Il debito pubblico blocca gli investimenti stranieri in Italia

In un libro intitolato “La voragine” (che è il debito pubblico), Marcello Degni e Paolo De Ioanna, sostengono una tesi che di questi giorni può sembrare un po’ azzardata: l’Italia può farcela, l’Europa può farcela, anche se a certe condizioni non certo facili da rispettare.

Il libro (editore Castevecchi) e’ uscito il 25 gennaio 2012; è snello, poco più di 100 pagine, di facile lettura e con semplici essenziali tabelle che aiutano a capire. Fa impressione quella che mette a confronto il rapporto del debito pubblico col PIL di alcuni Paesi, Italia a 119 %, Stati Uniti a )1,6, Germania 83,2. Però fa riflettere il Giappone, che è a valori da infarto (oltre 200%) eppure sta dando segni di una ripresa economica formidabile.

Gli autori sono due esperti (modestamente di definiscono operatori) di pubblica amministrazione e bilancio pubblico, con un passato nella  ”macchina” che gestisce la spesa pubblica. Approvano, con distinguo, riserve e aspettative, la manovra del Governo di Mario Monti, che comunque preferiscono a quello di Silvio Berlusconi.

Il percorso è pieno di incognite e di ombre. La “voragine” del debito pubblico è spalancata sotto i nostri piedi. Il futuro dell’euro ci minaccia: indietro, avvertono Degno e De Ioanna, non si può tornare, sarebbe una catastrofe. Ma non si può neppure andare avanti così, con una moneta senza Stato.

Poi c’è lo scoglio del “fiscal compact”, quel patto in discussione in questi giorni fra 26 paesi (Gran Bretagna ritirata) dell’Unione europea, che per noi ha un orrendo significato: una stangata come quella che ci hanno dato ora ogni anno per i prossimi vent’anni.

Dicono gli autori: “Tra i tre attributi fondamentali necessari per una sapiente politica di bilancio è stato enfatizzato quello del rigore”. Ora però non si deve esagerare, altrimenti non usciremo più dalla recessione. Aggiungono:: “Equità e sviluppo  non sono assenti, ma “in nuce”. Ora è necessario dispiegarli. Il contrasto dell’evasione, rispetto al quale è stato piantato un importante paletto, le liberalizzazioni, il rilancio degli investimenti per favorire il riequilibrio territoriale (che in Germania, in 20 anni, si è compiuto, mentre in Italia, in 150, è peggiorato)”.

Resta il problema del debito, la “voragine”. Dice Degni: “Se il denominatore ricomincerà a crescere si potrà rimettere in moto un processo virtuoso ma, come è stato osservato, c’è un tabù che più di ogni altro va affrontato. Quello di una massiccia e immediata riduzione dello stock del debito pubblico. Con un po’ di fantasia (ritorna l’ottimismo della volontà) è forse possibile mettere in campo una linea di azione efficace e sostenibile”.

“La voragine”, spiegano gli autori, “cerca di mettere a fuoco i dati di base della questione del debito pubblico italiano nel contesto europeo e di individuare un possibile sentiero di uscita dalla crisi profonda in cui si dibatte, ormai da quattro anni, l’economia europea e, in essa, con particolare sofferenza, l’Italia. Vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, con qualche forzatura rispetto alla analisi oggettiva. La ragione è logica: il fallimento dell’Euro produrrebbe effetti negativi per tutti, individui, imprese, paesi; il suo rilancio il contrario. Vogliamo credere che la razionalità prevalga, anche se sappiamo che, mentre il reale è sempre razionale, cioè ex post si può spiegare, non è vero il contrario. E l’irrazionalità, nel secolo breve, ha prevalso più di una volta”.

Nel libro si parla molto di Europa, perché “è solo dallo sviluppo di questa “idea” che possono arrivare scelte che riaprono il sentiero del futuro. La fase del club degli stati, diventati nel frattempo un numero ingestibile e destinato ad aumentare, è finita, anche se, con varie gradazioni, le classi dirigenti europee non sembrano rendersene del tutto conto: i singoli paesi europei sono ormai comunque dei nani nell’arena del’economia globale”.

Passaggio chiave: “La moneta senza Stato, costruzione geniale, non è più adeguata alla fase attuale, di spinta integrazione globale e spostamento del baricentro decisionale ad est del mondo. Servono: Stato, istituzioni comuni di regolazione e garanzia, banca centrale come prestatore di ultima istanza, centralizzazione delle politiche di stabilizzazione, controllo dell’equilibrio di bilancio nei paesi membri”.

Si tratta di un’idea concreta, storica, di federalismo possibile; nella quale gli stati cedono sovranità ad un potere comune, democraticamente legittimato: “In Europa il federalismo ha un senso storico politico attuale. La strada da percorrere è molta e i conducenti non hanno ancora messo a fuoco un itinerario, ma qualche elemento si intravvede: i tassi di interesse della BCE sono stati riportati all’1 per cento, dopo gli incredibili due rialzi del 2010 e del 2011; le ultime mosse della BCE (giovedì 22 dicembre 2011) hanno attivato un prestito a tre anni all’1 per cento, per circa 498 miliardi di euro, sottoscritto da 523 banche europee, le quali avevano bisogno urgente di liquidità che non riuscivano a procurarsi sul mercato interbancario; il Fondo salva stati (EFSF) è stato rifinanziato per altri 500 miliardi, da trasferire nel 2013 all’European Stability Fund, il nuovo fondo che dovrebbe replicare il meccanismo del FMI; con il semestre europeo è stato avviato un coordinamento ex-ante delle politiche economiche nell’Eurozona e nell’UE a 27″.

