Come investire in maniera diversificata i propri risparmi

Chi lascia i propri soldi in banca può dirsi veramente al sicuro? Le banche, cui molti risparmiatori prestano denaro lasciando soldi sul conto corrente o sottoscrivendo a man bassa una per l’altra (senza fare confronti e distinzioni) conti deposito vincolati o obbligazioni, svolgono attività rischiose visto che prestano soldi a imprese e famiglie e investono in titoli finanziari.

E non sempre questi prestiti e questi investimenti vanno a buon fine. E allora quando una banca presta male i soldi dei depositanti a debitori che non restituiscono né il capitale né gli interessi o li investe male comprando titoli che poi scendono e provocano perdite cosa succede? Se le cose sono fatte “in grande stile” evidentemente la banca va in rosso. Nei bilanci si cercherà naturalmente di trovare il modo di presentare una realtà più presentabile e abbellirli il più possibile. Ma alla lunga se la banca non produce redditività il buco prima o poi appare. Anche perché le altre banche magari smetteranno di finanziare in qualsiasi modo la banca messa male e questa faticherà sempre più a trovare risorse sul mercato.

E chi ripiana i conti delle banche per evitare che vadano a gambe all’aria? Chi paga il conto di questi investimenti finiti male? Il mercato con aumenti di capitale sottoscritti dagli azionisti o lo Stato, ovvero i contribuenti, quando i privati non ci vogliono mettere i soldi o il deficit di capitale è diventato troppo elevato e si rischia la crisi “sistemica” ovvero il cosiddetto “bank run”.

La corsa alla banca o meglio corsa agli sportelli è quel fenomeno che si verifica quando un elevato numero di clienti di una banca preleva contemporaneamente tutti i depositi per paura che la banca diventi insolvente. Un fenomeno che potrebbe già mettere in difficoltà una banca sana, figuriamoci una banca malata dato che tutte le banche detengono solo una piccolissima parte dei loro depositi a vista, mentre la maggior parte viene investita, o meglio, utilizzata per espletare la sua funzione creditizia o di investimento.

Arriviamo così alla situazione di questi mesi dove le banche con i conti anche disastrati vengono tenute in vita e anche quelle non messe malissimo ma nemmeno benissimo possono di fatto speculare e scommettere alzando sempre più la posta in gioco. La “stabilità bancaria” va mantenuta a ogni costo per evitare un nuovo caso Lehman Brothers e pazienza se così si premiamo i peggiori e l’azzardo morale. Se la banca in difficoltà ha bisogno di quattrini una soluzione si deve trovare: se lo Stato appartiene all’Unione Europea non pagano solo i cittadini di un Paese ma tutti quelli che risiedono in paesi che appartengono alla Unione Europea. Siamo alla “socializzazione delle perdite” per le banche quando le cose si mettono male mentre quando vanno bene (ma anche male, naturalmente) i banchieri possono staccarsi dei pingui assegni.

Ma siamo sicuri che questo sistema dove la banca (anche la peggiore) campa e non crepa in qualsiasi scenario possa durare all’infinito e non capiterà prima o poi che qualche depositante o obbligazionista non si trovi col cerino in mano?

Per ora paga soprattutto Pantalone

In Spagna una banca il salvataggio di Bankia è stato reso possibile dal contributo non solo dei cittadini spagnoli ma anche di quelli italiani, francesi, tedeschi, belgi, olandesi, austriaci…Tutti questi soldi per salvare le banche li mettono i cittadini tramite lo Stato.

Ma il caso di Bankia non è isolato. Anche l’italiana Mps e la franco belga Dexia hanno ricevuto aiuti di Stato con il placet della Ue. Quando gli istituti di credito iniziano a vacillare per preservare la stabilità del sistema finanziario gli Stati ovvero i cittadini ci (ri)mettono i soldi. E non solo loro. Anche gli azionisti e gli obbligazionisti della banca rischiano di perdere i capitali investiti. Nel caso della spagnola Bankia gli azionisti della banca, quotata in Borsa a luglio 2011 hanno subito perdite superiori all’90% del capitale investito.

Hanno perso gli obbligazionisti che hanno preferito le obbligazioni subordinate, quelle che rendono di più, e pensano di essere più furbi degli altri perché “tanto una banca non fallisce” e che al momento attuale secondo le ultime proposte che circolano potrebbero perdere fra il 15% e il 50% del capitale investito. Mentre gli obbligazionisti “senior” non certo possono dire ancora “scampato pericolo”. Nel caso di Mps finora hanno pagato i cittadini italiani e anche gli azionisti visto che il titolo dal gennaio 2007 ha perso fino a oltre il 95% del proprio valore. E anche chi ha puntato sulle obbligazioni del gruppo ha subito una perdita visto che il merito creditizio della banca è passato da A- a BBB con titoli che sono precipitati di valore pur se nelle ultime settimane un rimbalzo molto parziale è stato messo a segno.

