Categoria: investire in Giappone

Investire in Giappone grazie alla bolla monetaria della BOJ

Mentre gli europei continuano a difendere l’austerità e a tenere la Banca centrale europea stretta in una camicia di forza di divieti, il Giappone lancia il big-bang monetario. Per ora i mercati hanno giudicato questa mossa positivamente e molti l’hanno definita la più grossa operazione di creazione di liquidità del dopoguerra, forse persino superiore allo stimolo fiscale americano del 2008, quando la Riserva Federale si trovò di fronte alla bancarotta della Lehman Brothers.

Rovesciando completamente i ruoli della banca centrale, Abenomics, la politica economica del nuovo primo ministro giapponese Shinzo Abe, ripropone un modello antico, quello in cui la banca assomiglia al settimo cavalleggeri. Arrivano i nostri, questo il motto che da due giorni echeggia in Giappone. Ed era ora. Sono quasi vent’anni che il paese è in deflazione, è dal 1997 che i prezzi dei beni, fatta eccezione di quelli alimentari, non crescono.

Come funziona il salvataggio? Per immettere liquidità nel sistema, il governo invece di indebitarsi – un processo che ha fatto gravitare il rapporto tra debito e Pil oltre il 200 per cento – delega alla banca centrale il compito di pompare denaro nell’economia acquistando il debito pubblico. Così entro il 2015 la base monetaria passerà da 135 mila miliardi a 270 miliardi di yen. Un fiume di denaro che servirà per ricomprare dalle banche le obbligazioni del tesoro giapponesi. Si badi bene non solo quelle a breve, ma anche quelle a lunga, per abbassare così tutti tassi d’interesse, e infatti i titoli decennali sono già scesi a 0,44 per cento, ai minimi storici dal 2003. Dato che la banca centrale acquista il debito, le banche saranno libere di utilizzare il contante per sostenere l’economia reale.

In pratica il debito pubblico verrà travasato da queste alla banca centrale al ritmo mensile dell’1 per cento del Pil nel 2013 e dell’1,1 per cento nel 2014. La Riserva Federale ha fatto un’operazione analoga dal 2008 acquistando dalle banche mensilmente debiti pari allo 0,50 per cento del Pil. Il Giappone insomma viaggia a una velocità doppia di quella statunitense con l’obiettivo di travasare in tre anni un volume di debiti simile a quello trasferito dagli americani in 5 anni.

Due domande: da dove provengono i soldi e che fine farà il debito? I soldi vengono stampati, esattamente come è avvenuto negli Stati Uniti. E qui ci imbattiamo nel primo ostacolo: l’inflazione. Ma il Giappone è in deflazione da anni, ciò significa che un tasso d’inflazione del 2 per cento, giudicato funzionale per un’economia sana, è non solo auspicabile ma essenziale per la ripresa. Ed infatti uno degli obiettivi di Abenomics è proprio questo, far lievitare i prezzi di un buon 2 per cento. Negli Stati Uniti questa strategia ha funzionato perché il ciclo economico mondiale dal 2008 è entrato in una fase deflazionista, e dato che la ripresa economica mondiale è ancora lontana, questo stesso ciclo dovrebbe aiutare il Giappone a contenere le spinte inflazioniste almeno fino al 2015.

Il big-bang monetario ha il compito di far ripartire l’economia, anche con l’aiuto di alcuni stimoli fiscali all’industria. Ciò vuol dire che le esportazioni torneranno a crescere (e già si vede una ripresa legata al deprezzamento dello yen iniziato a novembre dello scarso anno con la nuova politica economica); l’aumento delle esportazioni e la ripresa faranno a loro volta aumentare le entrate fiscali con le quali ripagare il debito nelle mani della banca centrale.

Tanti i rischi: dall’impossibilità di controllare l’inflazione, alla fuga dei capitali,  fino alla sfiducia dei mercati che potrebbero far partire la speculazione al ribasso dello yen. Ma dopo quasi venti anni di deflazione quali sono le alternative? E qui è possibile tracciare un parallelo con la situazione europea che assomiglia sempre di più a quella del Giappone nei primi anni della deflazione. La politica di austerità alimenta una spirale deflattiva dalla quale potremmo non uscire per un decennio.

Che alternative abbiamo oltre la lezione giapponese? Ma per seguire l’esempio del paese del sol levante, una sorta di politica economica estrema che ricorda il motto ‘o la va o la spacca’, bisogna rovesciare il ruolo della Bce e delle banche centrali, travasando il debito pubblico dei paesi della periferia nei loro bilanci. Una rivoluzione, questa, che difficilmente verrà approvata dai tedeschi, ancora terrorizzati dai ricordi dell’iperinflazione della Repubblica di Weimar.

