Gli interessi sul debito pubblico italiano impediscono veri investimenti per l’economia reale

Nell’ultimo anno e mezzo l’Italia ha conosciuto il significato della parola spread. Il differenziale di rendimento fra i titoli di Stato italiani a dieci anni e i corrispettivi tedeschi di pari entità ha spaventato Roma e l’eurozona. Per ora la tensione è calata, anche se i problemi sono destinati a ripresentarsi quanto prima. Ieri il presidente del Consiglio Mario Monti ha affermato, senza giri di parole, che «senza il salva-Italia avremmo perso la sovranità». Il riferimento è al decreto varato dal Consiglio dei ministri lo scorso 4 dicembre 2011.

L’Italia, lo ha detto chiaramente Monti, non è più un problema per l’eurozona. Almeno per ora. Nel 2013, invece, si tornerà a patire. Colpa della spesa per interessi, salita ben oltre le previsioni.

Oltre a rivedere le stime di crescita economica, l’ultimo aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def), relativo al 2012, ha però messo in evidenza un altro aspetto. L’incremento della spesa per interessi passivi nell’orizzonte temporale che va dal 2011 al 2015 è di 27,373 miliardi di euro. Si è infatti passati dai 78,021 miliardi di euro del 2011 alla previsione di 105,394 miliardi per il 2015. Per quest’anno uno degli aumenti maggiori: 8,098 miliardi di euro, cioè lo 0,6% di Pil, fino ad arrivare a quota 86,119 miliardi di euro. E fra 2013 e 2015, aumento di 24,275 miliardi di euro, fino a raggiungere una spesa per interessi passivi del 6,3% del Pil.

Il tutto, come spiegato dal ministero guidato da Vittorio Grilli «per effetto dell’intensificarsi delle tensioni sui mercati finanziari a partire dal mese di aprile, in seguito attenuatesi, e delle relative ripercussioni sulla struttura dei tassi di interesse dei titoli del debito pubblico». E considerato che le stime sul Pil italiano sono destinate a essere ulteriormente riviste al ribasso, la naturale evoluzione è una maggiore incidenza di questa voce di spesa sui conti dello Stato. «È per questo che riteniamo che un nuovo aggiustamento fiscale, entro la fine dell’anno, sia altamente probabile». Così Bank of America-Merrill Lynch in una nota di pochi giorni fa.

A rimarcare che l’Italia potrebbe aver bisogno di un supporto esterno è Morgan Stanley. Delle due l’una. O Roma continua a scendere sui mercati obbligazionari da sola o chiede un sostegno alla Banca centrale europea (Bce) tramite gli acquisti di titoli di Stato attraverso le Outright monetary transaction (Omt). Nel primo caso, tuttavia, la possibile conseguenza in caso di ulteriori tensioni sarebbe un aumento del rendimento dei bond italiani. Più alto è il tasso d’interesse, più elevata è la spesa per interessi.

E poi c’è il secondo caso. Un eventuale intervento della Bce, lo ha rimarcato anche Willem Buiter, capo-economista di Citi, è probabile nel 2013. Ma Morgan Stanley è più ottimista. Data la situazione corrente, con le parole della Bce, le emissioni obbligazionarie italiane per il quarto trimestre dell’anno potrebbero avere un sollievo.

Come sottolinea la banca americana, l’Italia nei prossimi anni fronteggerà una delle sfide più grandi nella zona euro. Nessun altro Paese ha maggiori esigenze di rifinanziamento. Ogni anno, fino al 2015, dovrà rifinanziare circa 200 miliardi di euro di titoli a breve termine e 200 miliardi di titoli a lungo. Nello specifico, le prospettive non sono positive. Nel 2013 l’Italia avrà emissioni lorde per 401 miliardi di euro, mentre ci sarà una redemption di 355 miliardi.

Le cose andranno leggermente peggio nel 2014, quando le emissioni lorde di debito pubblico saliranno a quota 417 miliardi di euro e la redemption sarà di 378 miliardi. Ancora più elevate le stime di Morgan Stanley per il 2015: le emissioni lorde saranno di 443 miliardi di euro e la redemption di 407 miliardi. Non saranno comunque raggiunti i livelli toccati nell’anno in corso, quando le emissioni lorde raggiungeranno i 452 miliardi di euro e la redemption del debito italiano sarà di 389 miliardi. Tanto. Forse troppo per farcela da soli. Ed è per questo che, dato che il 2012 è ormai finito, è plausibile immaginare che un eventuale supporto della Bce potrebbe arrivare nel corso del 2013.

Ancora oggi il presidente della Bce, Mario Draghi, ha ribadito che l’euro è irreversibile, ma che l’Eurotower non può sostituirsi ai governi nel processo di riforme. Consolidamento fiscale da un lato, programma di acquisto titoli dall’altro. Il tutto per stabilizzare i mercati finanziari e rassicurare gli investitori sulla solidità dell’euro.

 

Articolo ripreso da linkiesta.it