In Spagna sono gia’ tornati alla peseta in alcune zone

La vecchia moneta nazionale come rifugio dalla crisi economica. È questo che dal primo ottobre dello scorso anno, e sicuramente fino alla fine di gennaio, stanno sperimentando a Salvaterra de Miño, in Galizia, dove è possibile fare compere in pesetas, piuttosto che in euro, beneficiando dello stesso tasso di cambio utilizzato al momento dell’introduzione della moneta unica.

A dieci anni dalla sua nascita, l’euro traballa a tal punto che il suo salvataggio è al centro di tutta una serie di proposte e controproposte finanziarie che mettono in difficoltà i rapporti tra gli Stati membri dell’Ue. Eppure la moneta unica non gode affatto della simpatia degli europei. Che l’introduzione dell’euro non abbia portato alcun beneficio alla popolazione lo pensa infatti buona parte dei cittadini.

Anche e soprattutto gli spagnoli (per il 70%). L’aumento dei prezzi, molto più forte di quello dei salari, ha eroso il reddito mettendo a dura prova la tenuta economica e sociale e adesso, che la crisi sta diventando ancora più aspra, qualsiasi modo per recuperare il valore della moneta è ben accetto. Così si spiega il grande affluire di clienti a Salvaterra dove una cinquantina di commercianti hanno deciso di aderire alla “operazione peseta” e di accettare la vecchia moneta nazionale.

Solo pochi anni fa questa località prometteva bene, in termini economici. Oggi invece rappresenta il classico esempio delle previsioni di sviluppo che non si avverano. Si prefigurava la realizzazione di un “pentagono industriale”, che avrebbe attratto aziende del calibro di Mitsubishi e Psa Peugeot Citroën, e nel contempo si costruiva a tutto spiano per i lavoratori che sarebbero “necessariamente” arrivati.

Poi è sopravvenuta la crisi e il progetto è rimasto tale. Tanto per ribadire che lo sviluppo infinito non è possibile – cosa che dovrebbero ricordare tutti i costruttori e similari, primi tra tutti i sostenitori della Tav che prevedono (Dio sa come) che in un non meglio precisato futuro la crescita renderà necessaria l’Alta Velocità.

In questa atmosfera di recessione la vecchia peseta è diventata una vera e propria manna. Qui, infatti, l’iniziativa è più che ben riuscita. I piccoli esercizi commerciali, che soffrono la concorrenza della vicina cittadina portoghese di Monçào, hanno visto affluire denaro contante nelle loro casse mentre i clienti, provenienti da tutto il Paese, hanno avuto la possibilità di tirare fuori dal cassetto le vecchie banconote, e godere del vecchio tasso di cambio che ne ha reso conveniente l’uso.

I negozi, che danno il resto ai clienti in euro e trattengono le pesetas per poi versarle alla Banca di Spagna, finora ne hanno accumulate già un milione, che sono tante ma che rappresentano poca cosa se si pensa che in giro per il Paese ce ne sono, sulla base del vecchio controvalore di 166,386, almeno per 1,7 miliardi di euro.

Il successo dell’iniziativa, la cui conclusione viene continuamente rimandata, solleva una serie di domande sull’opportunità di tornare alla moneta nazionale per le economie europee in maggiore difficoltà economica.

Ameijeira Rivas, uno dei commercianti coinvolti nell’iniziativa, ha però dichiarato: «La nostra intenzione era quella di stimolare le vendite, e non far credere che tornare alla peseta sia bello e facile». Certo che non lo è. Ma non bisogna dimenticare che, ad esempio, il 10 novembre scorso l’economista Nouriel Roubini, uno dei pochi ad aver previsto la crisi, ha dichiarato al Financial Times che la vera medicina per l’Italia sarebbe quella di uscire dall’unione monetaria. E di ripartire dalla vecchia lira.

 

Articolo ripreso da ilribelle.com

Collasso totale del mercato immobiliare spagnolo

Il mercato immobiliare in Spagna sembra entrato in una spirale senza fine.I prezzi delle case hanno registrato infatti un vero e proprio crollo nell’ultimo anno e mezzo. E i cali si susseguono ininterrottamente ormai da 14 mesi.

Ad esercitare pressione sul real estate iberico sono, evidentemente, le cattive condizioni dell’economia reale e del sistema bancario.La disoccupazione cresciuta al 23%, lo scarso potere d’acquisto e la mancanza di ripresa rendono infatti impossibile per la maggior parte dei cittadini l’acquisto di immobili.

