Categoria: Investire PMI

Le banche non investono nelle piccole imprese

Un post sullo scottante tema dei rapporti tra banche e piccole imprese.

Sullo sfondo i nuovi dati pubblicati da Banca d’Italia che hanno mostrato un nuovo calo in febbraio dei crediti alle imprese (-3,4% rispetto al febbraio 2012), un nuovo dato molto negativo sulla produzione industriale (-3,8%) e come già accaduto in passato la revisione della previsione sul PIL 2013 previsto ora scendere ancora di 1,5%. Nell’arena un sistema bancario in grande difficoltà e un sistema imprese in altrettanta se non peggiore difficoltà.

Se da un lato il giudizio della Commissione Europea sullo stato del sistema bancario esprime preoccupazione (“la capacità di recupero del settore bancario italiano si è gravemente indebolita dalla metà del 2011, minando la capacità delle banche di sostenere l’attività economica e il risanamento“) dall’altro è lo stesso presidente di Confindustria Giorgio Squinzi che parla di “situazione drammatica”. Basterebbe questo per comprendere che il modello di rapporto tra banche e imprese -basato su una certa dose di opacità, di convenzioni scritte male e di errori mai rimediati- è ugualmente entrato in crisi e va rifondato. Il problema è stabilire come e attraverso quali passaggi.

Penso sempre che sia opportuno riflettere sulle cose che non funzionano prima di decidere le scelte del futuro. Ed è per questo che è opportuno ascoltare più voci. Nella puntata odierna due contributi, il primo da uno dei più anziani ed esperti consulenti finanziari italiani, Riccardo Gallo, che su LINKIESTA scrive:

Le imprese non investono o investono pochissimo, meno del già scarso autofinanziamento […]

C’è una forte differenza tra aziende medio-grandi e micro-piccole. Oggi lo spartiacque è chi ha impianti di produzione e chi no. Chi li ha, come le medie e le grandi imprese, non investe. I piccoli, invece, hanno un altro problema: chiudono per insolvenza e mancanza di liquidità. Nessuno paga, loro non incassano e le banche si rifiutano di dare prestiti per coprire le perdite. Gli istituti di credito, poi, per insipienza e caduta di professionalità hanno paura di non saper valutare il merito di credito di un cliente. Attenzione, non sto dicendo che le banche debbano prestare a tutti, ma che sono diventate insipienti.

Colpa dei rating interni? Del budget da rispettare?
No, è proprio una questione culturale. Il banchiere locale conosceva la piccola impresa benissimo, oggi pochi sanno trattare i clienti. C’è anche un’altra ragione storica: anticamente esistevano gli istituti di credito industriale che furono comprati dalle banche di credito commerciale (il San Paolo comprò l’Imi, il Banco di Sardegna il Cis e via dicendo). Passata quella generazione la cultura dell’analisi industriale è finita e non è stata sostituita. Trovo che ci sia una completa dequalificazione dei quadri professionali delle banche italiane. Le banche non danno più mutui, non c’è più il credito industriale a medio-lungo termine, esiste solo quello a a breve, non ci sono investimenti, manca una sufficiente cultura delle banche. […]

Dal lato della banca, che si deve difendere e trovare le formule per negare il giudizio severo espresso da Riccardo Gallo, proprio Luca Barni risponde alle domande di un giornalista di VareseNews così:

I nostri imprenditori sono molto bravi a fare il loro mestiere ma, soprattutto quando raggiungono determinate dimensioni, non colgono l’importanza della gestione finanziaria dell’azienda. Spesso ho visto in questo periodo aziende con prodotti e servizi d’eccellenza andare in difficoltà per una gestione non oculata della parte finanziaria. La banca deve diventare un partner coinvolto nella definizione e programmazione della gestione finanziaria aziendale. Quindi il primo passo da fare da parte dell’imprenditore è quello di scegliersi la banca di riferimento.

Qual è il comportamento tipico della piccola impresa quando chiede un finanziamento?
«Molto spesso lo chiede in prossimità dell’esigenza di copertura finanziaria, emerge quindi in modo evidente che alla parte finanziaria aziendale non viene dedicata la necessaria importanza: spesso, invece, avere o non avere le risorse finanziarie disponibili al momento giusto rappresenta la discriminante tra l’avvio, o meno, di un progetto. Se a ciò si aggiunge che la documentazione contabile non è aggiornata, allora il dialogo con la Banca diventa ancora più difficoltoso perché a questo punto gli unici dati che quest’ultima ha a disposizione sono quelli “quantitativi” relativi all’operatività del cliente (e tutti sappiamo che per vari motivi oggi non sono molto brillanti).
La piccola impresa è molto concentrata su produzione e vendita mentre, al contrario, il controllo di gestione e’ attività’ rara: ma quest’ultimo, associato ad un piano industriale e finanziario (sembrano parole grosse, ma tutto può essere proporzionale alla dimensione dell’azienda) è esattamente lo strumento di “trasmissione” delle caratteristiche aziendali alla Banca: per la serie “dalla testa dell’imprenditore” ad un documento spendibile nel sistema bancario. […]

