I cinesi vogliono investire in Unicredit

«Se proprio dobbiamo fare shopping in Italia, meglio UniCredit». Sarebbe questa, secondo alcune fonti, la valutazione di alcuni funzionari del fondo sovrano cinese Chinese investment corporation (Cic) al G20 di Cannes.

Tra le banche del Paese, questo il ragionamento, sarebbe la più diversificata in termini geografici e di investimenti, soprattutto in Turchia e Polonia. Stamani, l’agenzia Dow Jones ha riportato le indiscrezioni di un’apertura della Cic e del fondo sovrano qatarino Qatar investment authority ad entrare nell’azionariato di Piazza Cordusio. I contatti non sono stati smentiti dalla banca guidata da Federico Ghizzoni, che da tempo è alla ricerca di investitori istituzionali di lungo termine, sullo stile del fondo di Abu Dhabi, Aabar (che detiene poco meno del 5% del capitale di UniCredit), interessati soltanto allo stacco del dividendo senza interferire nelle questioni di governance.

Secondo l’Eba, l’autorità bancaria europea, dei 14,771 miliardi di euro di ricapitalizzazioni di cui necessita il sistema italiano, 7,39 miliardi toccano a UniCredit, per raggiungere un coefficiente di patrimonializzazione al 9%, come richiesto dall’Eba nell’ambito degli accordi di Basilea III. Cifra che Ghizzoni spera di ridurre conteggiando nel patrimonio di vigilanza i 3 miliardi di euro di emissioni ibride “Cashes” una volta convertite in azioni ordinarie. Se per Bankitalia questi strumenti possono rientrare nel Tier 1, non è ancora stata chiarificata la posizione del regolatore comunitario.

La decisione finale sull’aumento di capitale, come è emerso in mattinata da Cannes, sarà presa soltanto dopo il G20, appuntamento di cruciale importanza in cui sarà presentato il piano industriale del gruppo e si capirà qualcosa in più su eventuali svalutazioni nei titoli di Stato nel portafoglio della banca, ma pare non sarà discusso il nodo Eba. Intanto, sebbene non esista un mandato formale, secondo le indiscrezioni raccolte da Reuters, Mediobanca e BofA-Merrill Lynch saranno gli advisor per formare un consorzio che sottoscriverà l’aumento, che non è escluso possa essere realizzato anche tramite ricorso a strumenti ibridi, tra cui i contingent convertible bond.

Anche in quest’ultimo caso, vale il discorso con l’autorità di vigilanza italiana ed europea. UniCredit (-1,5% alle 13.40) oggi capitalizza 15,6 miliardi di euro, inferiore alle sofferenze nette relative al primo semestre, 16,7 miliardi di euro, e agli incagli pari a 12,6 miliardi di euro, mentre l’esposizione sui bond sovrani ammontava a 79 miliardi di euro, di cui la gran parte nel portafoglio Available for sale (Afs), le cui minusvalenze – per via Nazionale ma non per l’Eba – sono sterilizzate nel calcolo del Tier 1, e vanno a incidere soltanto sul patrimonio netto, pari a 64,7 miliardi di euro al 30 giugno scorso.

«Smantellare l’Europa non è un’opzione», si legge in una lettera congiunta scritta da Ghizzoni con Giuliano Amato e pubblicata sul Financial Times qualche giorno fa. Tuttavia, sono proprio le autorità comunitarie a richiedere alle banche nazionali di aumentare il patrimonio nella cassetta di sicurezza, che poi finiscono col rivalersi sui clienti e sulle imprese, vista l’estrema difficoltà di reperire liquidità sul mercato a tassi ragionevoli.

Il patrimonio di vigilanza al 9%, tuttavia, non basterà. Oggi infatti il Financial stability board, l’organismo di vigilanza macroprudenziale presieduto fino a ieri da Mario Draghi, ha presentato al G20 i requisiti patrimoniali più stringenti a cui saranno sottoposte le 29 istituzioni di importanza sistemica (Sifi), nel cui novero – unica italiana – rientra proprio UniCredit (la lista completa è: Bank of America, Bank of China, Bank of New York Mellon, Banque Populaire, Barclays, Bnp Paribas, Citigroup, Commerzbank, Credit Suisse, Deutsche Bank, Dexia, Goldman Sachs, Credit Agricole, Hsbc, JP Morgan Chase, Lloyds Banking, Mitsubishi UFJ, FG Mizuho, Morgan Stanley, Nordea, Royal Bank of Scotland, Santander, Societè Generale, State Street, Sumitomo Mitsui, Ubs, Unicredit, Wells Fargo).

A partire dal 2016 entro il gennaio 2019 le banche sistemiche dovranno presentare «un’ulteriore capacità di assorbimento delle perdite basata sull’impatto del loro default, che sarà innalzata dall’1% al 2,5% delle attività ponderate per il rischio (con un cuscinetto del 3,5% per scoraggiare eventuali strutturali), mediante azioni ordinarie e riserve di utili».

Secondo gli stress test condotti dall’Eba in estate, il Tier 1 di UniCredit si attesterà al 7,2% nel 2012 considerando i Cashes. Ciò significa che Piazza Cordusio dovrà incrementarlo di 2,3 punti percentuali entro il 2019 per raggiungere i nuovi target dell’Fsb, in quanto “too big to fail”. Per riuscire nell’impresa, dati i risicati margini di manovra delle Fondazioni, grandi azionisti della banca, è meglio guardare al vicino e all’estremo Oriente. A chi, insomma, ha ancora soldi da spendere, replicando il blitz che fece entrare gli emiratini e i libici al 7,1% del capitale di UniCredit.

Con buona pace delle Fondazioni, è meglio rivolgersi a chi i soldi ce li ha davvero.

Testo ripreso da linkiesta.it