Categoria: investire

Investire oggi in Italia inizia dal taglio delle tasse

Il prossimo anno vi sarà in questo periodo la ricorrenza della scomparsa decennale di Ronald Reagan, il quarantesimo presidente degli USA, tra gli uomini che con il loro operato ed il loro pensiero hanno maggiormente influenzato il secolo passato.
Reagan è sovente ricordato come l’attore cinematografico che è diventato presidente, esaltando il  messaggio del sogno americano che chiunque può farcela. I suoi due mandati hanno inciso profondamente sul piano economico e politico degli anni ottanta nella vita di tutte le economie avanzate dell’Occidente.
Le sue scelte di politica economica si concentrarono prevalentemente sul taglio delle aliquote fiscali (quindi sensibile riduzione delle tasse) e sull’aumento della spesa pubblica, soprattutto vennero incrementate le spese per la difesa in piena Guerra Fredda con l’URSS. Affascinato dalle teorie liberiste di Milton Friedman, si fece portavoce di una limitata ingerenza del governo nella vita economica del paese, abrogando precedenti regolamentazioni nella convinzione che ogni economia debba essere regolata solo dalle forze del libero mercato. Rieccheggiano ancora le sue storiche parole al primo discorso di insediamento: il governo non è la soluzione del nostro problema, il governo è il problema.
La Reaganomics, così vennero battezzate le misure economiche implementate dal Governo Reagan, venne esportata anche oltre Atlantico, in Inghilterra per la precisione, ottenendo notevole successo sotto la guida di Margaret Thatcher, tanto che per i decenni successivi il modello economico di stampo Thatcheriano-Reaganiano divenne il nuovo Vangelo per tutte le business school di prestigio accademico.
Oggi a distanza di trent’anni sappiamo quanto fallimentari sono state, soprattutto l’idea che l’economia di un paese non debba essere regolamentata ma semplicemente lasciata a se stessa. Gli ultimi cinque anni sulla scena mondiale hanno dimostrato proprio il contrario ovvero senza stato e senza salvataggi di stato saremmo ritornati al Medio Evo. Ritornando comunque agli inizi degli anni ottanta (allora la Cina ed il Brasile non facevano paura proprio nessuno), Reagan oltre che da Friedman rimase affascinato anche da un altro giovane economista, Arthur Laffer, docente alla California University, il quale convinse Reagan a diminuire le aliquote sulle tasse al fine di far aumentare il gettito fiscale. Per chi legge, un assunto simile potrà sembrare una follia, infatti come è possibile che il gettito fiscale di un paese possa aumentare se diminuiscono le aliquote di imposizione ?
Arthur Laffer lo spiegò proprio a Reagan, si dice addirittura scarabonchiando il tutto sopra un tovagliolo di carta in un ristorante, attraverso un grafico che riportava una curva a campana, in cui nelle ascisse vi era indicato il gettito fiscale atteso e nelle ordinate il prelievo fiscale imposto.
Questa curva è conosciuta come la Curva di Laffer: secondo l’economista californiano, vi è un livello di tassazione oltre il quale non ha più senso lavorare, inoltre mantenere tali livelli di fiscalità produrrà una flessione o caduta ingente del gettito fiscale. Immaginate una pressione fiscale complessiva al 75% o 85%, chi andrebbe ancora a lavorare o a rischiare i proprio capitali se il ritorno economico fosse così limitato.
Per definizione il gettito fiscale è dato dalla pressione fiscale media moltiplicata per il PIL: secondo Laffer esisteva un livello di pressione fiscale oltre il quale un aumento delle imposte avrebbe disincentivato l’attività economica e quindi ridotto il gettito, in misura crescente anche a causa di fenomeni economici che sono a quel punto fisiologici come l’evasione, l’elusione o la sottrazione di imponibile (intesa quest’ultima come delocalizzazione di attività produttive verso giurisdizioni fiscalmente meno oppressive).
Ora soffermatevi a pensare al caso italiano e di come governi attuali e precedenti si sono approcciati alla Curva di Laffer. Proprio la scorsa settimana il Segretario della CISL, Raffaele Bonanni, ha auspicato uno shock fiscale, commentando gli ennesimi dati infelici sulle proiezioni del PIL e sulla disoccupazione giovanile. In Italia sarebbe possibile intervenire per iniziare ad abbattere la pressione fiscale, partendo con l’abolizione dell’IMU sulla prima casa e sugli immobili adibiti ad attività d’impresa, oltre all’IRAP e ad un significativo ridimensionamento dell’IRES: si tratta infatti di implementare tagli alla spesa pubblica di pari entità, una stima attendibile parla di un importo tra i 70 e gli 80 miliardi di euro.
Se ci pensate bene rappresentano appena il 10% degli 800 miliardi che spende l’amministrazione pubblica italiana. Ancora il precedente Governo Monti aveva individuato svariati capitoli di spesa da aggredire ancora nel breve periodo identificando tanto gli sprechi (coordinamento dei centri di acquisto per il settore sanitario) quanto le spese destinate a istituzioni da riformare completamente (abolizione delle province ed accorpamento enti locali.
Mi auguro che anche noi italiani non dovremo aspettare un attore alla guida della nazione per capire l’importanza e l’impatto sulla vita di tutti noi della Curva di Laffer, ma sia più che sufficiente un nuovo leader politicamente trasversale ed economicamente lungimirante.
Articolo di Eugenio Benetazzo, ripreso dal sito eugeniobenetazzo.com

