La svalutazione in Giappone significa guerra economica contro la Cina

La decisione di Tokyo di raddoppiare la base monetaria si allinea sostanzialmente a quanto stanno facendo americani, europei e anche la Svizzera. Un tasso di cambio sottovalutato ha consentito due decenni di “miracolo” cinese. Ma oggi i Paesi di antica industrializzazione non possono consentire la propria totale abdicazione industriale.
 – La svalutazione dello yen conseguente alle decisioni Banca del Giappone, la banca centrale nipponica, è una guerra monetaria. Lo scrivono alcuni – parecchi, in verità – economisti cinesi. Si tratta di un “ricatto” e invitano i cinesi a lanciare il contrattacco, a vendicarsi, facendo altrettanto.
Secondo costoro, la Banca Cinese del Popolo, la banca centrale della Cina, in questa guerra valutaria deve difendersi ed indebolire lo yuan reminbi, la valuta del regime cinese capital-comunista.
(…) Con l’avvento del nuovo primo ministro Abe l’obbiettivo del Giappone è di uscire dalla depressione ventennalemediante un’inflazione “programmata” del 2% annuo. Sulla base di un piano annunciato giovedì della scorsa settimana la banca centrale giapponese ha annunciato che raddoppierà la base monetaria, il circolante monetario, portandolo per marzo 2015 a 270mila miliardi di yen, mediante l’acquisto mensile di 7.500 miliardi di obbligazioni del debito pubblico nipponico. Haruhiko Kuroda, il nuovo governatore della Bank of Japan, ha infatti dichiarato che farà tutto quanto necessario per far uscire il Paese dalla stagnazione deflazionistica.
La sua politica non è di fatto differente da quella della banca centrale americana, la Federal Reserve, di Mario Draghi governatore della BCE, quella che è di fatto la banca centrale dei Paesi dell’euro, della Banca d’Inghilterra.
È la stessa politica, già da qualche anno, della Banca Nazionale Svizzera, BNS, in un Paese in cui la Costituzione  Federale, articolo 99, obbliga la banca centrale a detenere una riserva valutaria pari al totale della liquidità emessa, cioè al circolante monetario.
Nel settembre 2011, infatti, la BNS, per contenere l’afflusso di capitali esteri, ed il conseguente rafforzamento del franco rispetto all’euro, affermò che avrebbe emesso moneta nazionale all’infinito pur di difendere il tasso di cambio di 1,20 per euro. Anche la mitica riserva monetaria svizzera – nel 1961 la copertura aurea era pari al 145 % dei franchi emessi e fino al 1/1/2000 era possibile redimere in oro il controvalore delle banconote in franchi – è dunque ora anch’essa composta sempre più in gran parte da cartamoneta e da attivi finanziari.
Per la verità le riserve d’oro svizzere rimangono cospicue, con la copertura aurea che nel luglio 2007 era pari a circa l’ottanta percento. Inoltre, una recente iniziativa legislativa popolare elvetica mira ad imporre un obbligo di legge tale per cui almeno il venti percento delle riserve sia costituito da oro.
Nel 2000 la Svizzera fu sottoposta da forti pressioni internazionali, ispirate da Greenspan, a vendere – anche mediante una campagna mediatica un po’ dubbia – una discreta parte del proprio oro. L’intento era di demonetizzare l’oro.
È vero, lo yen giapponese si è indebolito di circa il trenta percento da quando ha preso avvio il nuovo corso di politica monetaria nipponico, ma l’obbiettivo dichiarato dalla BoJ è identico a quello fissato dalla Fed americana, il 2% d’inflazione.
Per 20 anni la Cina è cresciuta sulla sottovalutazione del cambio 
Una guerra valutaria è certo in atto, dunque, ma l’indignazione degli analisti citati è risibile. Dov’erano questi stessi critici quando per vent’anni, dal 1994, la Cina popolare ha mantenuto un livello di cambio sottovalutato del 45% rispetto alla parità di Potere di acquisto, la PPA, come più volte da noi documentato su questo sito? Ipocriti, verrebbe da dire, mutuando dal linguaggio evangelico, o servi del regime, prendendo invece dal linguaggio marxista.
Sulla sottovalutazione del cambio, stabilita per decreto, a partire dal 1994, dai funzionari del Partito comunista cinese e non su una maggiore efficienza, la Cina ha fondato per ben due decenni la sua storia di “successi” industriali. Il costo è stato alto e non solo per la devastazione ambientale.
