Investire nel renmimbi valuta cinese

Il “blocco del Renminbi” si è ormai formato in Asia Orientale e sempre più nazioni abbandonano il dollaro per settare al loro valuta sul Yuan cinese – un segnale importante del successo della scommessa cinese di internazionalizzare la propria valuta. Il Peterson Institute for International Economics (PIIE) ha affermato che dalle sue ultime ricerche la Cina si sta avvicinando al suo obiettivo di lungo termine di rendere il Renminbi una valuta globale di riserva.

Dall’inizio della crisi finanziaria sempre più nazioni, specialmente fra le economie emergenti, vedono lo Yuan come la principale valuta di riferimento quando settano il tasso di cambio. Ora 7 economie su 10 della regione – inclusa Sud CoreaIndonesiaMalaysiaSingapore e Thailandia seguono il Renminbi più da vicino del dollaro USA. Solo 3 economie, Hong Kong, VietNam e Mongolia hanno ancora valute che seguono più da vicino il dollaro che il Renminbi dice il report pubblicato sul sito della PIIE. Il Won Sud Coreano per esempio si è apprezzato in sincrono col Renminbi contro il Dollaro a partire da metà 2010.

La Cina ha aspirato da tempo a far salire la propria valuta a livello globale insieme con la crescita della sua economia che solo l’anno scorso è arrivata ad essere la seconda al mondo (dietro solo agli Stati Uniti). L’obiettivo è stato sviluppato parecchio negli ultimi anni che hanno visto la Cina promuovere gli scambi commerciali bilaterali con singoli stati denominandoli in Renminbi. Come risultato Hong Kong è velocemente assurta al ruolo di centro di scambio offshore del Renminbi al mondo con depositi per circa 600 miliardi di Yuan (circa 80 miliardi di euro).

Secondo l’ultimo rapporto della Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication (SWIFT) gli scambi denominati in Renminbi sono saliti al 10% di tutto il commercio estero cinese a luglio. Questa percentuale era lo 0% solo due anni fa. Dal 1° luglio a fine agosto il numero dei pagamenti in renminbi è salito del 15,6% secondo la SWIFT mentre i pagamenti in altre valute sono calati mediamente dello 0,9%. Il Renminbi aveva un market share dello 0.53% ad agosto superando la Corona Danese e diventando la 14° valuta di pagamento al mondo.

I contratti internazionali settati in Renminbi triplicheranno a 6,5 trilioni di Yuan (un po’ meno di 1 trilione di euro) nel giro dei prossimi 3 anni secondo quanto detto dalla Royal Bank of Scotland Group PLC a Bloomberg il 9 ottobre scorso. I settlements in Renminbi saliranno dal 12 al 20% quest’anno e nel giro di due anni raggiungeranno il trilione di dollari in crescita dai 330 miliardi di $ del 2011, ha detto il capo del China desk per l’RBS in Europa, Medio Oriente ed Africa, Janet Ming che ha detto a Bloomberg che “Stiamo vedendo un sacco di clienti che iniziano ad usare e praticare il Renminbi.

Per la maggior parte delle banche e delle companies la Cina e l’India sono dove c’è lo sviluppo e se lavori con la Cina ignorare il Renminbi non è una bella mossa.” Wang Jianhui, capo economist alla Southwest Securities Co Ltd, condivide: “gli investitori cercano altre valute su cui scommettere in un momento in cui sia il Dollaro che l’Euro sono sotto pressione. Questa è una buona opportunità per lo Yuan” ha detto.

La RBS ha predetto in un report questo martedì che il Renminbi sarà pienamente convertibile per il 2015 e la PIIE ha detto che il Renminbi potrebbe assurgere allo status di valuta internazionale in 10-15 anni se il paese riesce a riformare il suo mercato finanziario e a permettere un maggiore accesso agli investitori stranieri tramite liberalizzazione del capital account.

Il formarsi del blocco del Renminbi è il risultato della crescita della Cina come maggiore partner commerciale della regione. La quota cinese degli scambi manifatturieri nell’Estremo Oriente è salita dal 2% del 1991 a circa il 22% di quest’anno secondo il rapporto del PIIE. Di fatto il commercio è alla base della spinta del Renminbi anche al di fuori dell’Asia Orientale. Le valute di India, Cile, Israele, Sud Africa e Turchia ormai già seguono l’andamento dello Yuan, a volte anche più da vicino di quanto non seguano il Dollaro USA.

Il Renminbi sarebbe anche più attraente se si procedesse a liberalizzare ulteriormente i mercati finanziari e valutari cinesi, dice il report PIIE. Alcuni temono che la Cina segua la salita e il crollo successivo del Giappone nelle scorse decadi ma non l’istituto: “Bisognerebbe rendersi conto che neanche nei giorni milgiori del suo miracolo economico post bellico il Giappone si è mai avvicinato a rivaleggiare col Dollaro USA. Non c’è mai stai nulla di simile ad “blocco dello Yen” in Asia.

