Categoria: Investire in Europa

L’Europa e i problemi dei prossimi cinquanta anni

Secondo Confucio l’onestà è l’anima del commercio e il motore dell’economia: questo assunto non vale di certo più se intercalato nella nostra epoca. Tanto le economie occidentali sviluppate quanto quelle asiatiche emergenti in congiunzione a quelle dell’America Centrale e Meridionale guardano ormai solo ai consumi ed agli investimenti, come unico e vero motore dell’economia.
Anche a livello individuale si consuma se vi sono proiezioni di benessere e ricchezza in costante crescita e si investe se vi sono accettabili margini di profitto. Pertanto il motore dell’economia oggi è diventato la percezione del sentiment economico previsto nell’immediato futuro: il tutto può essere anche ricondotto al concetto utilitarista di fiducia.
Sostanzialmente si acquista una nuova automobile, si programma una nuova vacanza esotica, si pianifica di ampliare il proprio fabbricato industriale o l’ammodernamento delle linee produttive, qualora vi siano previsioni di un miglioramento economico o eventualmente anche di una fase di stabilizzazione del tessuto economico a cui si appartiene. Viceversa la percezione di un futuro peggiore, con un orizzonte incerto, congela, frena e riduce globalmente tanto i fenomeni di consumo quanto quelli di investimento.

Continuare a parlare a tal punto solo di crisi finanziaria rimane riduttivo: quello che era iniziato con uno shock finanziario nel 2008 si è trasformato nel tempo in una crisi di fiducia. Immagino che molti di voi siano a conoscenza delle politiche monetarie ampiamente espansive portate avanti negli ultimi due anni da Stati Uniti e Inghilterra, cui abbiamo visto recentemente affiancarsi il Giappone con la tanto osannata Abenomics (che prende il nome dalla politica economica del primo ministro nipponico, Abe Shinzo).
Queste tre grandi potenze economie del mondo sviluppato hanno scelto di aumentare massivamente la loro base monetaria con interventi che in passato non si sono mai visti prima. L’intento che si vuole perseguire è spingere i consumi, attraverso un costo del denaro ormai irrisorio che dovrebbe invogliare i consumatori a contrarre altri prestiti o a pagare meno quelli precedentemente contratti, generando un indotto effetto ricchezza. Questo dovrebbe sprigionare un tanto atteso effetto ricostituente per le rispettive economie, infondendo propositi di fiducia sul futuro che verrà. Addirittura nel breve si confida di poter arrivare ad avere tassi negativi sui depositi bancari a causa dell’inflazione che comunque si sta ancora manifestando molto blandamente.

La speranza pertanto mira a mutare l’attuale stato di fiducia, spingendo i consumatori ed i risparmiatori ad investire in modalità più tangibili e meno finanziarie il denaro parcheggiato nelle loro banche confidando in ritorni maggiori e più gratificanti. In vero niente di tutto questo sta avvenendo o meglio non avviene in misura così rilevante e considerevole rispetto alle attese, Giappone compreso, nonostante i proclami e l’euforia dei primi mesi della Abenomics.
Il risultato è modesto, molto modesto, quasi insignificante se rapportato ai mezzi eccezionali e straordinari cui hanno fatto affidamento le tre diverse banche centrali dei paesi sopra menzionati con il fine dichiarato di inflazionare il sistema (quindi socializzare i debiti di banche e governi) ed evitare l’avvitamento in una spirale deflattiva, che spaventa molto più di una inflazione galoppante. La storia ci insegna infatti che in diverse epoche assoggettate a crisi economiche (cicliche, ma non strutturali) la risposta è sempre arrivata da una voluta ricerca di sana inflazione. In contrasto, l’Europa per voce della sua banca centrale si sta invece comportando in controtendenza, vale a dire politica monetaria poco espansiva e controllo con supervisione asfissiante sulla stabilità e solidità dei grandi gruppi bancari europei.
Tutto il mondo sta guardando alla BCE, la quale non vuole dar segnali di consenso ed allineamento sulle scelte intraprese dalle altre tre banche centrali. Che sia possibile che qualcuno si è reso conto che stampare denaro in questo momento non serve a nulla, anzi nel medio termine potrebbe essere addirittura controproducente.
Non sarà che i tanto denigrati tedeschi con la loro ottusa politica di austerity e risanamento contabile si sono resi conto che, nonostante i differenti rating finanziari, tutte le nazioni europee (Finlandia e Lussemburgo a parte) in realtà sono accomunate dallo stesso outlook economico sintetizzato dalle tre D: deficit, debito e demografia. Pertanto per quanto si cerchi di invogliare a consumare ogni contribuente europeo o ad effettuare investimenti in qualche  impresa europea, il risultato che si otterrà sarà sempre molto deludente a causa della sfiducia e paura che si ripone nel prossimo futuro, paura che produce un inevitabile rallentamento, se non declino economico.
Per ovvie conseguenze demografiche si dovranno nei vari paesi in questione affrontare pesanti sacrifici attraverso tagli immaginabili allo stato sociale, pensioni e assistenza sanitaria di base, che impatteranno profondamente sul livello dei consumi e sul benessere percepito. In questo contesto stampare denaro non solo non serve in teoria, ma anche in pratica come stanno dimostrando i dati macro di USA, Inghilterra e Giappone.
Articolo di Eugenio Benetazzo, ripreso dal sito eugeniobenetazzo.com

