Vietato investire in Francia nel 2013

Mentre l’Italia sembra sulla buona strada per uscire dalla procedura di deficit eccessivo, la Francia ha ancora parecchia strada da fare. Per la Commissione europea il rapporto deficit/pil dell’Italia nel 2012 si attesterà al 2,9%, mentre sarà al 2,1% nel 2013 e 2014. Non si può dire altrettanto per la Francia: la Ue ha rivisto la stima di deficit/pil 2012 da 4,5% a 4,6% e per quest’anno da 3,5% a 3,7%.

Il ministro francese dell’economia, Pierre Moscovici, si giustifica facendo di tutta l’erba un fascio: “l’attuale crisi che scuote l’Europa è un marasma collettivo a cui serve una risposta collettiva”, ha detto, riferendosi anche ai pessimi dati sulla crescita della Francia. Secondo le stime di Bruxelles, il pil francese crescerà solo dello 0,1% nel 2013 (+1,2% nel 2014).

Ma poi il ministro si arrende all’evidenza. Sottolineando che la Francia non ha nessuna intenzione “di aggiungere l’austerità alla recessione”, quindi non adotterà manovre aggiuntive, ha lanciato un esplicito segnale sulla volontà di avvalersi della possibilità di ottenere dall’Ue tempi supplementari sul risanamento dei conti pubblici.

“Ci sono le condizioni per chiedere un rinvio dell’obiettivo nominale previsto sul 2013” in termini di deficit, ha precisato Moscovici, rassicurato già questa mattina dal commissario Ue per gli Affari economici e monetari, Olli Rehn, il quale ha annunciato che esiste la possibilità di concedere più tempo a Parigi per centrare gli obiettivi fiscali accordati con l’Unione europea, se il Paese avrà messo in atto le riforme necessarie. La questione verrà valutata nuovamente a maggio.

“Se le prossime previsioni economiche, attese a maggio, mostreranno che l’aggiustamento fiscale è oltre l’1% annuo nel periodo tra il 2010 e 2013 e se degli eventi economici inattesi dovessero avere conseguenze non favorevoli per le finanze pubbliche della Francia, allora l’obiettivo di un deficit sotto il 3% potrebbe essere posticipato al 2014”, ha affermato Rehn.

Il membro del Direttivo della Bce, Joerg Asmussen, ha comunque incalzato il governo francese a fare il possibile per centrare l’obiettivo sul deficit, aggiungendo che nel caso in cui questo non avvenga, Parigi dovrà prendere tutte le misure “urgenti” per avvicinarsi il più possibile al target del 3%. Asmussen ha osservato che, da questo punto di vista, Parigi ha una particolare responsabilità nel garantire la stabilità nell’Eurozona.

 

Articolo da: milanofinanza.it

La crisi economica danneggia gli investimenti in Francia

È strano: sono anni che economisti e sociologi accorrono al capezzale dei paesi in crisi dell’Europa del sud per comunicarci poi le loro brutte notizie, una più preoccupante dell’altra. E durante tutto questo tempo si continuano a parlare della “Kerneuropa” [il nocciolo duro dell’Europa], che funziona sempre grazie al “motore franco-tedesco” a cui non si può permettere di rallentare.

Nel frattempo, vista la costante riduzione della competitività e l’astronomico debito pubblico della Francia (che ammonta ormai al 90 per cento del pil), si pone un’altra domanda: ci troviamo di fronte a una sorta di cecità collettiva – o a quella che può essere considerata come l’ultima vittoria di Pirro di un’arte tutta francese, quella di creare cortine fumogene?

Come è possibile che nessuno abbia cercato di vedere le cose più da vicino? Louis Gallois, ex direttore di Eads, ne ha dato involontariamente la spiegazione con il suo giudizio spietato sull’economia francese e l’appello a drastiche riforme. Parlare di “shock di fiducia” è oggi di moda, ha poetizzato l’uomo che ha fatto carriera grazie a ricchissimi contratti pubblici. Le sue evocazioni della crisi suonavano ancora una volta come un miscuglio di bolscevismo e di eleganza kitsch, e richiamavano i discorsi di Arnaud Montebourg, duro critico della globalizzazione e “ministro dei risanamento produttivo” del suo paese.