 

Traduzione articolo originale a cura del blog Argentofisico

Fondo investimento Ucits su obbligazioni in valuta cinese

Invesco punta forte sul renminbi. E lo fa portando sul mercato italiano un nuovo fondo, l’Invesco Renminbi Fixed Income Fund, che investe nei cosiddetti Dim Sum, ovvero nelle obbligazioni in valuta cinese.

Il fondo Ucits è finalizzato a raggiungere un rendimento effettivo tramite un investimento di almeno il 70% degli asset in renminbi. Il mercato dei Dim Sum è in rapida crescita e Invesco prevede un ulteriore slancio nel prossimo futuro, grazie alla costante crescita della Cina, seconda economia mondiale, e del processo di internazionalizzazione del renminbi. “Il gap tra Paesi maturi, con alti livelli di debito pubblico ed economie in rallentamento, e Paesi emergenti, che dimostrano una crescita sostenuta, è sempre più evidente e si traduce in opportunità nell’ambito delle emissioni governative”, dichiara Giuliano D’Acunti, responsabile distribuzione retail di Invesco in Italia.

E’ per questo che Invesco vede in tale fondo una fondamentale opportunità d’investimento: “E’ impensabile oggi costruire un portafoglio senza essere esposti sulla valuta cinese, che si prepara a diventare la seconda valuta mondiale nel corso dei prossimi 10 anni”.

Ma quello dei Dim Sum non è un mercato ancora troppo giovane?

Sì, è un mercato giovane, partito solo a luglio del 2010. E quindi la cautela è d’obbligo. Ma, al di là del monetario, bisogna guardare anche ad altre forme di investimento, come le obbligazioni. Comunque, Sono tutte di breve termine, con una duration media che si aggira intorno ai tre anni. Inoltre, è un mercato che sta catalizzando anche l’interesse di molte multinazionali, come McDonald’s. Ci aspettiamo segnali importanti.

Quali sono le vostre aspettative sul renminbi?

Non abbiamo dubbi. È un asset che va tenuto in portafoglio. A oggi, la Cina è la seconda potenza economia al mondo. E, se rispetterà i ritmi di crescita attuali, è destinata a rubare lo scettro agli Stati Uniti. Di conseguenza, il Renminbi diventerà una valuta sempre più internazionale e questo potrebbe favorirne un graduale apprezzamento, soprattutto nei confronti dell’euro.

Quanto pensate di raccogliere col vostro nuovo fondo?

La concorrenza è stata premiata, con i fondi in valuta cinese che sono arrivati a raccogliere 700 milioni nel giro di pochi mesi. È difficile fare delle stime. Quello che vediamo, comunque, è che c’è grandissimo interesse. E soprattutto c’è la volontà di diversificare le valute. Prima si scappava solo dall’euro. Ora si fugge anche dal dollaro. Insomma, si cercano valute alternative. E la moneta cinese potrebbe giocare un ruolo di primo piano in questo processo di diversificazione valutario.

 

Articolo ripreso dal sito Tuttofondi.com

Investire in Juan valuta cinese e petrolio il futuro dei prossimi anni

Il Dollaro non è più moneta primaria primaria per gli scambi di petrolio, la Cina comincia a commerciare il petrolio usando Yuan.

Notizia bomba che segna un duro colpo per la Federal Reserve e apre il campo a nuove sorprese nel mondo della finanza internazionale; vedremo come andrà a finire ma le premesse fanno presagire qualcosa di veramente grosso.

L’11 settembre, il pastore Lindsey Williams, ex ministro per le compagnie petrolifere globali durante la costruzione del gasdotto in Alaska, ha annunciato l’evento più significativo riguardo al dollaro fin dalla sua nascita come moneta. Per la prima volta dal 1970, quando Henry Kissinger ha forgiato un accordo commerciale con la casa reale dei Saud per vendere il petrolio utilizzando solo dollari, la Cina ha annunciato la sua intenzione di bypassare il dollaro per la compravendita mondiale di petrolio e ha iniziato a vendere la merce usando la loro propria moneta.

Lindsey Williams: “L’avvenimento più importante nella storia del dollaro americano, fin dalla sua nascita, ha avuto luogo Giovedi 6 settembre. In quel giorno, qualcosa è successo che influenzerà la vostra vita, la vostra famiglia, il vostro tavolo da pranzo più di quanto possiate immaginare. “

“Giovedi’ 6 Settembre … solo pochi giorni fa, la Cina ha dato l’annuncio ufficiale. Quel giorno la Cina ha detto: il nostro sistema bancario è pronto, tutti i nostri sistemi di comunicazione sono a vostra disposizione, tutti i sistemi di trasferimento sono pronti per partire  e da Giovedi 6 settembre ogni nazione del mondo che, d’ora in poi, vorrà  comprare o vendere greggio lo potrà fare utilizzando la valuta cinese e non il dollaro americano. – Intervista radiofonica a Natty Bumpo dell’11 settembre.