Mps e le obbligazioni Casaforte

Non sempre le banche antepongono i propri interessi a quelli dei loro clienti. Nelle filiali dell’istituto senese le pressioni perché i clienti mantengano in portafoglio le obbligazioni Casaforte emesse della banca, che pagano un rendimento inferiore a quello del conto deposito della banca, è fortissima. Se i clienti dovessero chiedere il rimborso alla banca per Mps sarebbe una bella stangata.

Le Obbligazioni Casaforte pagano una cedola inferiore a quella offerta dal conto di deposito della banca e sono garantite dagli affitti che la banca paga sugli edifici che usa per la sua attività. Emesse a 100 due anni fa dovrebbero valere sul mercato circa 69 centesimi secondo quanto ricostruito da Linkiesta. Mps però non può comprarle da chi le ha sottoscritte in emissione al prezzo di mercato ma deve garantirne il riacquisto a spread invariato ovvero a un prezzo vicino a quello di emissione. Le ultime transazioni con i clienti sono avvenute a un prezzo intorno ai 96 centesimi con un danno economico enorme per la banca che compra a 96 quello che sul mercato vale 69.

Di obbligazioni Casaforte ai clienti della banca ne sono state vendute per 1,56 miliardi. Di qui l’imperativo categorico dato alle filiali: per un cliente che vende queste obbligazioni se ne deve trovare uno che compra. Un’altra eredità della brillante gestione Mussari come quella dei 15 miliardi di Btp che grazie a un’operazione di copertura del rischio tassi tramite strumenti derivati rendono appena lo 0,26%. Come un Bund tedesco con un rischio però enormemente superiore. Certo poi tutti questi investimenti sbagliati si pagano. Come l’acquisizione di Banca Antonveneta per una cifra astronomica che poi infatti è stata pesantemente svalutata.

E a furia di svalutazioni e di scommesse sbagliate i conti delle banche vanno in profondo rosso. Finchè non riescono più a reggersi con le loro gambe perché i soldi per stare in piedi non ci sono più. E come ama ripetere il miliardario Warren Buffett, «solo quando la marea scende si capisce chi fa il bagno nudo». A quel punto a rivestire le banche prima che minino la stabilità del sistema finanziario interviene lo Stato. Come è successo alla spagnola Bankia, alla franco-belga Dexia e alla italiana Mps. Tutte salvate dal governo e dai governi. Ovvero dai cittadini dei rispettivi paesi e anche di tutti gli altri se appartenenti alla Ue. Soldi pubblici che avrebbero potuto essere impiegati per ridurre il carico fiscale, far ripartire l’economia e l’occupazione. Invece vanno alle banche.

Che Bankia!

A Bankia, quotata in Borsa a luglio 2011 con un valore di 3,75 euro e che oggi vale 0,398 euro, sei mesi fa il governo spagnolo ha dato 4,5 miliardi di euro per non farla saltare. Nonostante le rassicurazioni del governo iberico, che tale salvataggio sarebbe stato sufficiente, i 4,5 miliardi di euro non sono riusciti a ripianare le perdite di Bankia esposta per 30 miliardi di euro verso il settore immobiliare spagnolo da qualche anno in pesante crisi. Secondo una valutazione del Frob, il fondo di salvataggio per le banche spagnole, Bankia ha un patrimonio negativo di oltre 4 miliardi di euro e nella sua controllante (non quotata), che raggruppa altre casse di risparmio, la voragine ha superato i 10 miliardi.

E’ una banca in cui i debiti superano ampiamente l’attivo. Tanto che si è reso necessario un secondo salvataggio per 18 miliardi di euro a carico della Unione Monetaria ovvero di tutti i cittadini della Ue, compresi noi italiani. Il 27 dicembre gli azionisti di Bankia hanno visto crollare in un solo giorno di contrattazione del 25% il valore in Borsa del titolo in quando la Borsa spagnola ha comunicato che il 2 gennaio il titolo sarebbe uscito dall’indice Ibex25 che comprende le 25 azioni spagnole a maggiore capitalizzazione.

Essendo il patrimonio della banca negativo, chi ha investito in azioni della banca spagnola perderà l’intero capitale investito. Si tratta di 350 mila azionisti la maggior parte dei quali privati risparmiatori e pensionati. Detentori non solo di azioni della banca ma anche di obbligazioni. Anche subordinate su cui rischiano perdite pesanti: dal 10 al 50% a seconda del tipo di emissione sottoscritta.