Investire nelle risorse naturali per supportare l’economia in Europa

Circa 25 000 km2 di preziosi siti naturali sono stati aggiunti alla rete Natura 2000. Questa rete di siti protetti è il principale strumento di cui dispone l’UE nella lotta per la conservazione di una ricca biodiversità in Europa. La Commissione ha ora formalmente approvato l’inclusione nella rete di 235 ulteriori siti proposti dagli Stati membri per il riconoscimento come “Siti di importanza unionale”. Gli Stati membri disporranno di sei anni per attuare le misure necessarie a proteggere tali siti. L’ultimo ampliamento riguarda venti Stati membri e interessa tutte le nove regioni biogeografiche della rete, ossia le regioni alpina, atlantica, del Mar Nero, boreale, continentale, macaronesica, mediterranea, pannonica e steppica. La rete di Natura 2000 copre attualmente 768 000 km2 (17,9%) di superficie terrestre dell’UE e oltre 217 000 km2 (circa il 4%) di mari e oceani.

Janez Potočnik, Commissario europeo per l’Ambiente, ha dichiarato: “Mi congratulo con questi Stati membri per un altro contributo importante alla protezione del patrimonio naturale dell’Europa. La rete Natura 2000 costituisce la spina dorsale dei nostri sforzi per proteggere l’ambiente naturale e ed è di vitale importanza per la tutela della biodiversità. Oltre ad offrire spazi interessanti da esplorare e in cui ricrearsi la rete Natura 2000 apre ampie opportunità di sviluppare nuove attività economiche basate su questo prezioso patrimonio naturale. La sua espansione è quindi molto positiva per la natura e per noi.”

L’ampliamento della rete riguarda principalmente il Regno Unito, la Romania, la Lettonia, l’Italia, la Svezia, la Bulgaria, la Danimarca, la Francia, la Slovacchia, l’Estonia e Malta.

Quest’anno l’ampliamento più significativo è stato la designazione da parte del Regno Unito di Dogger Bank (12 330 km²), un’area marina poco profonda, caratterizzata da banchi di sabbia sommersi nella parte centrale del Mare del Nord che, con i siti adiacenti della Germania e dei Paesi Bassi, crea un grande sito Natura 2000 transfrontalierio che comprende più di 18 000 km². Il Dogger Bank è stato principalmente designato per i suoi habitat di banchi di sabbia altamente produttivi che costituiscono importanti luoghi di riproduzione e di crescita per molte specie ittiche commerciali. La sua designazione faciliterà la gestione coordinata della zona, compresi gli sforzi congiunti degli Stati membri interessati di mettere a punto adeguate misure in materia di pesca.

I maggiori ampliamenti nel Baltico sono costituiti dalle designazioni da parte della Svezia e della Lettonia di dieci nuove zone marine. Questi siti sono caratterizzati da habitat con banchi di sabbia e scogliere che ospitano numerose specie e costituiscono aree vitali per il nutrimento di foche e specie ittiche migratorie. I dieci siti coprono una superficie marina di circa 4 000 km2.

Rispetto alle sue dimensioni il paese con il maggior contributo è stato Malta che ha designato 183 km2 di zone marine, creando le basi per una solida rete marina nelle acque circostanti. I nuovi siti marini maltesi contribuiranno alla conservazione delle praterie di alga posidonia e delle scogliere sommerse e offriranno un habitat di vitale importanza per il mollusco Gibbula nivosa, una lumaca di mare dalla colorazione vivace endemica di Malta.