L’annuncio da parte della Cina è uno dei cambiamenti più significativi nel sistema  economico e monetario globale, ma è stato appena riportato tra gli annunci durante la convention democratica della scorsa settimana. Le conseguenze di questa nuova azione possono essere enormi e potrebbe benissimo essere il catalizzatore che porterà giù il dollaro come valuta di riserva globale e cambierà l’intero scenario di come il mondo acquisti energia.

Ironia della sorte, dal 6 settembre, il dollaro USA è sceso da 81,467 all’indice di prezzo di oggi, a 79,73. Mentre gli analisti si concentravano su azioni che si svolgevano nella zona euro e sugli attesi segnali di andamento della Federal Reserve, giovedì non a  caso il dollaro ha cominciato a perdere forza, il giorno stesso dell’annuncio  da parte della Cina.

Dal momento che la Cina non è una nazione produttrice di petrolio, la questione che la maggior parte delle persone chiederà è: come potrà la potenza economica asiatica ottenere olio sufficiente per influenzare l’egemonia del dollaro? Tale questione è stata anche analizzata da Lindsey Williams quando ha sottolineato che un nuovo accordo commerciale è stato firmato il 7 settembre tra la Cina e la Russia, in cui la Federazione russa ha accettato di vendere petrolio alla Cina in grandi quantità: quanto ne desiderano.

Lindsey Williams: “Questo non è mai successo nella storia del greggio. Dal momento che il greggio è diventato la forza motivante dietro la nostra intera economia (statunitense) e tutto nella nostra vita ruota intorno al petrolio greggio. Dal momento che il greggio è diventato il fattore motivante della nostra economia … mai e poi mai il petrolio greggio stato venduto, comprato, scambiato, in qualsiasi paese del mondo, senza usare il dollaro americano “.

“Il petrolio greggio è la valuta standard del mondo. Non lo yen, non la sterlina, non il dollaro. Viene scambiato più denaro in tutto il mondo con petrolio greggio che con qualsiasi altro prodotto. “

“Venerdì, 7 settembre la Russia ha annunciato che, a partire da oggi, fornirà alla Cina tutto il petrolio greggio di cui essa ha bisogno, non importa quanto ne vogliono … non ci sono limiti. La Russia  non venderà il greggio alla Cina usando il dollaro americano.” -Intervista a Natty Bumpo alla radio Just Measueres Radio Network dell’11 settembre:

Con queste azioni combinate due avversari tra i più potenti dell’economia degli Stati Uniti si sono ora uniti per fare una mossa per attaccare la roccaforte economico primaria che mantiene l’America sul podio come superpotenza economica. Una volta che la maggior parte del mondo comincerà a bypassare il dollaro e acquisterà il petrolio in altre valute, allora tutto il peso del nostro debito e la diminuita struttura produttiva crollerà sulle teste del popolo americano.

Questo nuovo accordo tra la Russia e la Cina ha anche ramificazioni gravi per quanto riguarda l’Iran e il resto del Medio Oriente. Le sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran non avranno più un effetto misurabile perché le “nazioni canaglia” potranno semplicemente scegliere di vendere il proprio petrolio alla Cina e ricevere yuan in cambio e usare quella valuta per commercializzare le risorse necessarie di cui hanno bisogno per sostenere la loro economia e i loro programmi nucleari.

Il mondo è cambiato la settimana scorsa e neppure una parola è stata  detta da Wall Street o dai politici che si dilettavano nella loro magnificenza mentre questo evento ha avuto luogo nel corso dei convegni di partito. Un duro colpo è stato inflitto il 6 settembre all’impero americano e al potere del dollaro come valuta di riserva mondiale. E la Cina, insieme alla Russia puntano ora a diventare i controllori dell’energia e, quindi, titolari di una nuova petrol-valuta.

 

Articolo ripreso da: Lo Specchio del Pensiero

Tutti gli investimenti sono rischiosi oggi e anche il Dollaro USA ha i suoi problemi

C’è una vecchia battuta in Israele del tempo della prima Guerra del Golfo, dopo che la radio nazionale aveva annunciato che le possibilità di ogni israeliano, di venire colpito da un missile Scud lanciato da Saddam Hussein era la stessa probabilità che si aveva di vincere alla lotteria nazionale. “Oh sì,- disse impassibile un comico – ma non ci avevano detto che ci sarebbero state tre estrazioni al giorno !”.