I principali detentori di obbligazioni emesse da Bankia sono ovviamente i suoi correntisti indotti a sottoscrivere questi titoli dai zelanti sportellisti dell’istituto. Molti dei quali non solo hanno sottoscritto essi stessi azioni e obbligazioni della banca e quindi subiranno pesanti perdite sui propri investimenti finanziari, ma perderanno il posto visto che l’istituto iberico prevede di tagliare seimila posti di lavoro (circa il 30% del personale) entro i prossimi tre anni. Non è il primo caso in cui i detentori di obbligazioni bancarie di istituti europei rimangono in mutande. E’ accaduto qualche anno fa anche ai possessori di obbligazioni della Anglo Irish Bank.

Quando a gennaio del 2009 una delle maggiori banche irlandesi è stata nazionalizzata sia i detentori di azioni sia i detentori di obbligazioni hanno subito perdite pesantissime. La banca come da copione è stata salvata, ovviamente con i soldi pubblici, ma anche gli azionisti e gli obbligazionisti ci hanno rimesso pesantemente.

Mps, dai contribuenti italiani 4,5 miliardi di euro

Comunque quanto a perdite di posti di lavoro e (ab)uso di soldi pubblici non va molto meglio in Italia dove Mps si sta mangiando non pochi quattrini dei contribuenti. Dopo gli 1,9 miliardi di euro concessi da Tremonti nel 2009, che la banca non è stata in grado di rimborsare, Mps è stata beneficiata di un secondo aiuto governativo varato dal governo Monti con il placet dell’Unione Europea.

Mps ha chiuso il 2011 con perdite per 4,69 miliardi di euro. Una cosa da nulla per gli amministratori della banca che dichiaravano in un comunicato che queste perdite essendo dovute a svalutazioni su avviamenti hanno effetti « solo sulle grandezze contabili ma nessun impatto sul cash-flow, sulla liquidità, e sui coefficienti patrimoniali come, evidentemente, non ha alcuna influenza sulla redditività prospettica e sull’affidabilità della banca». Insomma secondo l’istituto senese molto rumore per nulla.

Ma se la banca è così in salute e solida perché non solo non è riuscita a rimborsare gli 1,9 miliardi di Tremonti Bond (che dovevano fruttare alle casse dello Stato il 9% all’anno di interessi) ma è stata costretta a chiedere altri 2 miliardi al Tesoro Italiano (a un tasso questa volta del 10%)?

Perché se la banca gode di ottima salute è dovuto intervenire il governo italiano con un prestito che potrà arrivare fino a 4,5 miliardi (e non sarà meno di 3,9 miliardi) per consentire alla banca di raggiungere i requisiti patrimoniali richiesti dall’Autorità bancaria europea (Core Tier 1 al 9%)? Ovvero per poter continuare a operare?

Il test condotto nella seconda metà del 2011 dall’Autorità bancaria europea (Eba) ha evidenziato per Mps l’esigenza di un rafforzamento patrimoniale temporaneo e provvisorio pari a 3,26 miliardi di euro a causa della sovraesposizione al debito sovrano. Cui ha provveduto il già disastrato Stato italiano visto che la banca non è riuscita a trovare dei finanziatori privati che fossero disposti a mettere soldi nella banca tramite degli aumenti di capitale. Visto che i soldi non è disposto a metterli il mercato il pubblico farà la sua parte.

Poi ci si stupisce che il debito pubblico italiano aumenti e che la pressione fiscale in Italia arrivi nel 2012 al livello record del 45,3%. E’ stato calcolato che un quinto dei proventi dell’Imu è pari all’esborso che lo Stato italiano farà a favore di Mps. Tutto questo mentre l’ex patron di Mps, Giuseppe Mussari, alla guida del gruppo senese dal 2007 fino ad aprile 2012, anziché essere estromesso dal sistema bancario, ne è stato nominato Presidente nel 2010 e nel 2012 è stato riconfermato all’unanimità a capo dell’associazione bancaria italiana.

Il posto per ora lo perderanno soprattutto i dipendenti della banca visto che il Piano industriale 2012-2015 di Banca Monte dei Paschi, prevede, su richiesta della Commissione Ue in cambio degli aiuti di stato, di tagliare 4.600 posti di lavoro e di cedere 400 filiali.

Quanto agli interessi che lo Stato dovrà ricevere dalla banca per il prestito fino a 4,5 miliardi concesso, l’istituto potrà pagarli al governo cash (se avrà i soldi) o facendosi dare altri soldi dallo Stato (ovvero dei cittadini) ) oppure in azioni. In quest’ultimo caso la banca verrà nazionalizzata come accaduto per la spagnola Bankia e per la franco belga Dexia. Che ne sarà degli azionisti e degli obbligazionisti della banca se la banca non esce rapidamente dalle secche? Il caso Bankia non fa ben sperare.