“Lo stile è l’uomo”, scriveva Madame de Staël. La società francese dà l’impressione di essere rimasta bloccata ai discorsi infantili. Durante i cinque anni della presidenza Sarkozy la società si è interessata più alla sua vita di coppia che al suo disprezzo per la distribuzione democratica dei poteri o all’utilizzo scandaloso dei servizi segreti per sorvegliare gli ultimi giornalisti critici del paese (in Francia i media su internet o su carta sono sovvenzionati a suon di milioni – ciò spiega anche alcuni prevedibili scrupoli).

Ma un articolo, anche se realizzato dai membri del microcosmo parigino, non deve mai oltrepassare dei limiti chiaramente tracciati. Altrimenti si sarebbe forse potuto osservare che, nonostante la disoccupazione di massa, monsieur Montebourg era prima di tutto preoccupato di sistemare la sua compagna sulla poltrona di direttore della rivista Les Inrockuptibles.

Inoltre si sarebbe potuto ricordare a Laurent Fabius, attuale ministro degli esteri, il suo passato di primo ministro di François Mitterrand e lo scandalo dei tremila francesi che si sono visti iniettare sangue infetto nei centri di trasfusione. E anche se in seguito Fabius e i suoi ministri sono stati assolti da una giustizia solo in parte indipendente, molte persone sono morte in seguito a questa vicenda.

Non c’è bisogno di essere un anglosassone che esecra lo stato (un insulto che nella Francia di oggi è più grave dell’epiteto “boche” in passato riservato ai tedeschi) per vedere il potenziale esplosivo di questo rifiuto del presente e del passato e per constatare nella presenza di leader tanto elitari quanto incompetenti un fattore determinante della crisi.

Le scelte a disposizione non sono molte. In Francia non c’è né la socialdemocrazia né la democrazia cristiana. La sinistra e la destra sono unite soprattutto dal loro amore per lo statalismo, dal loro poco interesse per le iniziative private della classe media e da un protezionismo generalizzato che si basa apertamente sul discorso anticapitalista dell'”égalité toujours”.

Nel frattempo le esportazioni francese si contraggono, la disoccupazione esplode, l’antisemitismo dei musulmani è sempre più forte, la previdenza sociale è sull’orlo del baratro e lo stato rischia il fallimento.

Ma dove sono gli intellettuali francesi, che dovrebbero denunciare la deriva quasi comunista del loro paese? Dove sono i politologi che dovrebbero parlare della separazione dei poteri così cara a Montesquieu e che dovrebbero esaminare in profondità gli intrecci di relazioni che con il tempo si sono creati fra le istituzioni?

È curioso che sia proprio il paese che ha conosciuto il ’68 più agitato di tutte le società dell’Europa occidentale a essere rimasto il più autoritario. Ancora oggi l’immensa maggioranza dei giovani dice di voler diventare “fonctionnaire”, un posto di lavoro sicuro in un apparato amministrativo tanto odiato quanto ambito. Nel frattempo i cinema continuano a proporre commedie sentimentali sull’onda del grande successo del Meraviglioso mondo di Amélie: un ritorno sognato all’hortus conclusus, al paradiso gallico dove il Beaujolais è sempre buono e la baguette è sovvenzionata.

 

Articolo ripreso da presseurope.eu

Non basta tassare in Europa occorre anche investire

È venuto il turno della Francia di presentare il proprio bilancio al risparmio, con impegni e sacrifici quantificabili in 37 miliardi di euro, necessari a riportare il deficit pubblico al di sotto della soglia del 3 per cento, come si sono auto-imposti i paesi membri della zona euro.

Mentre l’attività produttiva continua a rallentare, le manovre finanziarie di Italia, Spagna e Portogallo non potranno che portare a un 2013 ancora più difficile del 2012, tenuto conto della disoccupazione record. La priorità assoluta va dunque al riassorbimento della disoccupazione. Le recenti manifestazioni in Spagna, l’affermarsi in Grecia di un partito nazista, l’ascesa in ampie percentuali dell’opinione pubblica francese di un sentimento antieuropeo: nulla di tutto ciò, naturalmente, giova.

