Categoria: Investire in Asia

Rischio investimenti in Asia nell’anno 2012

Le autorità asiatiche erano comprensibilmente soddisfatte nel periodo successivo alla crisi finanziaria del 2008- 2009. La crescita nella regione ha subito un brusco rallentamento, come ci si poteva aspettare da economie basate sulle esportazioni che si trovavano a fronteggiare il più forte crollo del commercio mondiale dagli anni trenta. Ma, a parte la notevole eccezione del Giappone che ha sofferto la sua più profonda recessione dell’era moderna, l’Asia è venuta fuori da un periodo straordinariamente pesante in ottima forma.

Questo accadeva allora. Per la seconda volta in meno di quattro anni, l’Asia viene colpita da un imponente sconvolgimento della domanda estera. Questa volta lo shock proviene dall’Europa, dove una furiosa crisi del debito sovrano minaccia di trasformare una live depressione in qualcosa di molto peggio: una possibile uscita della Grecia dall’euro, che potrebbe contagiare tutta l’Eurozona. Un grosso problema per l’Asia.

I legami finanziari e commerciali rendono l’Asia estremamente esposta al malessere europeo e fanno si che nella regione non si possono prendere alla leggera i rischi dovuti ad una crisi del sistema bancario europeo. In mancanza di mercati di capitali ben sviluppati come fonte alternativa  di credito, i canali di finanziamento delle banche sono particolarmente vitali per l’Asia.

Infatti la Asian Development Bank stima che le banche europee finanzino circa il 9 % del totale del credito interno nei paesi asiatici in crescita – tre volte la quota del finanziamento concesso dalle banche con sede negli Stati Uniti. Il ruolo delle banche europee è particolarmente significativo a Singapore e ad Hong Kong – i due più importanti centri della regione. Ciò significa che l’Asia è molto più esposta oggi ad un crisi delle banche estere di quanto non lo fosse dopo il collasso della Lehman Brothers nel 2008, che aveva portato ad un quasi-tracollo  del sistema bancario statunitense.

Gli effetti di trasmissione attraverso i legami commerciali sono altrettanto preoccupanti. Storicamente, gli Stati Uniti sono stati per l’Asia la più grande fonte di domanda estera. Ma quest equilibrio è cambiato nel corso dell’ultimo decennio. Sedotta dalla spettacolare crescita della Cina, la regione ha spostato il centro di crescita delle esportazioni dagli Usa alla Cina.

Ciò appariva una buona mossa. Nel 2010, le spedizioni complessive verso gli Usa e l’ Europa sono crollate al 24% del totale delle esportazioni effettuate dai paesi asiatici in sviluppo – in forte calo rispetto al 34% del 1998-1999. Nel frattempo, nello stesso periodo, la dipendenza dei paesi asiatici dalle esportazioni intraregionali – i flussi commerciali all’interno della regione – si è ampliata notevolmente, dal 36% del totale dell’ importazioni nel1998 al 44% nel 2010.

Sembra che queste cifre dipingano un quadro confortante di un’Asia sempre più autonoma in grado di fronteggiare meglio le scosse provenienti della ricorrenti crisi occidentali. Ma ricerche condotte dal Fondo monetario Internazionale dimostrano che, quando si guarda più in profondità, ci si accorge che il 60-65% di tutti i flussi commerciali nella regione possono essere classificati come “beni intermedi” –componenti che sono fatti in paesi come la Corea e Taiwan, assemblati in Cina, e infine spediti come prodotti finiti verso l’occidente.

Con l’Europa e gli Usa che ancora rappresentano le maggiori quote delle esportazioni cinesi destinate ai mercati finali, non può esserci scampo per gli stretti legami della catena dell’offerta centrata sulla Cina  agli alti e bassi della domanda delle più importanti economie occidentali. Inoltre vi è una svolta importante e preoccupante relativamente a questi legami: la stessa Cina è sempre più rivolta verso l’Europa come fonte più importante di domanda estera. Nel 2007, l’Unione Europea ha superato gli Stati Uniti come il più grande mercato di esportazione cinese. Nel 2010, l’Ue contava per il 20% del totale delle esportazioni cinesi, mentre la quota americana era solo del 18%.