Al contempo, le difficoltà del mondo finanziario comportano una netta riduzione del flusso del credito.

Così, secondo quanto riferito questa mattina dall’Istituto nazionale di statistica di Madrid, il prezzo medio delle abitazioni spagnole è sceso nel terzo trimestre del 7,4% rispetto allo stesso periodo del 2010, e del 2,8% rispetto al periodo marzo-giugno di quest’anno.

Complessivamente, inoltre, la case nuove invendute sono ormai 700 mila. Una vera e propria stagnazione, che è evidente anche osservando i dati relativi ai mutui: il numero di prestiti erogati è infatti sceso per il 17esimo mese consecutivo a settembre, crollando complessivamente del 42%.

 

Testo ripreso da valori.it

Il debito della Spagna finira’ in default come quello della Grecia

Crescita economica, controllo e riduzione della spesa pubblica, modernizzazione dell’amministrazione, fine della «piaga della crescente disoccupazione», maggior peso internazionale, riforma del lavoro, della sanità e dell’educazione. In Spagna arriva il governo popolare e il futuro premier, Mariano Rajoy, annuncia al Congresso dei deputati il suo programma e la linea economica della X legislatura che sta per iniziare.

Al primo posto vengono le pensioni: no al blocco dell’indicizzazione, ha detto Rajoy, tornando sull’annuncio fatto già in campagna elettorale, da lui stesso definito «l’unico strappo che il nuovo governo si permetterà rispetto alla linea di riduzione delle spese». Per il resto la X legislatura spagnola si apre, almeno nel discorso programmatico, con l’austerità a dettare l’agenda, accompagnata, però da almeno 12 riforme. Una su tutte, la più importante, quella del lavoro.

Se le pensioni saranno indicizzate secondo l’inflazione del 2,9% prevista per l’anno prossimo, infatti, il governo Rajoy promette di sopprimere i prepensionamenti e ritardare il ritiro dal lavoro ai 65 anni d’età che salirà progressivamente fino ai 67 anni nel 2027. A questo si affianca la perdita del sussidio di disoccupazione durante gli ultimi anni di lavoro, un «mezzo troppo spesso usato come pensionamento anticipato», ha sottolineato il futuro premier. E al contrario di quanto avviene oggi, il calcolo pensionistico in Spagna si farà sull’ultimo lavoro svolto e non sull’intera traiettoria lavorativa.

Tra le riforme che l’esecutivo di Rajoy metterà nero su bianco nel primo decreto pronto già per il 30 dicembre, per mettere fine a quello che lui stesso ha definito un lungo periodo di transizione e quasi di vuoto normativo, la riforma del lavoro, prevista per il primo semestre 2012, la seconda negli ultimi due anni, dopo quella già approvata dal governo Zapatero. Al primo posto di quella popolare i cambiamenti del contratto collettivo: la priorità saranno gli accordi differenziati a seconda dell’impresa, del settore e non quelli territoriali.

Niente feste e più controlli per congedi di salute. Tutti i giorni festivi in Spagna a partire dal 2012 passeranno al lunedì, con l’obiettivo di rafforzare, ha spiegato Rajoy, la competitività tra le imprese. Per quanto riguarda l’assenteismo sul lavoro, invece, si metteranno in essere misure più dure di controllo, come d’altro canto si darà vita a nuove misure per la conciliazione della vita lavorativa con quella familiare.

Ma la vera piaga della Spagna è la disoccupazione, cui Rajoy ha accennato senza perdere tempo nell’incipit del suo discorso, sottolineando come negli ultimi quattro anni il Paese abbia visto diminuire 3,4 milioni di posti di lavoro. A questo proposito la riforma dei popolari è chiara: incentivi all’ingresso nel mondo del lavoro per gli under 30, abbonando alle imprese che li assumano il 100% dei contributi per l’intero primo anno di contratto, ma solo se si tratta del primo posto di lavoro.

Ma una delle misure più urgenti, suggerisce Rajoy è il decreto legge per limitare il deficit pubblico, che dovrà scendere al 4,4% (16,5 miliardi di euro) del Pil nel 2012 e a cui il nuovo governo promette di apporre la firma non appena si renderanno disponibili i dati definitivi relativi al deficit 2011. Da quel momento scatteranno per legge limiti di spesa e di indebitamento delle amministrazioni pubbliche e non solo di quella centrale. Si proibirà un deficit superiore allo 0,4% del Pil a partire dal 2020 per tutte le Amministrazioni e i popolari sono pronti a introdurre sanzioni contro le regioni autonome che non rispettino questi paletti. A questo si aggiungerà, se non bastasse, un patto volto a sottoscrivere e appoggiare il clima di “austerità e efficienza” della macchina pubblica.