Da un lato, per il proletariato di centinaia di milioni di lavoratori migranti cinesi – portati a volte sull’orlo del suicidio – il costo è stato uno sfruttamento schiavistico e per le popolazioni rurali, nell’euforia generale, uno stato di abbandono.
Dall’altro lato il resto del modo è sprofondato nella disoccupazione e nella delocalizzazione delle imprese, nel consumismo e nella bolla finanziaria.
È stato per i Paesi occidentali un periodo di narcosi collettiva simile, come per nemesi storica, a quella introdotta in Cina dagli inglesi con le guerre dell’oppio, a metà del 1800.
Oggi i Paesi di più antica industrializzazione, il Giappone, e con esso gli USA, e l’Europa, chiariscono ai dirigenti cinesi che non possono più concedere a chi, come la Cina, se ne è già tanto avvantaggiato, spazi ulteriori per una propria completa abdicazione industriale.
Nel 1994 forse qualcuno chiuse un occhio (o meglio tutt’e due) per favorire una transizione “morbida” dell’economia cinese da un’economia stalinista ad un’economia, diciamo così, di (pseudo) mercato, con l’aiutino del tasso di cambio. Erano passati appena pochi anni dalla repressione cruenta operata dal regime dei moti di piazza Tienanmen nel 1989. Era evidente che a differenza dell’Unione Sovietica il regime comunista cinese non avrebbe passato la mano senza spargere sangue, forse molto sangue, forse ricordando al mondo di avere dei missili a lunga gittata  e con ogive nucleari. Fu un ricatto del regime cinese? Fu sapiente lungimiranza da parte dei Paesi occidentali far finta di non accorgersi del trucco valutario ed accogliere la Cina nel mondo globalizzato del WTO in cui venivano aboliti tutti i residui dazi doganali mentre in essa vigeva il protezionismo valutario? Lo dicano gli storici, lo giudichino i lettori.
Certo è che quando in molti settore industriali chiave quasi la metà della produzione mondiale, ed in certi casi anche di più, è ormai localizzata in Cina è evidente che non esistono ulteriori spazi per crescere per tale strada. Il modello della crescita economica trainata dalle esportazioni – in Cina come in altri Paesi asiatici come la Corea del Sud, che anch’essa ha a lungo mantenuto una valuta artificialmente sottovalutata – è ormai di fronte ad limite di fatto.
Certo è anche che questi ultimi anni, con il fallimento dello “stimolo” economico interno, hanno dimostrato che la Cina è incapace di crescere autonomamente sia distribuendo più equamente tra tutta la sua popolazione i proventi tratti dalle esportazioni, sia producendo innovazione autonomamente, senza scopiazzare cioè la costosa ricerca altrui.
Con la crisi nei Paesi occidentali, infatti, le imprese hanno dovuto tagliare in primo luogo proprio la ricerca perché non dà risultati nel breve, brevissimo periodo, quello che conta nell’immediato per la sopravvivenza. Priva di questa fonte occulta e “gratuita” di innovazione e senza l’aiutino valutario, la Cina rischia davvero che la sua prodigiosa macchina di “successi” economici si blocchi e che il suo intero sistema sociale si schianti.
In questo scenario, tensioni internazionali altrimenti inspiegabili come quella per le disabitate e per ora insignificanti isole Senkaku / Diaoyu o come le minacce missilistiche nucleari della Corea del Nord (da sempre sostenuta sottobanco dalla Cina) assumono sempre più chiaramente un loro significato di avvertimento, minaccia, ritorsione. Ricatto militare e nucleare sono però forse l’espressione più appropriata.
Ad AsiaNews siamo stati sempre molto critici rispetto all’allegro gonfiare a briglia sciolta di attivi finanziari l’economia mondiale, da parte della Fed, della BCE e della BoJ.
L’esito finale sarà una devastazione economica e finanziaria senza precedenti, è scontato.
Non possiamo però nemmeno accettare l’ipocrisia di chi oggi definisce “ricatto monetario” quello che non è altro che un parziale riequilibrio e bilanciamento valutario. Ancor meno possiamo essere d’accordo che ad un presunto “ricatto monetario” qualcuno pensi di rispondere con il ricatto militare o peggio nucleare.
Articolo ripreso da Asia News, autore: Maurizio d’Orlando

