Aggiornamenti da dicembre, 2012 Attiva/disattiva nidificazione dei commenti | Scorciatoie da tastiera

  • admin 00:54 il 29 December 2012 Permalink |  

    Investire negli USA fiscal cliff permettendo 

    Oltre al Fiscal cliff, il Debt ceiling. Gli Stati Uniti stanno lottando con se stessi. Mentre Wall Street combatte contro l’austerity delle festività natalizie in versione 2012, Washington continua a ballare sul filo del rasoio del baratro fiscale. Il limite massimo, il 31 dicembre di quest’anno, sarà superato. Ormai è chiaro. E sull’America si abbatterà la scure della fine degli incentivi fiscali introdotti da George W. Bush, rischiando di provocare una nuova recessione. Innalzamento delle tasse per la più grande fetta degli americani e tagli automatici alla spesa pubblica. In tutto, il Fiscal cliff vale circa 600 miliardi di dollari. Tuttavia, si combatte anche contro il tetto del debito, che sarà superato anch’esso il prossimo 31 dicembre.

    Oggi sono proseguite le negoziazioni fra Barack Obama e i rappresentanti di Camera e Senato. Lo speaker repubblicano della Camera, John Boehner, dopo il fallimento del suo piano di riserva nei giorni scorso, ha voluto prendersi ancora alcuni giorni prima di portare continuare il dialogo. Di contro, il senatore democratico Harry Reid, leader al Senato, ha duramente criticato Boehner, addossandogli la maggior parte delle colpe per il mancato accordo.

    «Siamo a un punto morto». Così Reid ha commentato gli ultimi sviluppi della vicenda che sta tenendo con il fiato sospeso l’America. «Boehner dovrebbe riconsiderare di prendere in mano la proposta dei democratici», ha spiegato il senatore democratico. Lo speaker della Camera ha però rifiutato di considerare l’introduzione di una legge che preveda l’estensione degli sgravi fiscali per coloro i quali hanno un reddito inferiore a 250.000 dollari. Di contro, Boehner rimane, per ora, fermo sulla sua proposta di innalzamento delle aliquote solo a chi supera il reddito di un milione di dollari. Il precipizio fiscale diventa quindi sempre più vicino. La scadenza del 31 dicembre è imminente e a meno di improvvisi passi in avanti nelle prossime ore, gli USA sperimenteranno per la prima volta il Fiscal cliff. I negoziati riprenderanno domenica prossima. La speranza è che due giorni servano a rendere possibile un avvicinamento delle parti.

    I mercati finanziari, nel frattempo, sono sempre meno ottimisti. «Il baratro sarà realtà entro pochi giorni e poi si vedrà», diceva oggi una nota di Morgan Stanley. Una presa di coscienza verso quello uno scenario per ora difficile da prevedere. È facile, come spiega J.P. Morgan, che un accordo si trovi entro la fine del primo trimestre del 2013. In tempo utile, quindi, prima che si palesino gli effetti più devastanti dell’innalzamento delle imposte e l’arrivo dei tagli automatici alla spesa. Eppure, un rischio c’è. E quello di un ulteriore downgrade degli Stati Uniti. E si tratterebbe del secondo declassamento dopo quello di Standard & Poor’s avvenuto nell’agosto 2011, quando Washington perse il suo rating AAA.

    L’America balla però su un altro burrone. Anzi, per la precisione, su un tetto. Si tratta del Debt ceiling, il tetto del debito. Nella notte scorsa il segretario del Tesoro Timothy Geithner ha comunicato al Congresso che il limite massimo del debito, già innalzato nel 2011, sarà superato nuovamente. Il 31 dicembre prossimo saranno sorpassati i 16.400 miliardi di dollari. E il Tesoro ha comunicato che è pronto il piano di contingenza per evitare il default americano. Ipotesi non troppo remota, come si è visto un anno e mezzo fa. Per la precisione, una volta che il Debt ceiling sarà infranto, il Tesoro avrà l’autorità per sospendere le emissioni di debito tramite due fondi specifici, il Civil service retirement and disability fund (Csrdf) e il Postal service retiree health benefits fund (Psrhbf).