Investire in maniera indipendente e’ possibile

Testo ripreso da un’intervista a Cesare Armellini, presidente della National association fee only planners.

Cosa si aspetta dal nuovo governo per il risparmio?

Non chiediamo nulla di più di quanto è già previsto dalla legge e in questi anni non ha avuto seguito. Il blocco dal 2007 dell’accesso alla professione di consulente finanziario indipendente si è rivelato estremamente negativo non solo per le migliaia di bancari estromessi dal mondo del lavoro e desiderosi di intraprendere una nuova attività che di fatto sono in stand by, ma soprattutto per gli italiani che non possono beneficiare appieno dell’offerta di consulenza indipendente, dato che esistono solo circa 300 studi operativi in Italia, che poi sono i nostri associati.

Cosa suggerirebbe dunque Nafop?

Semplicemente, di rendere operativi gli articoli 18 bis e ter del Testo unico e di ufficializzare con un Registro pubblico tutti i soggetti che hanno i requisiti per prestare il servizio di consulenza in materia di investimenti. Oggi, se un investitore desidera individuare un professionista realmente indipendente, può solo andare sul sito www.nafop.org e scegliere con un motore di ricerca lo studio di consulenza nella sua zona, dal momento che Nafop ha di fatto creato l’unico “registro” in Italia nel quale trovare i consulenti fee only che operano secondo i dettami della Consob e del Regolamento 17130. Non vogliamo l’ennesimo Albo italiano fabbrica di poltrone, ma semplicemente un Registro trasparente dove i cittadini possano individuare i consulenti cui affidarsi.

La professione, quindi, avrebbe bisogno di questo.

Vogliamo solo poter lavorare per proteggere il patrimonio finanziario dei nostri clienti difendendoli dai conflitti di interesse di chi vuole solo piazzare prodotti spesso inutili e costosi. Ormai è noto che il conflitto di interessi in finanza è dato dal fatto che più rischi vengono trasferiti al cliente più il venditore guadagna. Ecco, noi non vendiamo nulla e quindi possiamo essere liberi di fare veramente l’interesse dell’investitore.

 

Da: sito bluerating.com

Le banche devono investire nelle PMI in piccoli passi

Governo e ministro del tesoro si sono illusi (e hanno illuso) di potere dare nuovi sbocchi finanziari alle PMI varando dei provvedimenti per facilitare emissione di strumenti finanziari da collocare direttamente agli investitori istituzionali. Il mercato dei mini-bond (e della commercial paper) non è mai partito, né mai sarà a disposizione delle piccole e medie imprese.