Investire in Cina dipende anche dallo sviluppo delle istituzioni democratiche

Oggi la Cina è a un punto cruciale, proprio come nel 1978 quando le riforme del mercato lanciate da Deng Xiaoping aprirono l’economia cinese al mondo, e anche come all’inizio degli anni ’90 quando il famoso “tour della Cina del sud” di Deng riaffermò il percorso di sviluppo del paese.

In tutto questo tempo, gli esempi e le lezioni derivate da altri paesi sono state molto importanti. Si dice che Deng sia stato sostanzialmente influenzato da una sua visita a Singapore, dove crescita accelerata e prosperità erano arrivate decenni prima. La comprensione dei successi e delle lacune degli altri paesi in via di sviluppo è stata, e rimane, un aspetto fondamentale dell’approccio cinese al delineamento della sua strategia di crescita.

Nei primi decenni di crescita moderna, la Cina ha avuto un governo monopartitico proprio come Singapore, il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan. Mentre il Partito d’azione popolare (Pap) di Singapore continua ad essere predominante pur essendoci, sembrerebbe, dei cambiamenti in corso, gli altri paesi si sono invece trasformati in delle democrazie multipartitiche durante la fase di transizione del reddito medio. La Cina ha ora raggiunto l’ultima fase critica di questo lungo percorso mirato ad ottenere lo status di paese avanzato in termini di struttura economica e livello di reddito.

Nonostante le sue dimensioni inferiori, Singapore deve continuare ad essere un modello per la Cina. Il successo di entrambi i paesi dipende infatti da una serie di fattori che vi hanno contribuito, tra cui un gruppo esperto e istruito di policymaker sostenuto da un sistema di selezione meritocratico e da un approccio pragmatico, disciplinato, sperimentale e lungimirante alla politica.

L’altra lezione chiave che proviene da Singapore è data dal fatto che il governo monopartitico sia riuscito a mantenere la legittimità popolare offrendo opportunità di crescita e uguaglianza in una società multietnica, ed eliminando ogni forma di corruzione compreso il clientelismo e l’influenza eccessiva degli interessi personali. Ciò che avevano compreso sia Lee Kwan Yew, fondatore di Singapore, che i suoi colleghi e i suoi successori, è che la combinazione tra un governo monopartitico e la corruzione è altamente nociva. Se si vuole beneficiare dei vantaggi di un governo monopartitico, non si può dare spazio alla corruzione.

Coerenza, prospettive di lungo termine, incentivi adeguati, forti capacità di “esplorazione” e risolutezza sono caratteristiche auspicabili per la continuità della governance, in particolar modo in un sistema meritocratico che si trova a gestire modifiche strutturali complesse. Al fine di proteggere la continuità della governance e di mantenere il sostegno pubblico agli investimenti e alle politiche di sostegno alla crescita, Singapore ha dovuto necessariamente evitare che la corruzione prendesse piede e ha dovuto altresì implementare le norme in modo coerente. Lee è riuscito nell’intento, grazie anche al sostegno del Pap che ha provveduto a fornire tutto ciò che un sistema formale di responsabilità pubblica dovrebbe assicurare.

Anche la Cina tenderebbe a voler mantenere, almeno per un po’, i benefici di un governo monopartitico e a ritardare quindi la transizione verso una governance “più caotica” ed influenzata da una molteplicità di voci. Tuttavia, un sistema pluralistico sta in realtà già emergendo sotto l’egida del Partito comunista cinese, un procedimento che potrebbe portare i cittadini ad acquisire una voce istituzionalizzata all’interno della politica pubblica.

Per ora, tuttavia, gli elementi rappresentativi che sono stati aggiunti in maniera esponenziale non sono abbastanza solidi da superare l’onda crescente di corruzione e l’eccessiva influenza degli interessi personali. Per mantenere la legittimità monopartitica, e quindi la possibilità di governare, gli interessi più settoriali dovrebbero essere superati a favore dell’interesse generale. Questa è la sfida che la nuova leadership cinese si trova ad affrontare.

Se i leader cinesi avranno successo, potranno promuovere un dibattito ragionato e modulato sul ruolo, in costante evoluzione, dello stato dell’economia e sui meriti. Molti degli addetti ai lavori e dei consulenti esterni credono che il ruolo dello stato debba cambiare (e non necessariamente regredire) per creare l’economia dinamica ed innovativa essenziale al fine di gestire con successo la transizione verso il reddito medio. Rimangono tuttavia diverse aree sulle quali è ancora necessario discutere e fare delle scelte.

