Aggiornamenti da maggio, 2012 Attiva/disattiva nidificazione dei commenti | Scorciatoie da tastiera

  • admin 20:28 il 29 May 2012 Permalink |  

    Gli italiani investono molto male i propri risparmi 

    Il 2011 non è stato un anno esattamente favorevole per le società di gestione. La raccolta netta sui fondi è stata pesantemente negativa. Per molti ma non per tutti. Mediolanum e Azimut in testa che hanno raccolto rispettivamente in un anno nero per i mercati rispettivamente 1.423 e 140 milioni di euro.

    E dove li hanno mandati questi soldi raccolti presso i risparmiatori italiani? A Dublino e in Lussemburgo dove hanno sede le società di gestione più ricche come masse gestite dei rispettivi gruppi. Ma perché questi soldi non sono rimasti sulle società di gestione italiane?

    Forse per via di una normativa molto più lasca sul fronte del calcolo delle commissioni di performance che ha consentito alle due società di gestione di incamerare nel 2011 nel caso di Mediolanum oltre 90 milioni di euro di commissioni di incentivo mentre nel caso di Azimut siamo a 30 milioni di euro di commissioni di performance.

    Ma come vengono calcolate queste commissioni? Non certo sulla bravura dei gestori di battere il mercato. E non certo in modo consono ai dettami di Banca d’Italia che tanto non ha legislazione sui fondi maggiormente collocati da Mediolanum e Azimut che non sono, infatti, di diritto italiano ma basati in Irlanda e Lussemburgo.

    Del resto come mostra un recente studio di Mediobanca il risparmio gestito è un grande business e le due società italiane sono al 13 e 15 posto nella classifica mondiale delle società specializzate nel wealth management. Con un parco promotori che nel caso di Mediolanum fa invidia al Credit Suisse (che ha asset under management 41 volte superiori a Mediolanum ma non altrettanti promotori). Un dato curioso.

    Che spiega forse come mai queste società per collocare i propri prodotti che non hanno esattamente come commissioni di gestione prezzi da hard discount ricorrano anche a un esercito di venditori motivati e sparsi capillarmente sul territorio.

    Che riescono a far pagare ancora le commissioni di ingresso sui fondi e a far digerire ai propri clienti commissioni di incentivo che scattano anche quando il cliente va in rosso.

    Ma forse a correre rischi i clienti di Mediolanum sono abituati visto che secondo dati di Assogestioni mediamente gli italiani detenevano nel 2010 come asset allocation tipo l’11,8% di fondi azionari, il 30,1% di fondi obbligazionari, il 15,2% di fondi di liquidità, il 25,9% di fondi flessibili e il 5,3% di bilanciati mentre i clienti Mediolanum avevano nel 2010 circa il 60% di fondi azionari, circa il 28% di fondi obbligazionari mentre solo il 4% del patrimonio dei clienti Mediolanum era investito su fondi di liquidità.

     

    Articolo ripreso da moneyreport.it

     
  • admin 01:25 il 16 February 2012 Permalink |  

    Investire sulla crescita per salvare l’Europa 

    Presto i cori di giubilo per l’accordo raggiunto alle quattro del mattino del 27 ottobre a Bruxelles lasceranno il posto agli interrogativi. A non convincere sono in particolare le modifiche al Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf), basate sull’idea di assicurare una parte delle obbligazioni dei paesi sovraindebitati. Inoltre il nuovo budget dell’Efsf, mille miliardi, resta comunque al di sotto delle aspettative.

    Anche l’idea di creare un secondo fondo, il cosiddetto “veicolo speciale” aperto ai capitali della Cina e degli altri paesi emergenti, è già oggetto di forti critiche. E non certo a sproposito: davvero vogliamo affidare il nostro destino alla Cina? Come faremo d’ora in poi a limitare il valore dello yuan o a denunciare le politiche interne di Pechino?

    Tuttavia l’aspetto fondamentale del nuovo accordo è un altro. Manca la crescita. Il vertice non ha posto le basi per una politica macroeconomica comune e non ha fatto nulla per appianare le differenze tra gli stati membri.

