Aggiornamenti da gennaio, 2014 Attiva/disattiva nidificazione dei commenti | Scorciatoie da tastiera

  • admin 22:47 il 9 January 2014 Permalink  

    Investimenti in corsa per salvare l’Italia 

    Noi abbiamo molti dubbi sul fondo Algebris, ma nel frattempo riportiamo questo interessante articolo ripreso dalla Gazzetta di Firenze. Il resto ad una prossima puntata.

    “Il cda dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze abbia il coraggio di spiegarlo alle tante associazioni di volontariato e di assistenza che con grande fatica costruiscono quotidianamente solidarietà e cultura sul territorio. Difenda la scelta di stornare dal bilancio della Fondazione ben 10 milioni sul Fondo Algebris di Davide Serra acquisendo i pericolosi Co Co Bond quando solo lo scorso 5 novembre ha deciso di ridurre i contributi destinati alla società civile fiorentina a soli 23 milioni per il 2013.

    perUnaltracittà denuncia il conflitto di interessi tra una istituzione in cui siedono rappresentanti del Comune nominati dal Sindaco e operazioni finanziarie di un broker, novello acquisto della compagine che lo sostiene elettoralmente. L’acquisto dei Co Co Bond del finanziere amico e sostenitore di Matteo Renzi – rivelato dal Fatto Quotidiano – rappresenta un doppio vulnus per la Fondazione della maggiore banca della città.

    Il primo perché si è deciso di nutrire quella stessa finanza speculativa che oggi ulteriormente potenziato le politiche liberiste, ha devastato l’economia degli Stati, causato la riduzione dei posti di lavoro, impoverito le popolazioni, favorito le assurde politiche di austerità dei governi ispirate proprio dai “mercati finanziari” e infine minato la coesione sociale anche sul nostro territorio quando per statuto l’Ente Cassa ‘persegue esclusivamente scopi di utilità sociale’.

    Il secondo perché si riconosce nella scelta dell’Ente di investire 10 milioni nei Co Co Bond di Davide Serra, una scelta di stretta osservanza renziana. Il sindaco di Firenze ha infatti il diritto di nominare un rappresentante del Comune, Bruno Cavini, nel Comitato di indirizzo della Fondazione e poi lo stesso Comitato elegge nel Consiglio di amministrazione Marco Carrai, uomo di Renzi per eccellenza, che oggi sulla stampa rivendica la scelta a favore del fondo Algebris con una dichiarazione stupefacente quando afferma che ‘a fronte di un rendimento dell’11 per cento, il rischio per la Fondazione è pari a zero’. Dichiarazione contro ogni logica, visto che è chiaro a tutti che un rendimento così alto è legato proprio all’alto rischio dell’operazione tanto che la stessa Borsa italiana definisce i Co Co Bond ‘strumenti rischiosi’ che possono produrre ‘notevoli perdite’ per chi li detiene. E anche nel caso in cui il rendimento fosse effettivo, non può che derivare da una serie di operazioni altamente speculative, quel tipo di operazioni che sono alla base della crisi attuale.

    Non passa quindi da Matteo Renzi la rottamazione del ‘vecchio modo di fare politica’ che ha stranamente caratterizzato la carriera del giovane sindaco. Questa storia dimostra come invece il ‘vecchio’ modo di intendere le cose si rafforzi e si consolidi, questa volta addirittura stornando i fondi per milioni destinati al volontariato fiorentino nelle tasche di quello stesso Davide Serra che finanzia la campagna per le primarie del sindaco, introduce lo stesso nel mondo della finanza speculativa e pontifica alla Leopolda sulle buone pratiche di governo.

    Per tutti questi motivi perUnaltracittà denuncia il conflitto di interessi tra una istituzione in cui siedono rappresentanti del Comune nominati dal Sindaco e operazioni finanziarie di un broker, novello acquisto della compagine che lo sostiene elettoralmente. Chiede perciò chiarimenti su questa vicenda che ha però il merito di fare chiarezza su aspetti fin’ora tenuti fuori da un’abile regia dal cono di luce che l’opinione pubblica deve accendere su chiunque si candidi a guidare il Paese”.