 

Articolo di Loretta Napoleoni da ilfattoquotidiano.it

La svalutazione in Giappone significa guerra economica contro la Cina

La decisione di Tokyo di raddoppiare la base monetaria si allinea sostanzialmente a quanto stanno facendo americani, europei e anche la Svizzera. Un tasso di cambio sottovalutato ha consentito due decenni di “miracolo” cinese. Ma oggi i Paesi di antica industrializzazione non possono consentire la propria totale abdicazione industriale.
 – La svalutazione dello yen conseguente alle decisioni Banca del Giappone, la banca centrale nipponica, è una guerra monetaria. Lo scrivono alcuni – parecchi, in verità – economisti cinesi. Si tratta di un “ricatto” e invitano i cinesi a lanciare il contrattacco, a vendicarsi, facendo altrettanto.
Secondo costoro, la Banca Cinese del Popolo, la banca centrale della Cina, in questa guerra valutaria deve difendersi ed indebolire lo yuan reminbi, la valuta del regime cinese capital-comunista.
(…) Con l’avvento del nuovo primo ministro Abe l’obbiettivo del Giappone è di uscire dalla depressione ventennalemediante un’inflazione “programmata” del 2% annuo. Sulla base di un piano annunciato giovedì della scorsa settimana la banca centrale giapponese ha annunciato che raddoppierà la base monetaria, il circolante monetario, portandolo per marzo 2015 a 270mila miliardi di yen, mediante l’acquisto mensile di 7.500 miliardi di obbligazioni del debito pubblico nipponico. Haruhiko Kuroda, il nuovo governatore della Bank of Japan, ha infatti dichiarato che farà tutto quanto necessario per far uscire il Paese dalla stagnazione deflazionistica.
La sua politica non è di fatto differente da quella della banca centrale americana, la Federal Reserve, di Mario Draghi governatore della BCE, quella che è di fatto la banca centrale dei Paesi dell’euro, della Banca d’Inghilterra.
È la stessa politica, già da qualche anno, della Banca Nazionale Svizzera, BNS, in un Paese in cui la Costituzione  Federale, articolo 99, obbliga la banca centrale a detenere una riserva valutaria pari al totale della liquidità emessa, cioè al circolante monetario.
Nel settembre 2011, infatti, la BNS, per contenere l’afflusso di capitali esteri, ed il conseguente rafforzamento del franco rispetto all’euro, affermò che avrebbe emesso moneta nazionale all’infinito pur di difendere il tasso di cambio di 1,20 per euro. Anche la mitica riserva monetaria svizzera – nel 1961 la copertura aurea era pari al 145 % dei franchi emessi e fino al 1/1/2000 era possibile redimere in oro il controvalore delle banconote in franchi – è dunque ora anch’essa composta sempre più in gran parte da cartamoneta e da attivi finanziari.
Per la verità le riserve d’oro svizzere rimangono cospicue, con la copertura aurea che nel luglio 2007 era pari a circa l’ottanta percento. Inoltre, una recente iniziativa legislativa popolare elvetica mira ad imporre un obbligo di legge tale per cui almeno il venti percento delle riserve sia costituito da oro.
Nel 2000 la Svizzera fu sottoposta da forti pressioni internazionali, ispirate da Greenspan, a vendere – anche mediante una campagna mediatica un po’ dubbia – una discreta parte del proprio oro. L’intento era di demonetizzare l’oro.
È vero, lo yen giapponese si è indebolito di circa il trenta percento da quando ha preso avvio il nuovo corso di politica monetaria nipponico, ma l’obbiettivo dichiarato dalla BoJ è identico a quello fissato dalla Fed americana, il 2% d’inflazione.
Per 20 anni la Cina è cresciuta sulla sottovalutazione del cambio 
Una guerra valutaria è certo in atto, dunque, ma l’indignazione degli analisti citati è risibile. Dov’erano questi stessi critici quando per vent’anni, dal 1994, la Cina popolare ha mantenuto un livello di cambio sottovalutato del 45% rispetto alla parità di Potere di acquisto, la PPA, come più volte da noi documentato su questo sito? Ipocriti, verrebbe da dire, mutuando dal linguaggio evangelico, o servi del regime, prendendo invece dal linguaggio marxista.
Sulla sottovalutazione del cambio, stabilita per decreto, a partire dal 1994, dai funzionari del Partito comunista cinese e non su una maggiore efficienza, la Cina ha fondato per ben due decenni la sua storia di “successi” industriali. Il costo è stato alto e non solo per la devastazione ambientale.
