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  • admin 20:06 il 13 September 2012 Permalink |  

    Investire in Germania il futuro dell’Europa 

    Personalmente non sono mai stato campanilista, anzi. Mi sono sempre giostrato la mia vita tra due culture, quella italiana e quella tedesca. Culture diverse con approcci diversi ai problemi della vita. Non ho mai tifato per questo o per quello e mi son sempre sentito a casa mia sia a Francoforte che a Bologna, a Mannheim o a Modena, a Carpi o a Bensheim.

    Forse, facilitato dal mio naturale bilinguismo perfetto, non ho mai avuto grosse difficoltà a comprendere le dinamiche culturali di due popoli così diversi. Ultimamente però qualcosa sta cambiando e penso sia dovuto al fatto che qui in Italia la situazione economica e sociale sia davvero arrivata a limiti intollerabili di contrasto.

    In Germania si parla di banda larga e si agisce di conseguenza, mentre in Italia si parla di banda larga per sentito dire e il digital divide è ancora un problema insormontabile. La Germania oggi è il secondo mercato per la banda larga in Europa e il primo in quella continentale. con prospettive di sviluppo economico impensabili per noi. Si parla di un 10-12% del PIL per il settore “web” entro il 2015. Oggi la maggior parte del traffico generato in Europa è gestito da server teutonici su territorio teutonico con infrastrutture finanziate in buona parte da imprese private (Deutsche Telecom) in collaborazione con Università e Istituti Superiori.

    I centri di controllo di Kaspersky e della IBM per la rilevazione dei virus e degli attentati informatici sono su suolo tedesco ormai da diverso tempo, finanziati con capitale proveniente dal Gruppo Dailmler Benz e DASA, conglomerati industriali che muovono capitali che a cui nemmeno la più pesante delle nostre manovre finanziarie possono arrivare. Il mercato della TV digitale è in pieno fermento, con la nascita di piccoli studi e piccole redazioni estremamente competitive in termini di fornitura di contenuti. Interessante magari esplorare questo sito per endersi conto anche solo un po’ di cosa sta succedendo al di là del Brennero.

    Le camere di commercio tedesche (DIHK Deutsche Industrie und Handelskammer) non sono enti “paraculi” per gente incapace o per il mercimonio politico di posti di lavoro di affiliati trombati. Parliamo di enti estremamente sensibili alle dinamiche sociali ma anche economiche e aziendali. Workshop per l’internazionalizzazione, centri relazionali per individuare nuovi mercati e nuovi partners industriali, sono utilizzati ormai in modo sistematico per portare le imprese tedesche ad essere competitive con il mercato globale. Se da noi si parla ancora di ICE, in Germania si parla di business, di lavoro, di contatti, di approccio sistemico e organizzato con l’interconnessione mondiale.

    Esiste un collegamento diretto ormai con il tessuto industriale tedesco e le università. Basta andare a Berlino per rendersene conto. Oggi il tutto è visto con estrema naturalezza, a tal punto che, per chi sale dal Brennero, è davvero imbarazzante. Come? Tu fai ricerca e prendi lo stipendio dalla Merck? O dalla Siemens? O dalla Basler? Nuove tecnologie, nuovi prodotti, nuove applicazioni nascono ormai quasi sempre meno grazie all’inventiva geniale dell’imprenditore illuminato ma grazie proprio al rapporto sinergico e strutturato tra Centri di Ricerca (Max Plank Institut in primis) universitari e aziende, perchè si è profondamente capito che le ragioni commerciali e industriali di una impresa sono da trattare in un modo e quelle di prodotto, di ricerca e di sviluppo, in un altro all’interno di un sistema di condivisione e di crescita comune.

    Quello che disturba da noi, purtroppo è la consapevolezza che il domani sarà peggio di oggi, che non c’è posto per la speranza, che la mobilità sociale, tanto cara alle democrazie occidentali è solo un miraggio, un effetto “Morgana” in un deserto di idee e di progetti. Direi che ormai non è più nemmeno una sensazione di disturbo o di fastidio ma una vera e propria repulsione.

    Qui si muore dentro, qui chi rimane indietro è perso per strada come una scarpa vecchia e non ha possibilità alcuna di riprendersi. Qui chi perde il lavoro è preso dal terrore, del tutto condivisibile, di chi non ha il conforto di una società solidale. Qui chi viaggia per strada non è un viaggiatore che deve andare alla meta in sicurezza e serenità, ma un pollo da spennare. Qui, chi vive, vive perchè non può nemmeno morire.

    I dati apparsi sui giornali relativi ai flussi migratori nei Paesi del Nord, in special modo nella Repubblica Federale, sono inquietanti. Non parliamo più di flussi migratori “normali” di una società sempre più mobile, non parliamo più di migrazione di “cervelli” ma di braccia, di gente normale che pur di immaginarsi un futuro, lascia il proprio paese in cerca di fortuna.

