Categoria: Investire in Corea

Investire in obbligazioni cinesi con la Bank of Korea

La Banca centrale della Corea del Sud si è impegnata questa mattina ad accrescere progressivamente i suoi investimenti in asset finanziari in yuan, dopo aver ottenuto una licenza per acquistare azioni ed obbligazioni cinesi.

Pechino ha infatti concesso a Bank of Korea il titolo di “investitore istituzionale straniero qualificato” (QFII), attraverso il quale l’istituto centrale di Seul potrà vendere e comprare titoli scambiati sui mercati di Shanghai e Shenzhen.

Sempre grazie a tale conferimento, inoltre, i responsabili monetari coreani potranno diversificare le proprie riserve valutarie, che alla fine dello scorso mese di dicembre erano pari a 306,4 miliardi di dollari (240 miliardi di euro), ovvero il settimo ammontare più elevato del mondo per una banca centrale.

Tuttavia, le stesse autorità di Seul hanno spiegato che i cambiamenti non saranno radicali. È chiaro però l’intento di non farsi sfuggire le opportunità concesse dal mercato cinese: anche il Servizio nazionale per le pensioni – organismo pubblico che gestisce asset per 237 miliardi di euro – sta per ottenere la qualifica di QFII.

 

Testo ripreso da valori.it

Investire in Corea

La Corea del Nord era e resterà un Paese in cui i diritti umani non hanno corso. Per quanto riguarda il lascito di Kim-Jong-il, il macigno che pesa sul futuro del Paese è quello di una economia di guerra e come tale continua a impoverire la Corea del Nord».

A sostenerlo è Alessandro Politi, analista strategico. Dall’uscita di scena del «Caro leader» nordcoreano al patto tra Giganti, Giappone e Cina: «Questo patto osserva Politi nasce dalla grande crisi americana che ha contagiato il resto del mondo.

Tanto il Giappone quanto la Cina sono grandi creditori degli Stati Uniti: in questo modo, con l’accordo monetario, l’interscambio tra i due Paesi salta la mediazione del dollaro. E questa naturalmente non è una buona notizia per Washington».
La Corea del Nord ha dato l’ultimo saluto il «Caro leader» Kim-Jong-il.

Ora si guarda al futuro. Quali gli scenari possibili anche in una chiave geopolitica?

«In chiave geopolitica, il serio problemi per tutti gli attori è la riunificazione delle due Coree. Perché ciò cambierebbe gli equilibri consolidati dal 1953, oltre che creare, almeno all’inizio, una grave crisi umanitaria.

È vero che ci sono state conversazioni private tra un alto diplomatico nordcoreano e due alti funzionari cinesi, i quali hanno affermato che una Corea riunificata ma non ostile alla Cina, sarebbe stata accettata, in linea di principio, da Pechino, a patto che non vi fossero dislocamenti americani a Nord della zona smilitarizzata.

Osservatori locali prevedono un possibile collasso di Pyongyang nel giro di 2-3 anni, e quindi si comincia a pensare di coordinare gli sforzi in caso di crisi».

C’è chi ha parlato, riferendosi a quelle ripetute scene di pianto collettivo, di disperazione manifesta per la morte di Kim-Jong-il, della Corea del Nord come di una «necrocrazia». È così?

«In realtà quando muore un dittatore le scene di pianto sono frequenti. Bisogna capire chi prova delle emozioni reali e chi si accoda per opportunismo. Al di là dei pianti, il lascito di Kim-Jong-il è che ancora non si è resa sostenibile l’economia nordcoreana, che resta una economia di guerra e come tale continua a impoverire il Paese».

E sul piano dei diritti umani?

«In quel Paese non hanno diritto di cittadinanza, semplicemente non esistono. La Corea del Nord era e resta un Paese totalitario e praticamente sotto legge marziale».
C’è chi impoverisce e chi, invece, stringe patti tra Giganti: il patto monetario Cina-Giappone. Quale lettura dare di questa iniziativa?

«Innanzitutto questo patto nasce dalla grande crisi americana che ha contagiato il resto del mondo. Tanto il Giappone quanto la Cina sono grandi creditori degli Stati Uniti: in questo modo, con l’accordo monetario, l’interscambio tra i due Paesi salta la mediazione del dollaro.

Questa naturalmente non è una buona notizia per Washington, anche perché porta un tradizionale alleato degli Usa, il Giappone, più vicino a Pechino. Poiché ci sono dei capitali che escono dalla Cina, c’è anche una disponibilità giapponese a comprare il debito cinese. In questo contesto, il debito americano e quello europeo diventano molto meno interessanti».

L’anno che viene, il 2012, si prospetta sempre più come l’anno dell’Asia? «Non necessariamente, ma sarà un anno vissuto pericolosamente. Sarà l’anno in cui si possono porre le basi per uscire dalla crisi nel 2015, oppure cominciare ad inasprire l’attuale guerra finanziaria e rischiare, nel medio periodo, una vera e propria guerra».

La nuova governance mondiale tende sempre più ad essere «asia-centrica»?
«Direi di no, il problema è che è finito l’ordine mondiale ed è stato sostituito da un sistema di riferimento internazionale che somiglia ad un mercato dei cambi politico. Ciò che manca sono i vecchi riferimenti. Oggi i Paesi del cosiddetto “Brics” (Brasile, India, Cina, Sud Africa), non hanno né la voglia né la possibilità di avere un ruolo di guida mondiale».

E chi è destinato a riempire questo vuoto?
«Per ora nessuno. Il vuoto viene riempito da accordi temporanei fra potenze instabili, e quindi siamo in una situazione di equilibri fluidi». Per tornare al patto Cina-Giappone. C’è chi sostiene che gli affari riunificano i Nemici di un tempo.

«Mi pare una lettura un po’ forzata. Quel patto è il risultato di una risposta tattica ad una crisi strategica, e quindi il nemico di ieri diventa il compagno di strada di oggi. Infatti, mentre c’è un movimento di avvicinamento tra Giappone, Cina e Corea del Sud basato su interessi economici, non c’è ancora una visione complessiva dello scacchiere, tanto è vero che le rispettive società sono ancora molto nazionaliste».

 

Articolo ripreso dal quotidiano L’Unita’