Aggiornamenti da dicembre, 2012 Attiva/disattiva nidificazione dei commenti | Scorciatoie da tastiera

  • admin 00:44 il 5 December 2012 Permalink |  

    Cancellazione del debito significa ripresa degli investimenti in Grecia 

    Questa settimana abbiamo assistito all’ennesima ristrutturazione del debito greco, ma questa volta gli accordi sembrano essere il preludio della cancellazione di tutto o di una parte consistente del debito, che però avverà solo dopo delle elezioni tedesche, previste per il 22 settembre del 2013.

    Tre i pilastri su cui poggia questo accordo. Primo: il riconoscimento che la Grecia non riesce ad uscire dalla trappola dell’austerità e che questa le impedisce di ridurre il deficit di bilancio ed il debito ai livelli richiesti dalla Troika (sotto il 110% del Pil entro il 2022).

    Secondo: il rilassamento degli obiettivi fiscali e di bilancio, la Grecia ha più tempo, due anni, per mettere in ordine alle proprie finanze (avanzo primario del 4,5 per cento del Pil entro il 2016) e al resto della periferia.

    Terzo: l’accettazione della remissione dei debiti da parte dell’Europa quale soluzione di lungo periodo della crisi del debito sovrano.

    Per ora si tratta di una cancellazione del debito “nascosta”, per non scatenare le ire degli elettori dei Paesi creditori, ma tutti gli elementi per questa manovra sono presenti: imposizione di interessi bassi o pari a zero sul debito greco ed il prolungamento della maturità di questo stesso. Più devoluzione alla Grecia degli interessi accumulati dai propri titoli di Stato, circa 7 miliardi di euro, detenuti dalla Banca centrale europea, nonché concessione di linee di credito da parte del meccanismo di stabilità  a condizioni molto favorevoli affinché la Grecia possa riacquistare il suo debito (al 35 per cento sul valore nominale).

    È questo un compromesso che soddisfa, per ora, un po’ tutti: per la Bce rimpatriare i profitti del debito greco non è un finanziamento diretto al governo greco. Per il Fondo monetario l’accordo mantiene l’illusione della sostenibilità nel lungo periodo, condizione per concedere altri aiuti. E per la Grecia si tratta della cancellazione di una buona parte del debito e della concessione di sussidi per il pagamento degli interessi che le permetteranno di introdurre altre riforme strutturali, sempre rimanendo nell’euro.

    Irrisolta è la condizione economica greca, che rimane profondamente recessiva a causa della scasa competitività dell’economia nazionale. Ed ecco il nocciolo del problema dell’Eurozona, non è tanto il debito che blocca la crescita ma la perdita di competitività prodotta dall’euro. Un problema che tutti i Paesi della periferia condividono, inclusa l’Italia, e che prima o poi Bruxelles dovrà risolvere.

     

    Articolo ripreso dal sito caffe.ch

     
  • admin 01:27 il 28 November 2012 Permalink |  

    Nessuno investira’ mai piu’ in obbligazioni della Grecia 

    La vera novità sul salvataggio della Grecia è che Eurogruppo e Fondo monetario internazionale non hanno più alibi. Se il via libera ai nuovi aiuti da 44 miliardi non è ancora arrivato, la responsabilità è unicamente dei contrasti fra i creditori. In particolare, il vero scontro va in scena fra la Germania e l’Fmi. Dopo l’ennesima riunione infruttuosa dei ministri finanziari dell’Eurozona (12 ore di trattativa nella notte fra mercoledì e giovedì), ieri la cancelliera Angela Merkel ha aperto uno spiraglio.

    Secondo la leader tedesca “c’è la possibilità” che si arrivi a una soluzione finale lunedì, quando l’Eurogruppo si riunirà nuovamente. Parole che hanno fatto bene ai mercati, ma che ancora non hanno risolto nulla. Rimane da dimostrare che Christine Lagarde, numero uno del Fondo, sia disponibile al compromesso immaginato dalla cancelliera.

