Aggiornamenti da aprile, 2012 Attiva/disattiva nidificazione dei commenti | Scorciatoie da tastiera

  • admin 17:56 il 6 April 2012 Permalink |  

    Investire sul petrolio 

    I prezzi del petrolio soffiano sul fuoco della bolletta energetica italiana.

    Nonostante il calo dei consumi dovuto alla crisi economica, nel 2011 il costo pagato dal nostro Paese per approvvigionarsi di energia all’estero è stato di 61,9 miliardi, quasi 9 miliardi in più rispetto al 2010, con un peso sul Pil di quasi il 4%.

    Ma il peggio sembra dover ancora arrivare. Secondo le stime dell’Unione petrolifera, il 2012 potrebbe infatti segnare un ulteriore incremento, con una fattura record di 65,3 miliardi, praticamente oltre tre manovre “Salva-Italia”.

    Per quanto riguarda la sola bolletta petrolifera, l’Unione petrolifera calcola per il 2011 una fattura pari a 34,9 miliardi di euro (6,5 miliardi in più rispetto al 2010), con un impatto del 2,2% sul Pil.

    Si tratta, precisa l’associazione dei petrolieri, «del maggior esborso dell’ultimo decennio, che supera anche il livello del 2008, pari a 32,5 miliardi», quando il petrolio toccò il record di oltre i 140 dollari.

    Per il 2012, la fattura petrolifera potrebbe invece oscillare tra i 33,6 e i 43,4 miliardi di euro, nel caso di consumi analoghi a quelli del 2011 e con un intervallo dei prezzi del petrolio compreso tra i 100 e i 120 dollari al barile.

    Cifre spaventose per l’impatto sui conti delle aziende e dell’economia italiana, alle quali fanno però da contrappeso quelle sugli introiti generati per lo Stato dal gettito fiscale sui carburanti.

    Con i continui ritocchi imposti da decreti e manovre, le entrate derivanti da Iva e accise su benzina, gasolio e altri oli minerali (gasolio riscaldamento, lubrificanti, bitume ecc…) sono salite nel 2011 a ben 37,25 miliardi, in aumento del 6,3% rispetto al 2010. Secondo i calcoli dell’Up, l’aumento è stato del 3% per le accise (+700 milioni a 24 miliardi) e del 12,8% per l’Iva (+1,5 miliardi a 13,25 miliardi).

    Gli effetti degli aggravi fiscali sono evidenti nei prezzi al consumo. Con «ben 6 distinti interventi» (per il finanziamento in due tranche del fondo unico per lo spettacolo, per l’emergenza immigrati, con l’aumento dell’Iva al 21%, per l’emergenza alluvione ed infine con la manovra Monti), l’effetto, nota l’Up, è stato pari a oltre 18,2 centesimi di euro al litro per la benzina e 21,8 per il gasolio.

    Il peso del fisco è così arrivato al 60% del prezzo della verde e al 53% di quello del diesel.

    Intanto, la più grande multinazionale dell’energia tedesca, E.on, intende tagliare a livello internazionale 11mila posti di lavoro su un totale di circa 80mila, seimila dei quali in Germania.

    Lo ha confermato un portavoce della compagnia al quotidiano Rheinische Post. E.on si trova in difficoltà per l’abbandono del nucleare deciso dal governo della cancelliera Angela Merkel dopo la tragedia di Fukushima.

    A contribuire all’indebolimento anche un arretramento nel mercato del gas.

    «Non è ancora possibile precisare quanti posti di lavoro saranno ridotti con quale strumento», ha aggiunto il portavoce a proposito dei tagli in Germania.

    Secondo il Rheinische Post circa 3000 lavoratori locali saranno messi in prepensionamento, 2500 verranno spostati in un’altra società del gruppo mentre cinquecento posti saranno ridotti con la scadenza di contratti a tempo determinato, che non verranno rinnovati.

    Insomma, un’altra botta per quanto riguarda il livello occupazionale, in un momento di crisi acuta e ancora senza una via d’uscita concreta e percorribile.

     

    Articolo ripreso da gazzettadelsud.it

     
  • admin 22:58 il 13 March 2012 Permalink |  

    Marchionne crede ancora nell’Italia come mercato per la Fiat 

    Fiat è una «multinazionale. Gestiamo attività in tutte le parti del mondo». Così l’amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, ai microfoni di Radio 24 risponde a chi gli chiedeva se la società volesse lasciare l’Italia.

    Marchionne «non ha mai parlato di lasciare l’Italia» afferma la Fiat che smentisce seccamente le dichiarazioni dell’ad riportate da alcuni media che hanno scatenato una bufera, con il rischio di accendere un fronte di scontro sociale forte.

    Già in precedenza quando Marchionne aveva paventato anche se lontanamente l’ipotesi di un quartier generale a Detroit, i sindacati e la politica si erano scagliati contro il Lingotto.

    Marchionne nell’intervista, registrata a Washington dove ha partecipato a un incontro al Peterson Institute, critica la Fiom, che «sta insistendo sull’applicazione di un contratto che ormai non ha più senso.

    Abbiamo avuto la maggioranza dei lavoratori che hanno appoggiato un’alternativa. Il treno è passato, è inutile cercare di insistere che bisogna rinegoziare e riaprire il tavolo. Non posso rivotare fino a quando non vince la Fiom». «C’è una tirannia della minoranza sulla maggioranza. Uno su dieci dipendenti mi va a condizionare come funziona l’azienda. La Fiat non può essere vittima di una minoranza. Non possiamo decidere con la maggioranza di fare una cosa e poi girarci e vedere una decisione presa altrove che è diversa. Io così non posso investire, parliamo di miliardi di euro non di aprire un supermercato».