Sempre più economisti, tuttavia – e tra essi il premio Nobel ed editorialista del New York Times Paul Krugman –  affermano  che se si continua ad aggiungere austerity ad austerity, l’Europa non soltanto non ripartirà, ma si impoverirà sempre più. E forse entrerà in un ciclo che  potrebbe assomigliare davvero alla grande depressione degli anni trenta.

Al momento trovare la giusta via di mezzo tra liberarsi del paralizzante debito pubblico e rilanciare la via per la crescita e infondere speranza è quanto mai problematico. Il primo ministro francese Jean-Marc Ayrault parla di dittatura dei mercati: per porre rimedio al proprio debito, ha spiegato, la Francia ha bisogno come la Spagna di prendere in prestito capitali sui mercati al tasso più basso possibile.

È quanto vale oggi per la Francia, fin dall’elezione di François Hollande. Se la Francia non saprà dare l’impressione di aver fatto tutto il possibile per tornare sotto la soglia del 3 per cento, sarà sanzionata con tassi di interesse che renderanno insostenibili le spese del debito. È a questo punto che ci si dice che ciò che un paese non è in grado di fare da solo, la zona euro potrebbe tentarlo tutta insieme, alleggerendo l’obbligo del 3 per cento e spalmando nel tempo, paese per paese, l’inevitabile inversione di marcia.

Cerchiamo però di capirci: il male da cui siamo tutti affetti, a esclusione della Germania, è un deficit di competitività. Questo giustifica buona parte degli sforzi e dei sacrifici che ci sono chiesti. Ma bisogna anche tener conto che per evitare all’Europa una recessione prolungata è necessario ridare flessibilità al sistema. Da questo punto di vista, il tempo stringe.

Il nuovo trattato in corso di ratifica offre una breccia della quale bisogna saper approfittare, distinguendo tra deficit strutturali e deficit congiunturali. I primi devono essere categoricamente colmati e tendere allo zero, mentre i secondi – determinati in particolare dal ritmo della congiuntura – dovranno essere adattati a questo ritmo. Se si apre un varco, però, cerchiamo di approfittarne.

Modello americano

Forse vale la pena ripercorre le precedenti tappe della crisi, iniziata negli Stati Uniti. Sin dall’inizio la crisi americana è parsa in grado di mettere in pericolo sia l’economia sia la finanza mondiale. È stato  allora che i paesi del G20 hanno trovato una risposta, sintonizzando i propri punti di vista e concertando ciò che andava fatto.

Oggi  Stati Uniti e Cina (le cui esportazioni in Europa sono scese rispettivamente quasi del 10 e  del 5 per cento), ma anche Brasile e altri paesi constatano l’entità dei danni provocati dall’inazione europea: perché dunque non si mettono d’accordo e nell’ambito di un G-20 rinnovato non si decidono una buona volta a rispondere tutti insieme? Dopo tutto, ciò che ha giovato agli Stati Uniti dovrebbe aiutare anche l’Unione europea.

Purtroppo, dopo che il grosso della crisi americana è passato, abbiamo vissuto un ritorno alla difesa degli interessi nazionali, con tentativi  protezionistici sempre più evidenti che si sono in parte concretizzati. È invece il momento di invertire la tendenza e di dare avvio a livello di G20 alla concertazione necessaria. Sarebbe anche ora che l’Europa capisse che non tutti possono lottare contro il deficit con lo stesso ritmo e che occorre avere di conseguenza la saggezza di diluire nel tempo gli sforzi degli uni e degli altri.

Proprio come sarebbe ora di attuare le decisioni prese. François Hollande si vanta di aver completato la manovra di bilancio con un patto per la crescita di almeno 120 miliardi di euro. Che cosa stanno aspettando dunque i nostri governi per mobilitare queste somme al servizio della crescita.