    IL FONDO ALGEBRIS SPACCA IL CONSIGLIO COMUNALE  Il caso dell’investimento di dieci milioni da parte dell’Ente Cassa di risparmio di Firenze (fondazione in cui il sindaco Matteo Renzi ha nominato un membro nel comitato d’indirizzo, il suo portavoce Bruno Cavini) nei coco bond del fondo Algebris del finanziere Davide Serra ha ‘scaldato’ il consiglio comunale di oggi a Firenze e diviso la compagine del Pd. All’origine delle polemiche, la presentazione di una domanda di attualita’ sulla vicenda da parte dei consiglieri di opposizione Ornella De Zordo (perUnaltracitta’) e Tommaso Grassi, Sel, per chiedere all’amministrazione se vi fossero ”altri fondi di investimento nei quali l’Ente Cassa avesse investito durante la presidenza Mazzei”, quanto ”abbia influito la presenza di uomini vicini al Sindaco negli organi della Fondazione nella decisione di assumere l’investimento” in Algebris, e quale fosse la ”valutazione dell’amministrazione sulla scelta dell’Ente”. Domanda d’attualita’ che pero’ il presidente dell’assemblea Eugenio Giani, in prima battuta, ha rigettato come ”inammissibile”: ”in base al regolamento, una domanda di attualita’ deve interessare direttamente l’amministrazione comunale o questioni di particolare importanza in cui sia coinvolta, e non e’ questo il caso”.

    Una bocciatura che ha scatenato la vivace reazione di De Zordo e Grassi, che si sono detti ”sorpresi” per la decisione: ”Questo e’ antidemocratico – ha commentato Grassi – dobbiamo pensare che ci sia la volonta’ di non parlare di questo argomento in un momento in cui e’ spiacevole per il sindaco Renzi, cioe’ l’ultima settimana prima delle primarie?”. Il consigliere ha poi sottoposto alla votazione dell’assemblea l’opportunita’ che il consiglio di presidenza riesaminasse la valutazione di inammissibilita’ della domanda, ottenendo l’approvazione (16 favorevoli, 15 contrari) grazie ai voti di Pdl, Lista Galli, del consigliere del Gruppo misto Stefano Di Puccio e di cinque bersaniani del Pd (Francesca Chiavacci, Mirko Dormentoni, Cecilia Pezza, Stefania Collesei Andrea Pugliese): il resto del partito democratico si e’ espresso contro, Fli si e’ astenuta. E’ stato allora deciso, con il comune accordo delle forze politiche, che l’assessore all’educazione Rosa Maria Di Giorgi, rispondesse alla domanda d’attualita’ di De Zordo e Grassi. ”La domanda e’ incredibile – ha esordito Di Giorgi, ed io ripetero’ in questa sede quello che si legge sui giornali: il rapporto tra Serra e l’Ente Cassa prescinde completamente da quello che c’e’ tra il finanziere e il sindaco”. Durante la trattazione del caso, non sono mancati momenti di polemica ancora piu’ dura. ” L’assenza del sindaco espone la citta’ a questa vergogna”, ha detto la consigliera del Pd Cecilia Pezza.

     