Non soltanto economia, anche finanza. Tra le 12 riforme previste dal leader dei popolari, che mercoledì riceverà l’investitura come capo del governo, c’è anche quella finanziaria. Si mettono in sicurezza le banche con un piano di risanamento da condurre nei primi sei mesi dell’anno prossimo, per recuperare l’accesso al finanziamento e la ripresa delle erogazioni del credito alle imprese. Ma chi conosce un po’ la situazione spagnola sa che la crisi qui fa rima con casa: case acquistate e mai terminate di pagare, che nella gran maggioranza dei casi sono andate agli istituti finanziari. I quali, nonostante i “saldi” degli ultimi tempi, non riescono più a vendere e quindi a rifinanziarsi. Dall’anno prossimo Rajoy prevede la vendita degli immobili terminati con un’attualizzazione “prudente” del prezzo.

A seguire arriverà una seconda ondata di fusioni tra banche e casse di risparmio (dopo la prima voluta da Zapatero), cui seguirà, ha spiegato Rajoy, una necessaria seconda ondata di prestiti statali per la ristrutturazione dei nuovi istituti che nasceranno. Ma perché il settore bancario spagnolo possa uscire dalla “palude” nelle quale stagna dall’inizio della crisi, i popolari pensano ad una modifica del sistema di supervisione e regolamentazione della Banca centrale spagnola.

Promessa mantenuta, almeno per ora, quella riguardante le imposte. Niente aumento delle tasse, almeno fin quando non si normalizzerà l’economia, promette il leader dei popolari, che anticipa però misure in tal senso a partire già dai prossimi tre mesi. E a proposito di tasse propone: niente Iva se non a compimento della fattura si tratti di piccole e medie imprese o liberi professionisti. Per la casa, poi, i popolari mettono in cantiere nuovi aiuti, con la diminuzione dell’Iva sull’acquisto degli immobili, rinnovando così le agevolazioni volute da Zapatero in scadenza a fine anno.

La sanità e dell’educazione sono tra i punti più scottanti del programma Rajoy, dopo le recenti manifestazioni degli insegnanti e dei medici. La prima verrà sottoposta, per ogni regione autonoma, ad un tetto di spesa per i servizi di base, la seconda, invece, sarà oggetto di una vera e propria riforma che metterà in campo il bilinguismo inglese-spagnolo, una strategia nazionale di qualità dell’educazione, un processo meritocratico di accesso alla professione per gli insegnanti, e infine una riforma universitaria che accrediterà l’innovazione, l’eccellenza e l’internazionalizzazione del sistema.

Ma Rajoy non si lascia sfuggire il resto dell’apparato statale. Oltre ai tagli nella pubblica amministrazione, i prossimi anni di governo avranno l’obiettivo di riformare la trasparenza, il buon governo e l’accesso all’informazione, soprattutto per quanto riguarda la televisione pubblica e gli organi di controllo, in cui i popolari vogliono potenziare l’intervento del Congresso. Sul quale, oggi, vantano una maggioranza stracciante.

 

Articolo ripreso da linkiesta.it

Le banche spagnole alle prese con i titoli tossici dei loro investimenti sbagliati

Esistono «soluzioni intermedie» per affrontare il problema degli asset tossici in possesso delle banche spagnole. E quella che passa attraverso la creazione di una bad bank «comporterebbe un aggravio di costi per la collettività, e dunque per i contribuenti».

Un’eventualità che, per tali ragioni, «occorre fare in modo di evitare». A spiegarlo è stato ieri Cristobal Montoro, responsabile economico del partito popolare spagnolo, uscito vincitore dalle ultime elezioni.

«Possiamo seguire l’esempio di alcuni Stati che hanno preferito altre soluzioni rispetto alle bad bank», ha sottolineato. Se l’orientamento del governo sarà identico a quello del partito di maggioranza, allora occorrerà immaginare ipotesi diverse.

Il partito popolare, che prenderà le redini del governo a partire dalla prossima settimana, ha parlato di «ripuliture e ristrutturazioni» nel settore finanziario locale, ed in particolare in quello bancario.

