Aggiornamenti da febbraio, 2013 Attiva/disattiva nidificazione dei commenti | Scorciatoie da tastiera

  • admin 23:37 il 7 February 2013 Permalink  

    La geopolitica guidera’ gli investimenti nel giro di non molti anni 

    I molti focolai di tensione in Estremo oriente, ma anche in Africa del Nord, sono paralleli alla profonda crisi che investe l’economia americana e quella mondiale. Falliti i progetti keynesiani di Barack Obama, siamo vicini a una super-inflazione del dollaro, mentre i dati del mercato reale sono ai minimi storici. Sfiducia verso le Banche centrali.

    I bombardamenti di Israele in Siria e l’attentato ad Ankara contro l’ambasciata Usa e prima ancora l’uccisione dell’ambasciatore americano in Libia nell’attentato di Bengasi (appena dopo che si era incontrato con l’ambasciatore turco per discutere della “fornitura” – o contrabbando ? – di armi da destinare alla ribellione siriana) disegnano uno scenario politico mondiale molto teso.

    Se si considerano poi le altre aree di tensione, tra Cina e Giappone, Israele ed Iran, la Corea del Nord nuclearizzata, il fronte magmatico tra Afghanistan e Pakistan, le difficoltà dell’Africa del Nord e quelle più in generale dell’Africa Occidentale si arriva alla conclusione che un conflitto su larga scala potrebbe essere prossimo. Un evento bellico di tale estensione non avrebbe però senso senza un forte sottostante squilibrio economico. Purtroppo molti fattori fanno ritenere che il collasso del sistema monetario ed economico attuale sia possibile ed ormai prossimo.

    I fallimenti di Obama, Bernanke, Geithner

    A più di cinque anni dall’inizio della crisi immobiliare negli Usa e dei titoli “sub-prime” ed a quattro anni dalla successiva crisi finanziaria innescata dal fallimento della Lehman (del settembre 2008) un semplice dato ci dice che l’economia mondiale è ben lontana da una reale ripresa. L’indice dei noli del carico secco, il Baltic Dry Index, BDI, si situa attorno a 750, leggermente superiore ai minimi di metà settembre 2012 (662) e di fine anno (698) ma in rapida discesa rispetto al 21 gennaio scorso (838).

    Siamo a livelli siderali di distanza dal massimo storico del BDI del maggio 2008 (11.793) ed a due passi dal minimo storico – dal 1986 – del 5 dicembre 2008 (663). È un indice molto significativo perché è un dato sintetico che riguarda la movimentazione di materie prime di base come il minerale di ferro, il carbone – fonte primaria di energia in Cina, la seconda, se non la prima, economia del pianeta – le granaglie (come la soia ed altri cereali).

    Niente può rendere più plastico ed evidente il fallimento delle teorie economiche keynesiane degli ultimi 50 anni, quando, con l’avvento della presidenza Kennedy nel 1961, divennero l’ortodossia economico- religiosa professata nei Paesi occidentali. Infatti, su suggerimento dei “consigliori”, i compiacenti premi Nobel per l’economia come Krugman e Stiglitz, la cura è stata quella classica: immettere liquidità. E una liquidità davvero enorme è stata immessa nel sistema da Bernanke, tramite la QE, la QE2, la QE infinito, coadiuvato da Tim Geithner al Ministero del Tesoro, (Stimulus I e II) e da tutto il governo del presidente nato, così ci dice, alle Hawaii, (l’Obamacare, la “Green economy”).

    Ad esso si deve aggiungere il volenteroso sostegno di ogni possibile espediente di spesa della Cia e del Pentagono, il cosiddetto keynesianesimo militare (cioè le guerre varie – la campagna d’Africa, la Primavera Araba, la lotta di “liberazione” di Libia e le altre piacevoli “scampagnate”, senza contare l’Afghanistan e l’impegno indiretto in Iraq). Si è trattato davvero di una valanga di liquidità, di spesa in deficit, che secondo i sacri Veda del venerabile Keynes avrebbe dovuto rianimare la crescita. L’effetto promesso, anzi garantito, declamato dalla lirica della propaganda del nuovo Kennedy nero – “yes, we can”, sì, lo possiamo – non c’è stato: il tasso di occupazione stagnante e la crescita economica asfittica ne sono testimonianza.