Da un lato, per il proletariato di centinaia di milioni di lavoratori migranti cinesi – portati a volte sull’orlo del suicidio – il costo è stato uno sfruttamento schiavistico e per le popolazioni rurali, nell’euforia generale, uno stato di abbandono.
Dall’altro lato il resto del modo è sprofondato nella disoccupazione e nella delocalizzazione delle imprese, nel consumismo e nella bolla finanziaria.
È stato per i Paesi occidentali un periodo di narcosi collettiva simile, come per nemesi storica, a quella introdotta in Cina dagli inglesi con le guerre dell’oppio, a metà del 1800.
Oggi i Paesi di più antica industrializzazione, il Giappone, e con esso gli USA, e l’Europa, chiariscono ai dirigenti cinesi che non possono più concedere a chi, come la Cina, se ne è già tanto avvantaggiato, spazi ulteriori per una propria completa abdicazione industriale.
Nel 1994 forse qualcuno chiuse un occhio (o meglio tutt’e due) per favorire una transizione “morbida” dell’economia cinese da un’economia stalinista ad un’economia, diciamo così, di (pseudo) mercato, con l’aiutino del tasso di cambio. Erano passati appena pochi anni dalla repressione cruenta operata dal regime dei moti di piazza Tienanmen nel 1989. Era evidente che a differenza dell’Unione Sovietica il regime comunista cinese non avrebbe passato la mano senza spargere sangue, forse molto sangue, forse ricordando al mondo di avere dei missili a lunga gittata  e con ogive nucleari. Fu un ricatto del regime cinese? Fu sapiente lungimiranza da parte dei Paesi occidentali far finta di non accorgersi del trucco valutario ed accogliere la Cina nel mondo globalizzato del WTO in cui venivano aboliti tutti i residui dazi doganali mentre in essa vigeva il protezionismo valutario? Lo dicano gli storici, lo giudichino i lettori.
Certo è che quando in molti settore industriali chiave quasi la metà della produzione mondiale, ed in certi casi anche di più, è ormai localizzata in Cina è evidente che non esistono ulteriori spazi per crescere per tale strada. Il modello della crescita economica trainata dalle esportazioni – in Cina come in altri Paesi asiatici come la Corea del Sud, che anch’essa ha a lungo mantenuto una valuta artificialmente sottovalutata – è ormai di fronte ad limite di fatto.
Certo è anche che questi ultimi anni, con il fallimento dello “stimolo” economico interno, hanno dimostrato che la Cina è incapace di crescere autonomamente sia distribuendo più equamente tra tutta la sua popolazione i proventi tratti dalle esportazioni, sia producendo innovazione autonomamente, senza scopiazzare cioè la costosa ricerca altrui.
Con la crisi nei Paesi occidentali, infatti, le imprese hanno dovuto tagliare in primo luogo proprio la ricerca perché non dà risultati nel breve, brevissimo periodo, quello che conta nell’immediato per la sopravvivenza. Priva di questa fonte occulta e “gratuita” di innovazione e senza l’aiutino valutario, la Cina rischia davvero che la sua prodigiosa macchina di “successi” economici si blocchi e che il suo intero sistema sociale si schianti.
In questo scenario, tensioni internazionali altrimenti inspiegabili come quella per le disabitate e per ora insignificanti isole Senkaku / Diaoyu o come le minacce missilistiche nucleari della Corea del Nord (da sempre sostenuta sottobanco dalla Cina) assumono sempre più chiaramente un loro significato di avvertimento, minaccia, ritorsione. Ricatto militare e nucleare sono però forse l’espressione più appropriata.
Ad AsiaNews siamo stati sempre molto critici rispetto all’allegro gonfiare a briglia sciolta di attivi finanziari l’economia mondiale, da parte della Fed, della BCE e della BoJ.
L’esito finale sarà una devastazione economica e finanziaria senza precedenti, è scontato.
Non possiamo però nemmeno accettare l’ipocrisia di chi oggi definisce “ricatto monetario” quello che non è altro che un parziale riequilibrio e bilanciamento valutario. Ancor meno possiamo essere d’accordo che ad un presunto “ricatto monetario” qualcuno pensi di rispondere con il ricatto militare o peggio nucleare.
Articolo ripreso da Asia News, autore: Maurizio d’Orlando