Dopo averlo scritto nel luglio del 2012 (“Mini bond, mini risultato“) e ribadito in novembre (“Fischi per fiaschi finanziari“) se ne sta accorgendo anche la stampa specializzata che grazie all’articolo di Marco Ferrando sul Sole del 5/2 ammette che le nuove emissioni di corporate bond, facilitate dalle norme del decreto sviluppo, sono di taglio elevato. Parlando dell’operazione per Zobele (180 milioni di euro) intervista un operatore di Unicredit, che afferma che il taglio medio delle nuove emissioni deve essere attorno ai 200 milioni. Ricordo a tutti che le PMI hanno fatturato non superiore ai 50 milioni e tutti possono capire che il ‘nuovo’ strumento finanziario spacciato per le PMI serve solo a imprese medio-grandi. Capitolo chiuso o dovremo tornare in argomento?

Alle PMI invece resta la possibilità di rivolgersi al mercatino dei city-bond che Imprese+Finanza ha già raccontato nel lontano dicembre 2010 (“Plafond piccolo, idea grande“) parlando dell’idea della piccola BCC di Busto Garolfo e un anno dopo con un altro post (“La moda dei city-bond“) con le nuove piccole emissioni di Banca Popolare di Novara.

Ora è arrivata sul pezzo anche l’ottima testata online LINKIESTA che ha scoperto i bond territoriali, grazie all’iniziativa della Banca Popolare di Bergamo a Monza, che ricalca tutte le altre iniziative delle BCC e del Banco Popolare. Tagli piccoli, destinazione a piccole e medie impresa, intermediazione della banca che evita un circuito di investitori istituzionali che vuole ampia liquidità per potere rivendere i bond in qualsiasi momento.

Il bond fatto per la Brianza funziona così (nella descrizione di Provincia Monza Brianza)

Bond Imprese Brianza Monza – “T2 Territorio per il Territorio”
Il Progetto Bond Imprese Brianza Monza – T2 Territorio per il Territorio si realizza attraverso l’emissione di prestiti obbligazionari e la successiva erogazione di finanziamenti da destinare alle imprese iscritte alle Associazioni firmatarie; si sottolinea che l’eventuale sottoscrizione del prestito obbligazionario non attribuisce alcun diritto alla concessione del finanziamento o ad ottenerlo a condizioni migliorative e, parimenti, la concessione del finanziamento prescinde dalla preventiva sottoscrizione del prestito obbligazionario.
La sottoscrizione Banca Popolare di Bergamo emetterà un prestito obbligazionario a tasso misto per un importo complessivo di 5 milioni di Euro (lotto minimo un’obbligazione da valore nominale 1000 Euro cadauna), destinato a nuova raccolta, con periodo di offerta dal 04 febbraio 2013 al 20 marzo 2013, salvo chiusura anticipata. Durata del prestito obbligazionario 3 anni (20/03/2013-20/03/2016) con rendimento per il primo e secondo anno del 3,50% lordo, e per il terzo anno Euribor 3 mesi + 1% di spread. Le cedole saranno pagate in via posticipata con frequenza trimestrale al 20 marzo, 20 giugno, 20 settembre, 20 dicembre di ciascun anno.
Coloro i quali fossero interessati alla sottoscrizione dei suddetti prestiti obbligazionari possono recarsi presso una qualsiasi filiale della Banca Popolare di Bergamo dove verrà loro consegnata la necessaria documentazione d’offerta.
Il Prospetto di Base, il Documento di Registrazione, il Supplemento al Prospetto di Base e le Condizioni Definitive sono reperibili sul sito internet www.bpb.it nonché messi a disposizione del pubblico gratuitamente presso le sedi legali della banca collocatrice e presso tutte le filiali.