    Nel gennaio 2009 la disoccupazione era al 7,80 % della forza lavoro nel gennaio 2013 al 7,90 % (dopo aver toccato un picco tra il 10,10 % ed il 9,80 % tra l’ottobre 2009 e l’ottobre 2010). Questi, ovviamente sono i dati ufficiali, calcolati sulla base dei parametri statistici introdotti nel 1994 che escludono i disoccupati di lungo periodo, che scoraggiati non cercano nemmeno più lavoro. Se si calcolassero anche costoro il dato vero sarebbe di una disoccupazione pari a circa il 23 %.

    Simile è il caso della crescita economica: il tasso di crescita nel 2012 è stato del 2,2 %, ma questo dato è ottenuto per differenza sottraendo al tasso di crescita nominale il tasso ufficiale di inflazione. Come invece ben sanno le massaie, il tasso reale di inflazione è più alto di quello ufficiale, sia negli Usa che altrove. Le attuali metodologie econometriche sottostimano infatti il tasso di inflazione e se si applicano i metodi di rilevazione in uso fino agli anni ’80 osserveremo un tasso di inflazione ben più elevato e per conseguenza scopriremmo che negli Usa la crescita economica è stata in realtà negativa, -2% circa.

    Ancora più preoccupante è la una contrazione nei dati ufficiali, una crescita negativa, pari a -0,1 % nell’ultimo trimestre, che segnala l’inizio di una nuova recessione. Nonostante, dunque, la potenza di fuoco, in termini di incremento della spesa pubblica, Obama, l’eroe del riscatto dei diseredati, asseverato nella loro saggezza da quasi tutti i guitti di Hollywood e dagli onniscienti esperti televisivi ma anche dai seriosi burocrati e dai baroni universitari del politicamente corretto ha di fatto fallito.

    Debito pubblico alle stelle

    Alcuni splendidi risultati, però, Obama, il presidente americano più prontamente insignito con il premio Nobel per la pace, li ha davvero sortiti, grazie ai suoi “consigliori” keynesiani: ad esempio il più rapido incremento del debito pubblico in rapporto al PIL in epoca di pace. Era il 40,2 % a fine 2008, mentre a fine 2012, con circa 16.432 miliardi di dollari, il debito pubblico è arrivato a toccare quasi il 105 % del PIL, senza contare, ovviamente, gli impegni privi di copertura, messi a carico delle generazioni future, e senza contare il sostegno al sistema bancario e finanziario, posto nominalmente a carico della Fed, che ammonta al doppio del PIL.

    Un altro splendido risultato è stato l’incremento dell’indice della Borsa americana S&P 500, che dopo il tonfo del 2008 – il 20 novembre l’indice aveva toccato 752, il minimo dal 1997 – si è prontamente ripreso ed a 1513 è di nuovo molto vicino ai livelli massimi precedenti la crisi. In questo Obama ha agito davvero bene, facendo diligentemente gli interessi dei suoi veri patrocinatori elettorali: non le masse dei discreditati, ovviamente, ma le grandi finanziarie di Wall Street ed i fondo speculativi, che a suon di contributi milionari lo hanno catapultato al comando.

    Ora, però, chi non vuol ascoltare l’indice “spanno-metrico” della massaia, perlomeno osservi il BDI, come misura della realtà: la divergenza tra indice S&P 500, le quotazioni di borsa, ed il BDI, il trasporto di carichi secchi, è davvero impressionante. Uno è vicino ai massimi, l’altro ai minimi. Quale dei due rifletta meglio la realtà non è difficile stabilirlo: secondo informazioni di mercato (riferite da Clarkson’s, uno dei maggiori mediatori mondiali di noli) la mancanza di attività nel settore dei carichi secchi, di fissati reali, è marcata e non è dovuta solo al normale rallentamento connesso con le festività del capodanno lunare cinese.