Investire in Giappone nonostante la crisi politica

Qualche giorno fa, il primo ministro giapponese, Yoshihiko Noda, ha deciso di sciogliere la Camera bassa del Parlamento nazionale, fissando la data delle elezioni anticipate al 16 dicembre prossimo. La mossa dell’impopolare leader del Partito Democratico (DPJ) era attesa da tempo e, con ogni probabilità, finirà per riconsegnare il paese del Sol Levante ai liberal-democratici che avevano dovuto incassare una pesantissima sconfitta soltanto tre anni fa dopo cinque decenni di dominio pressoché incontrastato.

L’imminente appuntamento con le urne in Giappone segna dunque la fine della travagliata parabola del DPJ alla guida del paese, caratterizzata da promesse mancate, lotte intestine e dalla pessima gestione della catastrofe naturale e nucleare del marzo 2011. Il DPJ aveva trionfato nelle elezioni del settembre 2009 grazie ad un progetto di cambiamento basato sulla promessa di aumentare la spesa pubblica destinata ai programmi sociali, sul ridimensionamento della onnipotente burocrazia statale e sul riequilibrio di una politica estera troppo appiattita sulle posizioni di Washington a fronte di legami commerciali sempre più intensi con la Cina.

Le speranze alimentate dal partito di centro-sinistra erano state però ben presto frustrate e le dimissioni già nel giugno 2010 del premier Yukio Hatoyama, in seguito al fallito tentativo di far chiudere una base militare americana sull’isola di Okinawa, avevano segnato l’inizio del progressivo tracollo del DPJ. Con il successore di Hatoyama, Naoto Kan, e l’attuale primo ministro Noda, infine, il Giappone è tornato ad allinearsi fedelmente agli Stati Uniti in politica estera, mentre sul fronte interno nuove tasse e tagli alla spesa per combattere un debito pubblico gigantesco hanno definitivamente gettato in mare le ambiziose promesse elettorali.

In particolare, a segnare la sorte del governo Noda è stata la contestatissima approvazione la scorsa estate del raddoppio dell’imposta sui consumi, decisa per cercare di mettere un freno al deficit nipponico. Questo provvedimento, escluso dal DPJ in campagna elettorale, ha provocato una scissione all’interno del partito con la fuoriuscita di una minoranza guidata dall’eminenza grigia Ichiro Ozawa, così che Noda ha dovuto fare affidamento sul voto decisivo dell’opposizione del Partito Liberal Democratico (LDP).

Quest’ultimo, in cambio dell’appoggio all’aumento della tassa, ha però chiesto lo scioglimento anticipato della Camera bassa della Dieta Nazionale, giunto alla fine venerdì scorso dopo settimane di esitazioni e manovre da parte di un primo ministro consapevole di andare incontro ad una dura resa dei conti con gli elettori.

Il collasso del DPJ non si traduce peraltro in una particolare popolarità dell’LDP, tanto che secondo i più recenti sondaggi, che danno il partito di governo ben al di sotto del 20%, lo indicano a non più del 30%. Ciò significa che, assieme, il partito che detiene attualmente la maggioranza in Parlamento e quello che ha monopolizzato la scena politica giapponese per oltre mezzo secolo non raccolgono nemmeno il consenso della metà degli elettori. Nelle elezioni del 2009, questi due partiti ottennero oltre l’80% del voto popolare.

Il discredito delle principali formazioni politiche giapponesi determinerà probabilmente, oltre ad una maggiore frammentazione e la probabile necessità di alleanze allargate per formare un nuovo governo, l’esplosione del voto di protesta che potrebbe premiare, tra gli altri, due partiti fondati di recente da altrettanti politici di orientamento populista.

Uno di loro è l’80enne Shintaro Ishihara, dimessosi dalla carica di governatore dell’area metropolitana di Tokyo ad un anno di distanza dalla sua rielezione per creare il Partito dell’Alba (SPJ). Ishihara è un ex parlamentare di estrema destra, nonché autore di alcuni best-seller, che qualche mese fa aveva contribuito a far precipitare le relazioni tra Giappone e Cina manifestando l’intenzione di acquistare dai loro proprietari privati le isole Senkaku (Diaoyu in cinese), rivendicate da Pechino. L’acquisto sarebbe stato effettuato successivamente dal governo centrale, suscitando ugualmente le ire del governo cinese.

Nel panorama politico nipponico ha fatto poi irruzione anche il 43enne Toru Hashimoto, carismatico sindaco di Osaka e recente fondatore del Partito per la Restaurazione del Giappone. Nonostante le differenze irrisolte tra Ishihara e Hashimoto, i due hanno deciso qualche giorno fa di unire le loro forze e di presentarsi con un’unica formazione alle prossime elezioni, con la speranza di diventare la terza forza politica del paese e di fungere da ago della bilancia nella formazione del futuro governo.