    Articolo ripreso dal sito GazzettadiFirenze.it

     
  • admin 23:59 il 14 June 2013 Permalink  

    Ennesimo motivo per non investire in Italia nell’anno 2013 

    Ho partecipato di recente ad un workshop informativo organizzato dal Dipartimento per le Attività Produttive di un paese dell’Unione Europea al quale ho notato erano presenti anche imprenditori ed investitori non italiani.
    Al di là dei programmi incentivanti che sono stati esposti dai relatori e dei benefici fiscali che possono ottenere le aziende che decidono di insediarsi usufruendo di contratti di lavoro per la manodopera locale basata su gabbie salariale predefinite, il momento a mio avviso più formativo è stato il lunch-break durante il quale ho potuto conoscere sia nuovi imprenditori italiani che altri del nord europa.
    Durante il distensivo convivio, ognuno di noi ha raccontato il suo percorso imprenditoriale e le vicissitudini o seccature amministrative/fiscali incontrate durante le sue esperienze lavorative: il must è stato ascoltare un imprenditore inglese che aveva in passato provato ad aprire una piccola azienda manifatturiera di sacche sportive (stand bag) per trasportare le mazze ed i ferri nel gioco del golf.
    Tra due grappini ai mirtilli ed un caffè americano, riferendosi all’Italia, ha detto: once Italy was the Berlusconi Country, now the Camusso Country. Inutile aggiungere le risate o le esternazioni degli altri commensali.
    Proprio Berlusconi alcuni giorni fa ha parlato di indurre in qualche modo uno shock per mettere in moto l’economia italiana. Di questo mai come oggi abbiamo bisogno: un dispositivo di legge che crei un effetto devastante (in termini positivi) al paese ed al suo ormai asfittico sistema industriale.
    Il Presidente Obama non ci ha pensato due volte quando gli hanno fatto capire che gli Stati Uniti avrebbero perso con il tempo sempre più quote di mercato ed ingerenza economica nel mondo a fronte dell’avanzata cinese, ed è intervenuto con un approccio choccante varando e promuovendo la Shale Gas Revolution.
    Sostanzialmente gli USA hanno rivisto tutta la loro politica energetica per diventare indipendenti dal Medio Oriente ed avere costi di produzione industriali tra i più competitivi al mondo. Noi italiani abbiamo avuto prima Berlusconi con la Camusso ed ora il Governo Letta che come priorità ha fatto capire di avere lo ius solis, il finanziamento pubblico dei partiti, le auto blu ed il presidenzialismo alla francese. L’effetto shock di cui abbiamo bisogno deve iniziare colpendo massivamente il mercato del lavoro istituendo tanto la flessibilità quanto la mobilità come non si sono mai viste prima.
    Ad esempio istituendo una nuova tipologia di contratto a tempo indeterminato che conferisce induttivamente il diritto al datore di lavoro di licenziare – per qualsiasi ragione e senza incorrere in sanzioni o cause di lavoro – il lavoratore dipendente con un preavviso temporale predefinito (1, 3, 6, 9, 12, 18 mesi) a fronte del quale viene tuttavia riconosciuto uno stipendio/salario di ammontate inversamente proporzionale alla durata del periodo di preavviso del licenziamento.
    Significa ad esempio che lo stipendio di un lavoratore che accetta un preavviso di tre mesi sarà notevolmente superiore allo stipendio di chi accetta un preavviso di due anni. Può sembrare una soluzione da talebano sindacale, tuttavia rappresenta una possibile strada da percorrere per predisporre un dispositivo di legge che incentivi in qualche modo ad insediarsi e ad assumere a tempo indeterminato sapendo che in caso di necessità, l’azienda può licenziare in piena libertà e serenità senza affrontare una causa di lavoro o scontrarsi con Camusso & Company.
    Il paese può pertanto ritrovare un percorso di rinascita se finalmente qualcuno avrà il coraggio di levare qualche privilegio e protezione ai lavoratori dipendenti (soprattutto gli statali) per favorire le imprese le quali si sentiranno più ascoltate e supportate.
    Questa tipologia di contratto, se esistesse e se soprattutto i sindacati dessero il loro blessing, produrebbe un aumento indiretto della produttività a fronte del rischio di licenziamento senza penali cui può contare l’azienda che assume (ma estendibile anche al settore statale), ed al tempo stesso spingerebbe molte imprese soprattutto estere ad insediarsi in Italia, potendo confidare su zero conflittualità legali o sindacali con le rispettive maestranze essendo garantito loro la facoltà di sciogliere un rapporto di lavoro dipendente (per qualsiasi ragione) senza sostenere oneri o sanzioni.
    Chi fa impresa è disposto ad investire se può quantificare verosimilmente i costi fissi ed anche quelli variabili, ma soprattutto i contingency costs ovvero i costi non prevedibili in anticipo: come quelli relativi alla chiusura di una linea produttiva per obsolescenza delle merci prodotte o gli oneri legali necessari a supportare una causa di lavoro per il licenziamento di un lavoratore caratterizzato da elevata incompatibilità con i suoi stessi colleghi di lavoro. Continuare invece ciecamente a mantenere l’attuale rigidità sul mercato del lavoro con l’ingerenza soffocante dei sindacati italiani non farà altro che produrre sempre più disoccupati, in quanto sempre più aziende saranno attratte da paesi molto più lungimiranti ed accoglienti in grado di renderle più competitive sui mercati globali.
    Articolo di Eugenio Benetazzo, ripreso dal sito eugeniobenetazzo.com
     