Ma è evidente, sopra ogni cosa, che le istituzioni di bilancio europee hanno bisogno di una nuova e ben più profonda legittimazione democratica: “L’Europa ha bisogno di più politica e di più democrazia”. Non si può trasformare la politica economica in un coacervo di regole automatiche gestite da un comitato esecutivo di capi di stato auto selezionati e di burocrati della Commissione e della Banca centrale: “La democrazia non è compatibile con un tale assetto”.

Secondo Degni e De Ioanna che “di questo si dovrebbe discutere, soprattutto nel campo delle forze che si riconoscono nella storia e nel radicamento sociale della sinistra democratica europea. Restare al palo non nuoce solo al proprio campo, ma all’intero processo di integrazione europea. Anche sull’altro versante la confusione è grande, e scatena riflessi isolazionisti, rigorismi ciechi, tendenze autoritarie e plebiscitarie”.

La tesi del libro è che “l’idea di anteporre ad ogni altra decisione l’accordo tra Governi sul rigore di bilancio, (secondo lo schema Merkel – Sarkozy) reca in sé una spiegazione delle cause della crisi in parte falsa (la dissennatezza delle finanze pubbliche degli stati mediterranei) che rischia di deprimere ulteriormente l’economia europea, già ferma, e riprodurre nel tempo le cause di una ulteriore spinta speculativa contro l’area euro”.

Il problema, spiegano gli autori, “è il mix, qualitativo e temporale, tra la convergenza delle politiche di bilancio e la creazione degli strumenti di governo della moneta e delle finanze comunitarie. Ma al fondo c’è l’intreccio tra politica ed economia , che deve sedimentarsi in assetti condivisi e sentiti come valore comune; c’è quella idea di un’area economica innovativa e coesa socialmente che era stata messa in campo timidamente a Lisbona. Siamo forse ad un periplo della storia europea dove la crisi economica segnala che occorre pensare più a fondo sul nostro destino: questo è un tema affascinante che tuttavia spetta ad altri specialismi; per ora occupiamoci di bilancio e debito pubblico”.

In tale quadro l’Italia presenta due problemi specifici: un debito pubblico molto elevato, che è ritornato ad un livello doppio, il 120 per cento del PIL, rispetto ai parametri europei e una crescita molto bassa. Come crescere un punto in più? E’ questo il problema di fondo. Se non si incrementa il denominatore, come si argomenta nel volume con molti esempi e numeri, non c’è possibilità di superare la crisi.

Ma “l’andamento del denominatore non si cambia con un decreto-legge. Sono necessarie molte azioni, in più direzioni. Sul versante della finanza pubblica bisogna sottoporre la spesa ad un costante controllo (la spending review), che è il contrario dei tagli lineari che hanno caratterizzato la politica di bilancio degli ultimi anni. Significa superare la logica dei controlli formali, delle clausole di salvaguardia, della gestione contabile dei flussi di spesa e dei relativi strumenti di erogazione, attraverso ripetuti interventi di contenimento-taglio lineare”.

Questo “significa riprogettare politiche pubbliche compatte ed efficaci. Significa rivisitare il cosiddetto federalismo fiscale che ha cercato, forse al di là del ragionevole, di innestare su basi imponibili locali un qualche rilievo del requisito della territorialità della produzione del reddito, spesso declinato con congegni solo virtuali, di scarso significato pratico per i contribuenti e di notevole intralcio per le imprese. Queste due metapolitiche hanno contribuito ad indebolire la competitività multifattoriale del paese”.

A questo punto, nonostante tutto, Degno e De Ioanna si sentono ottimisti: “Anche in questo caso ci sentiamo di esprimere un certo ottimismo della volontà: il coordinamento delle decisioni di bilancio per l’intera pubblica amministrazione, l’istituzione presso le Camere di un di “un organismo indipendente al quale attribuire compiti di analisi e verifica degli andamenti di finanza pubblica e della osservanza delle regole di bilancio”, protetto costituzionalmente, rappresentano una notevole innovazione, come pure il superamento del carattere limitato della legge di bilancio, più funzionale alla riorganizzazione del controllo permanente della spesa”.

Non si otterranno risultati gratuitamente:”Il lavoro da fare è molto e l’orizzonte è pieno di incognite. Il decreto salva-Italia, pur con i suoi limiti, ha ricondotto comunque gli attori politici ed istituzionali nel mondo reale. Solo qualche mese prima la crisi veniva esorcizzata, ridotta a forzatura mediatica, e si pensava ad improbabili riforme fiscali e a nuovi condoni, senza parlare della forma che, nei comportamenti istituzionali, è ad ogni effetto vera e propria sostanza”.

 

Articolo ripreso dal sito blitzquotidiano.it