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  • admin 00:56 il 6 March 2013 Permalink  

    Investire in Ungheria non e’ proprio il caso con queste nazionalizzazioni in arrivo 

    La scelta del premier di centrodestra magiaro scatena l’ira della stampa internazionale e dell’Unione europea. “La Repubblica” lancia un violento attacco e Bruxelles comincia ad agitare lo spettro dei mercati.

    L’Ungheria non piace all’Europa. E il sentimento sembra essere reciproco. Il premier Viktor Orban pensa più al proprio popolo, piuttosto che ai vertici dell’Unione europea. E questo non piace a Bruxelles. L’ultima eclatante e, secondo alcuni, “oltraggiosa” mossa attuata dall’amministrazione del leader del partito di centrodestra, Fidesz, è stata quella di nominare un nuovo Governatore per la Banca Centrale Ungherese (Mnb). Il suo nome è Győrgy Matolcsy, Ministro dell’Economia.

    E’ Orban stesso ad annunciare la nomina, tramite i microfoni di Kossuth Radio. Il Wall Street Journal aveva già ipotizzato da tempo che potesse avvenire questo stravolgimento all’interno dell’Ue, tanto che aveva intervistato Matolcsy sulle sue intenzioni. “La Banca centrale e il Governo dovrebbero cooperare tra loro” aveva risposto ad una delle tante domande l’ex Ministro dell’Economia. Ovviamente, la scelta ha fatto adirare la stampa europea.

    “La Repubblica” definisce il gesto del premier magiaro come “una gravissima sfida ai princìpi del mondo libero e delle istituzioni economiche e finanziarie, dalla Banca Centrale europea al Fondo Monetario Internazionale”. C’era da aspettarselo. Nessuno in Europa vede di buon occhio i tentativi di nazionalizzazione bancaria, che Orban da tempo sta tentando di mettere in atto. E tutti hanno già cominciato a scalciare, strepitare e battere i piedi per terra. Ma, fino a prova contraria, l’Ungheria è uno Stato sovrano e il suo Governo è stato eletto liberamente e democraticamente dal popolo, che ad oggi ancora si rivela dalla sua parte.

    Tra l’altro, anche il Giappone sta attuando le stesse politiche del premier magiaro. Sempre secondo “La Repubblica”, Matolcsy prende il posto di Andras Simor, banchiere apprezzato da personaggi come Mario Draghi e dal Governatore della americana Fed, Bernanke, oltre che da vari capi di Stato, come Angela Merkel ed Obama. Insomma, un uomo di cui i nostri paesi si dovrebbero vantare. Ma ad Orban questo non interessa. D’altronde c’è un limite al volere della Germania, degli Usa o della troika.

    E il premier magiaro non è neanche molto incline a rispettare le direttive europee, dato che da quando si è insediato sia la stampa internazionale, sia il mondo delle istituzioni occidentali, non hanno fatto altro che dargli addosso. Insomma, l’inserimento di Matolcsy ha acquisito un  sapore di nazionalizzazione che non piace a Bruxelles. Ma il nuovo governatore della Magyar Nemetzi Bank ha già dato dimostrazione di essere la persona giusta per questo compito.

    Sempre nell’intervista rilasciata al Wall Street Journal, alla domanda sulle politiche finanziarie europee, ha dichiarato che è un errore iniettare denaro nel sistema bancario a basso costo dalla Bce, a meno che non ci sia un fine specifico. Praticamente, si tratterebbe indirizzare i finanziamenti su obiettivi ben determinati.

    Insomma, quello che hanno detto anche alcuni personaggi, tra cui il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, qui da noi, in Italia. Attuare una sorta di “spending view”, ovvero ridistribuire i fondi europei con una maggiore specificità. Ma a questo “La Repubblica” non ha fatto caso. Per qualche strana ragione, non si è fatto caso a quando Mario Monti “consigliò” i nomi di Luigi Gubitosi e Anna Maria Tarantola per la dirigenza della Rai. Ma quando si parla di Ungheria si devono seguire le direttive europee. E su chi le sfida il colpo di martello deve cadere con maggiore violenza.

    Autore: Federico Campoli.

    Fonte: ilgiornaleditalia.org

     
  • admin 23:30 il 19 November 2012 Permalink |  

    Molto pericoloso investire in Ungheria 

    L’Ungheria è uno degli stati europei che rischia il default. L’ultimo degli episodi che ha segnato la crisi ungherese è stato il fallimento della compagnia aerea Malev. È un paese in ginocchio e ha fatto scalpore la provocazione del governatore Simor della banca centrale ungherese affermando di voler essere pagato solo un fiorino al mese ( per intenderci 1 € equivale a circa 285 fiorini!).