Ancora più semplicemente le piccole BCC stanno cercando di dare una mano alle piccole imprese sulle cose concrete, colmando quel vuoto di liquidità per i pagamenti delle 13me e dei fornitori, come ha fatto ad esempio la BCC di Carugate sempre in Brianza:

A partire dallo scorso novembre BCC Carugate – Banca di Credito Cooperativo di Milano e della Brianza – ha proposto alle PMI del proprio territorio la sottoscrizione di un mutuo chirografario a tasso fisso della durata massima di 12 mesi, per importi da un minimo di 15.000 euro a un massimo di 200.000 euro, destinati a finanziare le incombenze di fine anno: l’acconto delle tasse di novembre, il pagamento delle tredicesime mensilità, i contributi F24 di gennaio 2013 e il saldo IMU 2012 sono alcune delle voci che tra dicembre e gennaio gravano sui bilanci delle imprese e il cui sovrapporsi può generare criticità in condizioni di mercato già delicate.


Nel complesso, i finanziamenti erogati dal 19 novembre a oggi sono stati 134, per un impor to complessivo di 7.191.000 euro, il che significa che l’importo medio erogato per ogni azienda è risultato superiore ai 53.000 euro.
«Questa proposta di finanziamento testimonia ulteriormente quanto la nostra Banca sia vicina alle imprese, soprattutto quelle piccole e medie, in questo periodo di difficoltà di mercato – afferma il Presidente di BCC Carugate Giuseppe Maino – Il numero di richieste e le cifre che analizziamo in questo momento sono il segnale più evidente che questo è il tipo di servizi di cui le aziende hanno realmente bisogno, e noi siamo stati pronti a offrirlo a loro».

Giudicate voi chi ha capito i problemi concreti delle piccole imprese tra il governo e le piccole banche. E il tema si riproporrà con il prossimo governo perché né il PD, né la Lista Monti, né il Pdl hanno la più vaga idea di come aiutare le PMI a superare la terribile stretta creditizia e carenza di liquidità.

Eppure non è difficile capire che la soluzione sta in tante piccole botti.

Come investire nel 2013 secondo Black Rock

Le opinioni di un prestigioso gestore, che a nostra personalissima opinione sono alquanto banali e talvolta irrealistiche. Ma si sa che noi siamo un po’ troppo ribassisti 🙂
Si è svolto la scorsa settimana, a Milano, il consueto meeting organizzato da Black Rock rivolto ai professionisti del settore. La partecipazione dei promotori e dei consulenti è stata decisamente corposa, con il Teatro dal Verme (che ha ospitato la manifestazione) affollato in ogni ordine di posto a cui si sono aggiunti i numerosi operatori che hanno seguito la manifestazione dai loro uffici, via web.
L’apertura dei lavori è spettata ad Andrea Viganò ed il primo intervento è stato quello del Predidente Rob Kapito, a cui sono seguiti gli interventi diretti di numerosi gestori, fra cui ricordo Adam Ryan, Nigel Bolton, Andrea Argenti, Rick Rieder, Sergio Trigo-Paz, Andrew Swan, Mike Trudel, Malcom Smith, Michael Krautzberger, Bruno Rovelli (spero di averli ricordati tutti) coordinati nelle due tavole rotonde da Andrea Cabrini del Gruppo Class e condirettore di MF/Milano Finanza.
I clienti sono confusi, è inutile nasconderlo; questo è il pensiero di Rob Kapito e dunque si rivolgeranno ai loro consulenti e promotori per trovare delle soluzioni. La risposta, nella visione di Black Rock, ovviamente sta nelle indicazioni dei gestori che sono intervenuti ma non di meno bisognerà tenere conto della particolare situazione dei tassi di interesse, della potenzialità di crescita dei mercati azionari (con un occhio di riguardo per le società che esprimono qualità) ma valutare anche investimenti non tradizionali e grande attenzione ai mercati emergenti, il motore della crescita e dello sviluppo.
Per chi ha meno tempo e pazienza ecco quello che ho trovato maggiormente interessante.
Innanzitutto i temi per investire nel 2013. Bruno Rovelli li ha indicati con estrema chiarezza. Le azioni appaiono come l’asset class con le migliori valutazioni relative e con prospettive di medio termine più interessanti. Il focus dei mercati si dovrebbe gradualmente spostare dai temi strutturali a quelli ciclici e con un ciclo globale in miglioramento (seppur timido) i mercati azionari dovrebbero registrare un altro anno di buone performance. Europa  e Asia le aree più favorite per delle buoni ritorni.
Le valutazioni dei titoli obbligazionari sono oggi molto meno attraenti di quanto lo fossero all’inizio del 2012 e le performance si prospettano decisamente inferiori. Va attuata una forte diversificazione di portafoglio con titoli high yield e bond dei paesi emergenti, meglio se not hedged. Nell’ambito dei titoli governativi l’Europa va privilegiata.