    In una seduta del gruppo parlamentare Cdu-Csu, secondo quanto riferito da uno dei partecipanti, Frau Merkel ha indicato due possibilità per sostenere la Grecia: aumentare di 10 miliardi di euro le disponibilità del fondo salva-Stati Efsf e/o ridurre in modo radicale i tassi che Atene deve pagare sui prestiti già ricevuti.

    Il primo obiettivo di Berlino è evitare a tutti i costi un’ulteriore svalutazione dei bond greci, soluzione che invece sarebbe gradita all’Fmi. Dopo la ristrutturazione a inizio anno della quota nei portafogli dei privati, questa volta bisognerebbe intervenire sui titoli ellenici in mano agli gli stati. E il peso si farebbe sentire sui contribuenti.

    Allo studio ci sono però anche altre due misure: il riacquisto a prezzi fortemente scontati da parte del governo di Atene di una parte dei propri titoli già in circolazione, e il versamento nelle casse elleniche dei profitti ottenuti dalla Bce con l’acquisto dei bond greci a prezzi stracciati sul mercato secondario.

    Qualunque strada prenda la trattativa, il margine di manovra della cancelliera è molto più ridotto di quanto si voglia far credere. Le banche tedesche sono in assoluto le più esposte al debito greco: la Germania è quindi l’ultimo Paese a volere la bancarotta ellenica. Anzi, cercherà di evitarla fino all’ultimo, naturalmente scaricando sulle vittime sacrificali di turno i costi dei reiterati salvataggi.

    A questo punto però sembra che al governo di Antonis Samaras non si possa più chiedere niente. Nelle ultime settimane Atene ha soddisfatto le efferate richieste della Troika (Ue, Bce e Fmi), varando una serie di misure autodistruttive. Il Parlamento greco ha approvato una legge di bilancio 2013 che prevede tagli per oltre 9 miliardi di euro, di cui 7,6 miliardi su salari e pensioni.

    Pochi giorni prima era stato varato anche il nuovo pacchetto di austerità per i prossimi due anni, composto da tagli di spesa per 13,5 miliardi di euro e da una riforma del mercato del lavoro. Il Tesoro ellenico si è perfino rifinanziato sul mercato, collocando 4 miliardi di bond a scadenza brevissima e tassi stellari che hanno permesso di evitare il fallimento venerdì scorso.

    Ma tutto questo a che scopo? Quali prospettive ha davvero il Paese? Dopo il massacro d’austerità imposto dai creditori, i greci non hanno alcuna speranza che la loro economia torni a crescere. Il prodotto interno lordo è calato del 7,2% nel terzo trimestre, dopo il -6,3% registrato fra aprile e giugno. La recessione – che dura da 5 anni – sta quindi accelerando.

    Intanto, com’è ovvio, i conti pubblici non migliorano affatto. Anzi, ogni giorno che passa sono sempre più fuori controllo. L’Fmi continua a ripetere che entro il 2020 il debito ellenico deve essere ricondotto a “condizioni di sostenibilità”, ovvero sotto il 120% del Pil. Peccato che, secondo le previsioni del governo Samaras, l’anno prossimo l’indebitamento s’impennerà fino al 190%, ben oltre la soglia prevista nel piano siglato da Ue e Fmi (solo pochi mesi fa si parlava del 149%, oggi siamo al 160%).

    In condizioni simili il debito greco sarà sostenibile soltanto finché l’Europa e l’Fmi si impegneranno a evitarne l’implosione. Ragionando nel breve e nel medio periodo, è davvero difficile immaginare come Atene possa tornare a rifinanziarsi da sola sui mercati con titoli pluriennali. Nel lungo periodo invece – come diceva Keynes – saremo tutti morti.

     

    Articolo ripreso dal sito altrenotizie.org

     
  • admin 02:14 il 18 November 2012 Permalink |  

    L’economia in Italia rischia il collasso come quella in Grecia 

    Attenzione, se continuate a fare quello che vi chiede la Germania rischiate di fare la fine della Grecia”. Roberto Lavagna (nella foto) è l’economista che traghettò l’Argentina fuori dalla drammatica crisi esplosa nel Natale del 2001.

