Gli investimenti sbagliati di MPS

Ci sono voluti cinque secoli per costruire quella fortuna che per i senesi è stato il Monte dei Paschi di Siena. Meno di cinque anni sono stati invece bastati a Giuseppe Mussari e a Gabriello Mancini per fare evaporare in Borsa lo storico tesoretto della città del Palio.

Il patto di potere fra i due – uno a capo della banca, l’altro dell’ente che la controlla – ha prodotto strategie e scelte che rischiano ora di lasciare la fondazione, e il suo territorio di riferimento, con un pugno di mosche in mano.

Ai minimi di sempre. Le quotazioni di Banca Monte dei Paschi di Siena sono al minimo assoluto da quando le azioni sono quotate: 0,26 euro. Meno di un terzo di quanto valessero sul mercato alla fine del 2010, data in cui la minusvalenza implicita era già di 1,6 miliardi.

Nell’ultimo bilancio approvato, l’ente si è appellato ai principi contabili e alla “strategicità” dell’investimento per evitare di far affiorare le perdite latenti. Di fatto, ha riposto le sue speranze in un’inversione di tendenza della Borsa tale da recuperare la soglia di 1,30, il valore unitario a cui le azioni Mps erano contabilizzate, prima dell’ultimo aumento di capitale.

Ma lo scenario europeo, e italiano in particolare, con la crisi del debito e le sue implicazioni sulla moneta unica e sulla solidità del sistema bancario, non offre molti appigli per ora. D’altra parte, l’origine delle disgrazie va retrodatata a quattro anni fa, quando a sorpresa Mussari decise di acquistare Banca Antonveneta per oltre 9 miliardi di euro. Una cifra che già allora sembrò troppo alta.

Da mesi, infatti, era già scoppiata la bolla dei subprime e il settore finanziario aveva imboccato una netta china discendente.

La verità sui conti della fondazione non potrà più essere nascosta dietro «un’ottica di valutazione di lunghissimo periodo» che ha portato gli organi amministrativi a scrivere sul bilancio 2010 che «l’attuale ribasso della quotazione di mercato del titolo non appare in alcun modo significativo».

Fra azioni ordinarie, privilegiate e di risparmio, la partecipazione era iscritta per 4,8 miliardi e assorbiva l’88% del patrimonio netto della fondazione. A metà di quest’anno l’ente presieduto da Mancini ha investito un altro miliardo finanziando metà dell’aumento di capitale della banca. A quel punto, non meno del 90% del portafoglio di attività era costituito da investimenti nell’istituto guidato da Mussari.

Il bagno di sangue. In sostanza, è come se uno avesse scelto di puntare tutte le fiches su un numero. È andata male. Sul pacchetto di azioni ordinarie Mps che la fondazione aveva in carico a 3,3 miliardi a fine 2010, si ha una minusvalenza di 1,043 euro per titolo (=1,30 meno 0,2605) per un totale di 2,653 miliardi.

C’è poi il capitolo delle nuove azioni sottoscritte con l’aumento di capitale di giugno scorso: 2.440 milioni di titoli pagati 1,088 miliardi (0,446 euro cadauno) ma che oggi valgono 635 milioni: un’altra perdita implicita, stavolta per 452 milioni. Non è finita qui.

Va anche considerata la contrazione del valore sulle azioni privilegiate e su quelle di risparmio: rispettivamente 704 milioni e 19 milioni.

Ancora, c’è un’altra minusvalenza, questa volta realizzata sul pacchetto di 450 milioni di titoli privilegiati ceduti attraverso Goldman Sachs: non sono stati svelati i dettagli dell’operazione, ma tenendo conto delle quotazioni delle azioni Mps all’inizio di giugno (0,8 euro), il rosso è stimabile in almeno 215 milioni.

L’“albero degli zecchini” è diventato un bonsai. Il conto totale delle perdite supera così 4 miliardi di euro. Una cifra enorme, e superiore al fondo di dotazione patrimoniale della Fondazione Montepaschi, che ha garantito a Siena e provincia erogazioni per centinaia di milioni l’anno.

Questo provvisorio bilancio non sarebbe completo se non si tenesse conto di due elementi. Il primo è che la trasfusione di fondi dalla fondazione alla banca non è finita. Entro fine anno Mancini si è infatti impegnato a convertire in azioni Mps i titoli Fresh (obbligazioni subordinate equity-linked) detenuti in portafoglio per 210 milioni.

Se a maggio avesse aderito all’Opa lanciata da Mediobanca su questi strumenti, la fondazione senese, che ha sede a Palazzo Sansedoni con affaccio sul piazza del Campo, avrebbe fissato le perdite esattamente a metà dell’investimento: 105 milioni. E invece, decidendo di convertirli in azioni Mps a un rapporto di cambio di 2,63 euro (dieci volte il valore di mercato), l’ente di Mancini avrà un danno emergente di 189 milioni (la differenza fra il nominale e il controvalore di mercato dei titoli ricevuti) e un lucro cessante, dato dalla rinuncia alla cedola dei titoli Fresh.

Il secondo elemento è che per recuperare la liquidità necessaria a fronteggiare l’aumento di capitale di giugno, la fondazione si è indebitata per 600 milioni contraendo un prestito a 6 anni con una decina di banche, fra cui Jp Morgan, Goldman Sachs, Mediobanca e Crédit Suisse. Il paradosso è che avendo fatto di tutto per difendere il controllo della banca, senza badare a spese, ora la Fondazione Montepaschi rischia di perderlo.

Le banche creditrici hanno infatti ottenuto in garanzia azioni Mps. Più le quotazioni del titolo scendono, più alto è il numero di azioni che la fondazione deve aggiungere al pegno, per ripristinare i cosiddetti margini di garanzia, come è normale nei prestiti garantiti da titoli quotati. Fonti finanziarie consultate da Linkiesta hanno confermato che la pressione dei creditori sulla fondazione sta aumentando.

Crédit Suisse, in particolare, sta insistendo perché il pacchetto titoli a garanzia del prestito venga adeguatamente rimpolpato. Conclusione, anche se diritti di voto e diritto alla cedola restano all’ente senese, un numero sempre maggiore di titoli sta finendo sotto il pegno delle banche d’affari. Come il futuro della banca, schiacciato sotto il peso di 25 miliardi di titoli di Stato italiani, detenuti in portafoglio, e dalla necessità, imposta dall’Autorità bancaria europea, di creare un ulteriore cuscinetto di capitale di 3 miliardi a copertura delle perdite di valore sui Btp.

Se portato a termine tramite un aumento di capitale, il rafforzamento patrimoniale rischia di spazzare via quel che resta del tesoretto della città e del “legame indissolubile” con la banca presieduta da Mussari. Che ora ha intavolato una serrata quanto disperata trattativa con il Tesoro (per i Tremonti bond), con Bankitalia e con l’Eba per tentare di tamponare l’emergenza patrimoniale.

Cinque anni della coppia Mancini-Mussari hanno prodotto un risultato esiziale: cinque secoli di storia e di ricchezza sono nelle mani delle banche d’affari e appesi alla benevolenza delle autorità politiche e bancarie. In tutto questo, Mussari sembra rifugiarsi sempre di più nel suo ruolo di presidente dell’Abi, la lobby bancaria italiana, dimenticandosi delle responsabilità sociali verso il territorio della banca.

Mancini non ha trovato niente di meglio da dire (al Wall Street Journal) che «non possiamo più essere il bancomat della città». Ma nemmeno quel che resta del tesoro di Siena può più essere il bancomat delle ambizioni di Mussari e Mancini.

 

Articolo ripreso da linkiesta.it