 

Articolo ripreso dal sito presseurop.eu

Dove si fa innovazione tecnologica nell’anno 2012

L’Europa, come è noto, è al centro di una grave crisi, economica, occupazionale e di debito. Sembra anche una crisi industriale, e l’anno 2012 sarà probabilmente l’anno della recessione.

Qualche elemento di speranza arriva in questi giorni da un’indagine sui 100 maggiori innovatori del mondo condotta da Thompson Reuters, che descrive una gerarchia del mondo un po’ diversa da quella che siamo abituati a sentire. Il rapporto analizza e descrive l’evoluzione mondiale dell’innovazione scientifico-tecnologica nell’anno che sta per finire, stilando una classifica delle aziende e degli enti che hanno ottenuto i maggiori risultati nel settore, sia tra quelli pubblici che tra quelli privati. I suoi contenuti fondamentali possono essere sintetizzati in dieci punti.

Brevetti

La gerarchia dei continenti vede in testa c’è il Nord America con 40 aziende o enti presenti in classifica, seguito dall’Asia (31) e dall’Europa (29).

E la Cina?

L’Asia è rappresentata soprattutto da Giappone e Corea del Sud, mentre la Cina non figura affatto. Ecco una prima cosa insolita rispetto a quello che siamo abituati a pensare: quella che è diventata la nazione prima produttrice di brevetti al mondo non ha però nessuna azienda o ente che sia tra le prime 100 innovatrici del mondo.

Chi innova di più in Europa

Tra i paesi europei con più aziende o enti leader mondiali dell’innovazione c’è in testa la Francia, con 11. Prima in Europa e terza nel mondo dietro Stati Uniti e Giappone.

Francia

La Francia ha anche un primato mondiale: è stata l’unica nazione a presentare in questa classifica ben tre enti di ricerca (per tutti gli altri stati si tratta di società private): il Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica (CNRS, completamente pubblico), il Commissariato per l’Energia Atomica (CEA, parzialmente pubblico) e IFP-Energie Nouvelles (l’ex Istituto Francese del Petrolio ora riconvertito verso lo studio delle nuove fonti di energia).

L’Europa

L’Europa è anche, cosa meno inaspettata, il continente con il numero maggiore di Stati presenti nella classifica. Oltre alla Francia troviamo la Germania, i Paesi Bassi, la Svizzera, la Svezia e persino il piccolissimo Lichtenstein. L’Inghilterra è presente solo parzialmente con l’azienda anglo-olandese Unilever.

L’Italia non c’è

Italia non pervenuta. Nessuna azienda o ente italiano figura tra i primi 100 innovatori del mondo. Niente, né nella chimica, né nell’elettronica, né nella motoristica, né nella componentistica. Nulla. D’altra parte nessuna università italiana è tra le prime cento del mondo.

Lavoro

Le 100 aziende o enti presenti nella classifica hanno creato più di 400.000 posti di lavoro nel 2010, con un significativo incremento rispetto al 2009 (e senza contare l’impatto indiretto sull’indotto). Le stesse aziende o enti hanno avuto un incremento dei ricavi del 12,9 per cento tra il 2009 e il 2010 e conseguentemente un aumento del valore delle loro azioni in borsa.

Modelli

Non esiste un solo modello per sviluppare innovazione. Se da una parte ci sono modelli basati sulle aziende private come attori centrali e le Università a fornire “mano d’opera”, il modello francese testimonia come sia possibile innovare anche con enti di ricerca pubblici o parzialmente pubblici. La presenza del settore pubblico che non è necessariamente sinonimo di apatia, assistenzialismo e spreco.

Innovare conviene

Quanto sia “conveniente” investire in scienza e tecnologia non arriva dagli ambienti accademici o politici “di area” ma da una importante società nel campo dell’informazione economico-finanziaria. Che conferma una volta di più come per crescere serva sviluppare e incentivare ricerca e innovazione tecnologica.

Il mondo non è cambiato, ancora

L’Europa non è in testa alla classifica ma nemmeno condannata al declino come sembrerebbe osservando altri indicatori. Le economie emergenti, quelle dei cosiddetti BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) ancora non si vedono dietro Stati Uniti e Giappone.

