Aggiornamenti da settembre, 2012 Attiva/disattiva nidificazione dei commenti | Scorciatoie da tastiera

  • admin 14:53 il 30 September 2012 Permalink |  

    Fondo investimento Ucits su obbligazioni in valuta cinese 

    Invesco punta forte sul renminbi. E lo fa portando sul mercato italiano un nuovo fondo, l’Invesco Renminbi Fixed Income Fund, che investe nei cosiddetti Dim Sum, ovvero nelle obbligazioni in valuta cinese.

    Il fondo Ucits è finalizzato a raggiungere un rendimento effettivo tramite un investimento di almeno il 70% degli asset in renminbi. Il mercato dei Dim Sum è in rapida crescita e Invesco prevede un ulteriore slancio nel prossimo futuro, grazie alla costante crescita della Cina, seconda economia mondiale, e del processo di internazionalizzazione del renminbi. “Il gap tra Paesi maturi, con alti livelli di debito pubblico ed economie in rallentamento, e Paesi emergenti, che dimostrano una crescita sostenuta, è sempre più evidente e si traduce in opportunità nell’ambito delle emissioni governative”, dichiara Giuliano D’Acunti, responsabile distribuzione retail di Invesco in Italia.

    E’ per questo che Invesco vede in tale fondo una fondamentale opportunità d’investimento: “E’ impensabile oggi costruire un portafoglio senza essere esposti sulla valuta cinese, che si prepara a diventare la seconda valuta mondiale nel corso dei prossimi 10 anni”.

    Ma quello dei Dim Sum non è un mercato ancora troppo giovane?

    Sì, è un mercato giovane, partito solo a luglio del 2010. E quindi la cautela è d’obbligo. Ma, al di là del monetario, bisogna guardare anche ad altre forme di investimento, come le obbligazioni. Comunque, Sono tutte di breve termine, con una duration media che si aggira intorno ai tre anni. Inoltre, è un mercato che sta catalizzando anche l’interesse di molte multinazionali, come McDonald’s. Ci aspettiamo segnali importanti.

    Quali sono le vostre aspettative sul renminbi?

    Non abbiamo dubbi. È un asset che va tenuto in portafoglio. A oggi, la Cina è la seconda potenza economia al mondo. E, se rispetterà i ritmi di crescita attuali, è destinata a rubare lo scettro agli Stati Uniti. Di conseguenza, il Renminbi diventerà una valuta sempre più internazionale e questo potrebbe favorirne un graduale apprezzamento, soprattutto nei confronti dell’euro.

    Quanto pensate di raccogliere col vostro nuovo fondo?

    La concorrenza è stata premiata, con i fondi in valuta cinese che sono arrivati a raccogliere 700 milioni nel giro di pochi mesi. È difficile fare delle stime. Quello che vediamo, comunque, è che c’è grandissimo interesse. E soprattutto c’è la volontà di diversificare le valute. Prima si scappava solo dall’euro. Ora si fugge anche dal dollaro. Insomma, si cercano valute alternative. E la moneta cinese potrebbe giocare un ruolo di primo piano in questo processo di diversificazione valutario.

     

    Articolo ripreso dal sito Tuttofondi.com

     
  • admin 23:49 il 13 April 2012 Permalink |  

    Le agenzie sovranazionali hanno assunto troppo potere sull’andamento dei mercati 

    C’è un non so che di perverso nel seguire in televisione i difficili andamenti degli incontri dei capi di stato europei sul futuro dell’euro e dell’Unione mentre sullo schermo, a piè di pagina, scorrono le ultimi sortite delle agenzie di rating che ne proclamano gli imminenti fallimenti.

    Nei giorni scorsi le “tre sorelle” hanno “offerto gratuitamente” la loro valutazione al ribasso per l’intera eurozona nel suo insieme.

