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Tassare le transazioni finanziarie farebbe ridurre gli investimenti in Europa

I regolatori europei sono al lavoro da quest’estate sulla proposta di una tassa sulle transazioni finanziarie (TTF), vista come una possibile via d’uscita per la crisi dell’Eurozona. Ma la società di consulenza Aite Group avverte: un’applicazione della TTF potrebbe portare all’abbandono delle piazze finanziarie europee da parte degli hedge fund.

Stando a quanto ha annunciato il 28 settembre il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso, le aliquote minime (da applicare entro il 2014) potrebbero essere fissate allo 0,01% per le operazioni sui derivati e allo 0,1% per le operazioni spot.

Secondo la Commissione europea, tali misure potrebbero condurre a un calo pari al 10% del volume delle transazioni finanziarie; per quanto riguarda i derivati si potrebbe assistere a un vero e proprio tracollo compreso fra il 70 e il 90%.

I costi dell’imposta, infatti, potrebbero rivelarsi insostenibili per gli hedge fund che operano transazioni ad altissima velocità grazie a sofisticati software informatici che compiono migliaia di operazioni nell’arco di frazioni di secondo. Questo sistema, detto high frequency trading, dà un netto contributo alla volatilità dei titoli e non è affatto esente da rischi: se ne è avuta una prova il 6 maggio 2010, in occasione di un crollo improvviso dell’indice Dow Jones che ha rischiato di far volatilizzare miliardi di dollari. Simmy Grewal, analista di Aite Group, ha dichiarato che «gli hedge fund che operano nel trading ad alta velocità, e che per loro natura gestiscono un enorme volume di transazioni, lasceranno l’Europa.

A trarre vantaggio di questa proposta, se sarà approvata, saranno New York, la Svizzera e le piazze asiatiche». Si tratta della stessa obiezione avanzata dai banchieri e dagli operatori finanziari londinesi, che temono un generale abbandono di quello che attualmente è il centro della finanza europea.

D’altra parte, tale tassa – secondo le stime dell’Unione europea – potrebbe garantire un introito annuo pari a 57 miliardi di euro. Una somma da utilizzare per risanare i bilanci degli Stati europei in difficoltà, che attualmente sono costretti a intervenire con pesanti sforbiciate alle politiche sociali. E, secondo i promotori della campagna internazionale che da anni si battono per l’applicazione della TTF, sarebbe sufficiente a finanziare importanti politiche di sviluppo.

Articolo ripreso da valori.it

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Salvare l’Euro significa investire sul futuro dell’Europa

Le grandi crisi del capitalismo, ha ricordato di recente il grande sociologo Jürgen Kocka, spesso sono state eventi determinanti per riformare in modo anche radicale il capitalismo stesso. Questa potrebbe essere una speranza, e deve in ogni caso essere un monito: se la crisi dell’euro offre una possibilità di sortire qualche effetto proficuo, occorre coglierla al volo.

Le crisi del passato hanno spianato la strada a cambiamenti strutturali, o quanto meno li hanno accelerati. Le crisi hanno determinato l’istituzionalizzazione dei regolamenti statali, il welfare state e, non ultimo, il paradigma economico keynesiano. Ma gli “effetti proficui” sono scivolati sotto l’influenza di potenti interessi acquisiti. Una delle spiegazioni per l’attuale crisi è che tali effetti siano stati messi all’angolo nella Germania governata dalla coalizione di Socialdemocratici e Verdi, che ha deregolamentato ciò che un tempo era regolamentato e ha abbandonato il livello di redistribuzione che era già stato raggiunto.

La crisi del debito in Europa ha insegnato qualcosa? A quanto pare no. Infatti ciò che è stato rifilato come gestione della crisi a un’opinione pubblica angosciata non ha nulla a che vedere con gli “effetti proficui” di cui ha scritto Kocka. Nella corsa contro “i mercati” per salvare l’euro, i governi stanno soltanto dimostrando chi ha davvero in mano il potere.

Invece di prendere di petto le cause della crisi economica e politica, questa cause sono illustrate e spiegate come soluzioni. Allo stato è rimasta solo l’onere sociale di una crisi finanziaria dei privati. E i bilanci pubblici erano appena stati gravati della spesa necessaria a propagare la ricchezza dei privati che già è stata prescritta un’altra cura per risolvere la malattia ora chiamata “crisi dello stato”.