    Secondo Bruxelles, fin dal 2004 l’Ungheria è in condizione di violazione dei parametri del trattato di  Maastricht sul deficit e il debito pubblico, rispettivamente il primo è sopra i tetti massimi enunciati nel trattato, il secondo è all’80 % del PIL con previsioni di aumento e la crescita si preannuncia negativa.

     La situazione generale è critica perché il governo non reagisce e non facilita le condizioni di vita. Secondo i politici la colpa ricadrebbe su Bruxelles, mettendo così a rischio la concessione del credito di 15-20 miliardi stabiliti dall’UE e FMI, senza i quali lo stato rischia il default.

    Nonostante Budapest non sia un paese dell’Eurozona, un suo crollo avrebbe conseguenze gravi sia nei paesi che ne fanno parte, sia nei paesi di successo dell’Europa orientale come Polonia (tema trattato in precedenza), Repubblica Ceca e Slovacchia. Ulteriori problemi potrebbero essere causati anche alle banche occidentali fortemente esposte in Ungheria, in particolar modo quelle austriache: sarebbe una reazione a catena che non risparmierebbe nessuno. Inoltre il premier locale non sembra interessarsi a questa particolare situazione e soprattutto afferma di non credere nel disegno d’integrazione dell’UE, causando così reazione disastrose sui mercati.

    Di conseguenza il governo ha dovuto ammettere che il Paese è in recessione e ha annunciato una serie di misure di austerità per controbilanciare l’effetto della mancata crescita sui conti pubblici e per mantenere il deficit sotto l’obiettivo del tre per cento del PIL fino al 2014. Questa decisione era necessaria alla luce del fatto che l’Ungheria segnerà una crescita negativa dell’1,2% nel 2012, nonostante la previsione di una crescita dello 0,1% e stimando una riduzione della crescita del PIL nel 2013 dall’1,6% all’1,0%.

    L’obiettivo di deficit 2012 è stato aumentato dal 2,5% al 2,7% e per il 2013 dal 2,2% al 2,7%. Per garantire il raggiungimento dell’obiettivo, sono previste spese per 133 miliardi di fiorini (466 milioni di euro) che verranno congelate dal budget di quest’anno. Per il 2013 il governo programma risparmi per 397 miliardi di fiorini.  L’inflazione ungherese infine è stabilmente sopra il 5,0% da inizio anno a seguito di un aumento dell’iva al 27%, l’aliquota più alta nella Ue. Per l’intero 2012 il governo stima un’inflazione al 4,2%, analisti e banca centrale invece tra il 5 e il 6 %.

    Anche analizzando la situazione macroeconomica mondiale, gli indicatori a breve termine riflettono un rallentamento della crescita economica: potrebbe accelerare nel 2013 ma i rischi continuano ad essere elevati  soprattutto a causa dell’escalation della crisi del debito nella zona euro e i persistenti prezzi elevati del petrolio che rappresentano un rischio al ribasso per la crescita globale.

    Come abbiamo annunciato precedentemente parlando dei paesi dell’Europa dell’est, la crescita è stata registrata solo in alcuni essi, quali la Polonia, Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia mentre continua “l’aggiustamento di bilancio” nell’area dell’euro. Questa crisi dell’area euro è causa della recessione e del rallentamento della domanda estera dell’Ungheria e quindi delle esportazioni di questo stato, dato che l’Europa è il principale mercato di riferimento.

     

    Articolo ripreso dal sito beta-factor.it

     
  • admin 01:10 il 3 May 2012 Permalink |  

    La crisi in Ungheria e’ anche una occasione di investimento 

    Il secondo regno di Viktor Orbán è contrassegnato dalla volontà di rompere l’ideologia che ha caratterizzato l’Ungheria dopo la caduta del regime comunista. Tutto quello che dice e che fa va in questa direzione. L’idea guida degli ultimi venti anni era la “modernizzazione”. “La sovranità” era invece solo un elemento di fondo, un miraggio. Lo scopo della seconda era Orbán – la prima è durata dal 1988 al 2002 – è quindi ricostruire il potere sovrano, che si sarebbe disintegrato negli ultimi otto anni [con i governo socialisti-liberali].

    L’obiettivo del suo progetto è di conseguenza la creazione di un capitalismo all’ungherese. La politica in apparenza sconclusionata del suo ministero dell’economia serve in realtà a fornirgli le munizioni per distruggere la rete che continua a tenere le redini del paese. Per il resto il progetto di Orbán è molto semplice: il capitalismo ungherese non può esistere senza capitali ungheresi, in particolare i capitali finanziari.