    Standard and Poor’s poco tempo fa ha messo sull’avviso che anche gli ultimi paesi europei con la tripla A potrebbero essere a breve declassati.  Se uno solo di questi Stati perdesse questo rating, anche la funzione del fondo salva stati, l’European Financial Stability Facility (Efsf) perderebbe di credibilità e verrebbe compromessa. Oggi l’Efsf con 440 miliardi di dollari mantiene un ruolo certamente insufficiente ma comunque insostituibile nella difesa contro i rischi di default sovrani.

    E’ sempre più evidente il fatto che le agenzie assumono un significato sempre più politico! Con le loro recenti critiche sembrano voler forzare le decisioni dei summit europei a loro favore. Infatti i loro rapporti sono sempre più pieni di raccomandazioni sulle politiche economiche da seguire. Sono quasi sempre meno agenzie di valutazione del merito e del credito di istituti economici e finanziari e sempre più tese a sostituirsi a coloro che sono preposti alle decisioni di governo.

    Dicono di parlare a nome degli investitori, che spesso sono obbligati a seguire le implicazioni del rating a causa di standard imposti per legge, ma non detengono alcuna responsabilità politica. E’ una intollerabile anomalia!

    Da giorni, anche se con troppo ritardo, la stampa tedesca e francese ha cominciato a sollevare i veli che coprono le storie delle “tre sorelle”. Parlando della S&P’s, il principale quotidiano della Germania, il Frankfurt Allgemeine Zeitung, ha ricordato che “essa è un’agenzia degli Stati Uniti che, quando valuta nazioni e società, guarda con lenti americane. In questo lavoro rappresenta gli interessi di Wall Street”!

    Eppure fino alla grande crisi del 2007-8 le agenzie di rating erano di fatto al servizio della grande finanza e sfornavano, dietro lauti pagamenti da parte delle banche e di altri istituti finanziari che le richiedevano, compiacenti pagelle con la tripla A per i peggiori titoli tossici e per prodotti derivati altamente speculativi.

    Ciò è denunciato  con dovizia di documenti e di testimonianze da due importanti commissioni americane, l’indipendente Financial Crisis Inquiry Commision e la Commissione Dodd-Frank del Congresso. Il presidente della Fcic, Phil Angelides, a suo tempo parlò della Moody’s come di “una fabbrica delle triple A”. Essa nel 2006 ne sfornava 30 al giorno. I Rmbs (titoli garantiti da mutui ipotecari) gratificati avevano un valore totale di 869 miliardi di dollari, ma all’arrivo della crisi l’83% del loro insieme fu drasticamente declassato.

    Ci sono state e vi sono tuttora indagini sui compromessi e sui conflitti di interesse delle tre agenzie. Vi sono molti procedimenti legali aperti con richieste di risarcimento per centinaia di miliardi di dollari da parte di chi, banche comprese, si è trovato con in mano carta straccia.

    Nel frattempo le tre sorelle hanno spostato con successo le loro operazioni mettendo nel mirino i debiti sovrani, soprattutto dell’Europa, ed il sistema dell’euro. Insieme al mondo della grande finanza hanno “pilotato” la più grande e meglio riuscita operazione di “transfer”. Non sono più il sistema bancario ed i suoi comportamenti ad essere al centro dell’attenzione pubblica e dei mercati ma gli stati con le loro difficoltà e con i loro debiti.

    La domanda che inquieta è questa. Perché le istituzioni europee e gli investitori sono ancora così dipendenti dalle valutazioni di tre agenzie private? Forse perché i governi dell’Europa hanno per decenni goduto della tripla A e opportunisticamente ignorato quanto nei paesi dell’Asia o dell’America Latina accadeva a seguito dei rating negativi. Alcune economie furono disastrate.

    Purtroppo i riferimenti ai rating dati dalle tre agenzie sono stati incorporati in molti regolamenti, dalle direttive europee per realizzare le linee guida dettate da Basilea II e da Basilea III per i requisiti di capitale delle banche e dalla direttiva Solvency relativamente alle assicurazioni operanti sul territorio europeo.