    Dal rigore al “commissariamento”

    Il tema delle politiche economiche viene affrontato dall’accordo di Bruxelles soltanto in termini di controllo. I capi di stato e di governo hanno preso due decisioni significative: innanzitutto intendono rafforzare l’idea di una governance dell’eurozona, rischiando di ampliare la frattura con gli stati membri che non condividono la moneta unica e di creare un’altra struttura tanto complessa quanto inefficiente. In quest’ottica deve essere considerata la decisione di creare un “eurovertice”, presieduto dai capi di stato e di governo e non dai ministri delle finanze. Insomma, siamo già passati a un livello successivo. Inoltre, è stato istituito un segretariato permanente, dal nome ridondante di Eurogroup Working Group. Il problema è che al momento non è chiaro quale sarà il rapporto tra il nuovo organismo e la Commissione. Tra l’intergovernamentale e il federale, non si sa da che parte penderà la bilancia.

    La seconda decisione scaturita dal vertice di Bruxelles riguarda l’ulteriore rafforzamento del controllo sui bilanci degli stati membri. Dall’inizio dell’anno è in funzione un meccanismo di coordinazione, il “semestre europeo” (nome meno ridondante ma senz’altro oscuro), che impone a ogni stato di inserire la propria manovra economica nel quadro di un progetto pluriennale discusso in precedenza con Bruxelles. In questo modo l’Europa valuta le manovre di bilancio di una nazione ancora prima che vengano votate.

    L’accordo si spinge ancora oltre e impone l’introduzione entro il 2012 di una “regola d’oro” costituzionale sui bilanci, che d’ora in poi dovranno basarsi su stime di crescita “indipendenti”. Si tratta di un primo passo verso una Commissione di bilancio indipendente all’anglosassone. Ogni iniziativa che avrà un potenziale impatto sugli altri paesi dovrà essere comunicata alla Commissione. Per gli stati al di fuori di Maastricht e “sotto osservazione”, una simile disciplina rasenta il commissariamento: la Commissione sarà sostanzialmente incaricata di gestire (“monitorare”) le loro manovre economiche.

    In ogni caso, il controllo è qualcosa di molto diverso dal coordinamento. La Germania esce vincitrice dal vertice e potrà imporre le sue regole agli altri stati. Di per sé non è una cattiva notizia. Il sogno della Francia di un governo economico europeo è invece rimasto tale: la politica economica d’insieme resta invariata. Come invariato rimarrà il rischio che l’imposizione delle misure di austerity possa falciare ogni speranza di crescita economica. D’altronde, non è stato fatto nulla per soddisfare la necessità dei paesi che soffrono di sovrapproduzione (come la Germania) di mantenere alta la domanda.

    Un’Europa spaccata in due

    L’accordo di Bruxelles non risolve nemmeno l’altro problema di fondo del progetto europeo: le disuguaglianze tra gli stati. È il grande inganno dell’euro. Anziché convergere sotto l’influenza della moneta unica, le economie nazionali hanno fatto l’esatto contrario: le differenze nella produttività, nei costi della manodopera e nel commercio estero sono aumentate.

    In sostanza si è ampliata la frattura tra l’Europa del nord che produce troppo (Germania, Olanda, Danimarca, Repubblica Ceca e Ungheria) e quella che produce poco (Grecia, Italia, Portogallo, ma anche Francia). Il problema è gravissimo: i paesi dell’Europa meridionale producono e vendono sempre meno beni industriali e servizi, e vivono sempre più oltre le proprie possibilità. In che stato sarà l’occupazione in Grecia tra dieci anni? È questa la domanda essenziale posta dalla crisi dell’euro. E potrebbe essere estesa a tutti i paesi del sud Europa.

    L’unione monetaria non basta e la Germania in questo caso ha torto. Oggi si mettono a disposizione sempre più soldi contro la crisi. In futuro ce ne vorranno altri, poi altri ancora, ma non saranno mai abbastanza. Bisogna fare qualcosa per la mobilità, per la competitività e per la qualificazione. L’accordo di Bruxelles chiede al presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy di presentare nuove proposte entro la fine dell’anno. Resta da vedere se l’Europa accetterà di adempiere a ciò che è necessario.