  • admin 09:30 il 17 May 2013 Permalink  

    Le dinamiche dell’immigrazione danneggiano l’economia italiana 

    Se il nuovo primo ministro, nuovo si fa per dire, Enrico Letta voleva veramente trasmettere un segnale di cambiamento e di rinnovamento a tutta la popolazione italiana, facendo presagire che il suo sarebbe stato finalmente un governo di rottura con il passato, al posto del nuovo e contestato ministero per l’integrazione avrebbe dovuto proporre la costituzione della Immigration & Checkpoint Authority, copiando letteralmente il modus operandi di altri stati che hanno posto il monitoraggio ed il controllo dell’immigrazione quasi come fosse una priorità nazionale.
    La strada che invece ha intrapreso l’attuale governo purtroppo appare sin dall’inizio decisamente infelice oltre che insensata sul piano economico. Tralasciando i pietosi commenti sullo ius solis e sulla sua effettiva necessità per questo paese in costante declino sociale, sembra vano ricordare a questi nuovi interlocutori dello stato come si comportano invece altre nazioni che hanno vissuto con molti decenni di anticipo rispetto a noi il fenomeno dell’immigrazione sia controllata che clandestina.
    Ne ha fatto menzione anche in più occasioni persino il primo ministro inglese, David Cameron, sottolineando come ormai il multiculturalismo sia un fenomeno sociale con strascichi economici completamente fallimentare.
    L’integrazione razziale è la più grande menzogna che sia stata raccontata e propagandata a popolazioni, originariamente molto forti e radicate nella loro storia e cultura millenaria, con il solo scopo di poterle indebolire e con il tempo annientare grazie ad un sistematico assoggettamento al disegno globalizzante del consumo di massa.
    Nessuno si vuole integrare con chi è diverso (paesi come Israele ed il Giappone ne fanno la loro bandiera):  gli stessi extra comunitari che arrivano in Italia vogliono vivere e interagire (al di là degli orari di lavoro) solo con i loro stessi simili o connazionali, per non parlare delle faide che si instaurano tra le varie etnie per il controllo del territorio anche nei quartieri delle città italiane. Pensiamo solo ad africani contro slavi o asiatici contro sudamericani.
    Quando lo capiranno i finti perbenisti italiani, che si spacciano per filosofi, per giornalisti radical chic o per sindacalisti emergenti, che gli esseri umani sono fra di loro profondamente disomogenei, sono uguali solo innanzi alla legge, ma sul piano intellettuale, fisico, culturale ed affettivo sono profondamente diversi. Vi è differenza tra un tedesco ed un austriaco, tra un italiano del nord ed uno del sud, figuriamoci tra un cingalese ed un marocchino.
    Il termine discriminare recepisce ormai sempre più una valenza negativa in senso assoluto, grazie al contributo folle del  politically correct, qualunque esso sia il contesto per cui viene utilizzato. Tuttavia discriminare, inteso etimologicamente come distinguere una persona da un’altra, rappresenta una libertà assoluta di chiunque ovvero quella di decidere con chi vivere e quella di decidere da chi stare lontano.
    Non significa pertanto razzismo o apartheid come ci vogliono far credere, ma solo una facoltà personale che non deve essere ostracizzata o criminalizzata. Nessuno in passato ci ha chiesto se volevamo vivere e soprattutto integrarci con un nigeriano, un cingalese o un serbo. Ci è stato semplicemente imposto. Qualcuno ha deciso per tutti, sostenendo che l’integrazione multietnica avrebbe portato ricchezza tanto economica quanto culturale.
    Ci avevano per questo promesso, che sarebbero entrati a lavorare in Italia tecnici, docenti, dottori, ricercatori, architetti, informatici, scienziati. Purtroppo nella stragrande maggioranza dei casi vediamo solo escort, badanti, spacciatori, balordi disperati e manovali generici privi di particolare professionalità. Personalmente non mi voglio integrare con una cultura che tratta la donna come un oggetto asservito alla mera procreazione o con chi sgozza animali vivi stile sacrificio tribale nel proprio giardino perchè la sua cultura e religione lo prevede.
    Non parliamo dei danni economici, ormai incalcolabili oltre che irreversibili: dati oggettivi di cui non si parla mai in quanto profondamente scomodi all’establishment mediatico. Solo le rimesse all’estero (in continua crescita) sono costate tra il 2010, 2011 e 2012 quasi 21 miliardi di euro, (il taglio dell’IMU sulla prima casa pesa 4 miliardi), denaro che dovrebbe circolare in Italia per alimentare tanto i consumi interni quanto i depositi delle banche italiane, che invece si mette in viaggio verso Cina, Bangladesh, Marocco, Senegal o Ucraina, tanto per citare alcune prime mete di esportazione.
    La popolazione soggetta a subire ed accettare sommessamente flussi di immigrazione selvaggia e non qualificata produce forme di auto ghettizzazione sociale, per cui i quartieri residenziali oggetto di penetrazione da parte delle minoranze etniche perdono progressivamente la loro distintività ed il loro valore di mercato, diventando step by step esempi di degrado urbano e microcriminalità.
    Impedire o limitare la discriminazione in una nazione arroccandosi puerilmente a sentimenti di farisaica bontà e giustizia morale produce le migliori condizioni per innescare una devastante arma di distruzione economica di massa per il tessuto sociale autoctono.
    Articolo ripreso dal sito di Eugeniobenetazzo.com, Autore: Eugenio Benetazzo
     