    Anche la Bce fa riferimento alle triple A delle “tre sorelle” per molte operazioni di garanzia e di credito. Il mondo politico europeo irresponsabilmente ha dato alle agenzie di rating quasi un potere di legge. Le loro valutazioni hanno un effetto reale, quasi automatico, su molte decisioni e valutazioni economiche.

    Dall’inizio del 2011 l’Esma, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, ha introdotto qualche forma di regolamentazione delle attività delle agenzie. Ha persino minacciato di ritirare loro la licenza europea se non obbediscono ai regolamenti di Bruxelles. Tutto vano, fino a che le triple A delle tre sorelle continueranno a dettare legge nelle istituzioni europee!

    Sarebbe almeno opportuno prendere atto della decisione di un giudice federale dello stato americano del New Mexico che ha rifiutato la richiesta delle agenzie di rating di avere “la protezione del Primo Emendamento della Costituzione sul diritto alla libertà di parola anche per le valutazioni e opinioni comprovate come false”.

    Riteniamo che sarebbe corretto da parte dei nostri mass media se, ogni qualvolta riportano un annuncio delle agenzie di rating sui titoli sovrani europei ed italiani, ricordassero ai lettori o agli ascoltatori che esse sono società private la cui reputazione non è affatto limpida.

     

    Articolo ripreso dal sito ariannaeditrice.it

     
  • admin 23:11 il 12 April 2012 Permalink |  

    Eugenio Benetazzo obbligazioni con bonus fiscale 

    Forse non si desume dall’opinione pubblica occupata a osannare o denigrare il montismo come il nuovo fenomeno politico di portata mediatica, tuttavia la priorità nazionale non è l’art. 18 o il ridicolo sdegno della politica per le esternazioni di Calearo, quanto piuttosto la composizione e la detenzione dello stock di debito pubblico italiano.
    Attenzione, non mi sto riferendo alla dimensione elefantiaca dello stesso quanto invece a come e quanto in percentuale questo debito è detenuto. Sostanzialmente per farla breve un anno fa circa il 55% del debito pubblico italiano era nelle mani di operatori finanziari istituzionali (banche, fondi & company) tutti rigorosamente non residenti in Italia. Oggi questa percentuale è scesa al 45% grazie alle operazioni di LTRO della BCE che ha consentito alle banche italiane di acquistare una parte consistente del debito, sostenere le quotazioni e realizzare proventi straordinari (che hanno salvato non poco i bilanci delle stesse nello scorso esercizio).
    Quanto stiamo vivendo (governo tecnico, aumento delle imposte generalizzato, stato privo di risorse) non è altro che una conseguenza di questa composizione ovvero quasi la metà del debito è nelle mani di investitori istituzionali di rilevanza che pretendono il regolare pagamento degli interessi ed il rimborso puntuale delle tranche in scadenza (imponendo pertanto al nostro paese Mario Monti quale garante dello stabilità e serenità finanziaria).
    La priorità nazionale che dovrebbe essere sbandierata da quella che rimane oggi dalla vecchia e screditata classe politica (destra, sinistra, centro, lega & company) è rappresentata proprio dalla necessità di ricomperarsi da parte degli italiani il loro stesso debito: questo per evitare di essere comandati da altri e soprattutto per evitare ingenti oneri finanziari solo per accontentare qualche tycoon russo, cinese o saudita.
    La popolazione italiana avrebbe le potenzialità per fare questo, nel senso che esistono le risorse finanziarie in mano agli italiani per fare questa operazione epocale, non mancano infatti le credenziali e le motivazioni.
    Pensate che solo gli asset finanziari (giacenze di liquidità, depositi vincolati, gestioni patrimoniali, titoli azionari e obbligazioni varie) nei portafogli delle famiglie italiane ammontano a oltre 3,7 trilioni di euro. Per questo motivo mi faccio unico promotore ed ideatore in Italia degli OTIF, letteralmente Obbligazioni del Tesoro con Incentivo Fiscale.
    Nuovi strumenti finanziari ibridi di ultima generazione emessi dal Tesoro Italiano ad un tasso particolarmente modesto compreso tra un 2 ed un 3% con scadenze non superiori ai 5 o 10 anni. A queste condizioni di remunerazione nessuno si sognerebbe di sottoscriverli soprattutto visto anche il rischio paese oggi tra gli ultimi scalini della categoria dell’investment grade (BBB+). Tuttavia gli OTIF sarebbero accomunati da un incentivo fiscale esercitabile tramite opzione che li trasformerebbe in titoli molto desiderati ed apprezzati: nello specifico, a scelta del nuovo sottoscrittore, o lo scudo fiscale o la detassazione del carico fiscale personale.
    Per fare un esempio in caso di sottoscrizione di OTIF per un taglio di Euro 100.000 il contribuente italiano potrebbe optare per uno scudo fiscale attravreso una copertura sino a Euro 100.000 in caso di contenzioso con l’Agenzia dell’Entrate sulle poste di imponibile accertato: chi detenesse OTIF pertanto ha una sorta di protezione oggettiva che fa decadere la possibilità di irrogare sanzioni.
    Una seconda opzione è rappresentata dalla detassazione del carico fiscale complessivo che grava su ogni contribuente: per ogni Euro 100.000 di OTIF sottoscritti e detenuti è possibile in opzione beneficiare di uno sconto di 10/20/30 punti percentuali sull’ultima aliquota progressiva, arrivando anche ad annullarla.
    Gli OTIF per la loro appetibilità consentirebbero pertanto di rimborsare anticipatamente le vecchie emissioni di BTP in mano agli investitori non residenti (gravati da interessi tra il 6 ed il 7% annuo) sostituendoli con titoli di stato decisamente meno onerosi, che porterebbe a far risparmiare tra i 50/60 miliardi all’anno di interessi sul debito pubblico. L’aspetto più determinante comunque rimarrebbe la capacità del paese di liberarsi dagli stranieri che detengono il debito nazionale, i quali per il peso istituzionalmente rilevante possono avere ingerenza nella vita politica ed economica italiana proprio come sta avvenendo ormai da mesi.
    Articolo ripreso da eugeniobenetazzo.com
     
