Investire nell’industria farmaceutica sara’ difficile nei prossimi anni 

Diversi medicinali trainanti della farmaceutica tra qualche anno saranno sostituiti da generici, a causa della scadenza dei brevetti. Giocando d’anticipo, le industrie del ramo hanno iniziato uno snellimento degli effettivi, per preservare margini molto confortevoli.

Gli affari dei giganti mondiali della farmaceutica nel giro dei prossimi tre o quattro anni dovrebbero rallentare un po’. Secondo un rapporto della banca privata ginevrina Pictet, fino al 2013 la crescita del settore non supererà il 4%.

La causa principale è la famosa “patent cliff” (scogliera del brevetto), ossia la scadenza oltre la quale la formula di un farmaco brevettato non è più di monopolio dell’inventore (in genere dopo 20 anni). Altre industrie possono dunque produrre versioni generiche a un prezzo più basso dell’originale sul quale hanno inciso i costi di ricerca e di sviluppo.

Le pubblicazioni sul tema abbondano e le cifre variano leggermente a seconda degli autori e del numero di prodotti presi in considerazione. Stando agli analisti di Pictet, in totale i medicamenti “originali” i cui brevetti scadranno entro il 2015 rappresentano un fatturato di 150 miliardi di dollari.

Tra questi, il Diovan, un farmaco contro l’ipertensione della svizzera Novartis. Con un fatturato annuo di sei miliardi di dollari è la pastiglia più redditizia del gigante basilese, molto lontano davanti al preparato contro il cancro Glivec (4,3 miliardi). Il brevetto del Diovan è scaduto nel novembre 2011 nella maggior parte dei paesi d’Europa e scadrà negli Stati Uniti nel settembre 2012. Tra due anni, la stessa sorte toccherà al Glivec.

La forza di vendita

Il 13 gennaio, Novartis ha annunciato il taglio di 1960 posti di lavoro negli Stati Uniti, nell’ambito di un piano per risparmiare 450 milioni di dollari. Tra coloro che perderanno l’impiego quest’anno, vi sono 1630 rappresentanti di vendita, ossia coloro che cercavano di convincere i medici a prescrivere il Diovan, piuttosto che un farmaco simile prodotto dalla concorrenza.

“Con le malattie cardiovascolari e l’ipertensione, siamo in mercati di massa. Se per l’oncologia e la sclerosi multipla, ad esempio, ci si rivolge a un piccolo gruppo di medici, che esaminano attentamente gli studi clinici, nel caso di un farmaco contro l’ipertensione, è il marketing che conta. Come nel consumo in generale”, spiega Odile Rundquist, dell’agenzia di intermediazione Helvea a Ginevra.

“In effetti, sul mercato ci sono prodotti quasi migliori del Diovan, aggiunge l’analista, che ha anche un dottorato in biochimica. Ma è la marca Novartis e la forza di vendita che hanno permesso un tale successo”.

Una forza di vendita ora parzialmente ridotta e che non sarà compensata con la vendita del Tekturna. Infatti, il presunto successore del Diovan, per il quale Novartis aveva rilevato nel 2008 la società biotecnologica basilese Speedel (per 907 milioni), si è rivelato pericoloso per certi diabetici. Anche se Novartis decidesse di non ritirarlo dal mercato, la sua carriera di best-seller è in ogni modo compromessa.

Novartis recupererà?

Gli analisti lo sanno: la perdita di un brevetto significa l’arrivo di generici e il declino delle vendite fino al 90% nel giro di due anni. Tuttavia, la scadenza del brevetto del Diovan non metterà in ginocchio la Novartis.

Per definizione, la perdita di un brevetto non è mai una sorpresa e, per ora, i mercati non hanno penalizzato la multinazionale basilese. Odile Rundquist si dice fiduciosa “sul futuro di Novartis, che ha un portafoglio di prodotti molto completo, con medicinali piuttosto rivoluzionari, sia nel campo della sclerosi multipla – per la quale offre il primo trattamento orale – sia in quello dell’oncologia”.

Per l’analista, quindi, “quel che Novartis perderà con il Diovan sarà ampiamente compensato con nuovi prodotti”. Per quanto riguarda le altre aziende colpite dalle prossime scadenze di brevetti, la Rundquist prevede le maggiori difficoltà per l’anglo-svedese AstraZeneca, “la cui pipeline di nuovi prodotti è piuttosto debole” e che potrebbe “perdere il 4-5% del fatturato nei prossimi anni”.

E Roche, l’altro gigante elvetico? Odile Rundquist vede questa società in “ottima posizione. Hanno pochi brevetti che stanno per scadere. E possiedono dei medicamenti biologici, ossia delle molecole che sono molto più complicate da produrre rispetto alle pure molecole chimiche. E si sa che in questo caso, la perdita di introiti per la scadenza del brevetto è meno rapida”.

Soldi sempre il solito ritornello

Alla fin fine, gli anni che si annunciano “difficili” per l’industria farmaceutica lo saranno principalmente per il personale. “Tutte le grandi case farmaceutiche hanno avviato vasti programmi di ristrutturazione negli ultimi anni per cercare di mantenere i margini”, ricorda Odile Rundquist.

Margini che fanno impallidire la maggior parte dei commercianti di prodotti di consumo. Novartis, per esempio, ogni anno registra vendite per 50 miliardi di dollari e consegue 10 miliardi di utili. In queste condizioni, i tagli occupazionali recenti e futuri obbediscono veramente ad una logica imprenditoriale o piuttosto a una logica finanziaria?

La risposta di Paul Dembinski, direttore dell’Osservatorio della finanza svizzera è ovvia: “È ormai da anni che le grandi aziende ragionano in primo luogo in termini finanziari. L’industria è un mezzo per ottenere risultati finanziari, non è la finanza che è al servizio della produzione industriale. L’inversione è stata effettuata ovunque, anche al livello di Novartis e altri”.

 

Testo ripreso da swissinfo.ch