Lee Kwan Yew a Singapore e Deng in Cina hanno conquistato la fiducia dei loro popoli come fondatori e primi riformisti. Ma questa fiducia appassisce con il tempo e le generazioni dei leader che si succedono non la ereditano automaticamente e devono, quindi, guadagnarsela. Ragione in più per prestare più attenzione alle lezioni della storia.

I nuovi leader cinesi dovrebbero innanzitutto ristabilire il ruolo del partito come difensore dell’interesse generale, creando un ambiente in cui gli interessi di settore, che mirano a proteggere la loro crescente influenza e ricchezza, non influiscano sulle scelte politiche complesse. Devono dimostrare che il potere, la legittimità del Partito e i beni sostanziali vengono gestiti a beneficio di tutti i cittadini cinesi soprattutto attraverso la promozione di un modello di crescita inclusiva e di un sistema di pari opportunità con basi meritocratiche. E dovrebbero infine tornare al compito di governare in un contesto globale e allo stesso tempo internamente complesso.

Ci sono tempi in cui l’approccio del “cavarsela alla meglio” (o come dicono i cinesi dell’ “attraversare il fiume sentendo i sassi”) è la miglior strategia di governo, e ci sono tempi che richiedono invece una revisione ardita dei valori e della direzione da prendere. I leader di successo sanno riconoscere in quale dei due contesti si trovano ad operare.

“Sentire i sassi” potrebbe sembrare l’opzione più sicura per il prossimo presidente, Xi Jinping, e gli altri nuovi leader della Cina, ma, di fatto, è la più pericolosa. L’unica opzione sicura è un riallineamento radicale del Partito rispetto all’interesse generale del paese.

Il punto è se i riformisti che sostengono il vero spirito della rivoluzione del ’49 riusciranno a vincere la battaglia a favore di una crescita inclusiva ed equa. La prospettiva ottimista (e, a mio avviso, reale) è che il popolo cinese abbia un peso sempre maggiore, attraverso modalità diverse compresi i media sociali, spingendo in tal modo i riformisti a portare avanti un’agenda innovativa.

Solo il tempo potrà dire quello che succederà. Ma è difficile sopravvalutare l’importanza del risultato di queste scelte agli occhi del resto del mondo. Quasi tutti i paesi in via di sviluppo (e, sempre di più, anche i paesi avanzati) ne saranno influenzati in un modo o nell’altro, mentre tentano con difficoltà di ottenere una crescita stabile e sostenibile e dei modelli di occupazione funzionanti.

 

Articolo ripreso dal sito finanzaediritto.it

Investire in Cina durante la deflazione

Il cambio della guardia in Cina è imminente. Anche se tutti sanno chi sarà il nuovo leader, Xi Jinping, nessuno sa cosa farà. Tutte le nuove leadership cinesi prima di essere nominate per il tradizionale decennio sono avvolte nel mistero.

Tuttavia è possibile tracciare una strategia di massima prendendo in considerazione la grave situazione economica mondiale che Xi si troverà a dover affrontare.

Il processo d’integrazione economica legato alla globalizzazione ha reso l’economia cinese sempre più dipendente da quella mondiale e viceversa. Sotto questo aspetto Xi dovrà destreggiarsi in situazioni sconosciute ai suoi predecessori e solo in parte affrontate da Hu Jintao, il premier uscente. È quindi probabile che la sua sarà una politica più re-attiva che pro-attiva.

Le politiche economiche mireranno in primo luogo a difendere l’economia nazionale dalle tempeste esterne, come quella europea attuale. In fondo è ciò che ha fatto Jintao dal 2008 in poi, e cioè dal crollo della Lehman Brothers, lanciando il piano di stimolo all’economia più grande della storia.
Ma sarà difficile ripetere quest’esperienza anche se l’economia lo permetterebbe.

Il rapporto tra il debito pubblico e privato ed il Pil è basso, intorno al 70 per cento, e le restrizioni imposte alle banche sui crediti possono facilmente essere abolite. Tuttavia questa strategia metterebbe l’economia a rischio di crescita incontrollata. I cinesi come i tedeschi temono particolarmente  l’inflazione e la crescita isterica, simile a quella che ha prodotto le bolle finanziarie in Occidente.