    Logico è perciò pensare che a riposizionarsi sia piuttosto l’indice di Borsa S&P 500 finora sostenuto dalle abbondantissime iniezioni di liquidità della Fed. È infatti difficilmente ipotizzabile che la Fed possa continuare ad alimentare la Borsa senza rischiare a questo punto una forte fiammata inflazionistica, con il greggio di riferimento, il Brent, già a 116 $ al barile, non lontano dai massimi a 150 $ bbl toccati nel 2008 poco prima della crisi Lehman. Più probabile è invece che al minimo segno di rallentamento dell’immissione da parte della Fed di nuova e sovrabbondante moneta a costi vicini allo zero, i tassi d’interesse possano risalire e le quotazioni di Borsa possano subire un crollo dalle altezze artificiali su cui si situano attualmente.

    Se prendiamo il BDI come misura del reale, un ritorno dell’indice S&P 500 a livelli intorno ai minimi del novembre 2008, circa la metà di quelli attuali, sembra essere plausibile. A catena un crollo del 30 – 50 % della Borsa americana verrebbe ad influenzate tutte le Borse mondiali, trascinerebbe con sé le quotazioni delle materie prime non energetiche ed in particolare i metalli ferrosi e non ferrosi. Si può così innescare una nuova crisi dei derivati, in gran parte legati sia ai tassi d’interesse, che alle quotazioni di Borsa, che agli indici finanziari, che alle materie prime ed alle valute.

    A catena, dunque, una riedizione della crisi dei derivati porterebbe, pertanto, ad una nuova aspra crisi bancaria e finanziaria. Per logica, ne conseguirebbe poi il collasso del dollaro ed infine la perdita di credibilità delle Banche centrali, il cui bilancio è ormai gonfiato all’inverosimile di titoli tossici, obbligazioni di fatto prive di valore perché i debitori non dispongono di una reale capacità di onorare gli impegni presi.

    Tratto da: informarexresistere.fr
     
  • admin 21:16 il 23 December 2012 Permalink |  

    Investire nelle fonti energetiche non convenzionali 

    La Commissione europea sta effettuando una consultazione pubblica sugli sviluppi futuri dei combustibili fossili non convenzionali, quali il gas di scisto, in Europa. Tutti gli interessati (individui, organismi e autorità pubbliche) sono invitati ad esprimere le proprie opinioni sulle opportunità e le sfide che possono scaturire dallo sviluppo di progetti in questo ambito e sulle migliori modalità per affrontare i problemi fin qui emersi. La consultazione, che resterà aperta fino al 20 marzo 2013, è disponibile in tutte le 23 lingue dell’Unione europea.

    In passato la prospezione e la produzione di gas naturale e petrolio in Europa riguardava soprattutto le risorse convenzionali. Oggi, mentre le opportunità di estrazione convenzionale a livello nazionale si fanno via via più limitate, gli sviluppi tecnologici aprono nuove possibilità per l’estrazione di combustibili fossili non convenzionali – quali il gas di scisto, il cosiddetto tight gas e il metano da depositi carboniferi – provenienti da formazioni geologiche il cui sfruttamento era fino ad oggi troppo complesso o costoso.

    La Commissione europea mira ad assicurare che eventuali ulteriori sviluppi dei combustibili fossili non convenzionali siano accompagnati da opportune misure di salvaguardia della salute, del clima e dell’ambiente che garantiscano a cittadini e operatori la massima chiarezza sul piano giuridico e della prevedibilità, contribuendo in questo modo a fare sì che i benefici potenziali – in termini di sicurezza economica ed energetica – possano essere conseguiti senza ripercussioni per la salute e l’ambiente. Le domande in cui si articola la consultazione riguardano aspetti quali le opportunità e i problemi, le possibili misure per ridurre i rischi per la salute e l’ambiente, le misure per migliorare la trasparenza delle operazioni oltre a raccomandazioni generali relative agli interventi a livello UE.

    Le prossime tappe

    Basandosi sul lavoro di analisi che ha realizzato a partire dalla fine del 2011, la Commissione europea intende proporre nel 2013 un quadro per gestire i rischi, eliminare le lacune a livello regolamentare e garantire il massimo livello di chiarezza giuridica e prevedibilità per operatori di mercato e cittadini in tutta la UE. In sede di definizione (già in corso) del quadro citato saranno analizzate tutte le opzioni strategiche pertinenti.

    La consultazione in rete fa parte di un più ampio processo di coinvolgimento della società civile nei dossier su cui lavora la Commissione. Il processo di consultazione formale comporta riunioni periodiche con gli Stati membri e altri soggetti interessati e prevede una riunione pubblica di consultazione da tenersi nella prima metà del 2013. Dei risultati della consultazione si terrà conto in questo più ampio processo.