  • admin 16:29 il 2 April 2012 Permalink |  

    Investire nelle obbligazioni emesse dallo stato italiano 

    Da quando l’ansia dello spread si è impadronita del nostro paese, i titoli di stato sono stati catapultati dalla sezione investimenti alle prime pagine di tutti i quotidiani italiani. Ma nonostante se ne parli ormai nei salotti televisivi come nei bar di provincia, il legame tra il loro andamento e l’emergenza nazionale che ha portato alla terribile manovra correttiva del governo Monti è tutt’altro che trasparente.

    Dato che in Germania la preoccupazione non è tanto minore che da noi, Die Zeit ha cercato di illustrarlo ricostruendo la storia di un titolo italiano dalla sua emissione, precedente alle prime avvisaglie della crisi del debito, all’avvento del governo tecnico.

    “Gennaio 2004: il titolo IT0003535157 viene emesso e acquistato soprattutto da fondi d’investimento britannici, tedeschi e italiani. Il suo rendimento è del 5 per cento all’anno. All’epoca non era molto. All’inizio del decennio tutti volevano prestare denaro all’Italia. Già allora il debito superava il prodotto interno lordo annuo, ma il mondo aveva fiducia nella solida struttura economica del paese, in Ferrari e in Armani.

    E ora l’Italia al posto della lira aveva l’euro, quindi sono finiti i tempi in cui il paese poteva svalutare il proprio debito stampando moneta – motivo per cui gli investitori in passato avevano imposto pesanti aumenti dei tassi d’interesse. Chi è alla ricerca di un investimento garantito sembra trovare in Italia un porto sicuro.