Come Jintao negli ultimi due anni, Xi cercherà di potenziare la domanda interna, specialmente nelle zone ancora in via di sviluppo dell’ovest del Paese. Un’impresa alquanto ardua e nella quale il suo predecessore non è tanto riuscito. Ma il riequilibrio tra domanda ed investimenti è necessario per evitare squilibri seri che potrebbero sfociare in proteste popolari.

Altro problema da affrontare sarà come ridurre il numero astronomico di laureati che annualmente s’immette sul mercato del lavoro. Per assorbirli bisognerà o aumentare il numero delle imprese statali o incentivarli ad andare all’estero. La nuova Cina ha davanti anni difficili e grandi sfide, ma d’altronde questo è vero per tutte le nazioni che fanno parte del G20.

 

Articolo ripreso dal sito caffe.ch

Meglio investire in Cina che in India meno democrazia

Circa vent’anni fa, la Banca Mondiale ha pubblicato uno studio di riferimento, Il miracolo dell’Asia orientale, nel quale analizzava il motivo per cui le economie asiatiche crescevano più rapidamente dei mercati emergenti in America latina, Africa e in qualsiasi altro posto. In base alle conclusioni della ricerca, queste economie sono riuscite ad ottenere dei tassi di interesse elevati implementando correttamente i principi basilari, promuovendo gli investimenti, curando il capitale umano e aprendosi alle esportazioni manifatturiere.

Ma non è tutto. La Banca Mondiale ha poi confermato, a malincuore, l’intervento dei governi, in modo sistematico e attraverso diversi canali, mirato ad incentivare lo sviluppo anche in industrie specifiche in determinate località tramite aiuti finanziari, sgravi fiscali e repressione finanziaria.

Nel corso degli anni di interventismo economico, in particolar modo a seguito della crisi finanziaria asiatica, il Consenso di Washington, che sosteneva il mercato ed era contro qualsiasi tipo di intervento, perse sostegno. Prese invece piede la Nuova economia istituzionale (New Institutional Economics – NIE) che riempì il vuoto lasciato dalle principali teorie che avevano ignorato l’importanza fondamentale delle istituzioni nella gestione dei cambiamenti e dell’incertezza; entrambi fattori che hanno una forte influenza sullo stanziamento delle risorse e delle scelte sociali. In effetti, alla luce della Grande Recessione e dell’attuale crisi del debito europeo, il quesito fondamentale sul ruolo dello stato nella promozione della crescita e dello sviluppo rimane.

Il crollo dell’economia pianificata del blocco sovietico ha senza dubbio alimentato l’arroganza del mercato libero e la comprensione dell’importanza delle istituzioni. Ma la capacità della Cina di sostenere una crescita economica rapida in trent’anni ha poi determinato la necessità di rivedere il capitalismo statalista.

Douglass North, Premio Nobel in economia, ha sostenuto sin dall’inizio che la società umana avesse creato le istituzioni per gestire l’informazione asimmetrica, ma che tale creazione avesse da subito sollevato il problema di come costringere le istituzioni stesse a soddisfare gli obiettivi prefissati. Nel 2000, Oliver E. Williamson individuò quattro livelli di analisi sociale relativi alle istituzioni: le istituzioni informali, ovvero usi, tradizioni, norme e religioni; le istituzioni formali, ovvero norme sui diritti di proprietà, ordine sociale, la magistratura e la burocrazia; strutture di governance ed il loro allineamento con l’economizzazione dei costi di transazione, ed il processo decisionale decentralizzato sullo stanziamento delle risorse (teoria economica neoclassica).

Secondo Williamson, il NIE si occupa principalmente delle diramazioni economiche e politiche delle norme formali e della struttura di governance. Ma in molte economie emergenti, il radicamento delle regole informali, delle norme e delle ideologie, così come la lentezza nel processo di cambiamento, impediscono il passaggio ad una crescita più avanzata e basata sulla conoscenza.

Il nuovo libro di Francis Fukuyama The Origins of Political Order (Le origini dell’ordine politico, ndt) affronta proprio questo problema. Nello specifico, l’autore analizza tre categorie di istituzioni politiche, ovvero lo stato, lo stato di diritto ed un governo responsabile, dove le ultime due rappresentano dei limiti imposti allo stato per prevenire una sua trasformazione in stato autoritario.

