. Ma non solo. Come dimostrano i dati di CMA Vision, anche Paesi considerati solidi come Danimarca, Olanda, Austria e Germania stanno risentendo degli effluvi della peggiore crisi che l’eurozona sta affrontando dalla sua nascita. Se il Cds su Copenhagen costava 44,5 punti base a inizio luglio, dopo tre mesi era a quota 140,7 punti. A superare i 100 punti sono stati anche Olanda (da 38pb a 104,9pb), Austria (da 61,7pb a 160,3pb) e Germania (da 40,9pb a 105,7pb). E non è un caso che proprio quest’ultimi tre Paesi siano i più restii a un incremento di dotazioni e poteri del fondo salva-Stati European financial stability facility (Efsf). La loro consapevolezza è che un Efsf più versatile possa essere il veicolo di un maggior rischio sovrano nella percezione degli investiori.

Dall’altro lato, gli operatori finanziari stanno cercando di proteggersi con le armi in loro possesso. La funzione principe dei Cds è proprio questa: fornire protezione contro i rischi d’insolvenza. Pochi mesi fa la più grande banca tedesca, Deutsche Bank, ha spiegato di aver ridotto la propria esposizione sull’Italia tramite l’acquisto di Cds a copertura dei Btp che aveva in portafoglio. Questa tendenza, detta anche fly-to-quality, è stata fortemente amplificata nei confronti dell’Italia negli ultimi mesi, all’aumentare della cristallizzazione delle azioni politiche di Roma in materia di consolidamento fiscale.

Nel mezzo, l’instabilità politica e la reticenza del Governo italiano a un concreto piano di risanamento dei conti hanno peggiorato la percezione sul debito italiano. E dire che l’Italia sa bene i pericoli che corre sul mercato dei Cds, dato che è sempre la nazione con il più alto valore nozionale lordo di Cds circolanti (310,192 miliardi di dollari), netto (21,535 miliardi) e numero di contratti aperti, 9.830. Un anno fa, il nozionale lordo era di 255,526 miliardi di dollari, il netto di 27,710 miliardi e i Cds aperti 7.127. Anche in questo caso, nessuno ha fatto peggio di noi. E, dato il sempre maggiore immobilismo che sta mostrando l’Italia nel contrastare la crisi che l’ha investita, difficile che lo scenario migliori nel quarto trimestre.

Articolo ripreso da linkiesta.it