Vanno infine inserite o mantenute esposizioni verso strategie non direzionali e, soprattutto, va data ampia delega a gestori con strategie flessibili; siamo alla fine di un ciclo caratterizzato da rendimenti eccezionalmente alti e va attenuato l’impatto di un’alta volatilità per i rischi che essa comporta.
Sul mercato obbligazionario sono emerse alcune interessanti indicazioni; la prima riguarda la struttura del debito dei paesi emergenti. Sappiamo ormai bene che queste nazioni si propongono sul mercato del credito forti di un livello debitorio estremamente più contenuto rispetto ai paesi occidentali (pertanto un rapporto debito/pil inferiore); ne consegue che abbiano pertanto una minore onerosità in termini di interessi da corrispondere. Inoltre sono paesi nei quali vi è crescita e pertanto meglio dotati sulle leve di politica economica (tasse e/o debito) e comunque favoriti dalla crescita del pil, costante e robusta.
Nel corso di questi ultimi anni questi asset hanno trovato sempre maggiore spazio nei portafogli di banche, società di investimento, fondi pensione, ecc. ma rimangono ancora poco pesati nei loro portafogli. La percentuale media di tali bonds (tra Usa, GB e Europa) è appena del 3,20%. Ci attende dunque una lunga stagione di acquisti da parte di investitori istituzionali a sostegno della domanda di questi asset a tutto beneficio del loro ritorno reddituale.
L’attuale mercato richiede una gestione più attiva degli asset obbligazionari. Gli investitori non possono più contare sui tassi di interesse dei cosiddetti investimenti “sicuri” (la tripla A ora è sinonimo di perdita in conto capitale); l’inflazione attesa supererà i rendimenti nominali, il livello infimo dei tassi lascia scoperto il fianco verso un loro possibile rialzo (basta un rialzo di 34 bp dei tassi e si annulla il vantaggio di detenere l’indice Barclays Global Aggregate).
L’obiettivo reddito può dunque essere colto attraverso un asset allocation che equilibri i fattori di rischio e rendimento costantemente sfruttando razionalmente i vantaggi della diversificazione; l’asset pertanto non può che essere dinamico e ben calibrato su un orizzonte temporale adeguato all’investitore e non di brevissimo periodo. Una gestione total return orientata alla generazione di un reddito medio annuo lordo fra il 4 ed il 6% è la migliore soluzione per la componente core dell’asset obbligazionario (meglio se vi è diversificazione anche dei gestori, aggiungo io …).
Le azioni. Ormai è assodato che il livello dei dividendi, attraverso il processo di riduzione dei tassi cedolari, si è stabilizzato ad un livello premiante rispetto a questi. I tassi governativi della Germania danno un ritorno inferiore al 2% mentre la media dei dividendi dell’indice MSCI Europe Dividend Yield si sta attestando intorno al 4%.
Dunque, per un investitore di medio (o lungo) periodo detenere azioni di qualità in portafoglio sta diventando più remunerativo e per alcuni aspetti anche meno rischioso (affermazione da prendere con beneficio di inventario ma che ha dalla sua una serie di punti favorevoli che non andrò a sciorinare in questa sede).
Infine le commodities. E’ alle nostre spalle il periodo di stretta creditizia che ha imbrigliato la crescita dei paesi emergenti nel recentissimo passato. Ora si apre una stagione (che ci auguriamo possibilmente lunga) nella quale ci si attende un ritorno alla crescita delle economie occidentali e contemporaneamente una ripresa più vigorosa delle economie emergenti. Ciò dovrebbe provocare un incremento della domanda di hard commodities che ormai sono vicine ai costi marginali di produzione con la possibilità di razionamento dell’offerta nel caso non cresca la domanda. Prezzi dunque favorevoli per l’inserimento di tali asset in portafoglio in ottica di investimento.