     
  • admin 19:08 il 11 May 2012 Permalink |  

    Dove si fa innovazione tecnologica nell’anno 2012 

    L’Europa, come è noto, è al centro di una grave crisi, economica, occupazionale e di debito. Sembra anche una crisi industriale, e l’anno 2012 sarà probabilmente l’anno della recessione.

    Qualche elemento di speranza arriva in questi giorni da un’indagine sui 100 maggiori innovatori del mondo condotta da Thompson Reuters, che descrive una gerarchia del mondo un po’ diversa da quella che siamo abituati a sentire. Il rapporto analizza e descrive l’evoluzione mondiale dell’innovazione scientifico-tecnologica nell’anno che sta per finire, stilando una classifica delle aziende e degli enti che hanno ottenuto i maggiori risultati nel settore, sia tra quelli pubblici che tra quelli privati. I suoi contenuti fondamentali possono essere sintetizzati in dieci punti.

    Brevetti

    La gerarchia dei continenti vede in testa c’è il Nord America con 40 aziende o enti presenti in classifica, seguito dall’Asia (31) e dall’Europa (29).

    E la Cina?

    L’Asia è rappresentata soprattutto da Giappone e Corea del Sud, mentre la Cina non figura affatto. Ecco una prima cosa insolita rispetto a quello che siamo abituati a pensare: quella che è diventata la nazione prima produttrice di brevetti al mondo non ha però nessuna azienda o ente che sia tra le prime 100 innovatrici del mondo.

    Chi innova di più in Europa

    Tra i paesi europei con più aziende o enti leader mondiali dell’innovazione c’è in testa la Francia, con 11. Prima in Europa e terza nel mondo dietro Stati Uniti e Giappone.

    Francia

    La Francia ha anche un primato mondiale: è stata l’unica nazione a presentare in questa classifica ben tre enti di ricerca (per tutti gli altri stati si tratta di società private): il Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica (CNRS, completamente pubblico), il Commissariato per l’Energia Atomica (CEA, parzialmente pubblico) e IFP-Energie Nouvelles (l’ex Istituto Francese del Petrolio ora riconvertito verso lo studio delle nuove fonti di energia).

    L’Europa

    L’Europa è anche, cosa meno inaspettata, il continente con il numero maggiore di Stati presenti nella classifica. Oltre alla Francia troviamo la Germania, i Paesi Bassi, la Svizzera, la Svezia e persino il piccolissimo Lichtenstein. L’Inghilterra è presente solo parzialmente con l’azienda anglo-olandese Unilever.

    L’Italia non c’è

    Italia non pervenuta. Nessuna azienda o ente italiano figura tra i primi 100 innovatori del mondo. Niente, né nella chimica, né nell’elettronica, né nella motoristica, né nella componentistica. Nulla. D’altra parte nessuna università italiana è tra le prime cento del mondo.

    Lavoro

    Le 100 aziende o enti presenti nella classifica hanno creato più di 400.000 posti di lavoro nel 2010, con un significativo incremento rispetto al 2009 (e senza contare l’impatto indiretto sull’indotto). Le stesse aziende o enti hanno avuto un incremento dei ricavi del 12,9 per cento tra il 2009 e il 2010 e conseguentemente un aumento del valore delle loro azioni in borsa.

    Modelli

    Non esiste un solo modello per sviluppare innovazione. Se da una parte ci sono modelli basati sulle aziende private come attori centrali e le Università a fornire “mano d’opera”, il modello francese testimonia come sia possibile innovare anche con enti di ricerca pubblici o parzialmente pubblici. La presenza del settore pubblico che non è necessariamente sinonimo di apatia, assistenzialismo e spreco.

    Innovare conviene

    Quanto sia “conveniente” investire in scienza e tecnologia non arriva dagli ambienti accademici o politici “di area” ma da una importante società nel campo dell’informazione economico-finanziaria. Che conferma una volta di più come per crescere serva sviluppare e incentivare ricerca e innovazione tecnologica.

    Il mondo non è cambiato, ancora

    L’Europa non è in testa alla classifica ma nemmeno condannata al declino come sembrerebbe osservando altri indicatori. Le economie emergenti, quelle dei cosiddetti BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) ancora non si vedono dietro Stati Uniti e Giappone.