    Nel caso particolare del Csrdf, il 31 dicembre dovrebbe esserci il pagamento di interessi per circa 16 miliardi di dollari verso il fondo stesso, che in genere sono reinvestiti. Il Tesoro potrebbe bloccarli per poter utilizzare quelle risorse per fare fronte ad altre voci di spesa più immediate. Allo stesso modo, Geithner ha specificato che potrebbe bloccare il reinvestimento quotidiano del Government securities investment fund (G Fund), che rientra nel Federal employees’ retirement system thrift savings plan. Il G Fund non è altro che il fondo monetario che utilizza i fondi pensionistici degli impiegati federali. Così facendo, il Tesoro avrebbe a disposizione circa 156 miliardi di dollari a disposizione, l’intera somma del G Fund. Infine, la stessa misura potrebbe avvenire per l’Exchange stabilization fund, in modo da creare un cuscinetto di 23 miliardi di dollari.

    In totale, se il Debt ceiling fosse superato, il Tesoro avrebbe a disposizione circa 200 miliardi di dollari per sopravvivere in attesa di un altro accordo sul debito. Poco, specie considerando l’immensa macchina federale statunitense. Ancora meno considerando il Fiscal cliff.

     

    Articolo ripreso dal sito linkiesta.it

     

     

     
  • admin 00:15 il 2 May 2012 Permalink |  

    La Cina e l’America combattono sul fronte tecnologico 

    Huawei annuncia lo stop a nuovi contratti e progetti in Iran. Gli Stati Uniti plaudono alla mossa del colosso cinese delle telecomunicazioni. Tehran tace. Scelta autonoma, dicono da Huawei, ma nel gigante d’Asia non si muove foglia che il Partito-Stato non voglia.

    E’ la prima volta che un’azienda cinese – che da tempo lavora per una forte penetrazione nel mercato americano – decide di smarcarsi, seppur parzialmente, dall’Iran. Restano tutte da verificare le ripercussioni effettive della decisione dell’azienda che punta sull’Italia per le tecnologie wireless a microonde, con l’unico centro di ricerca fuori dai confini della madrepatria.

    E’ l’inizio della tregua, in terra iraniana, nella “guerra hi-tech” tra Cina e Usa?

    Huawei, fornitore di dispositivi per le telecomunicazioni a livello mondiale secondo solo alla svedese Ericsson, «ridurrà in modo volontario i progetti di sviluppo (in Iran, ndr) senza cercare nuovi clienti e limitando le attività a quelli esistenti», si legge in un comunicato pubblicato sul sito web dell’azienda fondata nel 1987 a Shenzhen da Ren Zhengfei. Ren, particolare non trascurabile, è un ufficiale a riposo dell’Esercito popolare di liberazione. Huawei, che vanta accordi e contratti con i più importanti operatori europei (e non solo), motiva la decisione parlando «di una situazione sempre più complessa in Iran», dove fa affari con compagnie controllate dal governo.

    La Repubblica Islamica è notoriamente sotto accusa per la repressione delle proteste in occasione delle elezioni presidenziali del 2009, che hanno riconfermato Mahmoud Ahmadinejad alla presidenza, e per il controverso programma nucleare. Tehran, al culmine della crisi siriana, appare sempre più isolata, mentre lo scontro ai vertici – tra l’ultraconservatore Ahmadinejad e la Guida Suprema, ayatollah Ali Khamenei – si inasprisce di giorno in giorno.

    Da un articolo di ottobre del Wall Street Journal emergeva come il colosso di Shenzhen avesse sfruttato il ritiro delle aziende occidentali dall’Iran, potenziando il proprio giro d’affari. Nell’articolo si parlava di un contratto siglato a inizio anno per forniture alla Mobile Communication Company of Iran di prodotti che potrebbero essere utilizzati per tracciare le conversazioni. L’azienda cinese, ovviamente, ha respinto ogni accusa. Tra Paesi tristemente noti per interventi dei censori, abilità nel controllo delle comunicazioni e violazioni dei diritti umani ci si intende.

    Il mese scorso, ha scritto invece il Financial Times, Huawei ha vinto un appalto per la fornitura alla Mtn Irancell, secondo operatore di telefonia mobile della Repubblica Islamica, di una piattaforma per la distribuzione di news sui cellulari. Anche in questo caso l’azienda cinese ha negato di essere d’aiuto ai censori iraniani.