Con la crisi, il principio tedesco del debt brake (“freno da debito”) si è allargato a tutta l’Europa. Sarà stato forse grazie alla nota attitudine al risparmio delle casalinghe della Svevia? Macché. “Ciò che non dobbiamo fare”, ha detto la cancelliera Merkel, “è distruggere la fiducia degli investitori”. Le sue parole rivelano la sua fede e dimostrano a che cosa si è ridotto il dibattito europeo: come risparmiare soldi, come tutelare le rivendicazioni sugli asset, come proteggere la competitività.

Quando qualcuno chiede “maggiore passione per l’Europa”, la richiesta in definitiva si riduce semplicemente a qualche sanzione per rendere ancora più rigorosa la disciplina di bilancio, norme inerenti sui default sovrani e così via. Oltretutto, essa non riesce a nascondere gli alterchi della coalizione sulla politica europea. Che il parlamento in futuro sia coinvolto ancora più da vicino nelle decisioni su come salvare l’euro di per sé ancora non dà una risposta alla domanda: “Che cosa stanno salvando i deputati?”

“Se fallisce l’euro, fallisce l’Europa”, ha dichiarato la cancelliera, propagandando nel mondo intero una minaccia che avrà il medesimo impatto sui parlamentari dei partiti di governo e sui piccoli risparmiatori nonché su coloro che ricevono sussidi, su lavoratori e studenti, su medici e artisti, su pensionati e casalinghe.

La sua dichiarazione nel migliore dei casi è vera soltanto a metà, in quanto si stanno distruggendo le premesse di un’Europa migliore, un’Europa che nelle controversie sul trattato di Lisbona era ancora aperta allo scambio di vedute, che puntava sugli standard sociali e sulla concretizzazione dei diritti fondamentali. Chiunque voglia salvare davvero l’euro, e abbia in mente qualcosa di meglio di un progetto elitario strutturato soltanto in funzione degli interessi economici – con il suo deficit di democrazia, la competitività fiscale e il dumping sociale – ormai deve contrapporsi ai “salvatori” come Merkel e Sarkozy.

Questo è indispensabile perché tramite queste decisioni su come gestire la crisi si va già delineando la futura realtà costituzionale dell’Ue. Dall’altro lato, non sarà così facile, perché un “no” agli aiuti da una società unita potrà essere fin troppo facilmente confuso con l’euroscetticismo populista che si sta diffondendo in questa stessa società. Questi malintesi critici dell’Europa hanno trovato nel tabloid Bild il loro organo ufficiale. Ciò di cui sono tuttora privi, però, è la copertura di un partito politico.

Forze centrifughe

Da quanto risulta da un recente sondaggio, due cittadini europei su tre credono che il mercato unico abbia arrecato vantaggi soltanto alle grandi corporation. Uno su due, invece, crede che l’Europa abbia svilito le condizioni di lavoro e che l’integrazione politica non porti nulla di positivo ai più svantaggiati.

Questo la dice lunga sul tipo di Europa che Merkel e gli altri cercano di salvare. E nondimeno sarebbe sbagliato abbandonare completamente il principio di fondo e lasciare il campo a coloro che vedono una via d’uscita nel marco tedesco, nell’abbandono della solidarietà e nella ristrettezza mentale nazionale.

La posta in gioco è grande: o la crisi dell’euro sarà risolta “dall’alto” e porterà a un regime di austerity assolutistica nell’Ue, che toglierà sempre più spazio e margine di manovra alla politica sul campo e rafforzerà le forze sociali centrifughe che spingono lontano dall’ideale europeo, oppure la pressione “dal basso” costringerà i governi a correggere la loro rotta.

Per questo non basteranno le campagne dei sindacati dei lavoratori. Nessuna crisi ha mai portato “effetti proficui” tramite i soli appelli. Ci sarà sempre bisogno, come ricorda Kocka, di una critica del capitalismo, di un impegno politico, di una mobilitazione sociale. Le critiche hanno già invaso le pagine dei quotidiani, ma non è ancora emersa la consapevolezza che questo non può bastare.

Articolo ripreso da presseurop.eu

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Jean Claude Trichet il capo della BCE che ha salvato l’Europa

Il costo di opportunità di una decisione aumenta a in proporzione a quanto sarebbe costato non prenderla o prenderne una diversa. Questo ragionamento per assurdo, formulato nel 1914, è diventato popolare nel 1987 grazie al rapporto “Il costo della non-Europa” del grande Paolo Cecchini e all’entrata in vigore dell’Atto unico europeo, che ha aperto la strada al mercato unico europeo creato nel 1992.