    Settembre 2005: L’IT0003535157 raggiunge un record storico sul cosiddetto mercato secondario, dove sono negoziati titoli già in circolazione. Il 22 settembre il titolo ha guadagnato ben il 22% rispetto al prezzo di collocamento. In questa fase lo stato non guadagna più nuovo denaro, ma il governo non è indifferente alle sorti dei titoli già piazzati.

    È una sorta di barometro per valutare gli umori dei finanziatori. Più gli investitori prevedono di poter realizzare investimenti redditizi in Italia, più la domanda di titoli di stato cresce e l’andamento sale. Se gli investitori dubitano della solvibilità del paese, l’andamento scende.

    Maggio 2010: L’IT0003535157 si attesta appena al di sopra del suo prezzo di collocamento. Gli acquirenti di titoli di stato chiedono maggiori garanzie, così come finora ne hanno sempre ottenute, in fin dei conti gli europei dalla seconda guerra mondiale hanno sempre onorato i loro debiti.

    Ma l’inizio della crisi del debito della Grecia e l’esitazione della Germania a venirle in aiuto creano inquietudine nei mercati. La calma torna quando i paesi europei si accordano su un programma di salvataggio e promettono che nessun paese della zona euro dichiarerà default. L’andamento dell’IT0003535157 subisce un lieve miglioramento.”

    Luglio 2011: Le preoccupazioni per la Grecia si riacutizzano portando con sé nuove insicurezze. Il 21 luglio i capi di stato e di governo della zona euro si riuniscono in un vertice a Bruxelles. Dopo lunghe trattative la Germania impone la sua linea: chi detiene titoli del debito greco deve rinunciare a una parte del loro valore.

    Per la prima volta dalla fine della guerra un paese europeo non è in grado di mantenere i suoi obblighi di pagamento. Il mercato è in fermento: i titoli di stato rappresentano ancora un investimento che offre delle garanzie? Quale sarà il prossimo paese a rinegoziare il proprio debito? L’andamento dei titoli italiani peggiora sempre più.”

    Agosto 2011: Il governo Berlusconi è in crisi. Aumentano i dubbi sulle capacità del paese di gestire il suo debito pubblico, che nel frattempo ha raggiunto il 120 percento del pil. Gli investitori iniziano ad abbandonare i titoli di stato. Anche la Deutsche Bank ridimensiona la sua esposizione. All’inizio del mese l’IT0003535157 si attesta a ben il 15 percento al di sotto del prezzo di collocamento. Poi il sette agosto la Bce decide di comprare titoli italiani per sostenere i prezzi favorendo un abbassamento dei tassi d’interesse. Il titolo sale e si attesta al 9 per cento sotto il prezzo di collocamento.

    Settembre 2011: Standard & Poor’s e Fitch declassano il debito italiano. L’immagine dell’Italia è cambiata profondamente. Se prima tutti vedevano in essa possibilità di investimento, ora vedono la possibilità di un default.

    Ottobre 2011: La ricapitalizzazione imposta dall’Unione europea innervosisce le banche, che vogliono evitare l’intervento pubblico e decidono di vendere i titoli di stato in loro possesso. L’’IT0003535157 subisce un brusco calo e si attesta al 20 percento al di sotto del prezzo di collocamento.

    Novembre 2011: Durante il vertice del G20 a Cannes, Germania e Francia minacciano l’uscita della Grecia dall’unione monetaria. Tra gli investitori scoppia il panico: significa che in futuro alcuni paesi potranno abbandonare l’euro? I loro investimenti rientreranno in lire o in pesetas? Poiché i titoli italiani sono considerati a rischio, le banche devono offrire maggiori garanzie per negoziarli. L’8 novembre l’IT0003535157 vale il 30 per cento meno del prezzo di collocamento.

    Quando Monti assume la guida del governo, la situazione dell’IT00035355157 si calma solo per poco: il titolo viene trattato a quasi il 26 per cento al di sotto del suo prezzo di collocamento.”

     

    Articolo ripreso da presseurop.eu

     
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