Per fortuna c’è stato tutto il trambusto dei giochi olimpici,e i banchieri di Londra avranno probabilmente pensato a qualcosa di simile dopo che gli scandali della Barclays e della HSBC hanno dato una visione sconvolgente sul presunto coinvolgimento della banca Standard Chartered di Londra, nella violazione delle sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran. Il Dipartimento dei Servizi Finanziari (DFS) a New York, preposto al controllo sul rispetto della regolamentazione bancaria negli Stati Uniti, è arrivato a dichiarare la banca una “istituzione canaglia”.

Questa è roba sensazionale, ma purtroppo anche il mio parere è sensazionalista. In primo luogo, la Standard Chartered è una banca ben gestita da un ottimo top manager composto da elementi che in maggioranza sono cresciuti all’interno di quella che è essenzialmente una banca che agisce sui mercati emergenti con un forte focus sull’Asia e l’Africa. A tale riguardo la banca è molto simile (ma probabilmente non come solidità) ai principi fondamentali della gestione HSBC, un altro gigante bancario con sede a Londra.

In secondo luogo, gli importi coinvolti in queste presunte violazioni sono minuscoli: 14 milioni di dollari di rimesse non pienamente conformi alle norme degli Stati Uniti che “possono” avere violato le sanzioni, secondo la banca. La dichiarazione del DFS (Discover Financial Services), naturalmente, sostiene che l’importo sia maggiore – fino a $ 250 miliardi (screditando l’intero settore di un certo tipo di rimesse dal Medio Oriente) – e altre irregolarità, come nella gestione di politiche commerciali tipo “know your customer” e (forse più dannoso ) che la banca abbia , deplorabilmente, tentato di eludere le sanzioni degli Stati Uniti.

In terzo luogo, io personalmente trovo di cattivo gusto che i controllori degli Stati Uniti siano in grado di fare affermazioni pubbliche, senza dover sottoporre prima i loro sospetti a rigorose verifiche giudiziarie. Mentre un certo numero di accuse non vengono provate, c’è anche una crescente evidenza che le banche scelgono semplicemente di risolvere i problemi con le autorità di controllo, sia pure senza ammettere la colpa, con il pagamento delle sanzioni finanziarie (Goldman Sachs e Citibank sono due banche con sede negli USA che certamente sembrano avere scelto in questo modo).

Il problema di questi accordi è, naturalmente che, per noi pubblico, non è mai veramente chiaro se l’accordo fatto dalle banche sia per riparare potenziali danni alla loro reputazione provocati da un lungo processo , o se perché effettivamente coinvolte. Più preoccupante è che, una volta che una banca o società ha accettato questa soluzione, i controllori di solito sono incentivati a seguire la stessa strategia con altri obiettivi, anche quando il corpo delle prove reali è piuttosto piccolo e incerto.

A titolo di esempio, la DFS ha citato lo sfogo di uno specifico impiegato di Standard Chartered del loro ufficio di Londra, che ha ingannato gli americani, mettendo in dubbio la necessità per il resto del mondo di seguire le sanzioni richieste dagli Stati Uniti. Questo è un punto di vista del tutto logico per non-americani : avere convinzioni personali non significa che è stato commesso un “crimine” contro gli Stati Uniti. Ancora più importantecome la DFS ha usato questo particolare bocconcino succulento, sembra (a me) per suggerire una strategia di sensazionalizzare le prove che sono sparse qua e là. Non conosco i dettagli del caso, né voglio speculare su come andrà a finire con una banca piuttosto buona che sembra trovarsi nel mirino dei controllori statunitensi.

Dubbi su Londra

Ci sono una serie di domande oggi che si confrontano con lo status di Londra come centro finanziario: in primo luogo, è chiaro che i politici in Europa continentale non vorrebbero niente di meglio che distruggere la posizione preminente della città nel settore dei servizi finanziari. In parte questo sforzo dei politici europei sta passando con l’introduzione di alcuni farmaci anti-mercato, come la tassa sulle transazioni finanziarie (la cosiddetta Tobin tax che può essere promulgata dai francesi) e il divieto di alcuni tipi di transazioni finanziarie, quali i credit default swap sovrani che si crede siano centrati a Londra.

C’è naturalmente l’invidia profonda che i controllori tedeschi provano per l’irrilevanza assoluta di Francoforte come centro finanziario globale, per non parlare del profondo risentimento sentito in Francia, dove si permette che le banche sopravvivano grazie ai salvataggi del governo, cosa che finisce per avere significativi risvolti, in particolare su operazioni finanziarie rilevanti, che vengono distolte dalla piazza di Londra.

Poi c’è tutta la questione di come i controllori finanziari operano nel Regno Unito, in sostanza, sono accusati dai loro colleghi in altre parti del mondo (Svizzera, Stati Uniti, Germania, Italia per citarne alcuni) di permette un comportamento furbesco dei banchieri che vendono strumenti finanziari troppo pericolosi (CDO, veicoli strutturati di investimento – SIV – ecc.) a ignari investitori in altre parti del mondo. Personalmente ho sentito un paio di banchieri centrali che hanno la stessa impressione sulla “Financial Supervisory Authority” del Regno Unito.