    Fu lui a governare l’emergenza. Nominato ministro dell’economia subito dopo il tracollo di Buenos Aires – con il Pil precipitato del 20%, i conti correnti congelati dalle banche e buona parte della classe media finita a rovistare nei cassonetti della spazzatura – riuscì a risollevare le sorti di un Paese dato ormai per spacciato, applicando ricette economiche finalizzate innanzitutto a restituire potere d’acquisto alla popolazione. “El ministro milagro” lo chiamano (anche i nemici) a Buenos Aires. Ora dice di noi: “Tagliare il welfare non vi farà uscire dalla crisi, o andate a disturbare settori improduttivi e prendete i soldi da lì, o vi ritroverete come Atene”.

    Quali settori improduttivi?

    Voi non potete giocare con la svalutazione della moneta come facemmo noi nel 2002 in Argentina perché avete l’euro e fate bene a tenervelo caro. Però potete decidere di avere il coraggio di intervenire con tagli molto precisi e molto decisi nei settori meno legati alla crescita. Penso per esempio alle spese per la Difesa. Solo quando c’è potere di acquisto c’è aumento della domanda e come si esce dalla recessione se non si pensa ad aumentare la domanda di beni e servizi da parte della popolazione? Quale senso economico ha distruggere il welfare state per tutelare gli interessi di settori di potere che non producono ricchezza? Pensare che uscirete dalla crisi attuando le politiche che vi raccomanda la troika è un errore gravissimo. Credere che si recupera competitività riducendo il potere di acquisto della popolazione è folle. Vi va male? Se seguite quelle ricette vi andrà peggio.

    Quali delle richieste della Banca centrale europea, dell’Unione europea e del Fondo monetario internazionale non la convincono?

    Finora mi pare che l’unica cosa concreta fatta in Europa sia stata il salvataggio delle banche. Guardate la Grecia. Lì c’è stato un drastico intervento europeo. Eppure Atene va verso un 2013 con il Pil precipitato, gli indici di disoccupazione e di povertà  vanno peggio di come andavano prima del drastico intervento europeo. Perché non viene messa in discussione l’efficacia dell’intervento? Si chiede al governo greco invece di aumentare la politica delle lacrime e sangue.

    Cosa ha salvato lì il piano di salvataggio europeo? Ha salvato l’esposizione di alcune banche.  L’esposizione delle banche in Grecia è diminuita del 60%. E’ l’unica cosa che è stata fatta. Si è privilegiato il salvataggio di quel settore. Si è fatta una scelta specifica, si è salvato l’interesse di un particolare settore di potere.

    Era possibile non farlo?

    Con la quantità di soldi che si è spesa si poteva salvare parte dell’economia al collasso. Ma guardate quanto si è speso per salvare le banche dei Länder tedeschi che stavano messe male tanto quanto le Caixas spagnole. Perché si parla tanto dei buchi delle Caixas spagnole e non di quelli enormi delle banche dei Länder tedeschi ripianati dalla signora Merkel? Mistero.

    Che cosa contesta esattamente alla gestione tedesca della crisi europea?

    L’egoismo e la miopia. La sintesi della situazione europea l’ha fatta Helmut Kohl quando ha detto: ‘Finora si trattava di europeizzare la Germania, ora si sta tentando di germanizzare l’Europa’. Che voi seguiate la strada indicata dalla Germania conviene alla Germania, non a voi.

    Ma davvero crede che il welfare così come l’abbiamo conosciuto finora possa essere mantenuto?

    Ci sono sprechi ed eccessi nel welfare europeo, certo. Ma non si può cominciare a tagliare da lì. Chi va a tagliare i costi del welfare, per farlo con autorevolezza, deve essersi reso prima credibile politicamente prendendo i soldi ai settori di potere improduttivi. Non ci vuole un genio dell’economia per fare cassa tagliando salari pubblici e pensioni.

    Quali degli strumenti usati in Argentina per uscire dal tracollo del 2001, ritiene utili nella crisi europea attuale?