     

    Articolo ripreso da ilpost.it

     
  • admin 00:54 il 2 March 2012 Permalink |  

    Investire in Qatar potenza emergente del Medio Oriente 

    In Libia l’era Gheddafi è finita. In Siria Assad è rimasto isolato. In Palestina Hamas ha preso le distanze da Damasco e guarda altrove. In Yemen governo e opposizione stanno cercando faticosamente un accordo per smuovere il Paese dallo stallo.

    In Giordania i Fratelli Musulmani aspirano a rientrare nel gioco politico. La Tunisia è il primo grande laboratorio arabo in cui si tenta di conciliare la democrazia con l’Islam.

    Dietro tutti questi movimenti c’è un minuscolo stato, più piccolo della Campania, meno popolato della Calabria, il Qatar. La carta geopolitica del Medio Oriente si è improvvisamente ingiallita, leader storici sono caduti, lo status quo è sottoposto a una lenta ma inesorabile opera di revisione e in questo vuoto di potere l’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani ha giocato le proprie carte, forte di un notevole peso economico, di una micidiale potenza mediatica e di una rete di relazioni che abbraccia tutto il mondo arabo.

    Sabato scorso la Lega Araba ha sospeso l’adesione della Siria. Ieri, dopo un vertice tenuto a Rabat, l’organizzazione ha minacciato sanzioni economiche nel caso in cui Damasco non mantenga le promesse fatte al segretario Nabil el Araby: il ritiro dell’esercito dalle città assediate, la liberazione dei prigionieri politici, l’avvio di trattative con l’opposizione. Un salto di qualità rispetto alle misure già prese da alcuni paesi – come il richiamo dell’ambasciatore deciso dall’Arabia Saudita – in cui il ruolo di Doha è stato determinante.

    Il Qatar aveva scommesso nell’opera di modernizzazione promossa da Assad, investendo in maniera ingente nell’economia siriana, ma la rivolta scoppiata a marzo ha guastato i rapporti tra i due Paesi. L’atteggiamento del raìs, che con una mano annunciava le riforme e con l’altra usava il pugno di ferro, ha portato l’emiro a schierarsi progressivamente con l’opposizione, come era avvenuto in Libia.

    È difficile che si arrivi a un intervento armato in Siria, anche se fu proprio la presa di posizione della Lega, con la successiva richiesta di una no fly zone, a costituire la base della missione Nato in Tripolitania e in Cirenaica. In caso contrario, però, il Qatar farebbe la propria parte, come già accaduto in Nordafrica.

    Doha è stato il primo paese arabo a riconoscere il Consiglio nazionale transitorio di Bengasi. Ha partecipato allo sforzo bellico, ha addestrato militarmente e ha sostenuto economicamente i ribelli. Ha accolto i transfughi del regime, come l’ex ministro degli Esteri, Moussa Koussa. Ha permesso agli insorti di trasmettere dagli schermi di una tv satellitare.

    Nel momento in cui gli Stati Uniti non possono più permettersi un impegno su larga scala, le tradizionali potenze sunnite sono distratte dai problemi interni, l’Iran deve gestire il dossier nucleare ed è prigioniero di lotte intestine, il Qatar si presenta come l’unico attore in grado di agire con rapidità ed efficacia.

    L’Egitto è impegnato nella transizione post Mubarak, la gerontocratica classe dirigente dell’Arabia Saudita si sforza di disinnescare qualsiasi ipotesi di rivolta endogena, la Siria è dilaniata dalla guerra civile: in questo contesto il dinamismo del Qatar non fatica ad emergere, anche in qualità di mediatore, come nello Yemen che cerca da mesi un’intesa per l’exit strategy del presidente Saleh.

    Secondo alcuni, Doha si muoverebbe secondo una linea settaria. In Siria, ad esempio, non farebbe altro che sostenere l’opposizione sunnita contro l’élite alawita di Assad. Un’ulteriore prova di questa tesi sarebbe l’appoggio all’intervento saudita in Bahrein, per reprimere la rivolta degli sciiti.