  • admin 08:04 il 19 April 2013 Permalink  

    Dove recuperare fondi dal bilancio pubblico italiano secondo Benetazzo 

    Chi ha l’opportunità di entrare ed uscire continuamente dal paese ed anche l’occasione di potersi relazionare con altri europei in questo momento di eterno immobilismo politico italiano rimane abbindolato dall’opinione pubblica comunitaria.
    Recentemente ho avuto modo di confrontarmi con un team di colleghi, di provenienza mista, Svizzera, Malta, Germania, Lussemburgo e Regno Unito, sulle problematiche finanziarie che stiamo affrontando  e che ci attendono nei prossimi mesi: il messaggio che mi hanno dato tutti quando ci siamo soffermati sullo scenario italiano è stato corale “ma volete fallire come paese ? vi rendete conto dei rischi che dovrete correre a breve ? ma chi volete aspettare ancora ? Il Messia ? Per capire l’Italia bisogna essere italiani o almeno averci vissuto per un numero consistente di anni. Non si può biasimare il rimprovero degli altri paesi europei innanzi all’ennesima vergogna italiana, due mesi ormai in balia del niente aspettando un fantomatico Messia che salvi la popolazione, le sue banche, i suoi risparmi e soprattutto il suo stile di vita.
    Purtroppo proprio qui emerge l’area di interesse su cui si dovrà intervenire ovvero l’italian life style. Quanto costa il tanto amato stile di vita italiano. Costa tanto e soprattutto troppo se rapportato in percentuale al PIL degli altri paesi. Mi riferisco al mantenimento dei servizi di assistenza sanitaria primari e secondari (erogati senza alcun forma di meritocrazia) oltre al peso mastondontico delle pensioni italiane. Tanto per dare alcuni numeri, l’incidenza in percentuale delle pensioni sul PIL in Italia è del 15%, contro un 13% in Francia, un 12% in Grecia, un 11% in Germania, un 9% in Spagna ed un 7% nel Regno Unito. Ritengo molto plausibile nei prossimi anni l’istituzione di una imposta di solidarietà (una sorta di rivisitata poll tax all’inglese) nei confronti di tutti i pensionati partendo da una franchigia mensile di 1.000 o 1.500 euro. In buona sostanza per ogni euro di pensione incassato sopra la soglia di franchigia una parte frazionale (calcolata con scaglioni di progressività) sarà trattenuta sotto forma di imposta direttamente dallo stato.
    Mi auguro che vengano istituiti comunque anche i tetti di percezione massima, andando a rivisitare o ridimensionare quelli che sono i cosidetti diritti acquisiti (soprattutto per statali e parastatali).
    Mi capita spesso di parlare con persone della mia età o addirittura ragazzi giovani: tutti sono concordi nell’affermare che non avranno una pensione o che l’avranno molto ridimensionata rispetto all’ultima retribuzione, tuttavia quando chiedo loro che cosa stanno facendo per assicurarsi una rendita finanziaria complementare per poter vivere il resto della propria esistenza decorosamente, la risposta è ancora corale: niente, tanto in qualche modo interverrà lo stato.
    Questo comportamento quasi infantile rappresenta una forma tipica di silenzioso suicidio assistito senza precedenti. L’italiano della strada ritiene infatti che la sua pensione sia ancora un problema dello stato e non una sua preoccupazione: in Germania il 60% della popolazione ha una copertura previdenziale privata, nel Regno Unito siamo al 160% (significa che tutti ne hanno una privata e che il 60% della popolazione ne ha addirittura anche una seconda). Lascio a voi indovinare a quanto ammonta in Italia. Come ho detto prima l’italian life style costa caro, purtroppo nessun rappresentante politico si farà mai portavoce di un’opera di sensibilizzazione su questo argomento per ovvie ripercussioni elettorali.
    Nel nostro paese toccare le pensioni o la sanità o peggio il pubblico impiego è considerato tabù, chi tocca muore, sul piano politico si intende, sono tutti pronti a scendere in piazza per difendere l’italian life style: dopo però sono gli stessi che si lamentano del peso delle tasse, dell’immobilismo italiano e del marcio della classe politica attuale. Ancora ad oggi nessuno si fa portavoce di una dura ed antipopolare politica di risanamento della spesa pubblica, iniziando dalla spesa sanitaria, passando dai licenziamenti economici obbligati del pubblico impiego e finendo con il sistema pensionistico italiano.
    Sono tutti demagogicamente allineati sugli insignificanti costi della politica o della rappresentanza popolare, pesano meno dello 0,5% del PIL anche a gonfiarli tanto. Chi propone cambiamenti epocali per la ridefinizione ad esempio di una parte della spesa sanitaria, come ha provato il sottoscritto con la Health Tax, viene aggredito mediaticamente e messo alla gogna da chi ha fatto del mantenimento dell’italian life style e dei diritti acquisiti la sua missione di vita. L’orizzonte sempre più probabile che si intravede ormai assomiglia a quello greco sul piano economico e a quello sudamericano sul piano sociale.
    Articolo di Eugenio Benetazzo ripreso dal sito eugeniobenetazzo.com
     