    Lasciamo perdere le ovvie differenze e guardiamo alle similitudini tra le due situazioni. Sinceramente, le somiglianze tra la Grecia di oggi e l’Argentina di allora sono preoccupanti. La troika chiede ad Atene, e rischiate che tra poco chiederà a voi, le stesse cose che il Fmi chiese a noi dieci anni fa. Se l’avessimo seguito alla lettera, non ci saremmo mai più ripresi. In Argentina la prima richiesta del Fmi durante la crisi economica fu di ridurre le spese per i salari pubblici e per le pensioni del 13%. La prima richiesta fatta alla Grecia è stata di tagliarli del 14%. Noi avemmo il coraggio di dire no a richieste pressanti che ci arrivavano dagli organismi internazionali.

    Quali?

    Banche e imprese straniere ci chiedevano il pagamento di un’indennità, il “seguro de cambio”, che serviva a rimborsare i profitti persi a causa della svalutazione della moneta. Pagarlo a una sola impresa avrebbe voluto dire sborsare 500 milioni di dollari dalla cassa statale. Dicemmo di no. Altro esempio: decidemmo di sospendere gli sfratti nei casi di unica abitazione. Il Fmi ci disse che era una violazione del principio capitalistico della difesa della proprietà.

    Trovo che sia un assurdo economico, oltre che un grave attentato alla sicurezza sociale, mandare a vivere sotto ai ponti migliaia di persone. Comunque una decisione simile, pochi anni più tardi fu applicata negli Stati uniti senza scandali. Perché in casi di crisi, l’eterodossia diventa regola. Solo che negli Stati uniti sono stati più abili di noi e la decisione non ha fatto scandalo. Anzi, non ha fatto neanche notizia.

     

    Articolo ripreso da ilfattoquotidiano.it

     
  • admin 23:51 il 17 October 2012 Permalink |  

    Investire nell’oro in Grecia 

    Partiamo dalle parole di un economista Greco: “Il GDP (Gross Domestic Product, il PIL insomma) è crollato di 47 miliardi di euro (in un paese che ha 11 milioni di abitanti, in proporzione l’equivalente in Italia sarebbe 270 miliardi) negli ultimo 5 anni. Si stima che l’economia si contrarrà di un altro 3,8% nel 2013 a segnare il sesto anno di fila di recessione! La disoccupazione è arrivata al 24,7%. La disoccupazione giovanile .. al 55,4%! Ma niente paura! Abbiamo il sole, il mare, la cultura.”

    Ma a quanto pare hanno anche qualcos’altro: ORO.

    L’anno scorso la compagnia mineraria canadese Eldorado Gold Corp ha sganciato 2,4 miliardi di dollari per acquisire la European Goldfields, che lavora da anni per sviluppare le miniere d’oro greche di Skouries e di Olympias. La Eldorado possiede anche il Perama Hill project. Le attese sono per una produzione di 345.000 once d’oro l’anno.

    Intanto la compagnia australiana Glory Resources Ltd sta sviluppando la miniera di Sapes da cui si attende una produzione di 80.000 once d’oro l’anno.  

    Le quattro miniere messe assieme dovrebbero produrre sulle 425.000 once d’oro l’anno per il 2016 e cioè, al prezzo di oggi, qualcosa come 750 milioni di dollari l’anno, e questo farebbe della Grecia il più grosso produttore d’oro in Europa.

    Questi progetti sono stati bloccati per una decade da problemi burocratici, gruppi di ambientalisti, resistenze locali (si usano grosse quantità di cianuro per separare l’oro dal resto del macinato di roccia) e partiti di sinistra, nonostante le compagnia spingano sul fatto che le miniere sarebbero una manna in tasse, royalties e lavoro.. beh, 1.700 posti di lavoro per 1 milione e 170 mila disoccupati.

    Ma tutto quello che abbiamo detto sinora potrebbe essere solo una grattatina alla superficie della questione vera, come si dice (espressione ‘mmericana). “Crediamo che la Grecia abbia il potenziale per diventare un produttore d’oro fra i più importanti al mondo ha detto il chairman della Glory, Jeremy Wrathall, il quale dice di trovare “bizzarro” il fatto che il paese sia ancora “virtualmente inesplorato” e si dice molto fiducioso di aver “svegliato il potenziale dell’industria mineraria”.