    Nel 2010 Huawei ha dichiarato un fatturato complessivo di circa 30 miliardi di dollari, ma non è facile quantificare il volume d’affari in Iran. In parte, sottolinea il Wsj, anche perché spesso avviene attraverso la Skycom Tech di Hong Kong. Ovviamente, di nuovo, nella nota in cui annuncia la riduzione delle attività in Iran, Huawei sottolinea che gli affari nella Repubblica Islamica sono sempre avvenuti nel «pieno rispetto di tutte le leggi e i regolamenti applicabili, compresi quelli di Nazioni Unite, Usa e Unione Europea».

    Il colosso di Shenzhen strizza l’occhio all’Occidente. A febbraio Huawei ha pubblicamente dichiarato di voler sbarcare a pieno titolo nel mercato americano, senza più problemi. La notizia della riduzione delle attività in Iran, non a caso, è stata rilanciata ieri dal Global Times, giornale di riferimento per le notizie internazionali. Secondo fonti del Wsj, la scelta di rompere con la Repubblica Islamica è arrivata dopo un lungo dibattito interno a Huawei e “scambi di opinioni” con consulenti e legali americani.

    Il Dipartimento di Stato americano ha subito accolto con favore l’annuncio di Huawei, invitando «tutte le aziende alla massima attenzione nel fare affari con l’Iran per essere certi che i contratti non rafforzino l’abilità del governo iraniano nella repressione». Mark Wallace, presidente di United Against Nuclear Iran ed ex ambasciatore americano all’Onu, ha sottolineato come per «la prima volta un’importante azienda cinese si ritiri dall’Iran alla luce del crescente sdegno internazionale per il brutale regime iraniano». United Against Nuclear Iran sembra aver avuto un ruolo nella decisione del colosso cinese.

    Se nel quartier generale di Huawei ha prevalso la linea di chi considerava sempre più a rischio i potenziali grandi affari negli Usa e quelli già fruttuosi in Europa, a dispetto della tesi dei fautori del «business is business», è anche perché di recente gli Usa hanno bloccato l’ingresso del colosso cinese in alcuni progetti per timori legati alla «sicurezza nazionale».

    A settembre, ricorda il Ft, Washington ha impedito a Huawei di entrare nel piano di sviluppo di una rete wireless studiata per le forze dell’ordine e altri servizi d’emergenza. La paura è che lasciar penetrare Huawei – e con lei la Repubblica Popolare – nel mercato americano renda gli Usa vulnerabili ad attività di spionaggio, ad attacchi in stile guerra asimmetrica del XXI secolo.

    A inizio mese Huawei – progetti in 140 Paesi con 120mila dipendenti nel mondo, 1.500 dei quali negli Stati Uniti e un migliaio in Iran – si è mossa per fare pressioni sugli Usa affinché non vengano intaccati i progetti di sviluppo dell’azienda, dopo essere stata esclusa (insieme alla Zte) da molti contratti pubblici. Il 4 dicembre il Global Times ha riferito di una missiva della dirigenza del colosso cinese in cui di fatto si ricorda a Washington come l’azienda dia lavoro a tanti americani. E’ stato solo l’ultimo passo della “guerra hi-tech” in atto tra Cina e Stati Uniti.

    Il 17 novembre, infatti, il governo americano ha avviato un’indagine sulle aziende cinesi di dispositivi per le telecomunicazioni con l’obiettivo di verificare che la loro espansione negli Usa non faciliti attività di spionaggio. Pesa ancora, oltre tutto, il braccio di ferro di Pechino con Google in seguito alla crisi scoppiata a inizio 2010 quando venne sventato un attacco informatico ai danni del colosso di Mountain View.

    E al Congresso non dimenticano le accuse a Huawei di aver venduto dispositivi all’Iraq all’epoca di Saddam Hussein.

    «Gli Usa hanno sempre controllato da vicino le esportazioni cinesi di tecnologia e lo fanno soprattutto ora che le tecnologie di Huawei hanno superato in molti aspetti quelle della concorrente americana Cisco System», ha commentato al Global Times He Manqing, direttrice e ricercatrice di uno dei centri dell’Istituto di ricerca del ministero del Commercio di Pechino. Huawei, in una fase di ridefinizione di target, è da sempre sospettata di essere uno dei tanti tentacoli del governo e dell’apparato militare cinese. Anche per il passato del suo fondatore.

    Proprio la Cisco System, non va dimenticato, è stata accusata di aver dato una mano ai cinesi nell’elaborazione delle tecniche di censura su Internet. Su Yahoo, invece, la bufera si è abbattuta dopo l’arresto di un dissidente cinese sulla base di informazioni ottenute dalle autorità di Pechino grazie al suo account email.

