Aggiornamenti da aprile, 2012 Attiva/disattiva nidificazione dei commenti | Scorciatoie da tastiera

  • admin 21:29 il 26 April 2012 Permalink |  

    La banca centrale europea si fa prestare soldi anche dalla FED 

    Fed di nuovo sotto accusa negli Stati Uniti.
    A puntare il dito contro l’istituto guidato da Ben Bernanke è l’ex vice presidente della Fed di Dallas, Gerald O’Driscoli, che sulle pagine del Wall Street Journal attacca: «la Fed sta salvando le banche europee, con accordi finanziari bizantini» che «alimentano l’azzardo morale e le distorsioni».
    Nel mirino di O’Driscoli ci sono gli swap in dollari con la Banca Centrale Europea e altri istituti, operazioni «non trasparenti che creano problemi in una democrazia». L’accusa arriva nel giorno in cui la Bce vede crescere ulteriormente il proprio bilancio a 2.730 miliardi di euro (3.550 miliardi di dollari), ovvero una cifra superiore ai 2.920 miliardi di dollari della Fed (dato relativo alla scorsa settimana).
    La Bce e la Fed – afferma O’Driscoli – potrebbero usare altre modalità per elargire prestiti: l’istituto di Francoforte potrebbe prestare direttamente euro alle banche, che potrebbero acquistare dollari sui mercati dei cambi. La Fed potrebbe invece concedere prestiti direttamente alle divisioni americane delle banche europee. «Le due banche centrali sono invece impegnate in queste procedure», gli swap, «perchè ognuna delle due ha bisogno di una foglia di fico.
    La Fed è imbarazzata dalle rivelazioni dei fondi concessi alle banche straniere in precedenza, e non vuole il debito di banche non americane nel proprio bilancio. La Bce è intrappolata in una situazione politica e legale ancora maggiore», aggiunge O’Driscoli, secondo il quale «la Fed non ha l’autorità per salvare l’Europa.
    Testo articolo ripreso da gazzettadelsud.it
     
  • admin 01:13 il 19 April 2012 Permalink |  

    Obblighi di riserve maggiori per le grandi banche USA imposti dalla FED 

    La Federal Reserve non vuole rischiare l’eventualità di una crisi delle maggiori banche degli Stati Uniti e propone nuove regole per limitare l’esposizione reciproca tra gli istituti finanziari. Obiettivo: prevenire il crollo di una “big” che potrebbe innescare una crisi a cascata.

    Secondo i nuovi paletti proposti, l’esposizione creditizia netta tra i colossi della finanza, come ad esempio JP Morgan Chase e Goldman Sachs, sarebbe così limitata al 10% del loro capitale.
    La maggior parte delle altre società finanziarie cui sono rivolte le nuove norme sarebbe invece soggetta a un limite del 25%, già previsto dal Dodd-Frank Act.

    Secondo Paul Miller di FBR Capital Markets – che commenta la notizia pubblicata sul Wall Street Journal – le nuove regole potrebbero configurarsi come una “back-door” (una porta di servizio) per ridurre la dimensione delle banche.

    Di certo la proposta della Fed mira a diminuire l’interconnessione del comparto finanziario americano, di cui la crisi del 2008 ha mostrato la debolezza quando il crollo dei titoli Lehman Brothers ha trascinato con sé gran parte del sistema stesso.
    Come risultato, inoltre, le maggiori società potrebbero trovarsi costrette a tornare a un modello di banca più tradizionale, che ruota perlopiù attorno ai prestiti. Questa è l’opinione di Karen Shaw Petrou, managing partner di Federal Financial Analytics Inc. a Washington.

    In linea di massima, queste nuove regole si applicheranno a tutte le banche con almeno 50 miliardi di dollari di patrimonio, così come a qualsiasi società di pari livello anche se non strettamente finanziaria (comprese le compagnie di assicurazione o i gestori patrimoniali che amministrano compagnie ritenute come una minaccia potenziale per la stabilità finanziaria).