 

Articolo ripreso da ilpost.it

Investire in Francia dopo le elezioni 2012

Mentre le elezioni presidenziali si avvicinano, la Francia sta arrivando ad un punto di rottura. Per trent’anni, sia con la destra che con la sinistra al potere, il paese ha perseguito gli stessi obiettivi incompatibili e contraddittori. Con la crisi del debito sovrano che sta mettendo al muro le banche francesi (e, di conseguenza, l’economia francese), si dovrà arrivare a concedere qualcosa in tempi brevi.

La stretta economica, che si verificherà molto probabilmente nell’anno o nei due anni successivi alle elezioni, provocherà un cambiamento radicale e doloroso, forse persino più estremo del coup d’état di Charles de Gaulle che portò all’instaurazione della Quinta Repubblica nel 1958.

La maggior parte dei politici e burocrati francesi considerano queste osservazioni allarmanti. Dopotutto, i trend degli indicatori chiave, come l’indice di indebitamento e il deficit del budget, non sono forse peggiori negli Stati Uniti e in Gran Bretagna? In effetti, se non fosse per l’euro, tanto caro alla classe politica francese, le difficoltà della Francia potrebbero essere paragonate a quelle degli “Anglo Sassoni”.

Ma se da un lato non è stato l’euro a causare i problemi economici della Francia, l’impegno dei politici francesi nei suoi confronti rappresenta un ostacolo insormontabile alla loro risoluzione. Il problema fondamentale è che il sistema di welfare troppo generoso del paese (nel 2010 la spesa pubblica era pari circa al 57% del PIL rispetto al 51% della Gran Bretagna ed il 48% della Germania) soffoca la crescita necessaria affinché l’euro rimanga vitale. 

I più gravi difetti strutturali riguardano i contributi elevati e la regolamentazione del mercato del lavoro che rendono difficile, o quantomeno altamente costoso, per le aziende  ridurre la forza lavoro in conseguenza di un calo del business. Secondo il rapporto dell’OCSE, nel 2010 la “tax wedge” della Francia (determinata dalle imposte sul reddito sommate ai contributi previdenziali del datore di lavoro e del dipendente, meno i trasferimenti diretti di denaro come percentuale dei costi complessivi di manodopera) era superiore di almeno 13 punti percentuali alla media dell’OCSE su tutti i livelli di reddito familiare.

Ciò ha portato ad elevati costi unitari della manodopera in relazione al peer group francese (in particolar modo rispetto alla Germania) e ad un alto livello di disoccupazione. Durante la presidenza di Valery Giscard d’Estaing negli anni ’70, la disoccupazione iniziò ad aumentare anno per anno raggiungendo il 6,3% nel 1980. Nel 1981 François Mitterrand, salito al potere, promise una crescita rapida ed un tasso minore di disoccupazione, ma si trovò ad affrontare un rallentamento economico ed un conseguente rialzo del tasso di disoccupazione. Entro il 1977 la disoccupazione aveva raggiunto l’11,4% e, da allora, è sceso al di sotto dell’8% solo nel corso del 2008.

Gli elevati costi unitari della manodopera ed un alto tasso di disoccupazione sono stati a turno responsabili di una riduzione del trend del tasso di crescita economica – principalmente a causa della manodopera sottoutilizzata – mentre la combinazione di una crescita debole e di un sistema di welfare sempre più pesante ha prodotto un deficit di budget cronico. L’ultimo surplus è stato infatti registrato nel 1974.

La campagna elettorale in corso è centrata, di conseguenza, proprio sulla posizione fiscale della Francia. Tutti sono d’accordo sul fatto che sia necessaria una riduzione del deficit, ma ci sono molti punti di vista diversi su come ottenerla. La cura proposta da Sarkozy è di incoraggiare la crescita riducendo il peso delle imposte sul reddito dei datori di lavoro, e aumentando allo stesso tempo il tasso dell’imposta sul valore aggiunto. Il suo principale oppositore, il leader socialista François Hollande, vorrebbe invece imporre tasse più elevate soprattutto sui ricchi, sul settore finanziario, ed anche sulle grandi aziende.