La più grande espansione della rete sulla terra ha avuto luogo in Romania. Sono stati aggiunti 109 nuovi siti e molti altri siti esistenti sono stati estesi, cosicché la loro superficie totale copre attualmente circa 42 000 km². Le aree aggiunte comprendono un vasto panorama di pascoli e habitat boschivi ricchi di specie, oltre ad habitat di vitale importanza per molte specie rare e a rischio, tra le quali anfibi e pipistrelli. Con altri siti proposti dalla Bulgaria e della Repubblica slovacca, i nuovi siti rumeni Natura 2000 offrono anche una migliore protezione della ricca fauna ittica endemica del bacino del Danubio.

Contesto

Natura 2000 è una rete di zone protette composta da zone speciali di conservazione, istituite a norma della direttiva “Habitat” e di zone a protezione speciale, istituite a norma della direttiva “Uccelli”. Natura 2000 non costituisce tuttavia un sistema rigido: le attività come l’agricoltura, il turismo, la silvicoltura e le attività ricreative possono continuare a svolgersi all’interno della rete a condizione che siano sostenibili e in armonia con l’ambiente naturale.

Gli Stati membri selezionano i propri siti Natura 2000, istituiti a norma della direttiva Habitat, in collaborazione con la Commissione. Una volta selezionati, i siti vengono ufficialmente riconosciuti dalla Commissione quali “Siti di importanza unionale”, come è avvenuto col presente aggiornamento. Questo processo conferma lo statuto ufficiale dei siti e fissa gli obblighi per la loro protezione. Gli Stati membri dispongono a questo punto di sei anni per applicare le misure di gestione necessarie e designare i siti come zone di protezione speciale.

L’ultimo ampliamento riguarda venti Stati membri e aumenta di 235 il numero di siti di importanza unionale. Le aggiunte più recenti riguardano tutte le nove regioni biogeografiche, ossia l’alpina, l’atlantica, del Mar Nero, la boreale, la continentale, la macaronesica, la mediterranea, la pannonica e la steppica.

La tipologia delle zone protette è molto varia e comprende ad esempio praterie fiorite o sistemi di grotte e lagune. Le nove regioni biogeografiche della rete rispecchiano la grande varietà della biodiversità dell’Unione europea.

La biodiversità – una risorsa limitata costituita dalla varietà delle forme di vita sulla terra – è in pericolo. Le specie stanno scomparendo a un ritmo senza precedenti, con conseguenze irreversibili per il nostro futuro. L’Unione europea sta lottando contro questo fenomeno e recentemente si è posta l’obiettivo di porre fine alla perdita di biodiversità entro il 2020, di proteggere i servizi ecosistemici come l’impollinazione o le difese contro le alluvioni (e di ripristinare questi servizi quando sono degradati) e di rafforzare il contributo dell’UE nella lotta contro la perdita di biodiversità. Natura 2000 è uno strumento fondamentale per conseguire tale obiettivo.

Questa generazione non puo’ investire per migliorare il suo tenore di vita

Angela Merkel ci aveva messo in guardia già nel 2009: non aspettiamoci miracoli, perché nessuna decisione politica, per quanto coraggiosa, potrà scongiurare il crollo dell’economia europea. A quel tempo la cancelliera era l’unica a presagire il futuro in questi termini. Oggi ci si accorge invece che aveva visto giusto, commenta Nicolas Veron, esperto dell’istituto Bruegel di Bruxelles. A cinque anni dall’inizio della crisi, la situazione economica dell’Unione resta drammatica: sono in recessione 17 paesi membri su 27.

Nei paesi colpiti più duramente dalla crisi, come Spagna o Portogallo, dovrà passare almeno una generazione prima che si riesca a compensare il calo del livello di vita. Un simile lasso di tempo potrà rivelarsi insostenibile per l’Ue. Per la prima volta dalla sua creazione l’Unione europea, contrariamente alla zona euro, rischia di disgregarsi. Di mese in mese questo scenario si fa sempre più evidente, senza che si possa dire quale processo – quello della costruzione di un’Eurolandia forte intorno alla Germania, o quello della disintegrazione del blocco dei paesi euroscettici, Regno Unito in testa –  prenderà il sopravvento sull’altro.

Una cosa è certa : questi sviluppi non sono quelli che Angela Merkel auspicava e che anzi ha tentato in ogni modo di impedire. In particolare, la cancelliera  voleva che la nuova Unione più integrata facesse posto a tutti gli effetti alla Polonia e ad altri stati dell’Europa centrale, paesi che costituiscono per la Repubblica federale non soltanto una base industriale (le aziende tedesche vi hanno delocalizzato buona parte della loro produzione), ma fungono anche da alleati nel Consiglio dell’Ue quando insieme a Berlino sostengono riforme strutturali e responsabilità di bilancio.