    Storica sostenitrice del principio di non interferenza nelle questioni interne di altri Paesi, forte del potere di veto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la Cina oppone da sempre resistenza a sanzioni contro l’Iran e invita costantemente a seguire la via del dialogo sul dossier nucleare. Tehran, che da tempo vede nella Repubblica Popolare una valida alternativa agli affari con l’Occidente, costituisce per Pechino il terzo fornitore di greggio e il quinto di minerale di ferro.

    Se Huawei parla di decisione assunta in modo «volontario», se il colosso mira a penetrare nel mercato americano senza troppi problemi e se in Cina non si muove foglia che il Partito-Stato non voglia, allora la “tregua iraniana” – se tregua sarà – può essere letta guardando alla situazione interna del gigante d’Asia.

    Alla vigilia della delicata transizione del 2012, dal tandem Hu Jintao-Wen Jiabao alla Quinta generazione, la Cina – pragmatica e abile nei giochi di soft power – rimane affamata di materie prime, ma anche alla ricerca di sbocchi di mercato. Il futuro presidente Xi Jinping, in estate, ha già fatto gli onori di casa a Joe Biden.

     

    Articolo ripreso dal blog IlMondoDiAnnibale

     
  • admin 21:29 il 26 April 2012 Permalink |  

    La banca centrale europea si fa prestare soldi anche dalla FED 

    Fed di nuovo sotto accusa negli Stati Uniti.
    A puntare il dito contro l’istituto guidato da Ben Bernanke è l’ex vice presidente della Fed di Dallas, Gerald O’Driscoli, che sulle pagine del Wall Street Journal attacca: «la Fed sta salvando le banche europee, con accordi finanziari bizantini» che «alimentano l’azzardo morale e le distorsioni».
    Nel mirino di O’Driscoli ci sono gli swap in dollari con la Banca Centrale Europea e altri istituti, operazioni «non trasparenti che creano problemi in una democrazia». L’accusa arriva nel giorno in cui la Bce vede crescere ulteriormente il proprio bilancio a 2.730 miliardi di euro (3.550 miliardi di dollari), ovvero una cifra superiore ai 2.920 miliardi di dollari della Fed (dato relativo alla scorsa settimana).
    La Bce e la Fed – afferma O’Driscoli – potrebbero usare altre modalità per elargire prestiti: l’istituto di Francoforte potrebbe prestare direttamente euro alle banche, che potrebbero acquistare dollari sui mercati dei cambi. La Fed potrebbe invece concedere prestiti direttamente alle divisioni americane delle banche europee. «Le due banche centrali sono invece impegnate in queste procedure», gli swap, «perchè ognuna delle due ha bisogno di una foglia di fico.
    La Fed è imbarazzata dalle rivelazioni dei fondi concessi alle banche straniere in precedenza, e non vuole il debito di banche non americane nel proprio bilancio. La Bce è intrappolata in una situazione politica e legale ancora maggiore», aggiunge O’Driscoli, secondo il quale «la Fed non ha l’autorità per salvare l’Europa.
    Testo articolo ripreso da gazzettadelsud.it
     
  • admin 21:18 il 26 April 2012 Permalink |  

    Il debito pubblico USA finanzia la rielezione di Obama 

    Barak Obama vuole riconquistare la Casa Bianca con il rimpatrio delle truppe americane dall’Iraq, ce ne siamo accorti questa settimana ascoltando la sua retorica elettorale. Entro la fine del 2011, infatti, i 50 mila soldati ancora di stanza in quel paese torneranno a casa.

    Obama parla di vittoria ma tutti sanno che questa non è la parola esatta per descrivere la fine di una guerra illegale. Sono le cifre a dircelo, quelle dei morti e delle spesa militare statunitense. Durante otto anni di conflitto gli americani hanno tenuto in Iraq in media 100-150 mila soldati.

    Nel 2007, durante il “surge”, la tattica usata da Bush per reprimere l’insurrezione moltiplicando il numero delle truppe sul campo, solo quelle di stanza a Baghdad aumentarono di circa 30 mila soldati.

    Obama chiude a dicembre un capitolo drammatico per chiunque sia rimasto invischiato in questa guerra. Dall’inizio dell’Operazione Iraqi Freedom, il 19 marzo del 2003, gli Stati Uniti hanno perso 4.487 soldati, senza contare più di 50 mila feriti.