L’obiettivo è far sì che il comparto torni a costituire un supporto per l’economia reale, attraverso in particolare la concessione di prestiti a cittadini ed imprese. Ma, al di là delle affermazioni di principio, ancora non sono state specificate le operazioni che il nuovo esecutivo intende effettuare.

Il problema, in ogni caso, è incalzante: la banca centrale sta già premendo affinché lo si affronti in breve, dal momento che gli asset tossici o “problematici” individuati nei bilanci delle banche spagnole sono pari ad un valore di 176 miliardi di euro.

 

Articolo ripreso da gazzettadelsud.it

Investire in Spagna dopo i tagli del governo conservatore

La Spagna consegna la maggioranza assoluta ai conservatori di Mariano Rajoy. Con il 44,1% dei voti e 187 deputati, contro un 28,8% di voti e 110 deputati per i socialisti di Alfredo Perez Rubalcaba, la Spagna diventa un paese conservatore dopo 7 anni di socialismo.

Il che significa una maggioranza assoluta per i popolari e la più ampia della democrazia, visto che i popolari governano anche la metà dei comuni spagnoli e 11 su 17 regioni autonome spagnole. La più grande disfatta del Psoe ancora al di sopra di quella incassata nel 2000 da Joaquin Almunia, e che raggiunge il risultato ottenuto alle prime elezioni post costituzionali. Quello che esce dalle urne spagnole però è anche un Congresso colorato e che dà ragione all’appello contro il bipolarismo degli Indignados, aprendo le porte a 12 rappresentazioni politiche.

I partiti minoritari entrano nell’emiciclo del Paese iberico a costo dei voti socialisti, soprattutto la sinistra unita (Iu) che guadagna 11 seggi, mentre il partito di Rosa Diez Upyd guadagna 5 deputati. Le novità assolute sono i partiti nazionalisti: il partito Amaiur, rappresentazione della sinistra basca che si aggiudica 7 scranni, quasi un premio dopo l’abbandono della violenza da parte di Eta, mentre in Catalogna il CiU supera il partito socialista catalano con con 16 deputati contro 14 e diventa la prima forza politica catalana e la terza forza politica dell’emiciclo.

Il presidente uscente Zapatero, accolto da più fischi che affetto all’uscita dal collegio elettorale, lascia nelle mani dei conservatori un paese in crisi e anche se Rajoy, nuovo presidente spagnolo ha promesso di non salire alla Moncloa rimproverando il suo predecessore dell’eredità ricevuta, quello che aspetta Rajoy è un momento duro, molto di più dell’ultima volta che i popolari salirono al governo nel 1996.

Tagli obbligati per 21.000 milioni di euro per ridurre il deficit al 4,4%. Cinque milioni di disoccupati, recessione economica attesa per il 2011-2012, spread intorno ai 500 punti, e un interesse sul debito pari al 7%. E le riforme che aspettano il governo conservatore: riforma della giustizia contro la congestione e lentezza dei processi, e rinnovamento del Tribunale Costituzionale, cui si aggiunge la gestione del deficit della Sanità che si aggira tra i 15 e i 20 miliardi di euro.

Altre decisioni importanti sono anche la linea da seguire con la nuova tappa del terrorismo dell’Eta, la riforma della scuola, e, in politica estera, ritiro delle truppe spagnole dall’Afghanistan e relazioni con i paesi del Nord Africa. Sul piano dei diritti civili, gli occhi internazionali sono puntati sulle due decisioni cruciali per i conservatori: matrimoni omosessuali e aborto. Temi entrambi trattati con la ormai nota ambiguità dal nuovo presidente del Governo spagnolo.

Un presidente che ha sperato tre volte di arrivare alla Moncloa, ma non c’è due senza tre. E così Mariano Rajoy, per la terza volta candidato alla presidenza del Governo spagnolo, ottiene la consegna dalle mani del suo eterno rivale Zapatero, dopo aver aspettato sette anni il suo turno, da quel lontano 2003 in cui il presidente uscente Aznar, certo di avere la vittoria in pugno di fronte ad uno sconosciuto José Luis Rodríguez Zapatero, gli passò lo scettro del partito.

Anche in quell’occasione l’unico dubbio di Rajoy fu se sarebbe stato eletto con la maggioranza assoluta oppure no. Gli consigliarono un cambio di immagine un po’ antiquata per scontrarsi con il giovanissimo Zapatero, e lui si sentì già alla guida del Paese. Ma perse le elezioni, e con la sua famosa timidezza passò dal sogno a leader dell’opposizione. Nel 2008, alle successive nazionali lottò senza tregua, ma anche in quel caso perse e gli spagnoli rielessero Zapatero.