Un altro inedito raggruppamento che si presenterà agli elettori è infine quello del già ricordato Ozawa, artefice del successo del DPJ del 2009 e uscito indenne da una serie di vicende legali. A luglio, Ozawa aveva abbandonato il partito in polemica con la leadership di Noda assieme a una cinquantina di parlamentari, con i quali ha creato un nuovo partito, chiamato “Kokumin no Seikatsu ga Daiichi” (“Prima la vita dei cittadini”), che minaccia di sottrarre ulteriori voti al già screditato DPJ.

Di fronte ad una simile scelta, non è da escludere che il voto del 16 dicembre si risolverà nel caos e nella paralisi politica in un paese segnato dal continuo declino della sua economia. La quota maggiore di voti dovrebbe però assicurarsela comunque il Partito Liberal Democratico, il quale a settembre ha eletto come proprio leader l’ex primo ministro Shinzo Abe. Abe era già stato a capo di un gabinetto a Tokyo tra il 2006 e il 2007 per poi dimettersi ufficialmente a causa di problemi di salute, ma più che altro a causa della sua impopolarità e in seguito ad alcuni scandali che avevano coinvolto membri del governo.

Un eventuale esecutivo guidato da Abe lascia intravedere una serie di problemi, soprattutto per il marcato nazionalismo di cui è portatore. Dopo la sua nomina alla guida dell’LDP, l’ex premier ha infatti visitato provocatoriamente il controverso Santuario di Yasukuni, dedicato alle anime dei soldati giapponesi che sono morti al servizio dell’Imperatore, tra cui vi sono numerosi condannati per crimini di guerra commessi durante il secondo conflitto mondiale.

Ogni visita di politici giapponesi a questo santuario suscita le critiche di Cina e Sud Corea, vittime dell’imperialismo nipponico nella prima metà del secolo scorso, così che l’iniziativa di Abe è stata universalmente intesa come un messaggio lanciato a Pechino in previsione di un probabile ulteriore deterioramento dei rapporti bilaterali nei prossimi mesi.

Nel degrado generale del clima politico giapponese e con il peggioramento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione, tutti i partiti stanno peraltro giocando la carta del nazionalismo per distogliere l’attenzione degli elettori dalle responsabilità di una classe politica incapace di affrontare i veri problemi del paese.

Questa strategia irresponsabile continuerà ad essere impiegata quasi certamente anche dopo il voto di dicembre quando, indifferentemente da chi uscirà vincitore, il nuovo governo sarà chiamato ad implementare pesanti e impopolari misure di austerity, richieste a gran voce dalle élite economiche interne e dagli ambienti finanziari internazionali, preoccupati per una crescita inesistente e un debito pubblico che supera abbondantemente il 200% del PIL nazionale.

 

Articolo ripreso dal sito altrenotizie.org

Investire in Giappone

Il Giappone supera la recessione e rimbalza dalla frenata del sisma/tsunami dell’11 marzo, seguito dalla crisi nucleare di Fukushima: il Pil di luglio-settembre torna in positivo con il rialzo reale, il primo in 4 trimestri, dell’1,5% sui tre mesi precedenti e del 6% su base annualizzata.

Un passo, in linea con le attese degli analisti, che risulta il più solido da gennaio-marzo 2010, soprattutto per la ripresa della produzione nel settore dell’auto che ha spinto verso l’alto consumi ed export, vero motore dell’economia.

I margini per festeggiare sono minimi viste le prospettive poco brillanti: il Giappone ha ritrovato lo slancio perduto dopo la triplice catastrofe di marzo, ma sono in rialzo i timori su superyen e rallentamento economico globale che potrebbero iniziare a mostrare gli effetti nel breve periodo.

Mentre, da ultimo, si sono aggiunte le alluvioni in Thailandia, polo produttivo strategico della Corporate Japan, che hanno costretto colossi come Toyota e Honda a chiudere gli impianti.

«L’aspetto positivo della crescita – ha rilevato il ministro per le Politiche economiche e fiscali Motohisa Furukawa, in merito ai dati diffusi in mattinata – è il recupero in tempi eccezionalmente rapidi, rispetto ai fatti di marzo, della catena produttiva. Lo scenario intorno all’economia nipponica si sta però deteriorando», tra le turbolenze del debito sovrano di Eurolandia e l’incertezza della crescita degli Stati Uniti.

Il Pil del terzo trimestre ha evidenziato un progresso annualizzato di 542.000 miliardi di yen (5.115 miliardi di euro): la domanda interna, compresi i consumi privati, ha contribuito alla crescita nella misura dell’1,04%, quella esterna dello 0,42%. Gli investimenti di capitali sono risaliti dell’1,1%, contro il tonfo del 2,8% di quelli pubblici.

Testo ripreso da gazzettadelsud.it