Chiudiamo qui con le indicazioni di investimento e apriamo una finestra che ho trovato alquanto interessante, quella dei comportamenti di investimento. La fiducia nella liquidità è il tema cardine. E’ confermato che gli italiani prediligano quest’asset di investimento (il 55% detiene i propri risparmi liquidi!!). La principale ragione sta nell’eventualità di un’emergenza (ca. il 50% degli intervistati) e comunque l’orizzonte temporale di breve termine (1-3 anni) supera la media europea del 50%.
E’ piuttosto evidente che tali radicate abitudini affondino le proprie radici nella scarsa cultura finanziaria e nell’assenza di una qualsivoglia pianificazione finanziaria ma anche nella mancanza di partner in grado di guidare le scelte di investimento; sono cose che sapevamo.
Ma il bello (le contraddizioni) viene ora; l’89% ritiene che investire per generare una rendita sia importante ma solo il 30% sta effettivamente investendo per questa ragione. Inoltre solo 1 persona su 5 utilizza l’azionario a questo scopo. Solo 1 su 5 (abbiamo appena visto come gli scenari economici e finanziari mutino con grande rapidità) degli investitori sta rivedendo attivamente il proprio portafoglio. E’ incredibile, in una situazione di crisi prolungata ed incombente come quella attuale, l’inerzia che attanaglia il risparmiatore medio italiano.
A conferma di queste contraddizioni ecco come vedono il futuro i nostri concittadini. Il 60% crede che pianificare la pensione sia una propria responsabilità personale ma il 53% degli italiano NON sta pianificando la propria pensione.
Veniamo, per chiudere, all’interesse per le materie finanziarie. Tre persone su quattro si dicono interessate ad incrementare la propria educazione finanziaria (in questo siamo 1^ in Europa …) e 1 su 3 si dice interessato a rivolgersi a un consulente finanziario per accrescere le proprie conoscenze. Magari gli intervistati l’hanno detto per puro compiacimento ma hanno fiutato bene l’aria: il grado di soddisfazione in base al livello di conoscenza finanziaria fa sì che i più informati lo siano effettivamente (il 70% contro il 50% di chi ha scarse conoscenze in materia).
Mi  permetto di esprimere a questo punto il mio personale punto di vista e di formulare un’esortazione chiara agli investitori e ai professionisti del settore.
Tutto ciò mi sembra effettivamente un chiaro invito: non aspettiamoci altre tegole (vedi riforma Fornero o un ulteriore incremento della pressione fiscale sui redditi e proventi da titoli, ad esempio) e rendiamoci conto che solo un atteggiamento più razionale consentirà agli investitori di colmare i vuoti che si stanno aprendo intorno al nostro passato benessere, sempre più nelle nostre mani piuttosto che nella disponibilità di risorse pubbliche che non ci sono più. L’enorme ammasso di liquidità destinata a perdere di valore, erosa dall’inflazione, su cui sono seduti gli investitori in speranzosa attesa di una lucidata allo stellone italiano costituisce il germoglio con cui piantare la serenità del domani. Non gettiamo al vento dunque quella che costituisce, ancora per qualche tempo, una vera e propria ricchezza per il paese e per chi la possiede.
Ma anche gli operatori devono fare la loro parte. Diffondere cultura finanziaria ed elevare il livello di consapevolezza nei risparmiatori non può certo essere un compito lasciato ad anemici burocrati di sportello: è la mission di operatori professionali, preparati ed esperti. Non si chieda dunque loro di svolgere il loro compito gratis et amore Dei, è una professione e chi lavora deve essere onestamente compensato ma altrettanto seriamente – al giorno d’oggi – i professionisti devono essere guidati da serietà ed etica nel curare l’interesse della loro clientela. I danni subiti in questi anni dagli investitori sono ferite profonde e dolorose e dunque ci si adoperi per costruire rapporti fiduciari sereni e duraturi nel tempo: ne beneficeranno gli stessi professionisti, i loro clienti e l’intera società.
Articolo ripreso dal sito goodsensefinance su Blogspot