Con l’esclusione delle uniche soluzioni efficaci – ovvero una vera e propria unione politica dell’eurozona oppure l’abbandono dell’euro – quello che rimane da fare è cavarsela alla meglio. Un altro modo per definire quest’approccio è “transfer union” che prevede un’inflessibile austerità economica ed un peggioramento dello standard di vita a causa della determinazione dei paesi forti, primo fra tutti la Germania, a limitare la propria responsabilità nei piani di aiuto ai paesi in deficit ponendo come requisito per ottenere i trasferimenti severe restrizioni sul budget.

Allo stesso tempo, i mercati finanziari stanno cercando di imporre una restrizione sui governi in linea con i termini del nuovo trattato fiscale (sul quale la Germania, tra gli altri paesi, ha insistito). La domanda nelle economie dell’eurozona è quindi sempre più debole, mentre quella esterna, derivante dalla svalutazione dell’euro rispetto alle altre valute principali, non è in grado di compensare le conseguenze sulla crescita.

Il governo francese si aspetta che, entro il 2014, le entrate del budget saranno pari alle spese, ad eccezione del servizio del debito. Ma questa prospettiva implica una crescita continua, mentre la Francia sta entrando in recessione. Il deficit del budget continuerà quindi a persistere rendendo di conseguenza necessaria un’ulteriore restrizione.

E l’opinione pubblica farà buon viso a cattivo gioco o pretenderà un cambio radicale di direzione? Nel secondo caso il cambiamento dovrebbe essere portato avanti da una parte della principale classe politica che esce dai ranghi, oppure attraverso una sfida lanciata da un politico esterno che riesca ad avere successo, sia che si tratti del leader di destra del Fronte Nazionale Le Pen, o di Jean-Luc Mélenchon del Fronte di Sinistra. Entrambi i partiti stanno infatti focalizzando la loro campagna su una posizione protezionistica e anti-euro.

Sarkozy ha adottato una strategia da statista, come si addice a chi si trova nella sua posizione, annunciando agli elettori l’incombenza di una situazione difficile che comporterà un maggior numero di ore lavorative per uno stipendio orario più basso. Ma vendere all’opinione pubblica francese un cambiamento strutturale doloroso quale prezzo da pagare per l’ “Europa” non funziona più.

Secondo il programma di Hollande le misure dolorose potrebbero invece essere del tutto evitate attraverso un’attenuazione delle costrizioni imposte dall’Europa. Qualora fosse eletto, ha sottolineato, rinegozierebbe il trattato fiscale e cercherebbe di modificare gli statuti della Banca Centrale Europea, forse come segno di volontà di rompere con l’ortodossia europea. Ha poi promesso di imitare i suoi predecessori portando la Germania in linea con la prospettiva francese, ovvero arrivando ad usufruire dei trasferimenti fiscali tedeschi. In questo modo la Francia potrebbe continuare a rimanere salda al progetto europeo ad un costo più basso a discapito del tenore di vita a livello nazionale nel medio termine.

Questo era il tipico stratagemma che riusciva bene al mentore di Hollande, Miterrand, ma non perché fosse più astuto, ma piuttosto perché la Francia, rispetto ad oggi, godeva al tempo di una posizione più forte nei confronti della Germania.

La risposta della Francia alla tensione legata alla volontà di portare avanti il progetto europeo (e la valuta unica) e di evitare allo stesso tempo una depressione economica cronica sarà posticipare il più possibile il giorno della resa dei conti. Questa strategia senza via di uscita comporterà dei tentativi vani di mettere la Germania dalla sua parte e di usare espedienti economici disperati come l’essenziale utilizzo coercitivo del risparmio interno per finanziare il debito pubblico. Ma il giorno della resa dei conti arriverà, e allora le istituzioni governative saranno duramente giudicate.

 

Articolo ripreso dal sito finanzaediritto.it