In altre parole, in Asia la catena di approvvigionamento, con il suo fulcro cinese, ha fatto una forte scommessa sul grande esperimento europeo –una scommessa che ora sembra avere un ritorno di fiamma. Infatti in Cina, viene ancora una volta messo in scena uno schema ormai familiare – un rallentamento della crescita interna derivante da crisi nelle economie avanzate dell’occidente. E quello che succede in Cina accadrà nel resto di un’Asia sempre più integrata.

La buona notizia è che, fino ad ora, gli aspetti negativi sono stati contenuti meglio di quanto non fosse avvenuto alla fine del 2008 ed all’inizio del 2009. Allora, le esportazioni cinesi sono passate dall’espansione alla recessione in soli sette mesi –da una crescita del 26% annue nel luglio del 2008  al declino del 27% nel febbraio del 2009. Questa volta, l’aumento annuale delle esportazioni ha rallentato passando dal 20% del 2011 al 5% in aprile 2012 – una significativa decelerazione, certo, ma che si ferma ben al di sotto del precedente totale collasso. Ciò potrebbe cambiare nel caso di una scomposta rottura della zona euro, ma tranne che in quel caso, c’è motivo di essere più ottimisti questa volta.

La cattiva notizia è che l’Asia sembra aver imparato poco dai ripetuti sconvolgimenti della domanda estera. Alla fine, la domanda interna sembra essere l’unica effettiva difesa contro la vulnerabilità esterna. Ma la ragione non è riuscita a costruire un programma di protezione. Al contrario, nel 2010 i consumi privati sono scesi al livello basso da record del 45% del PIL dei paesi asiatici in crescita – dieci punti percentuali in meno dal 2002.  In queste circostanze, l’immunità dagli sconvolgimenti esterni –  o il “disaccoppiamento”, come spesso viene chiamato – sembra fantasiosa.

Come per la maggior parte delle cose in Asia oggi, la Cina detiene la chiave per offrire la domanda di consumi che manca all’Asia. Il Dodicesimo Piano Quinquennale (2011-15), emanato di recente, possiede tutti gli ingredienti giusti per produrre un cuscinetto fondamentale tra il dinamismo orientale ed i pericoli di un occidente vessato dalla crisi. Ma, come la crisi dell’euro fa si che l’economia cinese rallenti per la seconda volta in tre anni e mezzo, non vi è dubbio che l’attuazione del Piano per il riequilibrio dei consumi sia in ritardo.

Non ci sono oasi di prosperità in un mondo globalizzato soggetto alla crisi. Questo è altrettanto vero per l’Asia, la regione con più rapida crescita al mondo. Con il peggiorare della crisi in Europa, i due canali gemelli dei legami finanziari e commerciali hanno posto le economie asiatiche in una morsa. Il riequilibrio è l’unica via di uscita per la Cina ed i suoi partner dalla catena asiatica dell’offerta. Fintanto che questo non si realizzi, la morsa che attanagli l’Asia continuerà soltanto a inasprirsi.

 

Articolo ripreso dal sito finanzaediritto.it

Cina principale economia mondiale entro dieci anni

Gli Stati Uniti sono un paese in profonda crisi ed avviati ad un irreversibile tramonto. Gli USA, oggi ancora prima potenza economica, sono inevitabilmente destinati a perdere il primato a favore della Cina. Quando avverrà il sorpasso? Secondo alcuni analisti, il sorpasso dovrebbe avvenire nella seconda metà del prossimo decennio ed al massimo verso il 2030.

Come scritto tante volte, noi consideriamo la crisi attuale non una semplice crisi ciclica, ma una delle grandi crisi che ogni 70/80 anni sconvolgono il panorama mondiale; la crisi attuale, inziata nel 2007 e fin dall’inizio paragonata alle grandi crisi del 1873 e del 1929, sta letteralmente sgretolando l’impero statunitense. Noi pensiamo che gli USA possano perdere il primato già in questo decennio e addirittura entro 5/6 anni. Questa nostra affermazione si basa sull’analisi dei dati del FMI.