    Resta da interpretare il silenzio delle sei banche americane più grandi – J.P. Morgan Chase, Bank of America Corp., Citigroup Inc., Wells Fargo & Co., Goldman Sachs Group Inc. e Morgan Stanley – che, per ora, hanno preferito non commentare la notizia.

     

    Testo ripreso da valori.it

     
  • admin 01:39 il 6 March 2012 Permalink |  

    La necessaria ricapitalizzazione delle principali banche americane 

    I dirigenti di Bank of America hanno ricevuto un aut-aut dai regolatori del sistema finanziario statunitense: se non si adotteranno misure adeguate per rafforzare la solidità dell’istituto, sono all’orizzonte provvedimenti concreti.

    Lo rivela il Wall Street Journal, che cita alcune fonti anonime. La seconda più grande banca americana opera sotto un protocollo d’intesa a partire dal mese di maggio del 2009.

    All’epoca, la Federal Reserve e l’Office of the Comptroller of the Currency avevano abbassato il proprio rating sull’istituto, affermando la necessità di una maggiore supervisione in futuro.

    Tale accordo non è stato reso pubblico: quello che si sa da alcune indiscrezioni è che identificava alcuni problemi da risolvere nella governance e nella gestione di liquidità e rischi.

    Negli ultimi mesi, i regolatori avrebbero incontrato il board di BofA per dare un segnale chiaro: bisogna fare ulteriori progressi per allinearsi pienamente a tali requisiti. In caso contrario, quelle che finora sono state solo richieste informali potrebbero convertirsi in azioni operative.

    Vale a dire, ad esempio, maggiore sorveglianza e ulteriori restrizioni. Secondo le fonti che riportano la notizia, tale presa di presa di posizione ha spiazzato il board. E costituisce solo l’ultimo episodio, in ordine di tempo, di un braccio di ferro che prosegue ormai da anni. Le autorità statunitensi inoltre hanno già avvertito di non vedere di buon occhio i continui cambiamenti ai vertici.

    Nel giro di meno di due anni, infatti, il Ceo Brian Moynihan ha sostituito due volte i direttori finanziari e i chief risk officer, in aggiunta ad altri rimpasti nei ruoli chiave della dirigenza. Ma, avvertono i regolatori, tali cambiamenti devono fornire una soluzione di lungo periodo.

    E garantire quella stabilità che si rende necessaria soprattutto in un contesto economico e finanziario ancora debole, sul quale per giunta incombono i nuovi requisiti di capitale che saranno imposti a livello globale.

     

    Articolo ripreso da valori.it

     
  • admin 02:21 il 5 March 2012 Permalink |  

    Investire nel settore turistico nel lungo periodo 

    Secondo l’Organizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite, la spesa turistica internazionale negli ultimi due decenni è triplicata in termini correnti, apportando un contributo significativo alla crescita economica mondiale.

    In Italia, il contributo del turismo alla crescita del prodotto è invece diminuito. La spesa dei turisti italiani e stranieri sul territorio nazionale è passata dal 5,2 al 5 per cento del Pil nominale tra il 2001 e il 2008.

    La diminuzione è imputabile al Centro Nord, in cui la spesa in rapporto al Pil dell’area è diminuita dal 5,4 al 4,9 per cento, per l’andamento negativo della componente estera. Nel Mezzogiorno la spesa è aumentata dal 4,5 al 5 per cento del Pil, grazie alla crescita della componente nazionale.

    A metà degli anni Novanta l’Italia era, all’interno dell’Europa, il Paese con la maggiore quota di mercato turistico internazionale (il secondo al mondo dopo gli Stati Uniti). Tale quota si è ridotta dal 6,8 per cento del 1997 al 4,1 per cento nel 2010. Francia e Spagna, i nostri principali concorrenti in Europa, hanno perso minori quote di mercato.

    Il calo dell’Italia è in buona parte ascrivibile alle regioni del Nord Est (la cui quota è calata all’1,2 per cento, dal 2,4 del 1997) e del Centro (all’1,3, dal 2,1). Nel Nord Ovest e, soprattutto, nel Mezzogiorno, il ruolo del turismo internazionale, tradizionalmente meno rilevante, è calato più tardivamente e finora meno intensamente (si è passati dall’1,4 all’1,0 per cento e dallo 0,7 allo 0,5 per cento, rispettivamente).