Più recentemente, i controllori degli Stati Uniti hanno cominciato a incolpare Londra di tenere una supervisione lassista sui guai di JP Morgan e su perdite multi-miliardarie su scommesse prese dal Chief Investment Officer.

Quindi, almeno sulla carta, un certo numero di punti sembrano evidenziare un collasso sistemico della sorveglianza sulle regole a Londra – almeno quando i media finanziari stranieri sembrano guardare al caso della Standard Chartered.

Questa è una conclusione stuzzicante, ma anche intellettualmente pigra.

Prendiamo la questione dei CDO e SIV che proliferavano fuori da Londra, ma hanno finito per danneggiare gli investitori negli Stati Uniti, Germania, Svizzera e altrove. L’idea che viene spontanea, naturalmente, è che la Gran Bretagna ha esportato un “oppio finanziario” che il resto del mondo ha aspirato senza rendersi conto dei costi totali. Questo è assurdo, in primo luogo perché anche le banche britanniche ne hanno sofferto le conseguenze – Northern Rock, RBS, Halifax – solo per citarne alcune. Anche quelle che sono sopravvissute – Barclays, HSBC – sono state danneggiate in maniera massiccia e si sono salvate per la loro forza globale e per le loro attività specifiche al di fuori di Londra.

Ancora peggio, chi ha investito in SIV e CDO per essere troppo pigro – per essersi basato solo su una valutazione fatta da una agenzia di rating, piuttosto che farsi i compiti a casa da solo: questi investitori semplicemente non sono hanno rispettato i principi fondamentali degli investimenti. Se non fossero stati i CDO a farli saltare in aria, sarebbe stato sicuramente qualcos’altro a farli saltare.

La discussione sul ruolo di Londra nella promozione di “prodotti finanziari esotici” nasconde anche il fallimento della regolamentazione di vigilanza negli Stati Uniti, Germania e Svizzera, per citare solo alcuni paesi che sono stati danneggiati. Le banche centrali di questi paesi hanno semplicemente omesso di controllare quanto di loro “competenza” e hanno permesso un gioco d’azzardo sconsiderato con l’uso di strumenti finanziari che alla fine si sono abbattuti su molte centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Allo stesso modo, sul caso JP Morgan è chiaro che i controllori degli Stati Uniti hanno avuto solo parole di elogio per il Chief Investment Officer di Londra, quando portava a casa eccezionali profitti (oltre il 15% dei profitti totali della banca in certe zone) – Anche se l’entità di certi utili avrebbe dovuto invitare ad un controllo più accurato, ma le autorità di regolamentazione degli Stati Uniti non hanno fatto controlli perché i controllori avevano e hanno ancora soggezione della banca e della sua dirigenza.

Il caso contro Londra è debole. Ciò non significa naturalmente che non avrà successo – se non altro, direi che ci sono alte probabilità di una reazione delle autorità di controllo britanniche per proteggere la loro reputazione a livello mondiale, approvando una procedura che potrebbe contribuire fortemente a distruggere il centro finanziario della città in modo piuttosto efficace.

Stato del dollaro USA

Il declino di Londra può effettivamente finire per danneggiare gli Stati Uniti e in particolare la posizione del dollaro come valuta mondiale dominante.

Ci sono una serie di ragioni strutturali e geopolitiche perché il dollaro possa perdere la sua posizione, a cominciare dall’abissale deficit di bilancio del paese e le sue guerre perse in Iraq e Afghanistan. L’effetto della George W Bush / Dick Cheney “Guerra al Terrore” è stato tale che i musulmani di tutto il mondo si sentono ormai piuttosto inclini ad evitare completamente l’uso della valuta statunitense. Poveri musulmani potrebbero preferire il dollaro USA alle proprie valute, controllate da vecchi rimbambiti, ma ci sono prove sufficienti per sapere che i musulmani ricchi hanno già diversificato i loro conti bancari in dollari USA, sterlina inglese e euro, per non parlare di oro in lingotti.

Tra gli esportatori di petrolio, la dicotomia è in aumento: Russia, Iran e Venezuela preferiscono evitare del tutto pagamenti in dollari USA, preferiscono essere pagati in yuan cinesi con currency swap bilaterali, per esempio. In altri paesi come la Libia e l’Iraq, riemergenti come esportatori di petrolio, è del tutto possibile che l’influenza degli islamisti contribuirebbe ad avviare analoghe politiche anti-dollaro-Usa.