Risparmiare condizione essenziale per investire

RISPARMIO “FAI DA TE” – Oculati sì, ma un po’ meno rigidi. I risparmiatori italiani, tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, hanno messo in atto dal punto di vista economico strategie un po’ meno rigorose per realizzare i propri progetti di vita, continuando atagliare le spese superflue, riducendo meno le spese importanti e soprattutto mettendo da parte per risparmiare e magari per investire. Dai risultati della terza rilevazione dell’Osservatorio Anima (la seconda risale a ottobre 2012), l’indagine realizzata da Anima sgr, società attiva nel settore del risparmio gestito italiano, in collaborazione con la società di ricerche di mercato Gfk Eurisko, emerge infatti una sorta di stabilizzazione della “spending review” familiare.

MENO MATTONE NEI PROGETTI – Dai dati emerge che il 56% dichiara di avere progetti per i prossimi mesi in linea con il dato di ottobre del 55% e una quota consistente, vale a dire il 25%, ritiene di continuare a mettere soldi da parte per emergenze ed imprevisti. L’unica eccezione, forse complice l’introduzione dell’Imu, in controtendenza con le due prime indagini è rappresentata dall’appetito immobiliare, che è in significativa riduzione: dal 9% si passa al 5% e addirittura, dal 18% all’8% per gli investitori. Tuttavia la disponibilità a investire si fa nel tempo più tiepida: alla domanda “E se oggi avesse da investire quali prodotti sceglierebbe?” scende dal 24% al 20% chi punterebbe sull’immobiliare.

PUNTARE SUI FONDI COMUNI – In compenso, però, chi è già nel mondo degli investimenti ripeterebbe questa scelta magari rimodulando il portafoglio, guardando meno ai titoli di stato – dal 36% i risparmiatori affezionati ai titoli governativi italiani scendono al 22% – e più ai fondi comuni d’investimento – dal 2% si passa al 10% – e in particolare a obbligazioni e fondi obbligazionari (dal 12% al 16%). Non va trascurato anche che un 8% terrebbe i soldi in conto corrente e liquidità.

A CACCIA DI RENDIMENTO – Continua ad essere predominante, per il 49% del campione di riferimento, la ricerca di meccanismi di tutela del capitale investito – a riprova si conferma anche una forte sensibilità verso il rendimento garantito, dal 33 al 39% – ma ricomincia a crescere la ricerca di rendimenti elevati (dall’11 al 16%) e con un orientamento più spiccato al breve periodo. Inoltre chi ha già sperimentato gli investimenti afferma che nelle sue decisioni, oltre alle peculiarità legate al prodotto che restano determinanti per il 97%, presterebbe attenzione anche agli aspetti legati al servizio, quali la trasparenza e chiarezza delle informazioni e l’assistenza riservata. In ogni caso, i due parametri più importanti nelle scelte degli investitori restano la certezza del rendimento e la trasparenza insieme alla chiarezza sul prodotto in termini di caratteristiche e costi.

 

Articolo ripreso dal sito soldiweb.com