    E quindi l’alternativa è lasciare l’Italia? viene chiesto a Marchionne. «Siamo una multinazionale, gestiamo attività in tutte le parti del mondo.

    Abbiamo attività economiche e industriali al di fuori dell’Italia. Vendiamo macchine in Brasile, in Cina, in America, in Messico. La cosa importante è la sopravvivenza della Fiat che non può essere messa in discussione. Ci abbiamo messo otto anni per rimetterla in piedi.

    Abbiamo creato un’alternativa con Chrysler e non possiamo metterla in dubbio. Chiunque pensa di condizionare la Fiat si sbaglia».

    «Marchionne è come una bomba a orologeria, ogni volta che si fa un passo avanti, riporta tutto indietro». Lo ha dichiarato il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso.

    Testo ripreso da gazzettadelsud.it

     
  • admin 02:35 il 19 January 2012 Permalink |  

    Investire sulle fonti energetiche per il ventunesimo secolo 

    Si parla di relazioni internazionali solo quando arrivano in TV immagini di bombardamenti, e così si pensa che l’11/9 sia stata una data fondamentale per la storia militare del XXI secolo. In realtà è solo un simbolo visibile di un processo vecchio di decenni, il terrorismo islamico, e soltanto uno dei tanti processi geopolitici che avvengono ogni giorno, anche e soprattutto senza che l’”opinione pubblica mondiale”, nota figura mitologica, se ne renda conto. Il titolo, dunque, è accattivante, ma non c’entra nulla. Gli USA rappresentavano il 50% del PIL mondiale nel 1945, ma oggi solo il 20%: in compenso, rappresentano il 50% della spesa militare.

    Il peso degli USA nell’economia mondiale continuerà a diminuire, come quello europeo, perché l’Estremo Oriente cresce molto rapidamente, ha tassi di risparmio notevoli (mentre gli USA hanno un deficit strutturale di capitali), e politiche spesso meno paludate nella lotta di tutti contro tutti per vivere a spese degli altri che caratterizza le nostre democrazie. Il peso degli USA nel mondo è dunque destinato a diminuire. Esistono fondamentalmente due aree geografiche che per densità di popolazione, PIL e livello tecnologico sono fondamentali per la strategia: l’Europa e l’Estremo Oriente. Per motivi tecnologici è inoltre anche importante il Medio Oriente, da cui proviene gran parte del petrolio e del gas mondiali.

    L’Europa non ha capacità militari, né la mentalità necessaria a pensare strategicamente: addormentata sotto l’ombrello protettivo degli USA da oltre mezzo secolo, ormai considera la politica estera solo un modo per vantarsi della propria coscienza pulita, che notoriamente rimane tale soprattutto quando non viene mai usata.

    Senza gli USA però le cose dovrebbero cambiare: le dinamiche interne all’Europa potrebbero farsi più conflittuali (si pensi all’Inghilterra come garante dell’equilibrio di potere continentale nel XIX secolo), e la Russia potrebbe, sia per le forniture di carburante che per un potere militare ora un po’ annebbiato, diventare di nuovo un pericolo strategico. Sviluppare uno spirito di collaborazione europea, anche militare, e la capacità di ragionare in termini strategici sarà dunque necessario.

    Se ciò non avverrà, la Russia potrebbe mangiare l’Europa Orientale in un boccone, e minacciare quella Occidentale, esattamente come durante la Guerra Fredda. In Estremo Oriente la Cina è l’unica potenza regionale che potrebbe diventare quasi una superpotenza. Sicuramente potrebbe diventare egemone, salvo un’alleanza di contenimento tra Giappone, Corea, Taiwan, Vietnam, Filippine, Tailandia etc., e forse anche India, Russia e Australia. Una tale alleanza è problematica sul piano dei costi di transazione, e finora l’equilibrio strategico e dunque la pace in Estremo Oriente sono stati garantiti dall’ombrello americano (sistema “hub and spoke”). Finito quello, ci sarebbero giochi strategici per stabilire chi comanda, ed eventualmente anche conflitti regionali. Sono forse una decina i Paesi dell’area in grado di sviluppare armi nucleari, e quattro (Cina, India, Corea del Nord, Russia) già le hanno.

    La prossima guerra mondiale dunque scoppierà probabilmente in Estremo Oriente, ma le sue ripercussioni saranno globali. Il Medio Oriente è un casino. La Cina si protende verso la regione attraverso il Tibet e lo Xingjang, e la Russia confina con la regione, come l’India. In qualche modo, l’Europa e gli USA devono essere in grado di mantenere l’area aperta al commercio internazionale, sia per minimizzare le frizioni (altre potenze dovrebbero conquistare i territori per avere il petrolio, in assenza di libero commercio), sia per ottenere le risorse necessarie alle loro economie.

    Non prevedo cambiamenti tecnologici a breve che potrebbero rivoluzionare la cosa: eolico, fotovoltaico, etc., sono solo giocattoli. Dunque il petrolio rimarrà al centro della geopolitica ancora per molti decenni. Se gli USA non potranno fare più “tutto da soli”, dovranno imparare a fungere da garante esterno, riducendo la loro presenza globale, minimizzando i conflitti aperti ed intervenendo solo in caso estremo. La stabilità delle tre aree succitate è fondamentale per la sicurezza e la prosperità mondiali, non certo solo per gli USA o l’Europa. Colin Gray, in un libro, ha anticipato che il XXI secolo sarà “un altro secolo di sangue” (“Another bloody century”). Non è affatto improbabile.

    Articolo ripreso da linkiesta.it

     
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