Il progetto di questa Europa, tuttavia,  è fallito. Sotto la pressione dei mercati, i dirigenti della zona euro hanno gettato le basi di un sistema istituzionale della zona euro con una supervisione bancaria, un controllo della politica monetaria e un budget indipendente. Queste misure dovevano costituire il minimo vitale per garantire il buon funzionamento della zona euro, senza arrecare danno ai fondamenti dell’Unione europea. Oggi possiamo constatare che si tratta di un’ipotesi irrealistica, ammette Cinzia Alcidi del Ceps (Center for european policy studies).

La situazione particolarmente rischiosa riguarda la pietra angolare dell’integrazione, il mercato unico. Nei paesi nei quali lo stato dell’economia ispira la fiducia degli investitori, per esempio Germania e Paesi Bassi, le spese dei crediti contratti dagli imprenditori sono notevolmente inferiori a quelle dei paesi della periferia dell’Ue. Non si può più parlare pertanto di una concorrenza alla pari, a favore della quale Bruxelles ha operato negli ultimi cinquant’anni.

Altra constatazione fallimentare è quella relativa al flop del modello europeo mirante a un certo equilibrio nei livelli di vita all’interno dell’Unione. Grazie ai fondi strutturali, ma anche garantendo libero accesso al mercato dell’Ue per tutte le entità economiche, si è effettivamente riusciti a limitare gli squilibri negli standard di vita dei vari paesi europei. La Grecia, per esempio, fino al 2009 poteva vantare un reddito pro capite corrispondente al 94 per cento della media dell’Union, non troppo distante da quello della Germania (115 per cento). Ma oggi i divari tra questi due paesi si sono enormemente accresciuti: il livello di vita in Grecia è sceso al 75 per cento, raggiungendo uno standard equiparabile a quello della Polonia, mentre quello della Germania è decollato al 125 per cento.

Secondo le stime degli economisti, queste disuguaglianze si acuiranno ancor più negli anni a venire. Quest’evoluzione implica che gli interessi degli stati membri saranno sempre più divergenti. Mentre romeni, bulgari, greci e portoghesi cercheranno di garantire la sopravvivenza delle loro popolazioni, la Germania e la Svezia preferiranno mettere l’accento sulle questioni ambientali  e le fonti alternative di energia. Secondo Veron sarà come dialogare tra sordi.

La crisi ha eliminato anche un altro grande risultato dell’integrazione: il modello sociale europeo, che il mondo intero ci invidiava. I tagli di bilancio che si sono susseguiti non soltanto in Spagna e in Grecia, ma anche in Francia e nel Regno Unito, generano una drastica riduzione delle garanzie sociali, in materia di diritto del lavoro, di pensioni, di disoccupazione, e creano di conseguenza una generazione di giovani privi di prospettive di un impiego stabile, senza i presupposti materiali per poter mettere su famiglia.

Berlino resta sola

Perfino il quotidiano filoeuropeo Der Spiegel ammette apertamente che il centro decisionale dell’Ue si è spostato da Bruxelles a Berlino. Ciò è avvenuto senza alcuna particolare pressione da parte dei tedeschi, ma per esclusione. Tra i sei paesi più importanti dell’Ue, due – Italia e Spagna –  non sono neppure  stati presi in considerazione a causa dei loro enormi problemi economici. Il Regno Unito, invece, si è autoescluso da solo.

Quanto alla Polonia, in ragione del suo potenziale economico ancora troppo debole e del fatto che non fa parte della zona euro, non può pretendere di rivestire un ruolo chiave. Per un certo periodo è sembrato che l’Europa fosse dominata dal tandem franco-tedesco, il famoso “Merkozy”. Ma dall’elezione del nuovo presidente francese François Hollande è diventato chiaro che Parigi, a fronte di grossi problemi economici, non è in grado di trattare da pari a pari con la Germania. Berlino, dunque, è rimasta sola sul campo di battaglia.

Focalizzata sui propri problemi, l’Europa non riesce a occuparsi di quelli altrui. Di conseguenza la disintegrazione della politica estera comunitaria è un’altra cupa profezia che si avvera sotto i nostri occhi. L’evoluzione autoritaria dell’Ucraina, la situazione drammatica della Siria, l’abbandono della lotta per i diritti dell’uomo in Cina sono soltanto alcuni esempi dell’impotenza dell’Ue.

