Grande incertezza in Sudafrica anello debole dei BRICS

C’e’ qualcosa di profondamente inquietante in quei kalashnikov imbracciati dalla polizia sudafricana per sedare gli scioperi nella miniera di Marikana, di proprietà inglese, che hanno portato ad un bilancio di 34 morti e una ottantina di feriti tra i dimostranti che brandivano perlopiù machete e bastoni rituali.

Inevitabile la sensazione di una situazione finita fuori controllo soprattutto da parte del Governo e delle forze dell’ordine stesse, spinte probabilmente da uno spirito di rivendicazione sulle due morti subite in scontri precedenti.

Un salto nel buio del periodo dell’apartheid ? Certamente no, questo si è concluso nei primi anni ‘90 e il Sudafrica è ora un Paese democratico che ha evitato con grande forza morale una possibile guerra civile grazie anche alla guida di leader carismatici come Nelson Mandela e dell’arcivescovo anglicano Desmond Tutu che ha guidato i lavori dei membri giudicanti della Commissione per la Verità e la Riconciliazione.

Sono immagini che purtroppo non si discostano da altre realtà africane tormentate dalla violenza, come la Somalia, il Congo o la Nigeria e segnati da lotte etnico-religiose sempre più frequenti e diffuse, complicate da istanze economiche legate agli introiti derivanti dall’export di materie prime.

Ma il Sudafrica, recentemente entrato nel circolo dei Paesi emergenti BRICS più importanti del G20, è un’altra cosa.
E’ indubbio che Marikana rappresenti una nota dolente per un Paese che detiene l’80% delle riserve mondiali di platino e nel quale gli interessi minerari prevalenti, pari al 60% dell’export, sono perlopiù ancora in mano straniera. Ciò che è successo è da ascriversi ad uno scontro politico tra i due sindacati, l’ormai consolidato Unione Nazionale dei Minatori (NUM) e quello di recente costituzione e con un seguito crescente dell’Associazione dei Minatori e Unione Costruzioni (Amcu).

Ad onor del vero, prima dello scontro finale, l’acceso diverbio sindacale era già degenerato dopo sei settimane di scioperi in uno scontro a fuoco con dieci morti tra i minatori, ma il Governo non si è mosso neanche di fronte alle minacce di licenziamento in massa da parte degli inglesi che hanno definitivamente infiammato gli animi dei lavoratori.

La Commissione formata dal Presidente Zuma per ora ha potuto solo prendere atto che le vittime son state colpite tutte alle spalle e ciò non gioca certo a favore della tesi del combattimento frontale, anzi indebolisce ulteriormente il fronte governativo e le prospettive di nuovi investimenti a capitale straniero.

Guardando al Paese, gli ultimi dati segnalano un rallentamento del settore finanziario, commerciale e dei servizi, dimostrando come il trend che nel 2012 dovrebbe vedere il Pil crescere a ridosso del 3% dipenda molto proprio dal contributo derivante dalle attività estrattive ed in particolare della produzione mineraria. Proprio l’ambito nel quale gli scontri sono nati e rischiano di diventare qualcosa di più di una strage annunciata.

Il deterioramento del commercio, anche a causa del calo della domanda cinese, ha alimentato un deficit delle partite correnti in crescita al 4.8% dal 3.3% dello scorso anno.

La valuta sudafricana, che per un certo periodo era stata annoverata tra le divise rifugio, sarà la prossima vittima dei deflussi di capitali e comunque resterà estremamente volatile anche a causa degli eventi domestici.

La Conferenza in Dicembre del Partito di Governo, l’African National Congress, probabilmente non potrà scontare la rielezione di Zuma, che del suo populismo ha fatto una bandiera allontanandosi dalla strada tracciata dai “padri” della patria e sottovalutando proprio le istanze popolari ed il loro legame con il consenso internazionale.