  • admin 09:37 il 16 April 2013 Permalink  

    Non investire in Italia a causa del blocco dei capitali 

    Lasciate perdere le fantasiose proiezioni politiche sul futuro del nostro paese, ormai non ha neanche tanto senso continuare ad aspettare il nuovo governo. La pagheranno circa cinque milioni di italiani, questa fase di instabilità e di mancanza di convergenza politica  nell’interesse del paese, con il Partito Democratico come principale responsabile.
    Sono cinque milioni infatti i contribuenti  italiani (intesi come persone fisiche) che secondo le rilevazioni di Bankitalia detengono depositi e giacenze bancarie a prima vista superiori a euro 100.000. Lo hanno fatto capire con grande disinvoltura persino le autorità sovranazionali europee, l’Italia non è più di tanto a rischio per adesso, nonostante i suicidi quotidiani e le chiusure sistematiche di piccole e medie imprese day by day. La prima manovra tampone, con grande presunzione, istituita dal prossimo governo sarà l’istituzione di una sorta di imposta di solidarietà su chi possiede disponibilità liquide superiori a centomila euro appunto.
    Il prelievo potrebbe essere anche di entità piuttosto contenuta (tra lo 0.5% e il 3%), mettendo il futuro governo nelle condizioni di gestire le future contingenze della spesa pubblica. In parallelo ci potrebbe stare anche un inasprimento dell’attuale l’imposta di bollo (oggi allo 0.15%) facendola lievitare sino allo 0.50% del totale degli assets finanziari complessivamente detenuti.
    DI sicuro a quel punto si introdurranno anche dei meccanismi di protezionismo e blindatura delle attuali ricchezze del paese istituendo il divieto di espatrio dei capitali al fine di preservare l’integrità e la tenuta del sistema bancario italiano. Non che siano soluzioni tanti radicali e ortodosse, se fossi stato il primo ministro italiano le avrei messe a regime ancora dallo scorso anno piuttosto che inasprire la tassazione diretta sui patrimoni immobiliari. Più denaro esce in questo momento dall’Italia, più si accelera la velocità di caduta dell’intera economia nazionale: anche se adesso molti lettori non saranno d’accordo, in questo momento bisogna spingere per fare entrare più capitali possibili, anche con discutibili benefici fiscali.
    La nostra fortuna è rappresentata momentaneamente dagli ammortizzatori familiari privati, costituiti dai risparmi dei nostri padri e nonni, che stanno preservando il welfare italiano al pari della Cassa Integrazione. Tutti e due sono comunque destinati a terminare: non dureranno ancora per molti anni. Sfruttate pertanto questo momento di limbo politico se avete intenzione di delocalizzare parte dei vostri risparmi per sfuggire dalla persecuzione fiscale che ci attende: grosso modo avete un vantaggio di 6/8 settimane prima che arrivi la purga e come ho detto non ci sarà più di tanto da fare, ma solo da subire.