Nel frattempo la questione dei futuri allargamenti dell’Ue è stata accantonata: l’adesione all’Unione ormai sarebbe concepibile soltanto per i paesi dei Balcani che si trovano all’interno dei confini dell’Europa. L’offerta più ambiziosa, in particolare nei riguardi dei paesi dell’ex Unione Sovietica e della Turchia, non è più all’ordine del giorno.

A cinque anni dallo scoppio della crisi  l’Europa sopravvive, almeno per ora. Ma le perdite sono astronomiche e l’Unione europea è regredita sulla strada dell’integrazione per imbattersi in quegli stessi problemi che credeva di aver risolto 30 o 40 anni fa. Ormai perfino gli ottimisti dicono: “Purché le cose non peggiorino”.

 

Articolo ripreso dal sito presseurope.eu

Non basta tassare in Europa occorre anche investire

È venuto il turno della Francia di presentare il proprio bilancio al risparmio, con impegni e sacrifici quantificabili in 37 miliardi di euro, necessari a riportare il deficit pubblico al di sotto della soglia del 3 per cento, come si sono auto-imposti i paesi membri della zona euro.

Mentre l’attività produttiva continua a rallentare, le manovre finanziarie di Italia, Spagna e Portogallo non potranno che portare a un 2013 ancora più difficile del 2012, tenuto conto della disoccupazione record. La priorità assoluta va dunque al riassorbimento della disoccupazione. Le recenti manifestazioni in Spagna, l’affermarsi in Grecia di un partito nazista, l’ascesa in ampie percentuali dell’opinione pubblica francese di un sentimento antieuropeo: nulla di tutto ciò, naturalmente, giova.

Sempre più economisti, tuttavia – e tra essi il premio Nobel ed editorialista del New York Times Paul Krugman –  affermano  che se si continua ad aggiungere austerity ad austerity, l’Europa non soltanto non ripartirà, ma si impoverirà sempre più. E forse entrerà in un ciclo che  potrebbe assomigliare davvero alla grande depressione degli anni trenta.

Al momento trovare la giusta via di mezzo tra liberarsi del paralizzante debito pubblico e rilanciare la via per la crescita e infondere speranza è quanto mai problematico. Il primo ministro francese Jean-Marc Ayrault parla di dittatura dei mercati: per porre rimedio al proprio debito, ha spiegato, la Francia ha bisogno come la Spagna di prendere in prestito capitali sui mercati al tasso più basso possibile.

È quanto vale oggi per la Francia, fin dall’elezione di François Hollande. Se la Francia non saprà dare l’impressione di aver fatto tutto il possibile per tornare sotto la soglia del 3 per cento, sarà sanzionata con tassi di interesse che renderanno insostenibili le spese del debito. È a questo punto che ci si dice che ciò che un paese non è in grado di fare da solo, la zona euro potrebbe tentarlo tutta insieme, alleggerendo l’obbligo del 3 per cento e spalmando nel tempo, paese per paese, l’inevitabile inversione di marcia.

Cerchiamo però di capirci: il male da cui siamo tutti affetti, a esclusione della Germania, è un deficit di competitività. Questo giustifica buona parte degli sforzi e dei sacrifici che ci sono chiesti. Ma bisogna anche tener conto che per evitare all’Europa una recessione prolungata è necessario ridare flessibilità al sistema. Da questo punto di vista, il tempo stringe.

Il nuovo trattato in corso di ratifica offre una breccia della quale bisogna saper approfittare, distinguendo tra deficit strutturali e deficit congiunturali. I primi devono essere categoricamente colmati e tendere allo zero, mentre i secondi – determinati in particolare dal ritmo della congiuntura – dovranno essere adattati a questo ritmo. Se si apre un varco, però, cerchiamo di approfittarne.

Modello americano

Forse vale la pena ripercorre le precedenti tappe della crisi, iniziata negli Stati Uniti. Sin dall’inizio la crisi americana è parsa in grado di mettere in pericolo sia l’economia sia la finanza mondiale. È stato  allora che i paesi del G20 hanno trovato una risposta, sintonizzando i propri punti di vista e concertando ciò che andava fatto.

Oggi  Stati Uniti e Cina (le cui esportazioni in Europa sono scese rispettivamente quasi del 10 e  del 5 per cento), ma anche Brasile e altri paesi constatano l’entità dei danni provocati dall’inazione europea: perché dunque non si mettono d’accordo e nell’ambito di un G-20 rinnovato non si decidono una buona volta a rispondere tutti insieme? Dopo tutto, ciò che ha giovato agli Stati Uniti dovrebbe aiutare anche l’Unione europea.