    Ma come sapere se il denaro, che per definizione non ha odore, è “ungherese”? In che misura una banca che ha una vasta clientela nel paese e che dà lavoro a diverse migliaia di ungheresi può essere considerata “straniera”? È semplice, secondo il “sistema Orbán” possono essere considerati ungheresi i capitali disposti a collaborare alla creazione di un capitalismo ungherese, anche se i limiti di quest’ultimo rimangono vaghi.

    Per creare questo capitalismo ci vogliono quindi delle istituzioni finanziarie – banche e assicurazioni – in grado di “invadere” i mercati. Queste istituzioni si possono creare grazie a degli investimenti diretti dello stato nelle nuove banche o attraverso l’acquisto della sua quota da parte di quelle esistenti. Una volta che saranno schierate in ordine di battaglia, si potrà cominciare a fare pressioni sugli altri attori del mercato.

    Le istituzioni finanziarie create di recente dallo stato sono tutte dirette da uomini di fiducia del primo ministro e anche se le banche austriache o tedesche possono ricomprare delle banche ungheresi, nulla vieta il contrario. Allo stesso modo “le poche istituzioni finanziarie che rimangono nelle mani dello stato” possono sempre essere ricapitalizzate. Inoltre quando sarà il momento sarà sempre possibile di procedere a un riacquisto da parte dello stato delle istituzioni che si sono sviluppate in questi ultimi anni in modo autonomo. Quando si possiedono i due terzi dei seggi al parlamento si può fare quasi tutto.

    Ammettendo quindi che queste istituzioni esistano, bisognerà trovare i capitali per procedere all’invasione programmata. Niente di più facile: lo stato dispone di molti mezzi per avvantaggiare gli attori “locali” nelle gare di appalto o facendo leva sulla regolamentazione fiscale e per spingere nelle braccia delle banche ungheresi la massa di chi cerca dei capitali. In effetti dall’autunno scorso la Pszáf [l’Autorità di sorveglianza del settore finanziario] infligge sempre più volentieri multe agli attori multinazionali. La tassa eccezionale applicata alle istituzioni finanziarie obbliga le banche straniere a trasferimenti netti di capitale nelle loro filiali ungheresi.

    Dal disfattismo all’autarchia

    Ma per ora rimangono numerosi ostacoli alla realizzazione di questo progetto. Prima di tutto le banche ungheresi non hanno abbastanza liquidità per proporre crediti in forint a un prezzo accessibile. E non saranno mai in grado di sostituire i loro concorrenti internazionali nel settore dei crediti alle imprese. I nuovi attori del capitalismo ungherese potranno entrare sul mercato solo attraverso il risparmio o l’aumento di capitale. Ma la popolazione non ha i mezzi per risparmiare; anche lo stato è pieno di debiti e le imprese sono indebitate fino al collo. In questa situazione si ha bisogno di investitori stranieri – o ungheresi – che possano essere convinti della validità del progetto di Orbán. Ma è poco probabile che questi argomenti siano stati all’ordine del giorno in occasione dei suoi recenti viaggi in Arabia Saudita e in Cina.

    Assisteremo invece all’erosione e al crollo delle difese che attualmente proteggono i proprietari del settore finanziario ungherese? È troppo presto per dirlo. Ma il recente abbassamento del rating del paese non lasciare presagire nulla di buono in questo senso. Se il rating continuerà a scendere, le vendite di titoli di stato saranno bloccate e l’euro sopra la soglia dei 300 forint e il franco svizzero a 250 saranno difficilmente alla portata degli ungheresi, per lo più indebitati in valute estere. Se invece il progetto riesce, si creerà una squadra economica favorevole a Orbán, che renderà di fatto il paese ingovernabile per chiunque altro. I politici non avranno altra scelta che scendere a compromessi con questo leviatano economico.

    Da 20 anni le élite post-comuniste e neoliberali – che sono ormai un unico fronte – si sono limitate a servire gli interessi dei capitali internazionali in cambio del sostegno morale e finanziario dell’occidente. Di fronte a questa strategia di sopravvivenza basata sul disfattismo, il progetto di Orbán corrisponde molto meglio allo stato d’animo attuale degli ungheresi, stanchi di subire passivamente. Il problema di questo progetto non è quello che gli rimproverano gli ambienti d’affari (che sono apolitici) o gli analisti liberali o di sinistra tendenti a dare un carattere eccessivamente politico alla questione. Il vero problema è che indipendentemente dalla riuscita o meno del progetto di Orbán, il risultato sarà tragico.

     

    Articolo ripreso da presseurop.eu

     
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