    Altri parlano invece di un’agenda islamista che il Qatar vorrebbe imporre a tutto il mondo arabo. Bassma Koudmani, uno dei leader dell’opposizione siriana, crede invece che l’emiro si sia limitato a riempire un vuoto: «Ha occupato uno spazio e un ruolo che era stato lasciato scoperto da altri Paesi».

    La stessa posizione assunta sulla Siria mirerebbe soprattutto ad eliminare un importante competitor nella leadership regionale. L’opportunismo qatariota si estenderebbe anche al sostegno fornito ai movimenti islamisti che beneficiano dell’apertura dei sistemi arabi alla competizione politica.

    «Il Qatar è un Paese privo di ideologia – sostiene Talal Atrissi, analista politico libanese. – Doha sa che gli islamisti rappresentano il nuovo potere. Alleandosi con loro, vuole estendere la propria influenza sull’intera area».

    A differenza di Arabia Saudita ed Emirati Arabi, l’emiro mantiene stretti legami con le differenti branche dei Fratelli Musulmani, dalla Libia alla Siria, dall’Egitto alla Giordania, dove tenta di favorire un riavvicinamento tra il Fronte di azione islamica e il governo del neo-premier Awn Khasawne. Khaled Meshal, leader in esilio di Hamas, è di casa a Doha, come il popolare islamista egiziano Yusuf Qaradawi. Gli stessi talebani potrebbero aprire una loro rappresentanza nel Golfo.

    Sono piuttosto noti i rapporti tra il Qatar e Rachid Ghannouchi, capo carismatico di Ennahda, il partito uscito vincitore dalle recenti elezioni tunisine, anche grazie al sostegno economico dell’emiro. Ma l’apporto più evidente si è avuto in Libia, dove gli islamisti espatriati a Doha hanno giocato un ruolo chiave nella fine di Gheddafi, in primo luogo il predicatore Ali Sallabi e il guerrigliero Abdel Hakim Belhaj, attualmente al vertice del consiglio militare di Tripoli.

    È probabile che la prossima generazione di leader arabi non esca più dal milieu militare, ma da quello dell’Islam politico. Doha è pronta a relazionarsi con questa nuova classe dirigente, non come punto di riferimento politico – dal punto di vista retorico, in questa fase prevale il modello turco – ma attraverso la potenza combinata del denaro e dei media.

    Il Qatar è fra i Paesi più ricco del mondo, secondo il Pil pro capite. Detiene fra le maggiori riserve di gas del pianeta. A questo si aggiunge il soft power garantito da al Jazeera, il principale canale televisivo della regione. L’emittente fondata e finanziata dall’emiro è un formidabile strumento di pressione e un decisivo atout della politica estera, perché può accendere o spegnere i riflettori, a seconda delle convenienze.

    La strategia di Al Thani rimane comunque flessibile. Il sostegno agli islamisti non significa affatto una rottura con Washington, che considera Doha un alleato strategico e mantiene nel Paese due basi militari, né l’emiro disdegna i rapporti con gli sciiti: lo scorso anno fu accolto come un eroe dai sostenitori di Hezbollah, perché li aveva aiutati a ricostruire le città bombardate da Israele nella guerra del 2006.

    L’attivismo qatariota mostra limiti e contraddizioni, come si è visto in Bahrein. Né una monarchia assoluta può rappresentare l’orizzonte ideale di chi ha promosso la primavera araba. Nella stessa Libia si sono levate le prime voci critiche. Abdulrrahman Shalgam, ex ambasciatore alle Nazioni Unite, ha accusato Doha di voler trasformare la Libia in un proprio satellite.

    Una denuncia espressa, in maniera più velata, anche da Mahmoud Jibril, ex premier del Cnt di Bengasi: «Con i soldi e le televisioni, il Qatar sta interpretando un ruolo superiore al suo potenziale».

    Articolo ripreso da linkiesta.it

     
  • admin 02:35 il 19 January 2012 Permalink |  

    Investire sulle fonti energetiche per il ventunesimo secolo 

    Si parla di relazioni internazionali solo quando arrivano in TV immagini di bombardamenti, e così si pensa che l’11/9 sia stata una data fondamentale per la storia militare del XXI secolo. In realtà è solo un simbolo visibile di un processo vecchio di decenni, il terrorismo islamico, e soltanto uno dei tanti processi geopolitici che avvengono ogni giorno, anche e soprattutto senza che l’”opinione pubblica mondiale”, nota figura mitologica, se ne renda conto. Il titolo, dunque, è accattivante, ma non c’entra nulla. Gli USA rappresentavano il 50% del PIL mondiale nel 1945, ma oggi solo il 20%: in compenso, rappresentano il 50% della spesa militare.