Purtroppo, dopo che il grosso della crisi americana è passato, abbiamo vissuto un ritorno alla difesa degli interessi nazionali, con tentativi  protezionistici sempre più evidenti che si sono in parte concretizzati. È invece il momento di invertire la tendenza e di dare avvio a livello di G20 alla concertazione necessaria. Sarebbe anche ora che l’Europa capisse che non tutti possono lottare contro il deficit con lo stesso ritmo e che occorre avere di conseguenza la saggezza di diluire nel tempo gli sforzi degli uni e degli altri.

Proprio come sarebbe ora di attuare le decisioni prese. François Hollande si vanta di aver completato la manovra di bilancio con un patto per la crescita di almeno 120 miliardi di euro. Che cosa stanno aspettando dunque i nostri governi per mobilitare queste somme al servizio della crescita.

 

Articolo ripreso dal sito presseurop.eu

Il fondo di investimento del Qatar compra aziende in Europa

Con oltre 3,4 miliardi di euro spesi in meno di un anno nell’acquisto di società, industrie, beni di lusso e squadre di calcio, il Qatar è il primo investitore nei Paesi dell’Unione Europea. Fra le spese più recenti spicca la partecipazione alla costruzione del villaggio olimpico di Londra e un centro commerciale di lusso sugli Champs Elysées a Parigi.

Lo rivela una ricerca della Real Capital Analytics (Rca), agenzia internazionale specializzata in analisi economiche. Secondo la Rca, l’ammontare investito dalla Qatar Investment Authority (Qia) è solo una “briciola” della reale potenzialità economica del principale esportatore di gas naturale liquido al mondo.

La cifra spesa in 12 mesi equivale a un ricavo di sei settimane nel settore energetico. Nel 2011 le esportazioni di gas hanno portato nelle casse dell’emirato circa 30 miliardi di euro, in uno Stato con una popolazione residente di 250.000 persone, a cui si aggiungono circa 1,2 milioni di lavoratori migranti.

Dal 2007, il Qatar ha investito oltre 5,7 miliardi di euro nel settore immobiliare di varie città europee, soprattutto Londra e Parigi. Nella capitale britannica ha finanziato la costruzione dello Shard, il grattacielo più alto dell’Unione europea, inaugurato poche settimane prima dell’inizio dei Giochi olimpici. Nel Regno Unito il piccolo Stato è proprietario dei grandi magazzini Harrods e ha una quota del 27% in Songbird Estates, società che possiede la maggior parte degli edifici di Canary Wharf, quartiere finanziario di Londra.

A Parigi il Qia ha acquistato edifici per centinaia di milioni di euro, fra cui un mega albergo situato sugli Champs Elysées del valore di 500 milioni di euro. In Francia  lo sceicco Hamad bin Khalifa Al Thani, emiro del Qatar, è famoso per essere l’azionista di maggioranza del Paris St. Germain, la più premiata squadra di calcio francese. In Germania l’emirato ha acquistato quote consistenti del marchio di auto sportive Porsche.

In un’intervista rilasciata in aprile a “Bloomberg”, autorevole sito economico, Hussain Al Abdulla, funzionario della Qia, affermava che con «la crisi economica, la maggior parte del capitale investito nei decenni passati è diventato carta straccia». A tutt’oggi i capitali ricavati dalle esportazioni non hanno ancora una destinazione geografica precisa e non sono inseriti all’interno di un programma economico definito. «Noi – ha aggiunto – siamo solo molto opportunisti».

In pochi decenni, Qatar, Arabia Saudita e Bahrein hanno sfruttato il denaro ricavato dal settore energetico per diventare partner fondamentali dell’economia europea e di recente anche della politica estera soprattutto su questioni riguardanti il Medio Oriente. Ciò è accaduto in Libia, dove Doha e Ryadh hanno avuto un ruolo fondamentale nel finanziarie i ribelli e nel convincere gli Stati occidentali ad attaccare Gheddafi. E questo anche con informazioni pretestuose sulle rispettive emittenti satellitari al-Jazeera e al-Arabya.

Il medesimo scenario si sta verificando in Siria, dove i due Stati islamici finanziano e sostengono con armi, mezzi e denaro i ribelli sunniti che combattono contro il regime di Assad

 

Articolo ripreso da borsaforextradingfinanza.net