    La Germania ,oggi, è presa d’assalto da persone che fino a pochi anni fa mai e poi mai avrebbero pensato di emigrare. Forte, la Repubblica Federale, del proprio immenso surplus commerciale, del suo export da 2° posto nel mondo e 1° posto in relazione al numero di abitanti, cerca migliaia di lavoratori pronti da essere inseriti nel tessuto produttivo come all’inizio degli anni ’60 in piena ricostruzione post guerra mondiale.

    Ma non solo Germania, per intenderci. Basta avvicinarsi alla Svizzera per capire che il mondo è altra cosa. Tra progetti di riqualificazione dei territori e finanza intelligente, applicata all’economia reale, quante sono oggi le imprese italiane che si stanno spostando oltre confine? Tantissime e non solo per mere questioni fiscali ma perchè si viene inseriti in un tessuto socio economico pienamente sostenibile e compatibile con le normali relazioni umane. Io stesso nel prossimo futuro sarò un esempio pratico di ciò che sto scrivendo, il mio futuro, infatti, tra poco lo scriverò in lingua tedesca. E sempre per ritornare nel Paese di Goethe, è un dato di fatto indiscutibile che le maggiori fiere tecnologiche e non ormai si svolgono in Germania dove le interconnessioni tra “Endverbraucher” cioè consumatori finali e produttori sono più rapide, più dinamiche e più coscienti.

    Per chi viene dal nord e varca la frontiera del Brennero, sembra quasi che il mondo si sia fermato lì, oltre c’è il deserto. E’ una sensazione indescrivibile anche per me. Io italiano di adozione e di scuola, io che qui mi sono sposato, qui vivo, qui pago le tasse, qui lavoro, qui progetto la mia vecchiaia, riconosco purtroppo che anche per me forse è arrivato il momento di varcare le Alpi.
    Non ci sono parole che possano descrivere questa sensazione di angoscia che inizia a colpire un po’ tutti qui al di sotto del Brennero. E’ un’angoscia strisciante, che preme sullo sterno ogni giorno di più e niente concorre ad alleviarti questo sordo dolore.

    La situazione economico-sociale di questo Paese è ben interpretata nel manifesto della generazione perduta. Qui c’è tutto quello che serve a chi vive fuori da qui, per capire che la desertificazione non è solo un processo geologico ma anche culturale, sociale e politico. Se scappare da qui è l’ultima cosa che vorresti fare, diventa la prima cosa sensata che puoi fare. Paradossale forse ma terribilmente vero.

    La Germania sta diventando il simbolo di libertà per molti di noi. Ma attenzione, la Repubblica Federale non è il bengodi, non premia tutti. E’ un Paese fortemente competitivo, abituato ai rapporti meritocratici. Può dare fiducia ma può togliertela in un secondo e quando tu esci dai confini dei riti tribali che sono alla base della cultura Germanica, vieni scartato. OK, non è difficile integrarsi, basta conoscere la lingua. I dati che arrivano dal Goethe Institute parlano chiaro: le iscrizioni per imparare la lingua tedesca, sono schizzate elle stelle negli ultimi 2 anni e non per conoscere la lingua di Schiller o la filosofia di Heidegger ma per imparare i termini tecnici della meccanica o della termoidraulica.

    Berlino avrà un boom demografico nei prossimi 10 anni che avrà dell’incredibile. Ma più ancora tutta la zona racchiusa tra il Neckar e il Meno (Reihn/ Mein/Neckar Gebiet) per non parlare della Ruhr. Gente giovane, gente forte, gente volenterosa e produttiva. Qui in Italia succede il contrario: l’implosione demografica è uno dei problemi che stiamo sottovalutando e che ci portano ad essere definiti come la società più vecchia d’Europa e tra le più vecchie del mondo. Se poi tanti giovani se ne andranno, sarà ancora peggio.

    L’anomalia italiana dice che qui, lavora un italiano su tre, quindi una persona deve mantenere oltre che sé stesso, altre due persone. Consideriamo il fatto che sono dati che non considerano chi lavora in nero, ma chi lavora in nero non contribuisce alla solidarietà sociale (pagamento delle imposte). Una persona su due è pensionata e le pensioni oggi non contribuiscono un buona parte al mantenimento dignitoso di chi è in pensione. Abbiamo creato milioni di poveri, ignari di esserlo, forti dell’idea di un benessere diffuso che in realtà è solo facciata e un debito di 2 mila miliardi di euro sulle spalle che continua a salire.