I dati del 2011 sono stimati e nel prossimo aggiornamento di aprile 2012, potrebbero essere rivisti al rialzo per la Cina ed al ribasso per gli USA; una simile situazione si è verificata anche in quest’ultimo aggiornamento di settembre quando il PIL cinese per il 2011 è stato aumentato rispetto alla precedente stima di 6.515.86 miliardi dello scorso aprile ed il dato USA è stato abbassato rispetto all’anteriore 15.227 miliardi.

Come si vede, la Cina ha un ritmo di crescita enormemente superiore agli USA. Negli ultimi 8 anni (2003-2011) è cresciuta ad un tasso medio annuo del 20%; negli ultimi cinque anni (2006-2011) il tasso medio annuo sale al 21,05%. Solo nel 2009 la Cina ha conosciuto un rallentamento nella crescita; ovviamente rallentamento rispetto agli anni precedenti, perchè in realtà la crescita della Cina anche nel 2009 è stata enorme, con oltre il 10%; successivamente ha ripreso a crescere a ritmi di poco inferiori al 20%.

Gli USA, invece negli ultimi otto anni sono cresciuti ad un tasso medio inferiore al 4%, che scende al di sotto del 2% se si prendono in considerazione gli ultimi quattro anni.

Partendo da questi dati, se la Cina, dovesse continuare a crescere ad un ritmo del 20% annuo, come tutto sembra indicare, nel 2016 avrà un PIL di circa 17.500 miliardi e nel 2017 si aggirerà attorno ai 20.000 miliardi di dollari.

Se consideriamo la crescita USA ad un tasso del 3% all’anno, nel 2016 gli Stati Uniti si ritroveranno ad avere un PIL di circa 17.500 miliardi, più o meno il PIL della Cina; nel 2017, continuando ad ipotizzare una crescita del 3%, il PIL degli USA si aggirerà attorno ai 18.000 miliardi di dollari, sicuramente inferiore ed anche di molto al PIL della Cina. Quindi, gli USA perderanno il primato entro 5 o 6 anni.

Se invece ipotizziamo per la Cina un tasso di crescita annuo del 15%, continuando a considerare un tasso di crescita per gli USA attorno al 3%, il sorpasso avverrebbe nel 2020; infine, considerando un tasso di crescita cinese al 10% annuo, il sorpasso avverrebbe nel 2023, nel caso in cui gli USA continuassero a crescere ad un tasso medio del 3%.

Nel 2001 il PIL della Cina rappresentava solamente il 12,88% del PIL USA; oggi, 2011 rappresenta oltre il 46%; ossia il peso del PIL cinese rispetto a quello statunitense è raddoppiato in sei anni fra il 2011 ed il 2007, passando dal 12% al 24%; successivamente è praticamente raddoppiato in soli 4 anni, arrivando nel 2011 al 46%; anche questo dato ci indica che continuando il trend, fra 4/6 anni avremmo un nuovo raddoppio e quindi il sorpasso.

Tutto sembra indicare che la situazione in atto continui per il futuro inmediato, infatti gli USA sembrano avviati per il 2012 ad una recessione, mentre la Cina continuerà nel suo ritmo crescita molto sostenuto. A titolo di esempio, indichiamo che nella sola città di Shangai, secondo fonte riportata dalla TV CNN in spagnolo, al momento operano un numero di cantieri equivalente a tutti i cantieri attualmente aperti negli Stati Uniti e l’industria della costruzione è sicuramente uno dei principali indicatori per misurare l’andamento di una economia.

In conclusione, noi pensiamo che il sorpasso della Cina sugli USA avvenga entro cinque o sei anni, molto prima di quanto dicano molti analisti, tra i quali i famosi esperti del FMI.

 

Articolo ripreso dal blog di Attilio Folliero su wordpress.com