Scontrandosi con parte del suo partito che lo voleva fuori dopo la seconda sconfitta si creò un proprio filone e quando arrivò la crisi economica in Spagna iniziò la sua campagna elettorale contro la gestione socialista dell’economia arrivando a portare il suo partito alla vittoria delle amministrative di maggio in 11 regioni su 17.

Con una campagna elettorale per le generali di novembre tutta in discesa, e questa volta davvero con la vittoria in pugno, nonostante i sondaggi come leader lo dessero perdente. Rajoy ha condotto una campagna di basso profilo, accettando solo un dibattito televisivo con il suo carismatico rivale Rubalcaba, sicuro di avere in tasca la vittoria regalatagli dalla sensazione da parte degli elettori della cattiva gestione socialista della crisi, asso nella manica la disoccupazione crescente e la paura di un progressivo peggioramento della crisi economica.

Facile trovare lo slogan in questo caso: unisciti al cambiamento, in una campagna elettorale che per lui più che una sfida è stata un red carpet, o meglio un tappeto azzurro, mentre sulle sue labbra non è mai comparso il nome del rivale. «Abbiamo un solo avversario – ha ripetuto meeting dopo meeting – la disoccupazione».

Rajoy ha dato prova in ogni occasione mediatica di essere uno affidabile, prevedibile e serio sui cui ogni spagnolo può contare, nascondendo il resto delle sue intenzioni dietro il vocabolo più ricorrente della sua campagna: “dipende”.

A fare il resto è stata la crisi. Il futuro per Rajoy da domani è tutto in salita, questo sì, dopo aver promesso austerità senza dire dove taglierà, unico obiettivo: controllo della spesa pubblica (che nelle regioni governate dai suoi da maggio si è tradotto già in tagli all’educazione e alla sanità, diminuzione delle tasse alle imprese e alle famiglie numerose), riforma del lavoro, non specificato di che tipo, riforme anche della legge per l’aborto e i matrimoni omosessuali, ma anche su questo si è mantenuto ambiguo, Rajoy si prende il potere di decidere nei prossimi mesi e nei prossimi anni come mettere in pratica tutto questo.

E farsi conoscere in Europa dove resta uno sconosciuto.

Dovrà vedersela con Merkel e Sarkozy in un momento nel quale sembra che Olanda e Svezia contino più della Spagna. Non parla inglese e non ha avuto mai a che fare con i partiti europei. In questo contesto economico e con questo profilo, sarà difficile per lui garantirsi forza a Bruxelles, forse per questo, a differenza del suo rivale, Rajoy ha ripetuto per tutta la campagna che il suo obiettivo è tenere i conti in ordine per mantenere le promesse con l’Europa.

Dal canto suo, Alfredo Pérez Rubalcaba, ministro dell’Interno dell’ultimo governo socialista, il velocista che candidato socialista allo sprint finale dopo la sconfitta alle elezioni amministrative di maggio, fin dall’inizio della campagna era cosciente che neanche uno sforzo erculeo sarebbe bastato a vincere, ha lottato fino all’ultimo perché il Psoe non perdesse drasticamente ma non ce l’ha fatta.

Questa resterà nella storia spagnola non solo come la più grande maggioranza raggiunta dal Pp, ma anche come la maggiore sconfitta per i socialisti, il partito che è stato per 14 anni al potere con Felipe Gonzales (1982-1996) e altri 7 con Zapatero.

Lontani quei tempi oggi, con un partito socialista a brandelli, una gerarchia irriconoscibile anche per i militanti, e non soltanto per colpa della crisi economica, stretto fra un’ala sinistra che ha visto nel riformismo di Zapatero un’abdicazione ai principi socialisti dello stato sociale e un’ala progressista, fatta da quel ceto medio che si ritiene il più esposto alla crisi economica. Con la sconfitta di Rubalcaba nel partito socialista nasce una domanda sulle dimissioni del vero segretario di questo partito, il presidente uscente Zapatero, e si apre la lotta alla presidenza, nascosta durante la campagna, ma all’ordine del giorno, soprattutto dopo la sconfitta in Catalogna dell’altra probabile candidata alla segreteria socialista e già ministra della difesa Carmen Chacón che perde contro Ciu.

 

Articolo parzialmente ripreso da linkiesta.it