    Ma il prezzo più alto in termini di vite umane lo hanno pagato gli iracheni. Difficile stabilire il numero esatto di morti. Il Lancet, la rivista medica britannica, parla di oltre 600 mila vittime a causa della guerra e della violenza settaria che questa ha scatenato.

    Uno studio condotto dalle Nazioni Unite nel 2007, Iraqi Family Health Survey, parla di 151 mila morti tra il marzo del 2003 e il giugno del 2006, il periodo più ‘caldo’ della guerra. Iraqi Body Counts, una terza organizzazione che ha tentato nel 2010 di quantificare il numero delle vittime sostiene che fino a luglio del 2010 il numero dei morti era  di 97.461.

    Ma il bilancio negativo di questa guerra colpisce anche e soprattutto il portafoglio degli americani, oggi più poveri che 8 anni fa. Il Paese è dovuto ricorrere all’indebitamento per pagare le spese di guerra. Secondo uno studio condotto di recente dal Congresso entro la fine del 2011 gli Stati Uniti avranno speso complessivamente 802 miliardi di dollari per finanziare il conflitto.

    A detta di Joseph Stigliz e Linda Bilmes, economista ad Harvard, la guerra in Iraq è costata molto di più, circa 3 mila miliardi di dollari, una cifra che tiene conto anche dell’impatto che il conflitto ha avuto e continua ad avere sul bilancio e sull’economia americana. Queste cifre Obama non le svelerà ai suoi elettori potenziali, ma il mondo è destinato a scoprirle grazie all’opera d’informazione della storia.

     

    Articolo ripreso da caffe.ch

     
  • admin 01:45 il 19 April 2012 Permalink |  

    Investire in USA nonostante il calo dell’economia nel 2012 

    L’economia americana cresce meno del previsto, con il Pil che nel terzo trimestre 2011 sale solo dell’1,8% contro la precedente stima del +2,0%. Segnali di miglioramento arrivano invece dal mercato del lavoro, con le richieste di sussidio alla disoccupazione che scendono ai minimi dal 2008.

    Ma gli analisti invitano alla cautela: il quarto trimestre si chiude caratterizzato da un’ondata di dati congiunturali positivi, ma la crescita nelle prima metà del 2012 rallenterà. E le prospettive sono ancora peggiori se gli sgravi fiscali sugli stipendi non saranno estesi causando un aumento delle tasse per 160 milioni di americani dall’1 gennaio. «Gli sgravi sono un’assicurazione per la ripresa economica», afferma il presidente Barack Obama, che calcola in 40 dollari al mese il costo per dipendente dalla mancata estensione, con un impatto medio annuale di 1.000 dollari a famiglia.

    E questi fondi in meno nelle tasche delle americani avranno effetti sui consumi, già aumentati meno delle stime nel terzo trimestre, con solo un +1,7%. Per spingere la Camera ad approvare il compromesso sull’estensione di due mesi degli sgravi, Obama invita gli americani a farsi sentire. E crea una pagina internet ad hoc sul sito della Casa Bianca e un particolare indirizzo Twitter dove la gente comune può spiegare cosa si può fare con 40 dollari al mese: in poche ore arrivano 30.000 commenti, 2.000 ogni ora. «Con 40 dollari riscaldo la casa per tre notti.

    Se qualcuno pensa che 12 galloni (1 gallone sono 3,8 litri) di gasolio da riscaldamento non siano nulla, dovrebbe provare a stare tre notti in una casa non riscaldata», scrive Richard da Rhode Island.

    Obama legge anche altri messaggi nel corso della sua dichiarazione pubblica, nella quale attacca i repubblicani colpevoli di un’impasse che è il «motivo» di frustrazione degli americani nei confronti di Washington. «Pete dal Wisconsin ci dice che senza i 40 dollari dovrebbe limitare a tre e non più quattro le visite per tenere compagnia al padre che si trova in una casa per anziani», aggiunge Obama.

    L’impatto di un mancato accordo sarà pesante anche per l’economia, che – evidenzia Obama – inizia a muoversi nella giusta direzione ma che si trova ad affrontare diverse sfide, fra le quali la crisi del debito europea.

     

    Articolo ripreso da gazzettadelsud.it

     
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