Altra serie di motivi del declino del dollaro è il calo dell’influenza, a livello mondiale, delle istituzioni finanziarie americane. Un certo numero di istituzioni – Lehman Brothers, Bear Stearns, Citibank, Wachovia, Merrill Lynch – sono cadute per strada mentre tra i sopravvissuti, come Bank of America e Wells Fargo c’é una chiara tendenza a tornare “alle origini”, vale a dire a riprendere la cura del mercato interno USA, evitando così di essere presenti sui mercati stranieri. Un certo numero di istituzioni finanziariamente forti come Morgan Stanley e Goldman Sachs non hanno più lo stesso accesso alle offerte globali (e agli affari), come nei giorni precedenti la crisi.

Come centro finanziario Londra in realtà è stata un gateway per un gran numero di transazioni che pompano capitale nell’economia degli Stati Uniti. Mercati obbligazionari, valutari e commerciali non operano essenzialmente a Londra – da qui la rissa recente sul tasso di prestito interbancario, o Libor – mentre segmenti chiave dei servizi finanziari globali, comprese le assicurazioni e gli hedge fund hanno sede in città. Ridurre il ruolo di Londra assesterebbe molto probabilmente il colpo più grande ai mercati finanziari degli Stati Uniti per numero di operatori che resterebbero esclusi dal mercato di fascia alta nello scambio di valute come sterlina o euro, lontano dagli occhi indiscreti dei legislatori statunitensi.

Un gran numero di banche orientali cinesi, russe e del Medio Oriente operano fuori Londra e è del tutto evidente che gran parte di questi affari finiscono per toccare i mercati degli Stati Uniti, attraverso il commercio finanziario o i trasferimenti in conto capitali verso imprese statunitensi. Bloccare le operazioni a Londra significherebbe per le banche semplicemente iniziare a utilizzare valute diverse dal dollaro USA per non rischiare di far passare quelle operazioni direttamente sotto il naso dei legislatori statunitensi.

Nel frattempo, il mercato azionario americano si trova in una “bolla”, con alla base la debolezza economica, mascherata da profitti “una tantum” e da rimesse che sono servite ad addolcire i risultati. La debolezza in Asia e in Europa non è stata calcolata interamente nelle entrate degli Stati Uniti, c’è quindi da aspettarsi un calo significativo delle valutazioni azionarie nei prossimi sei mesi o giù di lì.

La retorica politica negli Stati Uniti non sta facilitando le cose, come le prossime elezioni presidenziali che sembrano screditare ulteriormente gli atteggiamenti degli Stati Uniti verso la Cina. Già, c’è una chiara evidenza che la Cina sta vendendo furiosamente il dollaro USA; ad un passo da una guerra commerciale (il candidato Mitt Romney promette che il primo giorno della sua presidenza etichetterà la Cina come “manipolatore di valuta” ) e questo non fa che peggiorare le cose per il dollaro USA .

 

Articolo ripreso da attimes.com

Investire in Cina potrebbe essere molto pericoloso nel 2012 e oltre

«Lʼinflazione è una tigre» aveva detto alcuni mesi fa il premier Wen Jiabao: una crescita così stupefacente si paga anche con continui rincari del costo della vita. Ma cʼè qualcosʼaltro nel ventre del Dragone che corre agli stessi ritmi. Le sue pulsazioni si avvertono dalle piccole e medie imprese dello Zhejiang e del Guangdong (le culle del manifatturiero cinese) fino ai palazzi dei governi locali.

Si agita, si muove attraverso i cantieri e gli uffici degli appaltatori, e arriva fino al cuore del sistema bancario e finanziario di Pechino e Shanghai. È unʼenorme massa di debito, di cui nessuno riesce a determinare con esattezza la portata. Proviamo a seguire le tracce di questa seconda tigre. È un animale misterioso, dai contorni molto più sfumati, eppure è legata a doppio filo allʼinflazione. Dopo, le parole di Wen appariranno sotto una luce diversa.

Le banche cinesi

Molti dati ufficiali pubblicati dal governo di Pechino non sono incoraggianti. A novembre il Purchasing Managersʼ Index, lʼindicatore del manifatturiero, è sceso sotto la fatidica soglia dei 50 punti, segno che per la prima volta in tre anni lʼimmensa macchina della produzione cinese è in contrazione. In Europa e negli Stati Uniti si consuma di meno e lʼeffetto si ripercuote sullʼeconomia dellʼImpero di Mezzo, ancora fortemente orientata verso le esportazioni.

La sera precedente alla pubblicazione del dato, la Banca centrale di Pechino era corsa ai ripari con una mossa a sorpresa: un taglio di 0.50 punti del coefficiente di riserva obbligatoria. Dal 5 dicembre si riduce la quota che gli istituti di credito devono depositare necessariamente presso Peopleʼs Bank of China, le banche possono erogare più prestiti e immettere maggiore liquidità nel sistema.