Fukuyama sostiene che il patrimonialismo, definito come naturale propensione umana a favorire la famiglia e gli amici, sia la rovina dello stato di diritto e del governo responsabile. Tuttavia, mentre il patrimonialismo potrebbe sicuramente rappresentare l’ostacolo principale all’avanzamento dei paesi verso una democrazia della classe media (ed anche il motivo principale della fragilità degli stati autocratici), potrebbe anche essere una caratteristica più generale di tutti i sistemi politici ed economici.

Ne è testimone l’attuale dibattito sulll’ipotesi che i governi delle economie avanzate siano prigionieri degli interessi finanziari – una domanda che Gillian Tett si pone in un articolo recente in Foreign Affairs. “I governi dovrebbero frenare la finanza per reprimere l’élite,” si chiede, “o dovrebbero semplicemente accettare il differenziale delle entrate e dei risparmi finanziari come il prezzo inevitabile delle società dinamiche?”

Non si tratta di una questione triviale, visto il ruolo che ha la disuguaglianza, ormai inarrestabile, nelle rivolte sociali e persino nelle rivoluzioni in tutto il mondo. In effetti, la vera sorpresa è che proteste come “Occupy Wall Street” non hanno portato a grandi cambiamenti, dimostrando che le istituzioni, una volta istituite, tendono a conservare lo status quo.

Ciò è particolarmente importante per la storia della crescita dell’Asia. Le ex colonie britanniche, come l’India e la Malesia, hanno ereditato la common law, le forme di controllo ed equilibrio istituzionale, ma molte oggi si trovano ad affrontare un decadimento istituzionale, un aumento della corruzione ed un patrimonialismo subdolo. Altre economie, come la Cina, stanno invece cercando dei modi per istituire lo stato di diritto rafforzando la struttura istituzionale all’interno della sua struttura di governo monopartitico.

Sia Fukuyama che North concludono affermando che le economie guidate dagli stati possono essere responsabili, ma diventano fragili nel caso in cui le élite al comando non rispondano alla maggioranza popolare e alle norme globali di condotta e di governance. North sostiene che la competizione sia un elemento chiave per promuovere un’efficienza adattiva tra le istituzioni.

Un’idea di fondo del NIE è che la misurazione dei costi di transazione in vari fattori e nei mercati dei prodotti può rivelare delle inefficienze e degli ostacoli ad una performance migliore. Un’analisi dei costi di transazione nelle catene dell’offerta interna e globale rivelerebbe l’entità del deterioramento dello sviluppo dei mercati competitivi determinato dalle attività di rent-seeking e dalle distorsioni politiche.

Per le economie avanzate, lo studio dei livelli due e tre di Williamson, -le istituzioni formali e la loro governance-, possono portare a delle constatazioni importanti. Ma per i mercati emergenti in Asia e altrove, lo studio delle istituzioni informali, dei comportamenti e delle norme sembra offrire una migliore comprensione delle sfide rappresentate dalla gestione della crescita e dalla performance.

In termini più semplici, in molti mercati emergenti non è la mancanza di comprensione delle pratiche migliori internazionali ad ostacolare la prestazione economica, ma è piuttosto il conflitto tra queste e le relazioni sociali interne o tradizionali e le pratiche che rappresentano gli interessi personali opposte al cambiamento.

 

Articolo ripreso dal sito FinanzaeDiritto.it

Investire in obbligazioni cinesi con la Bank of Korea

La Banca centrale della Corea del Sud si è impegnata questa mattina ad accrescere progressivamente i suoi investimenti in asset finanziari in yuan, dopo aver ottenuto una licenza per acquistare azioni ed obbligazioni cinesi.

Pechino ha infatti concesso a Bank of Korea il titolo di “investitore istituzionale straniero qualificato” (QFII), attraverso il quale l’istituto centrale di Seul potrà vendere e comprare titoli scambiati sui mercati di Shanghai e Shenzhen.

Sempre grazie a tale conferimento, inoltre, i responsabili monetari coreani potranno diversificare le proprie riserve valutarie, che alla fine dello scorso mese di dicembre erano pari a 306,4 miliardi di dollari (240 miliardi di euro), ovvero il settimo ammontare più elevato del mondo per una banca centrale.

Tuttavia, le stesse autorità di Seul hanno spiegato che i cambiamenti non saranno radicali. È chiaro però l’intento di non farsi sfuggire le opportunità concesse dal mercato cinese: anche il Servizio nazionale per le pensioni – organismo pubblico che gestisce asset per 237 miliardi di euro – sta per ottenere la qualifica di QFII.

 

Testo ripreso da valori.it