    Il prossimo governo dovrà infatti abozzare anche la nuova finanziaria e decidere come trovare la copertura per altri 12/18 mesi di Cassa Integrazione, pena fenomeni incontrollati di tensione e violenza sociale. Purtroppo anche l’Italia come l’Europa, manco naviga a vista, è completamente priva di un Cabinet Office ovvero di una cabina di regia o di un ponte di comando.
    Il nuovo primo ministro (illuminato) dovrà inesorabilmente svegliare gli italiani dal torpore fanciullesco e rivelare loro che per far respirare il paese si dovranno tagliare o limitare l’erogazione di determinati servizi (soprattutto sul fronte sanitario), aggredendo finalmente quei 250 miliardi di spesa pubblica che non generano necessariamente welfare. In centinaia ogni giorno mi scrivete per sapere cosa accadrà se l’Italia verrà ricommissariata, se l’euro è destinato a rompersi in due, se l’Unione Europea ha i mesi contati, se è conveniente aprire un conto di deposito su una banca svizzera, se è opportuno detenere oro fisico o se conviene investire in questo o quel fondo di investimento a fronte dello scenario drammatico che stiamo vivendo.
    Personalmente come analista e come operatore finanziario indipendente mi sono fatto un quadro complessivo di cosa ci aspetta non solo in Italia, ma anche in Europa: la view non è per tutti e non è il caso di esternarla, la maggior parte di chi legge è destinata a perdere comunque gran parte del proprio denaro. Non starò a guardare e non intendo camminare come un cieco senza bastone.
    Al momento in cui scrivo mi trovo negli uffici di una banca di gestione di investimento a Londra in prossimità di Regent Street, in questi giorni stiamo dedicando molte energie e risorse a definire tutti gli aspetti istituzionali ed operativi per il lancio e la gestione di un fondo di fondi di investimento di diritto maltese a marchio Deltoro Holding che avrà come obiettivo principale la gestione della volatilità, l’immunizzazione fiscale e patrimoniale, la sterilizzazione dei rischi sistemici e la delocalizzazione degli assets detenuti in portafoglio.
    Purtroppo il progetto imprenditoriale proprio così come nacque Deltoro Holding non è rivolto a tutti ma solo ai followers in sintonia con la nostra mission aziendale. Invito anche voi a fare altrettanto, organizzandovi per la creazione di soluzioni similari, purtroppo come italiani possiamo fare affidamento solo alle nostre capacità ed individualità, il governo e lo stato ci hanno abbandonato da anni.
    Un augurio di buona sorte finanziaria a tutti i lettori del portale.
    Articolo di Eugenio Benetazzo, pubblicato di eugeniobenetazzo.com
     
c
scrivi un nuovo post
j
post successivo/commento successivo
k
post precedente/commento precedente
r
Risposta
e
Modifica
o
mostra/nascondi commenti
t
torna a inizio pagina
l
vai all'accesso
h
mostra/nascondi aiuto
shift + esc
Cancella