    Soprattutto, è diminuito il peso dei visitatori europei, in particolare di quelli provenienti da Germania, Francia e Austria. Secondo l’indagine del World Economic Forum (The Travel & Tourism Competitiveness Index), che misura i fattori che rendono attrattivo il settore turistico di un Paese, l’Italia si colloca al di sotto dei principali Paesi europei.

    L’indagine individua come punti di forza del settore turistico nazionale il patrimonio artistico e l’offerta ricettiva diversificata; tra quelli di debolezza la bassa competitività di prezzo, le insufficienti politiche di promozione e l’inadeguatezza dei servizi di trasporto.

    Tra il 2001 e il 2010 la spesa dei turisti stranieri in Italia, valutata in euro correnti, è aumentata dello 0,1 per cento in media all’anno, un valore inferiore a quello registrato in Europa e nel mondo. Negli ultimi anni si sono registrate modifiche nella composizione dei viaggi per tipologia.

    Tra il 2004 e il 2010 (periodo per il quale sono disponibili i dati sul tipo di vacanza) i viaggi di lavoro, che rappresentano poco meno di un quarto della spesa complessiva, hanno registrato un calo dell’1,1 per cento. Tale andamento è stato compensato dalla dinamica dei viaggi per motivi personali, tra i quali prevalgono quelli per vacanza; la spesa per viaggi culturali nelle città d’arte è cresciuta; quella per le vacanze al mare o al lago è rimasta pressoché invariata, mentre è diminuita quella per i viaggi in montagna.

    La ricomposizione della tipologia dei viaggi in Italia ha indotto una diminuzione della durata media dei soggiorni (quelli culturali sono di norma più brevi) e un aumento della spesa media giornaliera. I pernottamenti nelle strutture collettive sono calati, in particolare negli alberghi; le famiglie hanno fatto più ricorso agli alloggi privati. La dinamica della spesa turistica nelle singole aree del Paese è in gran parte spiegata dalla loro specializzazione per provenienza e per motivo del viaggio.

    Nel Nord Ovest due terzi della spesa dei turisti stranieri sono motivati dai viaggi per lavoro e da quelli per altri motivi personali (spesso connessi a movimenti transfrontalieri giornalieri); in quest’area i visitatori provenienti da Francia e Svizzera sono prevalenti.

    Tra il 2001 e il 2010 la spesa dei turisti nell’area è aumentata in media dell’1,5 per cento, grazie all’aumento degli arrivi provenienti dalla Svizzera, dall’Europa dell’Est e dai paesi emergenti, in parte indotti da motivi di lavoro (che hanno compensato il calo degli arrivi dal Giappone).

    Nel Nord Est prevalgono i viaggi per vacanza e il turismo proveniente da Austria, Germania e paesi dell’Est. Nel decennio scorso l’area ha registrato la riduzione più intensa della spesa turistica internazionale (-1,3 per cento, in media, all’anno) risentendo in particolare del calo dei visitatori di lingua tedesca, che hanno preferito destinazione alternative, soprattutto Paesi del Mediterraneo al di fuori dell’Unione europea.

    Nel Centro prevalgono i flussi rivolti alle città d’arte e si concentrano le presenze di turisti extraeuropei. Anche in quest’area la spesa turistica è diminuita dello 0,6 per cento nel periodo 2001-2010 a causa della riduzione della spesa dei turisti tedeschi, ma anche di giapponesi e statunitensi. Nel Mezzogiorno la spesa per i viaggi di vacanza è prevalente, con una clientela proveniente in particolare da Germania, Francia e Regno Unito.

    I relativi introiti sono cresciuti mediamente dell’1,5 per cento nell’ultimo decennio, grazie anche all’aumento dei voli low cost. In quota del Pil, il turismo internazionale rimane però in quest’area poco rilevante.

     

    Testo ripreso da linkiesta.it

     
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