A fine gennaio ci sarà l’assemblea straordinaria della banca che dovrà decidere se procedere a due aumenti di capitale, uno da 4,5 e l’altro da 2 miliardi, per evitare che lo Stato diventi proprietario della terza banca del Paese. Cosa che avverrà se nel 2014 Mps non sarà in grado di onorare gli impegni con il Ministero del Tesoro. Intanto anche nel 2012 i conti della banca sono in pesante rosso: Mps ha chiuso i primi nove mesi del 2012 con un rosso di 1,664 miliardi.

Per ora in Europa a rimetterci delle banche in difficoltà sono stati gli azionisti e in misura minore gli obbligazionisti: l’ordine è stato quello di proteggere in ogni caso i depositanti. La speranza è naturalmente che non sfugga mai la situazione di mano e che non si arrivi sull’orlo di un “bank run”. Il governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, è riuscito a convincere i mercati da questa estate che tutto verrà fatto per garantire la stabilità bancaria e dell’euro. Per sempre? Una banca vale allora l’altra? Anzi più sono malmesse, meglio è? Le banche a questo punto non possono più fallire?

Pur rispettando Draghi da risparmiatori e investitori non ci piacerebbe scommettere troppo contro il fuoco. E ai risparmiatori che considerano tutte le banche, senza distinzioni come l’impiego più sicuro per i propri capitali vincolando tutti i propri soldi allettati dalle offerte o acquistando massicciamente obbligazioni della casa, invitiamo alla prudenza del buon padre di famiglia che sa diversificare e non si affida a un’unica controparte per non rischiare il tutto per tutto.

Dexia 5,5 miliardi di euro, un salvataggio tira l’altro

Il problema delle banche mangia soldi pubblici coinvolge anche istituti d’oltralpe come la franco belga Dexia. La Commissione europea ha dato il via libera negli scorsi giorni all’ennesimo salvataggio di Dexia, che comporta un’iniezione di capitale di 5,5 miliardi di euro da parte dei governi di Belgio e Francia. I governi coinvolti arriveranno a detenere quasi il 96% del capitale della banca e questo secondo quanto dichiarato dalla Commissione Ue che ha approvato il salvataggio “consentirà di evitare la liquidazione che avrebbe causato uno shock finanziario in Europa stile Lehman”. E’ il quarto aiuto di stato che la banca riceve in nome della stabilità finanziaria del sistema economico.

“Ma fino a quanto gli Stati potranno sostenere le banche” si domandano molti risparmiatori? Di fatto il sistema capitalistico dovrebbe proprio reggersi sull’allocazione efficiente di risorse scarse e questi salvataggi costituiscono di fatto dei meccanismi discorsivi della concorrenza su cui dovrebbe reggersi il libero mercato.

Inoltre questi salvataggi favoriscono l’azzardo morale da parte sia dei manager sia degli azionisti sia degli obbligazionisti. “Perché le banche nessuno le lascia fallire…” ma questo non significa che investire in istituti decotti sia sempre un buon affare. Il rischio di restare col cerino acceso in mano aumenta. Del resto le banche non sono tutte uguali.

E guardare solo al rendimento di un titolo e non al rischio che incorpora è come scegliere un libro solo in base alla copertina. Quello che conta, quello che non si vede, è più importante di quello che appare. E occorre ricordare il monito di Artur Leavitt, ex presidente della Sec (la massima autorità di controllo della Borsa Usa), e autore de “Il Risparmiatore Ingannato” (Passigli Editore) che qualche anno fa ha scritto parole che vanno sempre ricordate: “In quanto investitori, anche voi avete delle responsabilità”.

Ci sono risparmiatori che detengono obbligazioni della propria banca, azioni della propria banca e lasciano depositi sulla medesima banca. Occorre diversificare. E non cullarsi sul principio che tanto le banche non le fanno fallire. Nessuna di queste banchè né Anglo Irish, né Bankia, né Mps, né Dexia è stata fatta fallire ma questo non significa che chi ha investito in Borsa su questi titoli o ne ha comprato le obbligazioni non ha subito perdite anche cospicue in alcuni casi.

Gli Stati europei sono riusciti per ora a tutelare i depositanti non sempre gli altri portatori di interessi, come i possessori di titoli azionari delle banche in difficoltà (il cui valore è diventato una frazione infinita dell’investimento iniziale) o dei possessori di titoli obbligazionari che hanno dovuto accettare quando è andata bene una fortissima volatilità di quello che ritenevano un investimento sicuro mentre nei casi peggiori con alcune obbligazioni subordinate una perdita anche cospicua del capitale iniziale.

 

Articolo parzialmente ripreso dal sito Moneyreport.it