    Eduardo Moure, il general manager della Eldorado per la Grecia, ha simili visioni: “Penso che la gente si renderà conto che noi siamo parte della soluzione, una forza di cambiamento positivo”.

    I lavori sono in fase avanzata alle miniere della Eldorado di Olympias e Skouries nella regione dell’ Halkidiki, la penisola del nord della Grecia, in Macedonia, la stessa regione in cui si trova il monte Athos, world heritage site.

    Nel luglio 2011 il ministero dell’ambiente Greco ha aggiudicato le licenze per l’estrazione dell’oro e tensioni si sono manifestate a marzo di quest’anno con occupazioni delle sedi stradali che portano alla cava di Skouries sul Monte Kakkavos, con scontri dei manifestanti con i lavoratori della cava. Protestanti hanno interrotto anche il consiglio del vicino villaggio di Ierissos, dove si discuteva il progetto, con una rivolta vera e propria, auto ribaltate e combattimenti per le strade con la polizia antisommossa. Un membro del comitato anti miniere ha poi detto al giornale Kathimerini, “Accetteremo solo una cosa: il completo abbandono di questi progetti che sconvolgeranno e inquineranno la zona distruggendo il turismo e alla fine lasciandoci più poveri e con un territorio devastato, mentre l’oro finirà dappertutto tranne che a noi”.

    Cittadini della zona, associazioni, cooperative e gruppi di professionisti hanno inoltrato 6 appelli al Consiglio di Stato, la massima corte greca, per fermare ulteriori sviluppi del settore minerario, che distruggerebbe le foreste, l’ecosistema e il turismo. Ma il 24 luglio la Corte ha emesso rigettato il primo appello affermando che gli investimenti minerari sarebbero “molto di beneficio all’economia”.

     

    Articolo ripreso dal blog ArgentoFisico su Blogspot.com

     
  • admin 14:36 il 28 May 2012 Permalink |  

    L’Europa e la BCE devono decidere cosa fare da grandi 

    Se la Grecia dovesse abbandonare l’euro, la Bce dovrebbe essere il pilastro del meccanismo di assicurazione sui depositi necessario perché l’uscita avvenga in modo ordinato. La Banca centrale dovrebbe anche cambiare impostazione di politica monetaria.

    Un esplicito impegno a mantenere eccezionalmente bassi i tassi per lungo tempo avrebbe un duplice effetto: orientare al meglio le aspettative e, senza il costo di dichiararlo esplicitamente, indurre un deprezzamento dell’euro. Favorendo così il processo di aggiustamento di cui l’Europa ha disperatamente bisogno.

    Ci sono due possibili modelli, estremi, di unione monetaria. Il modello 1 non prevede alcun tipo di unione fiscale e, soprattutto, la possibilità per ciascun membro dell’unione di fallire senza che alcuna risorsa comune venga impiegata per evitarne il fallimento.

    L’estremo opposto, il modello 2, prevede invece un sistema robusto di centralizzazione delle risorse (un budget federale) che sostenga meccanismi di assicurazione. I meccanismi di assicurazione possono essere due: (i) trasferimenti automatici tra stati (il paese A in espansione paga più tasse, e quindi finanzia i sussidi di disoccupazione dello stato B in recessione); (ii) regole permanenti, anticipate dai mercati, per gestire la crisi finanziaria grave di un membro dell’unione, o di un suo gruppo di banche.

    L’IBRIDO INSOSTENIBILE

    L’aspetto preoccupante dell’Unione monetaria europea è che ha scelto un terzo modello, un ibrido, che non rispecchia nessuno dei due precedenti. La lezione principale che abbiamo appreso dalla crisi del debito nel continente è invece che il modello ibrido semplicemente non è sostenibile. Eppure l’Europa continua a rimanere in mezzo al guado tra i due modelli, incerta su quale scegliere.

    Il modo migliore per assorbire i costi di entrambi senza goderne dei benefici. Assumendo che il modello 1 (quello del fallimento libero) sia probabilmente impraticabile in Europa (principalmente per motivi culturali), da tempo siamo in attesa di capire se l’area euro prenderà la strada di una qualche forma del modello 2.