Si tratta di una mossa di segno completamente opposto a quelle decise finora: dallʼinizio dellʼanno PBoC aveva aumentato il coefficiente ben sei volte, con lʼobiettivo di drenare lʼeccesso di moneta in circolazione, evitare che le banche prestassero troppo e combattere lʼinflazione. Le banche cinesi – tutte quante, dai quattro colossi fino agli istituti di credito rurali – sono le protagoniste dellʼimmensa diga eretta da Pechino contro la crisi finanziaria globale scoppiata nel 2008. Ma sono anche una specie di fisarmonica nelle mani del governo, che le contrae e le espande a seconda della musica adatta al momento.

«La prima grande differenza tra le banche cinesi e quelle occidentali è che i tassi dʼinteresse non vengono decisi dal mercato – spiega Michele Geraci, Senior Research Fellow presso lʼUniversità dello Zhejiang, a capo del China Programme del Global Policy Institute della London Metropolitan University- e la seconda consiste nel fatto che le banche seguono le direttive del governo. Non esistono dati certi e stiamo ragionando su numeri enormi, ma su base puramente aneddotica si potrebbe dire che solo il 20% delle piccole e medie imprese riceve credito dalle banche, e quindi il grosso dei prestiti viene concesso alle aziende di proprietà dello Stato».

Nelle convulse settimane dopo il crollo di Lehman Brothers, la leadership cinese reagisce con un massiccio pacchetto di stimolo allʼeconomia: sul piatto vengono messi 4mila miliardi di yuan (al cambio attuale circa 466 miliardi di euro) da investire in sviluppo delle zone rurali, energie pulite, costituzione di un sistema di welfare -praticamente inesistente- e, soprattutto, infrastrutture.

Ma, attenzione, questa diga è composta da un altro, immenso blocco: nelle stesse settimane il governo cinese impone alle banche di aumentare i prestiti e immettere nel sistema quanta più liquidità possibile. Risultato: nel biennio 2009-2010 si assiste a un boom del credito, stimato in 17.500 miliardi di yuan (2.039 miliardi di euro al cambio attuale). Ecco che la tigre assume dei contorni un poʼ più definiti. In due anni, le banche concedono una mole sterminata di nuovi prestiti, coi quali lʼeconomia cinese continua a crescere nonostante i venti di crisi che spirano da Occidente. Ma la maggior parte di questi soldi non sono certo finiti nelle mani delle società private. Per ottenere credito, le piccole e medie imprese si rivolgono altrove.

Il sistema bancario sotterraneo

Succede a qualsiasi straniero che entra in una banca cinese per cambiare valuta estera. Proprio davanti agli sportelli, sotto il naso di poliziotti e guardie giurate che fingono di non vedere. Un tizio in borghese ti avvicina, e si offre di acquistare la tua moneta straniera a un tasso diverso da quello praticato dalla banca. Queste apparizioni sono solo il primo segnale che, in parallelo al sistema finanziario “ufficiale”, si snoda il cosiddetto “sistema bancario sotterraneo”, un circuito informale del prestito al quale i privati si rivolgono per ottenere quel credito che le banche di Stato non sono disposte a fornire loro.

Famiglie, aziende e imprenditori depositano le loro sostanze presso le banche sotterranee per ottenere guadagni veloci: queste “trust companies” prestano allo stesso tipo di clienti a tassi decisamente superiori a quelli praticati dalle banche ufficiali (si può superare il 20% mensile) e guadagnano soprattutto sulla differenza tra i tassi praticati sul brevissimo termine e quelli applicati su un lasso di tempo più lungo. Con questo sistema, lʼimprenditore che deve pagare un fornitore ed è a corto di liquidità ottiene il denaro che gli serve per tamponare e ripaga quando ha ottenuto il cash. Ma cosa può succedere se il meccanismo sʼinceppa?

La risposta è la crisi di Wenzhou. Circa 10 milioni di abitanti, uno degli hub del manifatturiero dello Zhejiang, tra le città più ricche della Cina. La maggior parte dellʼimmigrazione cinese in Italia proviene da qui. Dallʼinizio dellʼanno scorso Wenzhou è stata funestata da una catena di fallimenti che hanno portato al suicidio o alla fuga numerosi imprenditori. Le imprese in bancarotta non hanno pagato i debiti alle trust companies, diffondendo il virus.

Lʼautorevole China Securities Journal cita un rapporto della sezione di Wenzhou della Banca centrale secondo il quale, a luglio, nella metropoli dello Zhejiang circa lʼ89% delle famiglie e il 60% delle società erano in qualche modo coinvolte nel sistema bancario ombra, con tassi medi di circa il 25% allʼanno. Il governo è intervenuto direttamente, a ottobre il primo ministro Wen Jiabao si è recato personalmente a Wenzhou per calmare le acque e contenere il panico su un sistema ad alto tasso di contagio.