    Il peso degli USA nell’economia mondiale continuerà a diminuire, come quello europeo, perché l’Estremo Oriente cresce molto rapidamente, ha tassi di risparmio notevoli (mentre gli USA hanno un deficit strutturale di capitali), e politiche spesso meno paludate nella lotta di tutti contro tutti per vivere a spese degli altri che caratterizza le nostre democrazie. Il peso degli USA nel mondo è dunque destinato a diminuire. Esistono fondamentalmente due aree geografiche che per densità di popolazione, PIL e livello tecnologico sono fondamentali per la strategia: l’Europa e l’Estremo Oriente. Per motivi tecnologici è inoltre anche importante il Medio Oriente, da cui proviene gran parte del petrolio e del gas mondiali.

    L’Europa non ha capacità militari, né la mentalità necessaria a pensare strategicamente: addormentata sotto l’ombrello protettivo degli USA da oltre mezzo secolo, ormai considera la politica estera solo un modo per vantarsi della propria coscienza pulita, che notoriamente rimane tale soprattutto quando non viene mai usata.

    Senza gli USA però le cose dovrebbero cambiare: le dinamiche interne all’Europa potrebbero farsi più conflittuali (si pensi all’Inghilterra come garante dell’equilibrio di potere continentale nel XIX secolo), e la Russia potrebbe, sia per le forniture di carburante che per un potere militare ora un po’ annebbiato, diventare di nuovo un pericolo strategico. Sviluppare uno spirito di collaborazione europea, anche militare, e la capacità di ragionare in termini strategici sarà dunque necessario.

    Se ciò non avverrà, la Russia potrebbe mangiare l’Europa Orientale in un boccone, e minacciare quella Occidentale, esattamente come durante la Guerra Fredda. In Estremo Oriente la Cina è l’unica potenza regionale che potrebbe diventare quasi una superpotenza. Sicuramente potrebbe diventare egemone, salvo un’alleanza di contenimento tra Giappone, Corea, Taiwan, Vietnam, Filippine, Tailandia etc., e forse anche India, Russia e Australia. Una tale alleanza è problematica sul piano dei costi di transazione, e finora l’equilibrio strategico e dunque la pace in Estremo Oriente sono stati garantiti dall’ombrello americano (sistema “hub and spoke”). Finito quello, ci sarebbero giochi strategici per stabilire chi comanda, ed eventualmente anche conflitti regionali. Sono forse una decina i Paesi dell’area in grado di sviluppare armi nucleari, e quattro (Cina, India, Corea del Nord, Russia) già le hanno.

    La prossima guerra mondiale dunque scoppierà probabilmente in Estremo Oriente, ma le sue ripercussioni saranno globali. Il Medio Oriente è un casino. La Cina si protende verso la regione attraverso il Tibet e lo Xingjang, e la Russia confina con la regione, come l’India. In qualche modo, l’Europa e gli USA devono essere in grado di mantenere l’area aperta al commercio internazionale, sia per minimizzare le frizioni (altre potenze dovrebbero conquistare i territori per avere il petrolio, in assenza di libero commercio), sia per ottenere le risorse necessarie alle loro economie.

    Non prevedo cambiamenti tecnologici a breve che potrebbero rivoluzionare la cosa: eolico, fotovoltaico, etc., sono solo giocattoli. Dunque il petrolio rimarrà al centro della geopolitica ancora per molti decenni. Se gli USA non potranno fare più “tutto da soli”, dovranno imparare a fungere da garante esterno, riducendo la loro presenza globale, minimizzando i conflitti aperti ed intervenendo solo in caso estremo. La stabilità delle tre aree succitate è fondamentale per la sicurezza e la prosperità mondiali, non certo solo per gli USA o l’Europa. Colin Gray, in un libro, ha anticipato che il XXI secolo sarà “un altro secolo di sangue” (“Another bloody century”). Non è affatto improbabile.

    Articolo ripreso da linkiesta.it

     
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