    Non c’è possibilità di futuro qui, se le cose non cambiano velocemente. Altrimenti non ci resta che andare al Brennero a fare l’autostop, nella speranza che qualche anima pia ci prenda su e ci porti via.

     

    Articolo di Andreas Voigt ripreso dal blog Techeconomy.it

     
  • admin 22:32 il 20 April 2012 Permalink |  

    La produttivita’ italiana non e’ inferiore a quella della Germania 

    Con interesse ho letto l’articolo de Il Fatto Quotidiano del 27 dicembre 2011, a forma di Vladimiro Giacché, con titolo “Euro, sette balle sui tedeschi”. In particolare, tra le sette inesattezze sui tedeschi, appare degna di nota la seconda. Informa Giacché che «I tedeschi non lavorano più degli altri: in Italia ogni lavoratore lavora 1.711 ore, in Germania 1.419 […] Poco però dei guadagni si è trasferito ai salari: dal 2000 in termini reali i salari tedeschi sono diminuiti del 4,5 % (caso unico nella zona euro). Ciò ha depresso la domanda interna, ma ha spinto le esportazioni».

    Effettivamente, questo paragrafo sembra corrispondere appieno al concetto di “inesattezze sui tedeschi”. Spieghiamo meglio: in realtà, il caso della Germania non è affatto l’unico dell’area euro. I salari reali sono diminuiti anche in Italia (oltre 5 mila euro in meno), già da prima della crisi. Possiamo aggiungere che i salari reali in Germania sono diminuiti a partire dalle riforme del lavoro introdotte nel 2004-2005, che sono costate la poltrona di cancelliere a Schroeder, ma hanno consentito oggi alla Germania di avere la posizione che ricopre.

    Le riforme hanno consentito di far partecipare al lavoro anche la manodopera dei Länder orientali. Purtroppo, il diverso sistema formativo aveva creato una generazione di lavoratori meno produttivi rispetto ai compatrioti dell’Ovest. Le riforme degli anni Duemila hanno consentito di poter integrare persone con salari più bassi: la diminuzione del 4,5% cui fa riferimento Giacché dipende in larghissima misura dall’ingresso nel mondo del lavoro di persone dell’Est, che vengono pagate di meno.

    A titolo di esempio nel Land della Sassonia-Anhalt lo stipendio medio era l’ 81,3% rispetto alla media nazionale (dati 2010). Così si spiega anche lo stupore di molti lettori che hanno letto questi dati: il riferimento di noi italiani sono la Baviera e la Ruhr, terre d’immigrazione, dove gli stipendi negli ultimi dieci anni sono saliti. È grazie a tutto questo se, in soli vent’anni, è stata risolta gran parte dei problemi d’integrazione economica dell’ex-Germania Est.

    Consideriamo poi l’aspetto del “i tedeschi lavorano poco”. Qui bisognerebbe intendersi sul concetto di “lavorare poco”. In Germania, per ogni 100 persone che lavorano, 76 non lavorano. In Italia, ogni 100 attivi ci sono 111 inattivi. Insomma, nel nostro paese sono pochi quelli che “tirano la carretta”, e per questo devono lavorare di più.

    Si può anche fare un calcolo proporzionale. Su mille persone, in Italia lavorano in 474, e in totale producono un “monte ore” di 474 moltiplicato per 1.711 ore, cioè 811.014 ore. In Germania, ogni mille persone sono 568 quelle che lavorano, per un monte ore di 568 moltiplicato per 1.419, corrispondenti a 805.992 ore. Si tratta di un misero 0,6% in meno rispetto agli italiani. Allunghiamo un po’ la pausa caffè, e siamo a livello loro.

    Oppure, potremmo placidamente considerare che le aziende più grandi, unite ai maggiori investimenti in ricerca e sviluppo, creano condizioni di produttività che consentono ai tedeschi di lavorare uno 0,6% in meno di noi. Si potrebbe parlare anche di Università e di formazione della classe dirigente, ma ormai chi scrive ha perso le speranze.

    Ma perché condannare la strada tedesca? In fondo, è un tema che dovrebbe esser caro alla sinistra: lavorare meno, lavorare tutti. L’andamento dei consumi in Germania spiega che la disoccupazione al 6%, come quella di questi mesi, fa star tutti felici, soprattutto se in famiglia non lavora solo il papà, e se al figlio non viene assegnato uno stipendio da subumano.

    Il fatto che più persone lavorino consente anche ai tedeschi di andare in pensione in anticipo, senza dover lavorare per sostenere i consumi delle famiglie. Secondo gli ultimi dati, nel 2010 il 47,5% dei tedeschi ha lasciato il lavoro prima dell’età pensionabile, accontentandosi di una pensione più bassa. L’età media all’accesso alla pensione è di 63,5 anni.

     

    Articolo ripreso da linkiesta.it

     
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