Cosa accadrebbe se la Grecia lasciasse l’Europa

E se la Grecia lasciasse l’Ue? Questa eventualità provocherebbe un nuovo sconvolgimento geopolitico nei Balcani, avverte il professore Georges Prevelakis. Nel frattempo l’Europa sarebbe obbligata ad ammettere la sua incapacità a “europeizzare” uno Stato da 30 anni membro dell’Unione.

Per la Grecia questo novembre 2011 segna la fine di più cicli: quello aperto nel 2009 con l’arrivo al potere di Papandreou, ma soprattutto quello avviato nel 1981 con l’entrata della Grecia nella Cee, a cui ha fatto seguito la prima vittoria elettorale del Pasok. Di questi due cicli non rimane altro che una situazione economica e sociale che non ha nulla a che vedere con i sogni degli europeisti greci.

Recessione, debito, incuria dello stato, demoralizzazione dei cittadini: l’impressione è che la Grecia non abbia mai fatto parte della Nato e dell’Unione europea e che invece esca, come gli altri paesi dei Balcani, dalla notte comunista. Possiamo parlare di una rivincita della geografia o, più semplicemente, si tratta del risultato della gestione da parte di una famiglia, i Papandreou, che molti greci considerano responsabile di tutti i mali del paese?

Quello che oggi preoccupa la Grecia e l’Europa è il futuro, che non appare certo radioso. La gestione della crisi economica da parte di un governo opportunista e di un’Europa troppo assorbita dai propri affari ha fatto nascere una serie di crisi, che si rivelano una dopo l’altra: ieri economica, oggi politica e probabilmente domani geopolitica.

Da alcuni mesi si sta scavando un solco fra i greci e l’Europa. Sulla stampa greca i vignettisti moltiplicano i riferimenti a una Germania nazista reincarnata nell’Unione europea. L’antieuropeismo e gli atteggiamenti antioccidentali si sviluppano rapidamente. La nostalgia per un passato di relativa prosperità – l’epoca della dracma – il sentimento di umiliazione attraverso i commenti spesso faziosi della stampa e dei responsabili europei e una propaganda governativa che rigetta la responsabilità della politica di rigore sui presunti diktat dell’Europa, sono tutti elementi che alimentano l’ostilità nei confronti dell’Occidente e che richiamano alla memoria eventi storici come lo scisma del 1054, la Quarta crociata, l’occupazione nazista o il sostegno americano alla dittatura dei colonnelli. Avvenimenti ancora vividi nell’immaginario collettivo greco.

Terreno di scontro

A questo proposito basta pensare al contesto geopolitico della Grecia per rendersi conto dei nuovi pericoli: i Balcani occidentali sono tutt’altro che stabilizzati, la Turchia si allontana dall’Occidente e la crisi economica priva gli Stati Uniti di gran parte del loro peso. Nel frattempo la Russia e la Cina si interessano di nuovo alle loro antiche zone di influenza e creano nuove reti economiche e politiche.

In questa regione geopolitica la Grecia rimane il principale punto di riferimento occidentale. Ed è probabilmente per questo motivo che l’Europa ha tollerato le sue violazioni delle norme europee. Un’eventuale uscita dall’Ue o dalla zona euro trasformerebbe di nuovo questo paese in un epicentro di scontri di interessi inglesi, tedeschi, americani, russi e cinesi.

Un’evoluzione del genere, al di là delle conseguenze per la stabilità regionale, rappresenterebbe una pesante umiliazione per il prestigio europeo. L’Europa, che si considerava un modello di riferimento e un fattore di pacificazione per le sue periferie, si vedrebbe costretta a confessare la sua incapacità di “europeizzare” uno stato da 30 anni membro dell’Unione, considerato per di più la “culla della democrazia”.

La crisi economica, curata in modo sbagliato, ha portato alla crisi politica. Bisogna fare tesoro di questo fallimento il più rapidamente possibile: è l’unico modo per evitare una nuova mutazione della crisi politica in crisi geopolitica.

Articolo ripreso da presseurop.eu