Arrivato alla fine del suo mandato di otto anni, oggi il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet può tirare le somme del suo operato. La speranza è che annunci il ribasso del tasso di riferimento (l’inflazione è sotto controllo nei pressi del 2 per cento) o quanto meno che abbia avviato un processo in tal senso lasciando la decisione al suo successore Mario Draghi. Quale sarebbe stato il costo di non avere Trichet? Quali sarebbero le conseguenze se Draghi dilapidasse l’eredità del francese?

Gli errori della Bce sotto la guida dell’ex governatore della Banca di Francia sono stati sostanzialmente due. Il primo è stato commesso nel giugno del 2008, quando Trichet ha innalzato il tasso d’interesse subito dopo che l’inflazione si era stabilizzata e nonostante il disastro della Grande recessione scatenata dal crollo della Lehman Brothers nel mese di settembre. Il secondo è stata la timida gestione politica dell’acquisto dei titoli di stato dei paesi periferici in due momenti diversi, all’inizio del mese di maggio del 2010 e nell’agosto scorso, quando le turbolenze sui mercati hanno determinato un sensibile aumento del differenziale del debito italiano e spagnolo rispetto a quello tedesco. Quelli di Trichet sono stati errori tipici di un ortodosso.

Sull’altro piatto della bilancia ci sono gli aspetti positivi. Durante il mandato di Trichet la Bce ha lasciato alle banche un ampio margine di liquidità e ha diversificato le scadenze, scongiurando la paralisi totale del sistema finanziario; ha acquistato nel mercato secondario buoni del tesoro dei paesi periferici per un totale di oltre 156 miliardi di euro (pochi in confronto alla Federal Reserve, troppi per i puristi), mantenendo a galla più di uno stato; ha sorretto il debito pubblico dei paesi in difficoltà accettando come garanzia obbligazioni di dubbio valore dalle banche che chiedevano credito, e infine ha condotto operazioni coordinate con altre banche centrali per offrire liquidità alle banche europee in tre diverse occasioni: dopo il crollo della Lehman e nel febbraio e nel settembre del 2011.

Arbitro rispettato

Il costo dell’assenza di Trichet è dimostrato dalla virulenza dei suoi detrattori. I due principali mentori del radicalismo, entrambi tedeschi, si sono dimessi quest’anno. Axel Weber, presidente della Bundesbank e successore designato di Trichet, ha sconfinato platealmente dalle proprie competenze criticando in pubblico l’acquisto dei buoni del tesoro dei paesi vulnerabili. Questo elogio dell’austerità (altrui) ha aperto a Weber la strada verso il vitello d’oro, sotto forma della presidenza della banca svizzera Ubs: quanta virtù luterana! Lo stesso discorso vale per l’ineffabile Jürgen Stark, che si è defilato per gli stessi motivi. Entrambi rimproveravano al governatore della Bce di andare oltre la missione di controllare l’inflazione e di preoccuparsi della stabilità economica e della crescita, obiettivi a quanto pare blasfemi.

L’economista dell’Fmi Pau Rabanal è convinto che Trichet “ha mantenuto una politica monetaria relativamente ambiziosa” ma anche “sacrificato gli obiettivi legati all’inflazione sull’altare di una maggiore crescita economica e della creazione di posti di lavoro”, nonostante la sua rinuncia ad abbassare il tasso di riferimento lo abbia messo in rotta di collisione con alcuni politici, come il presidente francese Nicolas Sarkozy. Trichet ha difeso con le unghie l’indipendenza della sua carica dagli attacchi di Sarkozy, sostenendo il carattere automatico delle nuove sanzioni del Patto di stabilità, e lo stesso ha fatto con Angela Merkel, resistendo strenuamente all’insolvenza della Grecia nei confronti delle banche private.

Se la crisi dell’euro non è stata la pietra tombale dell’Europa il merito è della Bce e della sua disponibilità a trasformarsi in finanziatore d’emergenza e in arbitro rispettato dai mercati. Trichet è stato il protagonista principale della creazione del fondo di salvataggio, non ha risparmiato le critiche nei confronti delle agenzie di rating e ha portato avanti il progetto di un ministero dell’economia europeo. Niente male, in fin dei conti.

Articolo ripreso da presseurop.eu