Ma il sistema bancario ombra esiste in tutta la Cina. I dati diffusi il 31 marzo scorso dalla China Trustee Association mostrano che questa mole di prestiti aveva raggiunto quota 15.300 miliardi di yuan (1.785 miliardi di euro). «Non credo che quanto successo a Wenzhou possa diffondersi in altre province – afferma Geraci – finché il governo centrale interviene con prontezza». «Siamo molto spaventati – afferma un imprenditore di Wenzhou che ha vissuto in Italia – e temo che dopo il prossimo capodanno cinese, quando tradizionalmente dovrebbe circolare più denaro, assisteremo ad altri fallimenti».

Il mercato immobiliare

Ma la nostra tigre non ha solo il colore grigio del sistema bancario ombra. Una parte consistente di questa tigre-Frankenstein è costituita dai debiti contratti dalle amministrazioni locali con le banche e dai prestiti erogati dalle stesse banche al settore immobiliare. Per legge, in Cina le amministrazioni locali non possono ottenere finanziamenti diretti dal mercato: il governo di una provincia non può emettere e vendere bond.

Dato che una parte dellʼimmenso pacchetto di stimoli allʼeconomia varato nel novembre 2008 doveva essere versato proprio dai governi locali, si è trovato un modo per aggirare il problema: sono le LIC (Local Investment Companies), agenzie finanziarie nei cui consigli di amministrazione siedono le stesse persone che amministrano politicamente il territorio. Queste agenzie si presentano alle banche e offrono la migliore garanzia in loro possesso, la terra, che nellʼImpero di Mezzo è di proprietà dello Stato. In cambio ottengono prestiti da investire in infrastrutture e immobili.

Secondo un rapporto della China Banking Regulatory Commission (lʼauthority bancaria cinese) pubblicato dal settimanale Caixin nel luglio del 2010, le LIC avrebbero ottenuto prestiti per 7.660 miliardi di yuan (893 miliardi di euro, al cambio attuale), dei quali il 23% andrebbe ormai classificato come credito in sofferenza e il 50% avrebbe un esito “incerto”.

Secondo una stima indipendente del gruppo di ricercatori della Northwestern University of Illinois sotto la guida del professor Victor Shih, i prestiti concessi alle LIC ammonterebbero invece a più di 11mila miliardi di yuan (al cambio attuale 1.283 miliardi di euro). Ma nessuno, al momento, sembra esattamente in grado di dire quanti soldi abbiano prestato le banche alle LIC e ad altri comparti delle amministrazioni locali.

Quanti dei progetti avviati dalle amministrazioni locali cinesi stanno dando dei frutti? Nessuno lo rivela. Ma non sono mancati i fiaschi completi, come il tratto di ferrovia ad alta velocità che collega Pechino e Shanghai alla provincia del Sichuan, nel centro del Paese. Inaugurata lʼanno scorso, è stata bloccata ad agosto. Come dire che, a doppio binario, esiste una linea ferroviaria lunga 10mila chilometri da Pechino a Reggio Calabria, ma sulla quale non viaggia più nessun treno.

A questo si aggiungono i timori sul settore immobiliare: il mercato cinese è da tempo in pieno surriscaldamento: i prezzi delle proprietà sono raddoppiati nellʼarco di cinque anni, e nel solo 2010 sono cresciuti del 18% in tutta la nazione. Ma a ottobre si è assistito a un calo dei prezzi delle proprietà in 33 delle 70 principali città cinesi, che segnano così la peggiore performance degli ultimi anni. Quante delle proprietà che sono state vendute a un certo costo hanno perso di valore? E quanti dei prestiti versati dalle banche sono ormai inesigibili?

Tigre di carta o tigre reale?

Debito dei privati verso il sistema bancario sotterraneo, debito delle amministrazioni locali verso le banche, debito dei costruttori verso le banche: ecco i tre fronti di rischio che scuotono il sistema finanziario del Dragone. «Penso che sul versante dellʼimmobiliare, in Cina, ci sia una bolla speculativa in alcune zone ma non in altre – spiega Geraci – e nel caso di un repentino crollo dei prezzi ci saranno relativamente pochi soggetti costretti a vendere. Probabilmente un calo fino al 30% può essere assorbito.

Sul fronte dei governi locali, il debito pubblico lordo coincide con quello netto perché le amministrazioni locali impiegano subito i prestiti erogati e quindi perdono questa liquidità, si tratta quindi di un problema da tenere sotto stretto controllo, che temo aumenterà di grandezza. Il problema del sistema bancario sotterraneo esiste, è consistente, ma può essere gestito. Come estremo rimedio, il governo può sempre stampare moneta, soluzione che però determinerebbe nuovi rincari dellʼinflazione». Come se la giocherà il governo di Pechino? Con una nuova tigre in libertà a casa, difficilmente la Cina potrà correre in soccorso del Vecchio Continente.

 

Articolo ripreso da linkiesta.it