    Una forma timida di epifania di questo modello sembrava il Fondo europeo salva stati, che si è rivelato però il tipico esempio di un’istituzione inefficace proprio nei momenti in cui la sua utilità sarebbe stata più grande (cioè salvare quantomeno la Spagna). L’Ume è un’area economica bancocentrica.

    Avrebbe quindi un assoluto bisogno quantomeno di un meccanismo automatico e trasparente di gestione comunitaria delle crisi bancarie. Se la crisi dell’euro ci lascerà in eredità almeno questa istituzione, non sarà stata completamente inutile e distruttiva.

    A testimoniare l’importanza di tale sistema è la situazione attuale. In questo momento l’Europa è sull’orlo di una corsa agli sportelli. Ciascun risparmiatore, nella mera aspettativa che altri risparmiatori si affretteranno a ritirare i propri depositi, non ha altra scelta, razionalmente, che affrettarsi agli sportelli per portare tutto sotto il materasso. Il fallimento delle banche è in questo caso una profezia che si auto realizza.

    È un meccanismo ben noto alla teoria economica. Il fatto che in una economia bancocentrica non esistano forme comunitarie implicite o esplicite di assicurazione che prevengano le corse agli sportelli è un peccato originale delle burocrazia europea.

    In questo momento, l’Europa non ha alternative: ammettere il fallimento della Grecia, accettarne l’uscita dall’euro e, allo stesso tempo, mettere in campo una garanzia credibile sui depositi bancari che prevenga crisi di panico razionali (un ossimoro solo apparente).

    La Bce sembra l’unica istituzione consapevole del ruolo centrale delle banche. Le operazioni di finanziamento illimitato a tre anni messe in campo recentemente ne sono una dimostrazione. Allora sembravano sufficienti, ora forse non bastano più.

    COSA DOVREBBE FARE LA BCE

    A questo punto la Bce può fare due cose. Primo, se la Grecia deve uscire dall’euro, essere il pilastro del meccanismo di assicurazione sui depositi necessario per accompagnare l’uscita in modo ordinato. Secondo, impostare la propria politica monetaria diversamente.

    Mai come in questo momento, infatti, Fed e Bce sembrano seguire modelli completamente diversi.

    La Fed ha preso un impegno esplicito a mantenere i tassi di interesse a zero fino alla fine del 2013. Non è noto al grande pubblico, ma la strategia è facilmente interpretabile alla luce delle teorie di politica monetaria più recenti. La Bce, da sempre, osteggia qualsiasi forma di impegno ex-ante che cerchi di orientare le aspettative dei mercati (forward guidance), ritenendolo un vincolo troppo rigido.

    Il problema è che la Banca centrale europea non riesce a comunicare ai mercati, né alla comunità scientifica, il proprio modello alternativo, che rimane incomprensibile. In una fase di eccezionale instabilità aggiungere anche questa forma di incertezza pare del tutto immotivato.

    Di fronte all’avvitarsi della crisi, e dopo aver già speso lo strumento degli interventi di liquidità a favore delle banche, appare inevitabile che la Bce debba cambiare. Un esplicito impegno a mantenere i tassi eccezionalmente bassi per un prolungato periodo di tempo avrebbe un duplice effetto: orientare al meglio le aspettative e, senza il costo di dichiararlo esplicitamente, indurre un deprezzamento dell’euro.

    Quest’ultimo avrebbe effetti asimmetrici sulle esportazioni dei diversi paesi membri, favorirebbe cioè soprattutto un paese export-intensive come la Germania, e quindi indurrebbe una crescita dell’inflazione asimmetrica del “core” rispetto alla “periferia” (i paesi Pigs).

    In altre parole, il deprezzamento nominale dell’euro indurrebbe un deprezzamento del tasso di cambio reale interno (cioè una crescita dell’inflazione relativa del core rispetto alla periferia), esattamente ciò di cui il processo di aggiustamento in Europa ha disperatamente bisogno.

     

    Articolo ripreso dal sito LaVoce.info

     
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