Forse dalle due dichiarazioni, che hanno il pregio di essere molto dirette ed esplicite sui difetti di banche e imprese, si può intravedere un punto di partenza per ridefinire come banche e imprese dovranno confrontarsi per la sopravvivenza di entrambe. Un punto che sembra avere riportato tutto indietro alla necessità di recuperare i ‘fondamentali’, come nel gioco dell’oca quando si incappa nella casella sbagliata e si deve ritornare al via.

Banche che devono recuperare professionalità e imprenditori che devono imparare a farsi meglio i conti in casa. In apparenza non stiamo parlando di cose molto complesse. Diciamo che forse non basterà, ma sarebbe comunque un ottimo inizio.

 

Articolo a cura di Fabio Bolognini ripreso da linkerblog.biz

Investire nelle PMI con la Banca Centrale Europea

La crisi ha avuto bisogno di una cura drastica, perchè non portare la stessa ottica anche nel progetto Bce? Oltre al taglio dei tassi ci sarebbe l’alternativa di creare un fondo per le Pmi: nessun rischio di inflazione, prestiti agevolati e semplificati, riattivazione dell’economia reale.

Finora si è andati avanti di aspettative e speranze. Quelle che i mercati hanno nutrito circa i tagli ai tassi che la Bce potrà decidere di fare, portandoli allo 0,50% oppure, nell’ottica di un’effetto cura traumatica, anche allo 0,25%, soprattutto dopo la notizia (ampiamente prevedibile) che la Fed ha deciso di mantenere il suo “quantitative easing” lasciando comunque intendere di essere pronta a tirarsi indietro non appena la disoccupazione o l’inflazione, raggiungeranno i livelli sperati (6,5% per la prima, 2,5% la seconda).

Naturalmente, il proseguimento di una cura del genere porterà senza dubbio dei seri rischi da gestire e dal momento che l’economia Usa ha risposto maniera molto anemica a stimoli dalla portata storica, allora è sempre più probabile che la Fed deciderà quanto prima di assottigliare sempre di più la sua presenza (e la sua influenza) sul mercato per evitare traumi improvvisi con una chiusura immediata del QE.

Tornando alla Bce, secondo George Goncalves, strategist per Nomura ha dichiarato “In linea di massima ci si deve aspettare il taglio dei tassi, ma sarebbe il massimo se annunciassero un fondo per aiutare le Pmi, una sorta di programma di prestiti per aiutare le piccole imprese. Sono loro, infatti, a vivere in prima persona la crisi e soprattutto la stretta del credito operata dalle banche e il problema principale dell’Europa non è il tasso ma la circolazione della moneta e lo sviluppo dell’economia. Le Pmi hanno bisogno di ottenere credito nel sistema e la fiducia arriverà da sè.”

“In questo caso” ha aggiunto, “si avrebbe un duplice risultato: prestito diretto a condizioni agevolate e nessun rischio di inflazione o bolle. Inoltre ci sarebbe anche un rafforzamento dei fondamentali e una crescita continuata, solida e strutturata nel tempo. Il riavvio di quel circolo virtuoso spesso richiesto”.

Alan Ruskin, di Deutsche Bank è pronto a spegnere gli entusiasmi: difficile attuare un piano simile perchè questo porterebbe inesorabilmente la gestione sul piano delle banche nazionali e non sulla Bce, annullando, di fatto, il principio di bypassare il nodo degli istituti.

“Suppongo che sia più probabile una decisione non ortodossa sui collaterali, insomma qualcosa di più tecnico per continuare a lavorare direttamente sulle banche e sul sistema, rendendo più facile per le imprese il prestito. Anche perchè le banche nazionali hanno un problema di bilancio e quindi non possono permettersi di aggravare la situazione” ha detto.

Una possibilità ulteriore ma non altrettanto fattibile, sarebbe tagliare il suo tasso di deposito, trasformandolo in negativo rispetto al suo attuale livello già a zero.

Su tagli estremi si potrebbe ancora intervenire, grazie al fatto che l’inflazione della zona euro è scesa all‘1,2% ad aprile, dato più basso da febbraio 2010 e quindi, proprio sull’esempio della BoJ, so potrebbe tentare di lavorare con una cura drastica proprio su questo fronte per riuscire a ridurre una disoccupazione che invece ha toccato livelli ormai storici: 12,5%.

 

Articolo ripreso dal sito trend-online.com