    Articolo ripreso da presseurop.eu

     
  • admin 19:41 il 2 February 2012 Permalink |  

    Eugenio Benetazzo e il futuro del lavoro in Italia 

    Ho avuto modo recentemente all’interno di una piccola e media impresa della marca trevigiana di ascoltare la filippica di un sindacalista durante una giornata di sciopero sindacale, condita di informazione e critica contro il governo tecnico di Mario Monti e le strategie messe in atto dallo stesso per il rilancio del paese, soprattutto sul piano occupazionale.
    Sentirlo esporre le sue ragioni e preoccupazioni sul piano sindacale penso sia stata una delle migliori lectio magistralis a cui ho assistito durante la mia vita. Se non fosse che ad un certo punto mi è vibrato il cellulare per una chiamata e d’improvviso mi sono ricordato che eravamo nel 2012 e non nel 1950. Sono stato particolarmente colpito quando, menzionando le proposte di politica occupazionali di Elsa Fornero, la si è soprannominata la strega cattiva. Che triste destino che attende questo paese, soprattutto per le sue genti e la loro forma mentis, più che per la situazione pericolante dei suoi conti pubblici.

    Ancora oggi ci sono lavoratori e rappresentanti degli stessi che non hanno ben compreso cosa sta accadendo attorno a loro: una trasformazione epocale dell’economia occidentale che nessun sindacato potrà mai fermare o invertire nella rotta. Forse non lo sapete ma se quantificassimo pari a cento il costo del welfare sociale di tutto il mondo (assistenza, previdenza e sostegno al reddito in tutte le sue forme) il sessanta per cento di questo costo sarebbe sostenuto in Europa, con l’Italia in prima fila a vantare il primato mondiale.
    Quando sentite parlare di riforme strutturali per il paese (e ne applaudite all’idea) per sganciarlo da quelle logiche medioevali di protezionismo viscerale significa anche ridefinire e riformare quasi completamente il mercato del lavoro. In un paese in cui la curva demografica è girata verso il basso, solo la ricerca della piena occupazione può consentire la generazione di gettito fiscale e di risorse previdenziali per la preservazione del grado di coesione sociale della sua popolazione così come la conosciamo.
    Perciò non si tratta di una strega cattiva che vuole sottrarre qualcosa a qualcuno per cattiveria, ma di riformare quei diritti e privilegi acquisiti nel settore del lavoro dipendente che hanno creato nel tempo l’ennesima casta nel nostra paese. Per questo motivo in Italia esportiamo eccellenze intellettuali e importiamo manodopera extracomunitaria di basso profilo desindacalizzata: chi vuole e potrebbe assumere non rischia a farlo, chi ha bisogno di maestranze docili punta a disperati disposti a tutto pur di lavorare e migliorare il proprio status sociale.
    In un paese in cui esiste una giungla di contratti di lavoro (se ne stimano quasi quaranta) che ha prodotto causa deregulation una massa di lavoratori troppo protetti ed un’altra priva di quasi tutto, la exit strategy per il rilancio occupazionale passa proprio per una profonda liberalizzazione, se non desindacalizzazione della forza lavoro al fine di mettere le imprese in grado di riassumere con velocità, dinamismo e senza costi impliciti assurdi. Gran parte del tanto osannato modello scandinavo infatti si basa proprio su questo.

    Il futuro del mercato del lavoro deve pertanto portare ad una democratizzazione del rischio di impresa, coinvolgendo tutti i soggetti con essa correlati e collegati, non si può più ipotizzare una responsabilità solo in senso unico, ma anche le maestranze saranno chiamate a partecipare all’alea dell’insuccesso, della competizione e del rischio imprenditoriale. Purtroppo questo cambiamento (se non un vero e proprio stadio pupale) che avrebbe dovuto verificarsi in due decenni per consentire l’adattamento di tutti i soggetti coinvolti nel mondo del lavoro si dovrà verificare in appena due anni, generando le più grandi tensioni e rivalità che il nostro paese abbia mai vissuto in precedenza.
    Le prossime proposte di legge che verranno adottate andranno quindi in questa direzione, con la triste consapevolezza che la nuova medicina produrrà maggiori benefici non per chi si trova in età lavorativa oggi ma per chi si trova ancora sui banchi di scuola.
    Testo a cura di Eugenio Benetazzo, ripreso da eugeniobenetazzo.com
     
c
scrivi un nuovo post
j
post successivo/commento successivo
k
post precedente/commento precedente
r
Risposta
e
Modifica
o
mostra/nascondi commenti
t
torna a inizio pagina
l
vai all'accesso
h
mostra/nascondi aiuto
shift + esc
Cancella